Il volo
di Marco Radice
Il sole stava terminando la sua corsa verso l’orizzonte; un’altra giornata finiva, trascorsa nella solita, rigida monotonia. E sotto gli alberi, tra i cespugli e l’erba, tinti di mille toni di verde degradanti fino al giallo dei girasoli, la vita continuava pigramente. Cambiava solo nei suoi protagonisti. Una lucertola tornava al suo rifugio tra le fessure del caldo cemento sconnesso dalle radici, qualche gufo preparava le sue ali alla caccia notturna.
Così durava da secoli, e così doveva essere quel giorno.
Invece, tornarono loro.
Scesero con una gran macchina sui quadrati di cemento soffocati dal verde. Sbarcarono, esplorarono, aprendosi la strada nel sottobosco con la violenza di sempre. Poi scaricarono, invadendo i piazzali dell'antico aeroporto, ammucchiando uno sull'altro mille oggetti, mille creature meccaniche. E i mille oggetti divennero uno, un bianco mostro dalle lunghe ali, lucido, uno specchio che rifletteva ondeggianti i calori del tramonto.
Infine venne l'uomo. Una piccola figura che camminava nervosamente lungo la pista, mentre la luce diveniva piatta e i colori scomparivano, mentre il crepuscolo trasformava tutte le cose in ombre. Lui era il pilota del mostro.
Forme indistinte di mobili, oggetti, le sagome scure di quattro pareti metalliche; una diffusa penombra.
Daniel aprì la porta e la campagna georgiana gli apparve luminosa, inquietante nella sua varietà di colori secchi e piatti.
Gli ricordava le sue prime fotografie.
No, decisamente non gli piaceva quel pianeta. Ma non importava; voleva dire che durante il volo non ci avrebbe fatto caso. Discese il gradino che lo separava dal terreno, si avviò lentamente, col casco sotto il braccio, verso la pista.
In fondo quello che veramente contava era la sua fama di pilota, e questo volo l'avrebbe certamente consolidata.
Arrivò l'aereo; i meccanici stavano portando a termine gli ultimi preparativi. Salì la scaletta, con fatica si lasciò scivolare nell'angusto abitacolo. La capottina trasparente si richiuse su di lui.
Era presto, il sole non era ancora abbastanza alto; bisognava aspettare.
Daniel se ne stette tranquillo per un minuto o due, poi, per quanto poteva, cominciò ad agitarsi; era nervoso. Ormai si era abituato a vivere col suo nervosismo, ma non bastava.
Se a lui non importava di giocherellare in continuazione coi comandi prima della partenza, o di camminare avanti e indietro per ore durante le attese, gli altri lo vedevano e lo giudicavano.
Guardò il paesaggio che circondava la pista e gli apparve ancora una volta rude, ostile.
- In fondo l'aria è uguale dappertutto - gli aveva detto la sera prima Robert; ed aveva ragione. Una volta lassù si sarebbe certamente sentito a suo agio. Gli sarebbe bastato trasformare tutto in una cosa normale. Quel volo poteva essere eroismo, curiosità o avventura … ma solo per gli altri; per lui no. Tremilatrecento chilometri in dieci ore, avrebbe trovato il tempo di annoiarsi.
Ma non era una cosa normale.
Ripensare a sé; pensare che lui "il piccolo" c'era riuscito, che avrebbe scritto il suo nome accanto a quello di ben altri uomini: Lindberg, Mermoz, Van Hiner.
No, non era una cosa normale.
Il capo meccanico picchiò sulla plastica del parabrezza. Fece qualche cenno; era ora.
I meccanici tolsero i teli che proteggevano le cellule solari all'arsenico di gallio disposte alla radice delle ali.
E il sole diede vita all'arsenico e al gallio, diede vita al mostro, alla macchina, risvegliando la sua forza e il suo potere.
Il voltometro sul cruscotto fece un balzo in avanti. Daniel azionò l'interruttore di avviamento.
L'elica fendeva l'aria con un fischio sottile.
Un ultimo cenno d'intesa, un ultimo sguardo agli strumenti, poi Daniel mollò i freni.
L'aereo cominciò a muoversi, con poca ma progressiva accelerazione, sobbalzando sul cemento sconnesso della pista appena rappezzato durante la notte. Al primo chilometro Daniel tirò leggermente a sé la cloche. L'aereo si staccò da terra dolcemente, senza accennare il minimo rollio. Certamente faceva rimpiangere i grossi STOL monomotori che, per la loro esuberante potenza e le enormi eliche, tendevano ad avvitarsi come frullini appena lasciata la pista.
