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Area Riservata
Terris


di Miriam Poloniato


George Ferguson rimase a lungo a fissare il cielo finché l'astronave non fu che un punto argenteo nella verde atmosfera che circondava il mondo in cui lo avevano abbandonato.

Maledetti, pensò, luride carogne, lo avevano piantato, solo come un cane, in questo pianeta verdastro dove non sembrava esserci che piante e acqua.

Si erano preoccupati, certo, di trovargli un luogo adatto dove egli potesse respirare e vivere finché fossero venuti a prelevarlo sei mesi dopo, se lui fosse stato ancora vivo, del che francamente dubitava.

E tutto questo perché? Solo perché lui si ara limitato, di tanto in tanto, a mettere in guardia i suoi compagni delle pretese assolutistiche del comandante e degli ufficiali in merito ai lavori da svolgere e perché si era lamentato varie volte della disciplina eccessiva e della mancanza di quegli svaghi che erano normali in ogni lungo viaggio. E a causa di queste inezie il comandante e i suoi dannati ufficiali lo avevano accusato di indisciplina, di insubordinazione, di ribellione agli ordini e perfino di tentato ammutinamento.

Le prime accuse gliele avevano mosse dopo tre mesi dalla partenza dalla Terra. Lo avevano ammonito e lo avevano rinchiuso per due settimane. Al termine della prigionia, il comandante Burker l'aveva mandato a chiamare nella sua cabina e gli aveva rammentato la delicatezza della missione che dovevano svolgere; gli aveva spiegato (quasi lui non lo sapesse benissimo) quanto fosse importante per la Terra stabilire contatti diplomatici con il pianeta Xerrus, che possedeva la xenosite, quel materiale indistruttibile e leggerissimo che avrebbe potuto sostituire l'acciaio a tutti gli effetti, con grandi vantaggi per la Federazione Terrestre.

Burker si era meravigliato che in un equipaggio selezionato e addestrato per mesi si trovasse un elemento perturbatore come lui. Lui, Ferguson, era un pericolo perché creava del malcontento e dell'insoddisfazione laddove era necessario mantenere la disciplina e il buon accordo, sia per la lunghezza del viaggio che metteva a dura prova la resistenza nervosa di tanti uomini costretti a vivere assieme, sia per la necessità di presentare ai xerrusiani, un popolo notoriamente pacifico, un gruppo di terrestri perfettamente affiatati e reciprocamente amichevoli.

Burker si era detto certo che Ferguson avesse compreso l'importanza della loro missione e si sarebbe, d'ora in poi, comportato ragionevolmente. Ricordava di essere uscito dalla cabina del comandante furente di rabbia repressa e deciso a far pagare caro a, quel bastardo ogni maledetta, parola che aveva detto non appena fossero ritornati a casa. Ne avrebbe parlato con suo padre che non per nulla faceva parte dell’Associazione Mondiale del Commercio Spaziale e avrebbe fatto processare Burker per abuso di autorità.

Così aveva deciso di non dar retta agli stupidi ammonimenti di quel pecorone timoroso di tutto e aveva continuato a far presente ai suoi compagni tutti gli svantaggi di quella dannata spedizione.

In seguito a ciò Burker l'aveva sganciato su questo pianeta dopi un sommario giudizio. Maledetto lui. Ma non sarebbe morto, non gli avrebbe dato questa soddisfazione e di lì a sei mesi, quando fossero tornati a prenderlo, l'avrebbero trovato vivo e in ottime condizioni e non domato. Nossignori, questo mai.

Ma sarebbero venuti? A quel pensiero un brivido gli corse per il corpo e per la prima volta il timore prese il sopravvento sulla rabbia. Non avrebbero osato lasciarlo là, non l'avrebbero fatto. Suo padre era un uomo importante. Che sarebbe accaduto se la Selene fosse tornata sulla Terra senza di lui?

Certo, avrebbero potuto parlare di un incidente, ma lui aveva due o tre amici a bordo che avrebbero detto la verità e né Burker né i suoi seguaci l'avrebbero fatta franca. Nemmeno se la missione commerciale avesse avuto pieno successo, e lui sperava che così non fosse.

Quel Burker, con tutte le sue presunte capacità, onestà, lealtà e chi più ne ha più ne metta, non meritava di riuscire nel compito affidatogli. No, nemmeno Burker avrebbe osato sfidare suo padre, non riportandogli il suo unico figlio. Ma che stramaledetta idea aveva avuto il genitore a farlo imbarcare sulla "Selene"! Si era preoccupato che un Ferguson partecipasse a questa missione così prestigiosa, ma non erano cose adatte per lui queste. Mai state. Lui voleva soltanto divertirsi, godersi la vita con belle donnine, amici simpatici e vini, e giochi, e al diavolo la gloria e il prestigio.

