Home
Account
  Autori· Saggistica· Narrativa· Comics· Speciali· Cinema· Interviste· Musica CERCA   
     
Menu Principale

News precedenti

Venerdì, 05 febbraio
· Il Gondoliere
Venerdì, 15 gennaio
· Cinema d'animazione: tre esempi francesi
Mercoledì, 16 dicembre
· Fumetti Digitali
· VITA IN LETTERE (Novembre)
· VITA IN LETTERE - Ottobre 2009
Venerdì, 04 dicembre
· Il quinto principio di Vittorio Catani su Urania
Venerdì, 06 novembre
· Dalla fantascienza alla guerriglia mediatica
Martedì, 03 novembre
· De ''Gli Inganni di Locke Lamora'' e di altre stronzate...
Venerdì, 30 ottobre
· La narrativa di Ted Chiang
· VITA IN LETTERE - Settembre 2009
Martedì, 27 ottobre
· CORRADO MASTANTUONO - Tra Tex e Paperino: il disegnatore dei due mondi
Domenica, 11 ottobre
· Fissione
Domenica, 04 ottobre
· Yupanqui
Giovedì, 24 settembre
· VITA IN LETTERE - Agosto 2009
Martedì, 22 settembre
· VITA IN LETTERE (Agosto)
Martedì, 15 settembre
· Le lezioni sempre ignorate della Storia
Lunedì, 14 settembre
· Isole
Giovedì, 03 settembre
· I 10 libri da riscoprire
· VITA IN LETTERE (Luglio)
· VITA IN LETTERE - Luglio 2009
Sabato, 11 luglio
· L'ermetismo nei lavori di Alexey Andreev
Giovedì, 09 luglio
· VITA IN LETTERE (Giugno)
Domenica, 05 luglio
· I ciccioni esplosivi
Mercoledì, 01 luglio
· VITA IN LETTERE - Giugno 2009
· Futurama
Domenica, 21 giugno
· Venature
Domenica, 31 maggio
· VITA IN LETTERE (maggio)
Sabato, 16 maggio
· Il bacio della Valchiria
Giovedì, 14 maggio
· VITA IN LETTERE - Maggio 2009
Giovedì, 07 maggio
·

City of steel, city of air

Martedì, 28 aprile
· VITA IN LETTERE (aprile)
Lunedì, 27 aprile
· Ritratto di gruppo con signora
Martedì, 21 aprile
· L'ultima possibilità
Lunedì, 20 aprile
· J. G. Ballard
Giovedì, 16 aprile
· La voce nella notte
Giovedì, 02 aprile
· I primi dopo gli antichi persiani
Mercoledì, 01 aprile
· VITA IN LETTERE - Marzo 2009
Martedì, 31 marzo
· ''Il giudice di tutta la terra (The judge of all the earth)
Domenica, 29 marzo
· ''Amici assenti (Absent friends)''
Sabato, 28 marzo
· Considera le sue vie (Consider her ways - 1956) di John Wyndham (1903-1969)
Venerdì, 20 marzo
· ''A mezzanotte, tutti gli agenti…
(At Midnight, All the Agents...)''
Mercoledì, 11 marzo
· Vito Benicio Zingales e il Truccatore dei morti: intervista all’autore
· Vito Benicio Zingales: il Capolavoro noir è “Il truccatore dei morti”
Martedì, 10 marzo
· Timestealer
· Specchi irriflessi (The Tain - 2002) di China Miéville
Lunedì, 02 marzo
· La Rocca dei Celti
Domenica, 01 marzo
· Violazione di Codice
· QUANDO C'ERA IL MARE…
Domenica, 22 febbraio
· Rumspringa
Lunedì, 01 dicembre
· Il sogno delle 72 vergini

Articoli Vecchi

Area Riservata
In punta di piedi


di Giovanni Crimini


CAPITOLO I

in cui si parla di un innocente scricchiolio


Lo scricchiolio sembrava provenire da tutto: una sedia, il soffitto, una finestra, il fuoco nel camino, un insetto che camminava lungo il muro ... Ma ecco: ti avvicinavi al fuoco, poggiavi le mani sulla sedia, accostavi il viso stupito a pochi centimetri dall'insetto, ponendovi quasi l'orecchio sopra e accompagnandolo nel suo tortuoso tragitto e ti ritrovavi, deluso, a scuotere la testa: no, lo scricchiolio non proveniva da lì; era più lontano, o più vicino, impossibile dirlo. Forse era dentro di te.

Durava ormai da una settimana, monotono, ininterrotto, inevitabile. Non serviva a nulla dormire, né turarsi le orecchie, parlare ad alta voce o urlare a squarciagola: era sempre presente, inesauribile, ossessivo, noioso ... E faceva paura.

All'inizio si cercò di riderne, ma con poco successo.