Daniel sganciò le batterie di decollo, poi impostò un'ampia virata a destra, verso occidente, lasciando alla sua sinistra le cime del Caucaso.
Ora la rotta era quella giusta, col sole alle spalle e il mare che già s'intravedeva di fronte a lui.
Prendeva quota lentamente, ma con regolarità.
Si sentiva più tranquillo, ora, in groppa a quel magnifico uccello. Era veramente un aereo meraviglioso, leggero, docile ai comandi, grazie alle masse ben raccolte attorno al baricentro.
Dietro di lui ronzava il motore, un ST da 50 KW con avvolgimento in argento. L'elica, a passo variabile, era posteriore e propulsiva, veniva azionata dal motore attraverso un albero.
Era stata scelta questa soluzione perché consentiva di sistemare l'abitacolo davanti al motore riducendo quindi molto la sezione frontale. Il vantaggio era notevole, nonostante che il rendimento dell'elica propulsiva fosse inferiore a quello dell'elica trattiva. D'altra parte la profilatura della fusoliera riduceva molto questo inconveniente.
Daniel alzò gli occhi dagli strumenti, si guardò attorno.
Il cielo, da lì fino all'orizzonte, era limpido, privo di nubi, azzurro.
Il blu azzurrognolo del mare lasciò il posto alle tinte rossastre della terra di Crimea; presto avrebbe sorvolato Sebastopoli.
Nomi, nient’altro che nomi; Daniel non avrebbe mai finito di rimpiangere le ore perse a studiare quegli insulsi particolari della geografia terrestre. Gli sarebbe bastato saper riconoscere con certezza i punti di riferimento e avere buone conoscenze sulla morfologia del suolo dei paesi che doveva attraversare, oltre, ovviamente, alla indiscutibilmente utili nozioni di meteorologia terrestre. Invece, per quella mania di didatticismo che l’uomo inserisce, più o meno a forza, in ogni sua attività, era stato obbligato a studiare nomi di pianure, di fiumi, nomi di città, nomi.
E in fondo, così, avevano rovinato tutto.
La Terra era stata abbandonata da secoli, ormai; un pianeta inquinato, martoriato e stanco, agonizzante.
Ma l'uomo, partito per altri pianeti, per altre stelle e altri spazi, aveva saputo dimenticare? No, s'era trascinato appresso il retaggio di un lugubre passato, su altre stelle, su altri mondi. L'uomo non sapeva, non poteva, e non aveva il coraggio di ricominciare.
L'aereo sobbalzava un poco, attraversando una zona d'aria ricca di minute turbolenze. Daniel lo sentiva sul palmo della sua mano, attraverso la cloche, mentre controllava gli strumenti e la rotta. Volava esattamente verso ovest, la velocità era andata progressivamente aumentando ed ora, grazie alle favorevoli condizioni d'illuminazione, cielo terso e sole ormai alto, si aggirava sui 380 Km/h, aveva sorvolato regolarmente Sebastopoli, il suo primo punto di riferimento, alle 10 e 03, ora erano le 10 e 59; ma il Danubio non si vedeva ancora.
Sotto di lui vedeva sì la terra, ma in luogo del delta del grande fiume, si stendeva un terreno ignoto, fatto di verdi e pigre ondulazioni.
Era preoccupato.
Se aveva deviato verso nord, come temeva, si sarebbe in breve trovato di fronte la catena dei Carpazi, fatto questo che, pur risolvendo il problema dei punti di riferimento, ne avrebbe posto un altro, costringendolo a far quota rapidamente, e faticosamente per superare le montagne, o a compiere un lungo giro per aggirarle. In ogni caso sarebbe stata una bella perdita di tempo; e il sole, il cielo, non aspettava.
Daniel diede automaticamente un’al tra occhiata agli strumenti, quasi a cercarvi un conforto alle sue preoccupazioni: altimetro, orizzonte artificiale, bussola … un dubbio ... fino a quel momento della bussola si era fidato ciecamente, ma dopo tanti secoli … e se il campo magnetico terrestre era variato?
Bastava poco, pochi gradi!
- Avranno pur controllato - disse tra sé cercando di convincersi. Ma le carte di cui disponeva non erano forse le ultime stampate prima dell'esodo?