Maledetto il momento che si era lasciato convincere a partire!

Bene, adesso basta con le recriminazioni, meglio guardarsi attorno e valutare la situazione. Ferguson controllò dapprima la roba che gli avevano dato. C'era tutto quello che poteva occorrergli, su questo nulla da dire. C'erano medicine, alimenti, coperte, una tenda e, cosa importante, armi.

In realtà il pianeta Terris, come lo avevano chiamato perché visto dallo spazio assomigliava vagamente alla Terra, era stato esplorato e dichiarato non pericoloso. Aveva un'atmosfera adatta a polmoni terrestri, acqua dolce e un clima caldo-umido. C'erano dubbi se ospitasse esseri viventi, perché nelle tre settimane durante le quali la squadra esplorativa era rimasta sul pianeta non era stato possibile scorgere alcun cenno di vita. D'altra parte non si era nemmeno potuto negare l'esistenza di esseri viventi perché i componenti della squadra avevano avuto la costante impressione di essere osservati, e avevano udito fruscii e movimenti laddove evidentemente non c'era nulla. L'unica cosa certa, perlomeno nei luoghi esplorati, era che il pianeta non presentava tracce di pericolosità. E questo era già qualcosa, pensò Ferguson.

George Ferguson era un uomo sui trent'anni. Alto, piuttosto robusto, con corti capelli biondi e occhi grigi, simili a ghiaccio, che quando lui era in preda a qualche emozione si restringevano, sino ad apparire come due fessure. In questo momento avevano appunto quell'espressione e mentre si guardava attorno sembravano lame d'acciaio particolarmente affilate.

Egli si trovava in una striscia di terreno erboso larga forse un chilometro e mezzo. Alla sua destra, a circa un migliaio di metri, cominciava la foresta. Una foresta che si infittiva subito e dava l'impressione che a distanza di qualche metro fosse impraticabile a causa del groviglio di rami che sembravano precludere la luce del cielo. Dall'altra parte invece c'era qualcosa che sembrava un acquitrino e si stendeva all'orizzonte senza limiti. In certi punti pareva un terreno paludoso perché qua e là canne e ciuffi di alte erbe spuntavano, in certi altri l'acqua marezzata di verde stagnava senza alcuna vibrazione. Alle sue spalle, a breve distanza, c’era ancora la foresta che sembrava nascere dall'acquitrino, con alberi già alti le cui radici erano nascoste dall'acqua.

Davanti a lui non c'erano ostacoli. Il panorama si stendeva uguale per un tratto che sembrava illimitato.

Ferguson impreco. Il posto non era certamente allegro e non gli piaceva affatto, Proprio per niente. C'era qualcosa che non andava. Troppo silenzio. Troppa immobilità. Non c'era nemmeno il proverbiale alito di vento. E nessun odore. Questo gli parve strano perché sia la foresta che la palude avrebbero dovuto emanare adori di qualche specie. invece niente. C'era o sembrava esserci un'assoluta mancanza di vitalità. Anche gli alberi, per quanto poteva vedere, pur essendo piuttosto alti e incredibilmente ricchi di fogliame e di rami, erano immobili.

Era strano, maledettamente strano. Ferguson si sentiva a disagio. Aveva la sensazione di non essere solo nonostante l'assoluta assenza di ogni minimo cenno di vita. E neanche questo gli piaceva. Sentiva l'impulso ad allontanarsi da quel luogo, ma stava ormai calando la sera e poiché quel pianeta non aveva alcuna luna l'oscurità sarebbe presto stata completa.

Fra le cose che gli avevano lasciato c'era una torcia e poteva usarla, ma non poteva stare tutta la notte con la torcia accesa. Sarebbe stata una cosa sciocca. Tornò a guardare i suoi tesori e approvò compiaciuto alla vista della fiaschetta di buon vecchio whisky e delle sigarette. Bevve subito una sorsata e si sentì meglio, quindi si accese una sigaretta e meditò sul da farsi. Avrebbe passato la notte là, senza montare la tenda. Il giorno dopo avrebbe preso con sé le cose che gli servivano maggiormente e avrebbe lasciato la tenda e il resto dove si trovavano ora. Avrebbe camminato finché avesse trovato un luogo adatto; dove potesse stare al sicuro e con le spalle coperte avrebbe atteso che passassero i sei mesi. Al termine di questi sarebbe ritornato al punto di partenza. Aveva gli strumenti per orientarsi e quindi non c'era il pericolo di non ritrovare il luogo. Si, questa era la cosa migliore de fare.

