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di Enzo Di Ganci


Ozne nuotava placidamente nella laguna limitata dalla barriera corallina. Gli piaceva guizzare tra le onde in quella calda giornata. Aveva risolto il problema del cibo ed ora si lasciava andare sul dorso facendosi portare dalla leggera corrente. Era sempre stato un tipo un po' scontroso, desideroso di mantenere la sua libertà, i suoi desideri e i sogni che ad occhi aperti gli ispiravano smanie di cose che i suoi simili non riuscivano nemmeno a concepire. Il cielo di Rena IV° era blu intenso, quasi dello stesso colore dell'acqua che lo circondava. Tra meno di un'ora le tre lune del pianeta, Artes, Baldan e Icnag, sarebbero spuntate all'orizzonte con la loro morbida luce arancione.

Con movimenti pigri si avviò agli scogli per doppiare la punta e rientrare nella laguna.

Da quando era nato aveva fatto parte della comunità che si era insediata in quel posto meraviglioso in cui le palme si specchiavano nell'acqua pulita e trasparente; era contento dei suoi compagni ed amici, anche se aveva preso l'abitudine di isolarsi per riflettere e pensare alle sue idee di libertà che non erano accettate e spesse volte addirittura ostacolate.

Doppiò la punta e, mentre scivolava silenzioso verso la spiaggia, sentì uno sciacquio alla sua destra, un po' indietro e si fermò ad aspettare. Bellissima, con un corpo sinuoso e provocante, si affiancò a lui sorridendo.

- Salve! - Gli disse - Sono uscita a fare una nuotata e mi sono spinta troppo al largo, ma è stato tanto bello che non ha fatto caso che fosse così tardi, adoro nuotare al tramonto.

L'aveva vista qualche volta e sapeva che si chiamava Ataner. Era una nuova del gruppo e si era sorpreso a guardarla qualche volta con ammirazione. Aveva un portamento distinto e altero senz'altro discendente di buona famiglia; si era chiesto spesso da dove veniva e per quale motivo si era unita a loro. Nuotarono insieme per un tratto poi lei disse:

- Ti chiami Ozne, vero? Ho sentito parlare di te e mi piace quello che pensi e dici e mi piacciono le tue idee anche se molto futuristiche, mi fanno venire il tuo stesso desiderio di libertà. Parlami della tua Nave. - Lui la guardò e un brivido lo percorse. La Nave, come lui la chiamava, era uno di quegli strani ordigni che si posavano ogni tanto sul loro pianeta trasportando strani esseri enormi che distruggevano le comunità come la loro e che poi ripartivano con un boato enorme lanciandosi nel cielo verso altri mondi. Egli ne parlava spesso perché l'aveva già vista una volta, gli sarebbe piaciuto costruirne una e volare nell’infinito verso altre stelle e altri soli, libero dal suo elemento.

Le disse tutto questo mentre le tre lune arancione scaldavano il colore del mare con la loro luce ambrata. Si tenevano vicini guizzando tra le onde assaporandone idee di spazi infiniti. Si rividero spesso e nuotarono insieme sognando. Poi, una sera, lui le disse che si era innamorato di lei e Ataner sorridendo gli fece segno di seguirla al largo. Fecero l'amore e provarono una gioia infinita amandosi nell'acqua che li cullava, sotto il cielo limpido che si arrossava lentamente.

Si lasciarono trasportare senza riserve da quello strano sentimento che non avevano ancora mai provato e si guardarono felici, appagati fino nelle più intime fibre del loro corpo.

Con l'aiuto di Ataner, Ozne si inserì meglio nella comunità e per un certo periodo vissero felici, anche se lei doveva sopportare la corte di Inot, il capo gruppo, grande e grosso.

A questo proposito si ebbero scene d'amore da parte del primo e di gelosia di Ozne che voleva tenere al di fuori di ogni chiacchera la sua Ataner.

Un giorno però, mentre lei nuotava oltre la scogliera, Inot le si avvicinò nuotando sott'acqua. La prese alle spalle senza che se ne accorgesse e tentò in tutti i modi di farla sua mentre lei si dibatteva nell'acqua.

Ozne tornò dalla piccola ansa dove sfociava il fiume e non trovandola cominciò a preoccuparsi. Solo dopo qualche tempo uscì a cercarla. Trovò Ataner dietro gli scogli, sanguinante. Non gli volle dire nulla, solo di portarla a casa dove per due giorni non disse ne fece nulla. Poi raccontò tutto Ozne che cominciò a tremare di rabbia fin quando, senza nemmeno farla finire, uscì. Lei lo aspettò tutta la notte e poi il giorno successivo maledicendo la sua bellezza e il suo corpo perché avevano contribuito allo svolgersi della tragedia, poi, al tramonto, lui tornò e lei lo accolse con gioia e affetto; uscirono a nuotare insieme e andarono al largo come la prima volta e tutto fu come allora e forse più bello, per tutta la notte nel trionfo di luce delle tre lune.