Daniel si maledì per non aver controllato anche quel particolare. Ma, d'altra parte, era già stato molto impegnativo collaborare alla costruzione dell'aereo, non poteva certo pensare a tutto.
L'abitacolo divenne improvvisamente troppo stretto per lui, avrebbe voluto alzarsi, sollevarsi un poco, almeno, dalla sua posizione semi-sdraiata, per vedere meglio, per poter meglio cercare.
E all'improvviso le ondulazioni erbose divennero azzurre e vibranti; il fiume era apparso sotto di lui, nascosto fine all'ultimo da un ultimo dosso e dagli inganni della luce.
Daniel si rilassò. Evidentemente aveva deviato verso sud, ed ora stava tagliando il corso del fiume perpendicolarmente, là dove questo, compiendo un'ampia esse prima della foce, scorre parallelamente alla costa.
Forse erano stati i venti imprevisti sul Mar Nero a farlo deviare; ma ormai non aveva più molta importanza.
E il tempo, che durante la ricerca era trascorso per istanti lenti e densi di paura, si aprì e si sveltì, fuggendo veloce assieme ai chilometri.
Presto vide delinearsi in lontananza le cime dei Carpazi, presto le lascio alla sua destra per andare a sorvolare i rilievi delle Alpi transilvaniche; presto!
E Daniel non poté fare a meno di salutare e ammirare quella sconosciuta terra di Romania, salutare così
come gli aveva chiesto di fare Andreas … - … il mio paese una decina di case giallastre coi tetti rossi, lo so, me l’hanno descritto bene, isolato in mezzo ai boschi. Deve essere ancora così, non può essere cambiato. Lo vedrai certamente, è proprio sulla tua rotta.
È strano come si possa avere tanto a cuore qualcosa di cui si è sentito solo raccontare, amare tanto una terra che non ci appartiene più da secoli e che, in fondo, ci è stata assegnata dal caso.
Daniel si strinse nelle spalle. "Ognuno ha i propri sentimenti" pensò. Lui sapeva di essere di origine spagnola, ma il suo interesse per la Spagna non era mai andato oltre la semplice curiosità. Anche quando viaggiava un pasto valeva l'altro, poteva essere bello o brutto, piacevole o scomodo, ma non si affezionava mai.
Faceva fotografie, ma per il piacere dell'immagine, non per serbare ricordi. Preferiva ricordare le persone, quelle sì, anche se, in fondo, nessuno lo aveva mai veramente stimato, né tantomeno, amato.
Anche quella volta perché lo avevano scelto? Non certo per qualche sua qualità particolare, o perché i responsabili del volo lo ritenevano migliore di tutti gli altri.
Piuttosto perché era una buona media tra tutte le qualità necessarie: piccolo, leggero (qualità utilissime quando la potenza installata non è molta), aveva esperienza di volo a vela (per carità! non certo il miglior volo velista in circolazione, intendiamoci) era abituate ai voli di lunga durata (non troppa) era antipatico (quindi anche se …).
Certo avere in buona dose tutte queste qualità era un merito, ma ricordava troppo bene la faccia un po' schifata del capo che gli annunciava la sua scelta per compiacersene.
Senz'altro loro avrebbero preferito un nome un po' più noto per quell’impresa e, senz’altro, erano riusciti a farglielo capire.
Quel volto gli era rimasto stampato nella mente.
Un faccione rotondo, un poco grasso, animato da un sorrisetto di convenienza stampato sulle labbra che dicevano:
- Siamo lieti di comunicarle … - "che lei è la mediocrità più adatta ai nostri scopi". Completò Daniel nel suo pensiero.
Certamente dopo, a impresa compiuta, sarebbe divenuto il migliore, e il capo avrebbe parlato di lui come della scelta più ovvia per le sue superiori capacità. Ma avrebbe cambiato questo la sostanza delle cose? Insomma, a parte il suo nome nella storia dell'aviazione e le adulazioni conseguenti, quelli che l'avrebbero conosciuto in futuro l'avrebbero considerato diversamente da quelli che già la conoscevano? No; era sicuro di no. Nulla sarebbe cambiato nella sua mediocrità sociale. Nessuno dei suoi tanti piccoli eroismi sarebbe uscito dalle strette pareti dell’ego.
Era sicuro che avrebbe rivisto quella faccia, ancora ghignante, ancora sfottente, quegli occhi, piccoli che lo spiavano con superiorità.