Inghiottì le pillole che gli davano nutrimento e poiché il buio incalzava, si sdraiò sul materassino da campo e si accinse a passare la notte. Tutto si poteva dire di Ferguson, ma non che mancasse di coraggio e di una sicurezza interiore che rasentava l'arroganza. Eppure questa arroganza e questo coraggio ora gli erano utili e gli davano delle possibilità di cavarsela dove un uomo meno fiducioso delle sue capacità avrebbe potuto arrendersi subito.

La notte fu lunga a passare, e Ferguson non riuscì a fare un buon sonno. Si assopiva a tratti e si risvegliava con l’impressione di udire dei fruscii e di essere osservato, ma quando accendeva la torcia e si guardava attorno, nulla si muoveva e nulla si udiva.

Fu lieto che venisse il mattino e alle prime luci dell’alba verdastra si alzò, ammucchiò ciò che non gli serviva, raccolse in un sacco che si caricò sulle spalle le cose più importanti e necessarie, e si avviò verso sud, dove il tratto libero si stendeva a perdita d’occhio.

Camminò per un paio d'ore prima cha un mutamento avvenisse nel paesaggio. La foresta sembrava ritirarsi mentre il piano erboso si allargava. L'acquitrino invece continuava a dominare immutato sulla sinistra. Ferguson si chiese se non fosse una specie di oceano di cui non sarebbe mai riuscito a vedere la fine.

Egli camminava in linea retta, ma ora cominciò a spostarsi seguendo la foresta. La palude o acquitrino o oceano che fosse gli ispirava una ripugnanza difficile a spiegarsi, quasi fosse qualcosa di vivo che l'osservasse. Si dette dell'idiota e incolpò i suoi nervi; ciò nonostante continuò ad allontanarsene.

La piana sulla quale camminava era ricoperta da un'erba dura e rigida, di un verde cupo che in certi punti appariva nero. Il terreno sembrava solido sotto i suoi piedi calzati di stivali, ma mentre proseguiva, si accorse che dove l'erba era nera c'erano dei piccoli stagni. Per poco, anzi, non cadde in uno di questi, e da allora osservò con maggior attenzione dove metteva i piedi. Fu così che vide a tratti l'erba muoversi rapidamente, come se un fremito la percorresse. Ma non c'era vento, pensò Ferguson perplesso. Eppure c'era quel movimento come se qualcuno, a lui invisibile, corresse tra l'erba. Si fermò a guardare, si chinò anche, ma non riuscì a vedere niente.

Un pensiero stupido gli passò per la mente: sembrava un luogo abitato dai fantasmi. Assurdo. Scrollò le spalle e proseguì.

Verso il mezzogiorno si fermò. Era stanco. Nonostante la gravità fosse minore di quella terrestre, e quindi gli rendesse più agevole il camminare, c'era un tipo di caldo umido che lo spossava, Si tolse la camicia e rimase a torso nudo.

Si sedette, inghiottì qualche pillola, poi con maggiore soddisfazione bevve un abbondante sorso di whisky e si accese una sigaretta.

Si chiese rabbioso se non avrebbero potuto piantarlo in un luogo più ospitale di questo, ma rammentò che di pianeti vagamente somiglianti alla Terra non ce n'erano molti, e nella direzione seguita dalla "Selene", nessun altro oltre a questo. Imprecò con un vocabolario assortitissimo contro la delinquenza di coloro che l'avevano abbandonato, e si rimise in cammino.

La pianura era adesso abbastanza vasta. La palude non era che una linea in lontananza, e la foresta che Ferguson costeggiava si addentrava sempre più. All'orizzonte il terreno non era più piano. Si vedevano lievi ondulazioni che sembravano farsi maggiori a mano a mano che Ferguson proseguiva. Queste ondulazioni apparivano come tumuli tondeggianti in modo tale che si poteva pensare a seni femminili. Il cammino non gli era reso più difficoltoso perché egli poteva passare fra un tumulo e l'altro proprio come, pensò, avrebbe fatto passare la mano fra un seno e l'altro di una bella ragazza.

Sospirò al pensiero. Avrebbe dato volentieri due anni della propria vita per trovarsi adesso sulla Terra, a letto con una delle sue amichette e invece … Maledì ad alta voce il comandante Burker, i suoi ufficiali, suo padre che l'aveva convinto a partire, e sé stesso che era stato così pazzo da lasciarsi convincere.