La comunità non vide più il capo gruppo, non si seppe mai che fine avesse fatto, solo qualche volta Ataner guardava Ozne pensierosa.

Trascorsero due anni di Rena IV, Ozne per la sua posatezza e intelligenza era stato eletto capo gruppo nonostante le sue idee. La comunità fiorì e si ampliò di altri elementi provenienti dalle lagune vicine e tutto faceva prevedere anni di pace e di benessere, quando arrivarono.

Dapprima si udì il sibilo della loro grande Nave che veniva dall'immensità delle stelle. Poi la videro enorme, rimanere sospesa a molti chilometri di distanza e qualche ora più tardi da essa se ne staccò una più piccola e cominciò ad avvicinarsi. La paura invase la laguna, tutti avevano sentito parlare degli esseri enormi e mostruosi che venivano dal cielo e che portavano morte e distruzione. Arrivavano periodicamente circa ogni vent'anni del loro tempo di Rena IV e ogni volta con loro arrivava l'angoscia.

Ora erano vicini e la comunità, dapprima rimasta paralizzata, decise di allontanarsi verso il largo per mettere più spazio possibile tra loro e la macchina che sicuramente sarebbe atterrata sulla terraferma. Ozne prese con sé Ataner e seguì gli altri nuotando disperatamente. Erano ormai lontani dalla riva e pensavano di essere al sicuro quando si accorsero che l'astronave, invece di atterrare sulla terra, si dirigeva verso di loro con il suo sibilo assordante, facendo volare alte le onde del mare prima placido e tranquillo. Ataner si strinse a Ozne e lui, pur nella sua paura, trovò il modo di tranquillizzarla: - Qualunque cosa succeda ricordati che ti amo, - le disse, e lei gli sorrise grata e felice.

Continuarono a fuggire incalzati dal nemico. Poi tutto ad un tratto la macchina fu su di loro e in un terribile turbinare di onde un braccio metallico scese veloce a toccare l’acqua. Per qualche istante non successe nulla, poi nacque dall’acqua un rumore che aumentò di volume, dapprima assordandoli poi divenne insopportabile fino a farli impazzire dal dolore. Cominciarono a morire mentre lassù in alto si apriva uno sportello nella pancia enorme dell'astronave e veniva calata una rete per raccoglierli man mano che, morti o storditi, veni>vano a galla. Ozne si riprese quasi subito, la sua forte fibra lo aveva salvato della morte o dalla pazzia.

Lo avevano messo in un grande recipiente metallico assieme ad altri venti o trenta di loro. Cercò Ataner e la trovò sotto uno del gruppo. Non era stata forte come lui, il suo bel corpo sinuoso che aveva amato era là privo di vita, gli occhi spalancati guardavano un punto lontano ormai irraggiungibile. Strisciò su di lei coprendola, quasi a proteggerla con il cuore travolto dal dolore e alla sua mente vennero i ricordi del loro amore e delle lunghe nuotate nell'acqua tiepida nella luce arancione delle tre lune. Non seppe quanto rimase assorto nei suoi pensieri e nella sua pena. Si riscosse al rumore di voci e guardando oltre l’orlo in alto del recipiente vide spuntare una testa mostruosa e dopo qualche attimo una mano apparve stringendo qualcosa. Ozne cercò di sfuggire alla lunga arma a cinque punte che gli veniva incontro, ma non ci riuscì, un lungo spasimo di agonia in uno sfarfallare di pensieri d’amore e di morte, poi gli uncini gli entrarono nel corpo come lunghi coltelli facendo sprizzare i1 suo sangue sulle pareti del recipiente.


Matt O'Well cuoco della Compagnia di Trasporti Interstellari, posò la forchetta a cinque punte sul ripiano della cucina e si accese una sigaretta rivolgendosi al suo collega:

- Questi pesci di Rena IV sono molto buoni da mangiare, tutte le volte che passiamo da questo pianeta disabitato ne facciamo una grossa scorta per il viaggio. Questa volta li abbiamo presi con gli ultrasuoni, ma hanno una vitalità enorme e sono lunghi a morire, ce n’era uno qui che non faceva che saltellare a destra e sinistra.

Rise, e con il fiammifero con cui aveva acceso la sigaretta diede fuoco sotto la grande padella dove Ozne e Ataner stretti uno all'altra, avevano perso i loro sogni di libertà e la loro vita.


da "The Time Machine" n. 2/'78






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