La pianura gli sorrideva.
E avrebbe risentito quelle parole gentili ma cattive, forse un po' più velatamente cattive, ma sempre tali.
Il pensiero svanì in un istante. Daniel guardò giù, attraverso il fondo trasparente dell'abitacolo.
La pianura si stendeva umida, viva, verde smeraldo, bella da vedere, e gli sorrideva.
Le piante aggredivano il capannone, infrangendone le vetrate coi loro rami; premendolo e soffocandolo col loro verde invadente. IL capannone reggeva bene, era ridotto a un guscio vuoto dai crolli, ma reggeva, non come l'asfalto della strada tutto ondulato, venato da crepe sottili, o spezzato e rovesciato a zolle, là dove le radici facevano più sentire la loro forza.
Più avanti, all'angolo della strada, una pianta d'edera coesisteva con un semaforo. E più avanti ancora, da un cumulo di macerie stava nascendo un boschetto, un boschetto di robinie, piante forti, resistenti, che solitarie o a gruppi spesso si aggiravano tra le rovine delle vecchie case popolari.
Daniel volava basso sulla città.
Seguiva cogli occhi i percorsi geometrici delle strade, qua e là interrotte da macchie verdi di erba e di piante. La città sembrava una vecchia ragnatela, tutta bucata e sformata.
Non c'era traccia di insetti invischiati. Le case, deserte, erano ancora, tutte in piedi, o meglio, quasi tutte.
Daniel guardò in avanti, verso il centro; il ragno era un'imponente cattedrale gotica. E attorno a lei l'asfalto conservava ancora tenacemente il suo dominio, lottando con forza contro il verde avanzante. Sembrava impossibile la sconfitta, sembrava che nulla potesse svellere le pietre dei selciati o spezzare il catrame e il porfido.
Eppure un giorno, tra quegli indomiti ruderi, sarebbero venuti a pascolare i cervi.
Daniel volava tra le cime e sopra le creste, sul bianco pulito delle nevi e dei ghiacciai. Mille riflessi si spezzavano nei colori dell'iride, rinfrangendosi sulla curva della capottina. L'abitacolo era immerso in tenui arcobaleni. E tra quei colori e quel bianco, Daniel cercava un paradiso.
La lancetta del termometro sfiorava pericolosamente la linea rossa; Daniel la contemplava preoccupato, cercando di intuire, non poteva fare altro, le cause del surriscaldamento.
Aveva subito fermato il motore, appena rilevato l'irregolarità, ed ora stava planando velocemente grazie a un deciso angolo di discesa. Forse, a far salire tanto la temperatura, era stata la lunga arrampicata che lo aveva portato a superare le Alpi, tutta compiuta con l'elica a passo ridotto ed a elevato numero di giri; ma c’erano anche altre possibilità. Temeva soprattutto un principio di grippaggio un cuscinetto o un'eccessiva usura del collettore; in questi casi la sua avventura sarebbe probabilmente, e tristemente, finita lì, sarebbe stato costretto ad atterrare e ad aspettare che venissero a prenderlo. Meno male che una volta a terra, avrebbe potuto sfruttare le batterie solari per alimentare la radio d’emergenza.
Per il momento comunque non poteva fare altro che continuare a veleggiare; lasciandosi andare al gioco delle correnti d'aria, descrivendo ampie volute sui pendii, alla ricerca di una termica che lo portasse in alto con sé, facendogli guadagnare qualche decina di metri di quota.
Il cielo sgombro di nubi non aiutava in questa ricerca.
Daniel virò a sinistra, per sorvolare una zona di terreno brulla e rinsecchita. Fu in quel momento che vide il falco.
L’uccello aveva attraversato la sua traiettoria, ed ora si stava allontanando rapidamente, le ali grigiastre erano spiegate, ad immobili.
Daniel virò nuovamente, per seguirlo. Sperava che l'uccello lo portasse ad agganciare una buona termica.
Il falco volava quasi in linea retta, piegando solo un poco a destra, poi, improvvisamente, quasi si fosse reso conto dell'insolita presenza alle sue spalle, si lanciò sulla sinistra, picchiando.
Daniel virò stretto, attento a non perdere troppa velocità, ma il contatto era perso, il falco non si vedeva più.
"Peccato" penso. Quello era il primo animale terrestre che vedeva e gli dispiaceva che l’incontro fosse stato così breve.