Verso sera si lasciò cadere sfinito addosso ad uno di quei tumuli che ora erano più alti, senza però perdere la loro forma caratteristica di seni. Avendo le spalle coperte, si sentiva più tranquillo. se ne stette là quieto, troppo stanco persino per pensare o imprecare. Si guardò attorno senza quasi vedere il paesaggio che aveva dinnanzi e senza accorgersene si addormentò.

Si svegliò di soprassalto dopo un tempo che al momento non seppe definire. Si era svegliato con la sensazione spaventosa di non essere solo e di essere osservato. Accese la torcia, ma non c'era nessuno. Si disse che aveva i nervi a pezzi e la cosa lo sorprese perché si era sempre ritenuto un uomo senza nervi. Cercò di scusarsi pensando che non si era mai trovato in una situazione del genere.

Guardò l'orologio e vide che erano le due. Aveva dormito un bel po'. La notte senza luna era buia e le stelle che bucavano il nero manto del cielo non erano sufficienti a rischiarare il luogo in cui lui giaceva.

Gli parve di udire un fruscio, si girò rapidamente verso il punto da cui era venuto il rumore con la torcia accesa, ma come al solito non vide niente. Era veramente una cosa esasperante. Doveva essere solo perché non vedeva nessun altro essere vivente eppure sentiva con certezza che qualcuno lo osservava. Ma chi?

Ferguson passò il resto della notte rimuginando pensieri cupi e nello stesso tempo si rallegrava con sé stesso di non essere una persona dotata di immaginazione. Per un tipo provvisto di fantasia c'era da impazzire in quel mondo silenzioso e apparentemente solitario. Apparentemente. Questo era il punto. Lui avrebbe affrontato tranquillamente pericoli reali e visibili, ma questa atmosfera sospesa e incantata gli dava veramente ai nervi.

Comunque non gli parve di udire più nulla finché la solita alba verdastra cominciò ad illuminare lo spazio attorno a lui, ma la sensazione di essere osservato non si attenuò.

Si rimise in cammino in uno stato d' animo che non gli era abituale. Si sentiva depresso e la rabbia che l'aveva sostenuto nei due giorni precedenti l’aveva abbandonato.

La foresta si era addentrata molto e l'oceano paludoso non era più visibile. Davanti a Ferguson il panorama era invariato a parte il fatto che i tumuli, come lui li chiamava, si innalzavano maggiormente sino ad essere piccole colline, alte un centinaio di metri. A lui sembrava ormai di camminare senza meta. Non aveva ancora trovato un luogo dove potersi accampare per i cinque mesi e ventisette giorni che doveva rimanere in quel luogo maledetto.

Gli venne l'idea di' arrampicarsi sopra uno di quei cosi e vedere così fin dove si stendeva quel paesaggio che non terminava mai. Si guardò attorno e scelse una collinetta un poco più avanti. Ora esse non erano più soltanto ricoperte da quell’erba scura e rigida, ma c’erano sui loro fianchi dei cespugli ricoperti dai primi fiori che lui vedeva in quei luoghi; dei fiori rossi e grandi, e poi c'erano degli alberelli ad ombrello, ricchi di foglie, che sembravano grossi funghi.

Salire sulla collina risultò facile e giunto in cima Ferguson poté spaziare per un vasto raggio. Ciò che vide lo depresse ancor più perché il panorama era immutato fin dove poteva spingere lo sguardo.

La sua speranza di trovare un luogo che gli piacesse oppure qualcosa di diverso era svanita. Non voleva nemmeno allontanarsi troppo dal luogo in cui lo avevano deposto e decise quindi di accamparsi dove si trovava ora e di fabbricarsi un rifugio sul fianco della collina.

Cominciò a scendere e la fortuna parve favorirlo perché inciampò in un arbusto e cadendo andò a finire dentro una specie di caverna che non aveva visto salendo a causa di alcuni cespugli che bloccavano l'accesso. Superato il primo shock e accertatosi di non essersi ferito esaminò, alla luce della torcia, il posto in cui si trovava.

Era un incavo di forse, due metri per tre. Il luogo era di terra, pulito e asciutto. Per lui andava benissimo.

Corse giù a prendere la sua roba e una volta sistematala nella caverna, liberò l'entrata dai cespugli, ma non completamente perché gli servivano da protezione anche se ignorava da che cosa dovesse difendersi.

E poi i giorni cominciarono a passare. Giornate lente, monotone, snervanti. Un giorno, due, otto e infine il primo mese fu completamente passato. Ferguson era già al limite della resistenza. Per un uomo come lui, dotato di una vitalità quasi animalesca, la solitudine, il silenzio, l'inerzia erano insopportabili.

Durante quel mese si era mosso, aveva scalato altre colline, aveva cercato anche di inoltrarsi nella foresta, ma come aveva pensato in precedenza era impraticabile, almeno per lui.

Solo qualcuno che avesse avuto l'agilità di una scimmia avrebbe potuto entrarvi, infatti i rami si intrecciavano a pochi centimetri dal suolo rendendo impraticabile il passaggio di un uomo.

In quel mese erano accaduti anche due piccoli incidenti.

Se fossero accaduti sulla Terra non lo avrebbero minimamente turbato, ma qui lo avevano sconvolto, forse per la loro imprevedibilità. Un giorno si era spinto abbastanza verso sud quando si era accorto che le macchie di erba nera erano più grandi. Si era avvicinato a una di queste e aveva visto per la prima volta lo stagno coperto. L’acqua era di un verde scuro, immobile, cosparsa di chiazze verdi chiaro. Incuriosito, si era chinato a guardare e non era riuscito a chiarire se le macchie chiare erano muffe o piante acquatiche. Fu allora che accadde il primo incidente. Qualcosa mosse l’erba velocemente vicino ai suoi piedi. Ferguson fece un movimento improvviso e forse urtò la cosa che cadde nello stagno. Era una pallottola pelosa di un grigio verde. In una frazione di minuto le macchie chiare conversero in quel punto, rivelando fauci rosse spalancate e della pallottola pelosa non rimase che un filo di sangue che fu subito assorbito dall'acqua stagnante.

Ferguson ne rimase sconvolto, sia per l'improvvisa certezza che esisteva la vita in quel luogo, sia per la rapidità e la ferocia che avevano dimostrato quei mostriciattoli verdi.

Una settimana dopo era avvenuto il secondo incidente. Ferguson si era fermato presso i cespugli di fiori rossi e ne aveva osservato attentamente uno. Era molto grande, vagamente somigliante a una orchidea. I pistilli erano bianchi, appuntiti, e lo fecero pensare a piccoli denti. E lo erano infatti, perché, mentre egli guardava, vide il fiore scattare, chinarsi ai suoi piedi, e rialzarsi subito dopo semichiuso, ma non tanto da impedire a Ferguson di vedere un'altra pallottola pelosa che stava per essere divorata.

Tutto questo depresse profondamente l'uomo e anche lo spaventò. Si trovava in un luogo terribile dove nulla era ciò che sembrava e lui si sorprese a tremare pensando ai cinque mesi che ancora dovevano passare. Cominciava a dubitare di sé stesso e la speranza di farcela diminuiva ad ogni giorno che passava. Le notti erano anche peggio. Quel buio così assoluto, così totale lo terrorizzava. E ora, dopo la certezza che esistevano degli esseri viventi così strani, non riusciva più a dormire e rimaneva tutta la notte sveglio in attesa dell'alba. Solo allora si assopiva.

Una di quelle notti lui se ne stava lì, appoggiato alla parete di terra, quando un lieve fruscio all'imboccatura della caverna lo fece sobbalzare. I nervi tesi al massimo e trattenendo il respiro ascoltò, ma non udì altro. Cercò di rilassarsi ed incolpò la sua mente eccitata, quando gli parve che l'atmosfera della caverna mutasse.

Non era più solo, ne era certo. Nonostante la sensazione di essere osservato non fosse mai cessata da quando lui si trovava su Terris, ora sentiva che c'era qualcuno con lui.

La paura lo paralizzò per un momento, ma allora accadde una cosa inspiegabile.

Sentì qualcosa avvolgerlo; un flusso di calore, di dolcezza e anche, sì, d'amore. Non aveva mai provato, nemmeno sulla Terra, un'impressione di questo genere. Sembrava che dall'essere che era là con lui sprigionasse un'aura di tenerezza tangibile. Lui ne era conscio, e a poco a poco i suoi muscoli irrigiditi si sciolsero e il suo cuore riprese il suo battito normale mentre un senso di pace si impadroniva di lui.

Se ne stette quieto, assaporando quella dolce sensazione, e non pensò ad accertarsi, accendendo la torcia, dell'identità della persona che si trovava con lui. Quando volle farlo, dopo molto tempo, sentì una mano, dalla pelle leggermente ruvida, fermarlo e qualcosa gli fece comprendere che la luce non era necessaria.