Diede un’occhiata al termometro; la temperatura era calata ormai, poteva riaccendere. Stava già per azionare l'interruttore quando una forma scura sfiorò l'abitacolo, quasi urtandolo.
Daniel, istintivamente, manovrò per inseguire il falco.
Non gli importava più della termica, ormai, provava semplicemente piacere a farlo.
E il duello, o il gioco, tra l’uomo e il falco riprese, seguendo traiettorie ampie e tranquille a volte, a volte strette e nervose.
Alla fine non fu uno dei contendenti a cadere, ma la macchina a tradire. Quando costretta, già in virata, ad impennarsi per un improvviso, secco comando a cabrare, esitò e scivolò d’ala.
Il terreno, per Daniel, cominciò a roteare. Montagne, pianura, colline, pianura, di nuovo montagne gli sfilarono davanti in pochi secondi.
Manovrò per uscire dalla vite, ma l'aereo sembrava non rispondere, affezionato a quella traiettoria spiraliforme che conduceva al suolo. Daniel calcola mentalmente se le ali, così allungate avrebbero resistito.
Forse andava già troppo forte.
Esitò.
Infine decise.
I freni aereodinamici sulle ali si aprirono al massimo.
Daniel spinse con forza sulla pedaliera, per dare direzionale a sinistra.
Fu un bene, per Daniel, non poter vedere le ali flettersi e torcersi sotto lo sforzo; altrimenti sarebbe morto di paura. Fu un bene, per Daniel, non aver immaginato prima, la forza che dovette esercitare sui comandi; altrimenti non l'avrebbe trovata.
Fu un bene …
Si ritrovò in vilo orizzontale; la Terra non l'aveva voluto.
Daniel seguiva la costa, volando sulle strette e profonde frastagliature che tanto sembravano unire la Spagna alle acque dell'oceano. Era tranquillo, ora. Non ascoltava più il cupo ronzio del motore, non faceva calcoli, non guardava l'orologio che, impassibile dall'alto del cruscotto, perpetuava la convenzione del tempo.
Di fronte a lui il sole prometteva uno scintillante spettacolo di colori.
E quel sole, quei colori, tutto ciò che vedeva, Daniel non li sentiva più ostili, né estranei; anzi, capiva che facevano ancora parte di lui, ed era felice per questo.
Sapeva bene che era assurdo, ma avrebbe voluto che quei fantasmi di pensieri che si agitavano nella sua mente, fossero ricordi, ricordi della sua terra.
Una macchia grigia si delineò tra il verde della costa.
Era l'aereoporto militare di Laredo. Peccato, il volo era finito. Non c'era neppure il tempo di compiere un ultimo giro sopra il campo. La luce calava rapidamente.
Daniel imposte l'ultima virata di allineamento, sfiorò le cime degli alberi, scese velocemente verso la pista.
Fu un atterraggio mediocre, come tanti altri, non degno forse del volo che lo aveva preceduto. Daniel non era riuscito a mantenere l'aereo in equilibrio sul carrello monoruota fino all'ultimo ed aveva concluso la manovra con una serie di testa coda.
Si era fermato ai bordi della pista; in breve tempo una piccola folla aveva circondato il velivolo.
Daniel spalancò il tettuccio, rovesciandolo di lato. Si alzò in piedi; era tutto indolenzito e non vedeva l'ora di sgranchirsi le gambe.
La folla salutò il giovane eroe.
- Bravo!
- Ero sicuro che ce l'avresti fatta.
- Però senza di noi …
- Avevamo ragione di aver fiducia in te, complimenti.
"Una stirpe di frasi fatte" pensò Daniel. E si sorprese di giudicarle così male, perché quelle frasi, fino a poche ore prima, se le era persino sognate.
Due lampi, proprio in faccia: erano i flash dei fotografi.
La folla decise, sollevò Daniel in trionfo.
Risuonò una voce: - Ecco, una foto adesso, per la pubblicità!
E in quel momento, proprio in quel momento, l’attimo della sua gloria, il sorriso di Daniel si trasformò in una smorfia amara. Perché era amaro ricordare che agli organizzatori nulla importava di riscoprire un misero pianeta chiamato Terra, amaro ricordare che, quella spedizione, era stata organizzata al solo scopo di pubblicizzare una nuova marca di sigarette …
… ma forse, di tutto quello, una sola cosa importava veramente; che un uomo avesse provato l'ebrezza del volo.
da "The Time Machine" n. 2/'78
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