La notte passò dolce senza più il suo carico d'orrore, e l'essere alieno rimase con lui fino a un’ora prima del sorgere del pallido sole di Terris. Rimasto solo, Ferguson si addormentò per la prima volta tranquillo.

Al risveglio cercò di trovare una spiegazione alla stranezza di ciò che era accaduto, ma quando venne la notte e l'essere tornò da lui, sprigionante pace e tenerezza, Ferguson non penso più a niente e desiderò soltanto di non restare più solo.

Per una settimana l'essere sconosciuto si recò tutte le notti da Ferguson. L'uomo sentiva accanto a sé una presenza che riversava su di lui una carica di dolcezza e simpatia e in breve sparirono la depressione e il timore che l'avevano tormentato.

Durante quelle prime notti si stabilì fra lui e l'abitante di Terris un rapporto silenzioso, ma vitale. Ferguson scoprì che gli era possibile comunicare, non con parole o pensieri, ma con le emozioni e i sentimenti. Percepiva come una corrente passare tra lui e l'alieno e seppe così che l'essere era di sesso femminile.

Ne ricavò un senso di appagamento puramente interiore, ben diverso dalle sensazioni che in passato aveva provato con le donne del suo mondo. Comprese anche che Aliena, come lui cominciò a chiamarla, temeva la luce e non desiderava che lui accendesse la torcia quando erano assieme. Imparò a concentrare le sue emozioni e trasmetterle e Aliena rispondeva allo stesso modo creando fra loro un legame intimo e particolare.

Una notte l’aliena non venne alla caverna e Ferguson ne fu spaventato. Temeva le fosse accaduto qualcosa e passò tutto il giorno seguente in un'attesa snervante, ma quando lei tornò la gioia che provò fu tale da sconvolgerlo e da causargli del malessere accorgendosi quanto bisogno lui avesse della sua presenza. Quella notte Aliena fu dolce con lui. Gli si avvicinò e lui sentì le sue mani passargli fra i capelli, scendere, brevemente sul suo volto e scivolare sul suo petto mentre ella si stringeva a lui. Ferguson sentì un corpo piccolo e piuttosto ruvido, privo di indumenti, ma caldo e colmo di una tenerezza che lo fece tremare e desiderare che lei non si allontanasse, pur incerto se volesse ricambiare le sue carezze. Non lo fece, trattenuto da un sentimento che non seppe definire e dopo un poco l'aliena si allontanò piano, piano.

L'uomo temette di averla offesa, ma avvertì subito, quasi in risposta, un'onda di affetto che lo rassicurò. Quando rimase solo, Ferguson meditò lungamente sul problema di Aliena. Gli sembrava chiaro che lei provava un sentimento d'amore per lui.

Lo percepiva con una sicurezza assoluta. Forse, ma non del solito tipo. C'era una comprensione a livello di sentimenti. Ricordava la prima sera; la sua paura e il flusso di rassicurante tenerezza che ella gli aveva trasmesso. Forse lo aveva osservato dalla foresta nella quale viveva (questo era riuscito a saperlo, senza capire come), aveva captato la sua angoscia ed era venuta da lui a confortarlo.

E lui che sentiva per Aliena? Difficile a dirsi; lui aveva sempre badato molto all'aspetto fisico delle donne. Anzi, la bellezza era l'unica cosa che chiedeva al sesso femminile.

Tutto il resto, intelligenza, doti morali, eccetera, non aveva mai avuto per lui la minima importanza. Ora, invece, non soltanto non sapeva se questa aliena fosse bella, ma ignorava persino com'era fatta. Si era accorto, quando lei gli era stata vicina, che doveva avere un aspetto più o meno umano.

Aveva due braccia e due gambe e una testa come lui, ma a parte questo sapeva soltanto che la sua pelle era ruvida e che doveva essere piuttosto piccola. Eppure, chissà perché, non gliene importava. Emanava da lei qualcosa che gli fece pensare ad un altro genere di bellezza, una bellezza interiore.

Scosse stupito il capo a questi pensieri così contrari al suo temperamento e decise che era meglio limitarsi ad accettare le cose come stavano.

Quella sera, quando Aliena venne, la prese fra le braccia e la tenne stretta a sé per tutto il tempo che rimase con lui. Avrebbe voluto baciarla, ma lo trattenne un vago senso di timore, non di essere respinto, ma di quello che avrebbe trovato sotto le sue labbra. Aliena parve comprendere la sua incertezza e ancora una volta lo tranquillizzò avvolgendolo in un’atmosfera di calore.

La cosa accadde la notte dopo. Ferguson fu stupito che fosse così facile, cioè così uguale a quello che accadeva con le donne terrestri da un punto di vista tecnico, ma da un altro punto di vista fu una cosa meravigliosa. Non soltanto i corpi erano uniti nell’amore, ma la gioia che Ferguson provò fu qualcosa che mai avrebbe potuto immaginare prima e che investiva tutto il suo essere. Da Aliena proveniva una tale carica d' amore da penetrarlo tutto e sollevarlo ai più alti vertici di felicità.

Per qualche tempo dopo quella notte Ferguson fu abbastanza felice. II fatto di non essere solo e di aver trovato una persona che gli dava affetto e piacere era per lui la molla che gli consentiva di lasciar trascorrere il tempo fino al momento della liberazione.

Comunicare con Aliena non era difficile. Il linguaggio delle emozioni lo arricchiva e il mondo esterno non lo atterriva più perché lo sentiva parte di Aliena.

Già da due mesi, Ferguson si trovava su Terris e la relazione con l’aliena continuava dandogli gioia e serenità, ma senza quasi accorgersene lui cominciò a pensare sempre più spesso all'aspetto fisico di Aliena. Quando la carezzava sentiva sotto le sue mani quella pelle ruvida che ormai conosceva così bene e quando le sfiorava i capelli sentiva un corto caschetto di peli ricci che gli rammentavano una bellissima ragazza negra che aveva avuto poco prima di partire per quel dannato viaggio. Le labbra di Aliena erano sottili, forse troppo, ma rispondevano ai baci con sapienza e ardore. Ora tutto questo non gli bastava più. Desiderava vederla. Passava i giorni cercando di immaginare come Aliena fosse realmente. La cosa divenne un'ossessione. Il desiderio di illuminare la caverna durante la notte lo dominava in modo tale che Aliena se ne accorse, e da lei partì qualcosa che parve una supplica e una preghiera a non guardarla perché era meglio che questo non accadesse. L'uomo cedette al desiderio di lei ma la curiosità aumentava e toglieva molto alla felicità e al piacere che lei gli donava.

Intanto i giorni passavano in fretta, fra poco lui avrebbe lasciato quei luoghi e l'energia che egli doveva ad Aliena, anche se con il passare del tempo tendeva a dimenticarlo, gli faceva sembrare tutto più facile e non più terribile come era stato nei primi tempi.

Il tempo si era mantenuto costante da quando Ferguson si trovava su Terris. Il sole pallido brillava dall’alba al tramonto senza interruzioni. Il clima era sempre uguale e Ferguson si era abituato presto all'umidita e al calore. I suoi tentativi di scoprire qualcosa di nuovo su quel mondo non avevano avuto successo. L'unica cosa che aveva scoperto, tramite Aliena, era che nella foresta vivevano molti esseri simili a lei e come lei si muovevano soltanto la notte. Ecco dunque spiegata, pensò Ferguson, la sensazione di essere osservato che lo aveva turbato prima della comparsa di Aliena.

Poi cominciarono le piogge. Sarebbero durate a lungo, riuscì a sapere dall'aliena, e violenti uragani e tempeste avrebbero reso molto difficile per lui uscire dalla caverna.

La cosa lo depresse e lo rese irritabile; restava per ore e ore seduto vicino all'imbocco della grotta a guardare gli scrosci di pioggia che si rovesciavano sulla pianura, sulle collinette, sugli stagni facendoli straripare, mentre le orribili chiazze verdi cospargevano l'erba bagnata e in certi punti sommersa.

Ferguson temeva che Aliena non potesse più venire a causa della pioggia, ma ella venne ancora nonostante il rischio di essere aggredita dai piccoli mostri verdi usciti dagli stagni.

Ferguson temeva anche per lei. Forse per la prima volta nella sua vita si preoccupava per un'altra persona. Aliena avvertì questa paura e gli invio una risposta rassicurante, facendogli comprendere che il buio non esisteva per lei e che era in grado di difendersi.

La risposta di Aliena e la sua tranquillità attenuarono i timori di Ferguson, ma non servirono a eliminare l'irritazione che ora lui provava continuamente. Pioveva sempre, di giorno e di notte. La pioggia come una cortina d'argento, nascondeva il cielo e a tratti l'uomo aveva l'impressione di essere totalmente isolato nella sua caverna come se il mondo circostante fosse sommerso dall'acqua grigia che cadeva senza sosta. E durante la notte, mentre stringeva a sé Aliena e faceva l'amore con lei, s'infuriava il vento. Un vento sconvolgente e violento che passava urlando sopra di loro e attorno a loro.

Era una cosa che spezzava i nervi a Ferguson. Aveva sempre odiato il vento, e udirlo mentre il suo passaggio scuoteva gli alberi della foresta e i piccoli alberi delle colline e le sue grida sembravano le voci di anime dannate, lo faceva fremere e rabbrividire.

Aliena sentiva la sua angoscia e cercava di calmarlo avvolgendolo in una nuvola d'amore infinito, ma ciò le riusciva sempre più difficile. Un'altra paura tormentava l'uomo. Temeva che le piogge continuassero fino allo scadere dei sei mesi e che lui non potesse raggiungere il luogo dell'appuntamento.

Tutte queste cose: il timore di restare bloccato, la tensione suscitata dalla pioggia e dal vento e l'ansia crescente di vedete Aliena, logoravano i nervi di Ferguson e finirono per renderlo incapace di continuare a dominare la situazione come aveva fatto finora.

Soprattutto il desiderio di guardare Aliena non gli dava tregua. Doveva vederla assolutamente. Non poteva più continuare a prenderla tra le braccia se non sapeva com'era. Lei era diventata il simbolo di quel mondo ostile che lui ora odiava e la gioia che da lei aveva avuto non contava più.

E venne una notte in cui non seppe e non volle più aspettare. L'aliena comprese quello che lui intendeva fare. Da tempo si era accorta del cambiamento dei sentimenti di Ferguson nei suoi confronti e aveva tentato di calmarlo e di trasmettergli tutta la tenerezza di cui era capace, ma tutto era stato inutile. Su di lui non aveva più alcun potere, nemmeno quello di dargli il piacere.

Quella sera arrivata da lui, lo sentì chiuso, duro, deciso. Allora ebbe paura e un'ondata di angoscia passò da lei all'uomo nel tentativo di fermarlo. Questa disperazione eccitò maggiormente Ferguson che puntò la torcia verso l'aliena.

Ma prima di accenderla un pensiero improvviso lo turbò. Cercò di concentrare questo pensiero in una domanda sperando che Aliena capisse: "Tu mi conosci, sai come sono, perché non vuoi che io ti veda?"

E la risposta venne in un grido disperato che rintronò nella mente di Ferguson senza che alcun suono si udisse nella caverna: "Perché io ti amo e accetto la tua diversità, ma tu invece non ami me: hai solo bisogno del mio aiuto e la mia diversità ti farebbe orrore."

L'eco angosciato della confessione di Aliena non si era ancora spento nella mente dell'uomo che egli premette il pulsante illuminando completamente l'aliena.

Per un momento Ferguson rimase sopraffatto del disgusto e dall'orrore. Come aveva potuto accarezzare quel corpo rachitico dalle lunghe braccia e ricoperto da una pellicola grigia e butterata? E le sue mani avevano veramente toccato quei capelli di un verde spento e simili a trucioli? E come aveva potuto baciare quelle labbra verdi, quasi inesistenti, quasi una semplice apertura in un volto grigio come il corpo e altrettanto butterato? Come aveva potuto?

E gli occhi, quegli occhi spaventosi simili a due fessure e quasi nascosti dalle grosse palpebre che parevano enormi labbra ai lati di un naso piccolo e piatto, come aveva potuto baciarli?

Quell'essere era orribile, animalesco, disgustoso! Qualcosa si spezzò nel cervello di Ferguson. Non avvertì la pietà, la comprensione, la tenerezza che sprigionavano da quell'essere; non ricordò la gioia e il piacere che gli aveva dato; non comprese che era l'amore la cosa più importante. Non comprese, un uomo come Ferguson non poteva comprendere.

Disperato gettò la torcia a terra e senza più sapere quello che faceva, volendo solo fuggire lontano da quell’orrore, si gettò fuori nella notte buia, fra la pioggia scrosciante ed il vento che urlava attorno a lui. Aliena si slanciò dietro all’uomo. Voleva fermarlo, avvertirlo del pericolo che lo circondava, assicurarlo, che non sarebbe più andata a trovarlo e che non gli avrebbe mai più imposto la sua presenza.

Ma era già troppo tardi.

Ferguson urlò e urlò e urlò mentre i mostri verdi lo divoravano e poi il silenzio ridiscese e fu rotto soltanto dalla pioggia che cadeva e dal vento che soffiava.

Sola, immobile, bagnata dalla pioggia, l'aliena piangeva.


da "The Time Machine" n. 2/'78






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