Chi era chiuso in una biblioteca pensò a un guasto nel sistema di condizionamento dell'aria. Lo stesso accadde più o meno a qualunque persona si trovasse in quel momento in un ambiente chiuso: ora si dava la colpa agli impianti di riscaldamento, ora alle calcolatrici elettroniche o alle tubature dell'acqua, semplicemente perché non poteva essere altro. Nelle vecchie case, i poveri tarli furono messi sotto processo. All'aperto, gli imputati erano le gru, i sistemi d'allarme delle gioiellerie, antichi edifici malandati, monumenti …

A Parigi, sotto la Torre Eiffel, si ebbero scene di panico e un fuggi-fuggi generale. Ma la ragnatela di ferro lasciò volar via quelle centinaia di mosche.

Gli Eschimesi si riversarono in messa sulle canoe e presero il largo, temendo che la crosta gelata stesse per spaccarsi.

E stettero là, sul, mare, in attesa.

Gli orsi e le foche si fecero a poco a poco sull’orlo della banchisa dimenticando gli antichi, reciproci rancori. Guardavano, perplessi, il comune nemico, E, dagli animali interdetti, un mormorio indistinto giunse agli uomini tristi sulle canoe.

Esso crebbe d’intensità. Presto, fu come un confuso, concitato chiacchierio.

Nelle zone protette dalle dighe il terrore dilagò subitaneo, e nel giro di tre ore fu chiaro che gli uomini avevano rinunciato incondizionatamente a ogni loro diritto sulle terre rubate alle acque. Tutti fuggirono abbandonando case, bestiame, coltivazioni.

Ma le acque non vollero, o non poterono approfittarne. Tutto questo sembrava loro almeno strano. Cominciarono a premere, mugghiando, contro le dighe. Ma esse non si mossero, più massicce che mai.

Dopo cominciò la vera paura.

Quando lo studioso uscì dalla biblioteca, quando gli Eschimesi si accorsero che il ghiaccio non minacciava affatto di spaccarsi, quando si fu certi che le dighe non si sarebbero sgretolate, e quando, lontani dalla Torre Eiffel, non ci fu bisogno di tendere l'orecchio per rendersi conto che lo scricchiolio non era scomparso, né era diminuito d'intensità, allora cominciò la vera paura.


Il casolare si adagiava nel crepuscolo inoltrato.

Era l'ora in cui ogni attività cessava, e ci si ritrovava tutti nella grande cucina, che il lume centrale ad olio rischiarava di una luce fredda che si disperdeva gradatamente nella vastità della stanza, lasciandone in penombra gli angoli più remoti. La grande madia, la macchina da cucire antica, a pedale, le patate stese per terra, su un ballino accanto alla parete, si indovinavano, più che vederle; ombrature più o meno intense, più o meno estese.

Una intera parete era occupata dal focolare. Lì, la luce avrebbe dovuto essere di nuovo intensa, finalmente viva, guizzante, calda: avrebbe dovuto ardervi un fuoco vigoroso e crepitante. Ma ora, solo un po' di brace rosseggiava sotto una graticola, sulla quale pochi pezzi di carne si rosolavano stancamente.

La nonna, seduta accanto al focolare, fissava con occhi spenti un punto al di sopra della brace. Tutta la sua persona era tesa, come aspettasse qualcosa, il capo ripiegato a cogliere il più piccolo rumore. Si dondolava lentamente, ininterrottamente, posseduta da una stanchezza mortale e insieme da un'inquietudine nervosa che le impediva anche solo un attimo di immobilità.

Le sue mani scarne si componevano convulsamente in nodose figure, tormentando il ferro che avrebbe dovuto servire a rivoltare l'arrosto di cui la vecchia, strappandosi a fatica alla sua apatia, si ricordava solo a tratti.

Intorno alla tavola erano seduti tutti gli altri, ma nessuno rideva, o diceva battute, o canzonava il fratello per qualcosa accaduta durante il giorno, là sui campi.

Le donne erano insolitamente silenziose: non avevano da parlare della visita dei parenti del podere vicino, o di quello che avevano visto giù al paese quella mattina: da quando era cominciato, nessuno più si muoveva, ne aveva voglia di farlo.

Al lavoro andavano alla solita ora; all'alba, i quattro uomini uscivano di casa. Le donne, dalle finestre, li vedevano scomparire, inghiottiti dalla fredda foschia mattutina, e ogni volta sembrava l'ultima. Ogni volta, solo l'angoscia restava con loro.

Il giorno si trascinava interminabile. Per forza d'inerzia si tiravano avanti le faccende domestiche, mentre il lavoro nei campi procedeva a rilento.

Così andava da una settimana, ormai.

E su tutto sempre, implacabile, lo scricchiolio.

Si cercava di ignorarlo in qualunque modo. Si cercava di pensare ad altro, di parlare d'altro, ma non serviva a niente.

Si sperava sempre che sarebbe cessato, o che ci si sarebbe abituati.

Ma era impossibile, perché non era non era un rumore.

E divenne l’unica realtà, l’unica cosa che interessasse, di cui ci si rendeva conto. Il resto, se c'era, era puro automatismo.

Così, nel casolare e in tutto il mondo, i volti erano tesi, gli occhi stralunati, l’udito orientato a un unico scopo: quello di seguirei, secondo per secondo, l'angoscioso fenomeno, sperando in una pur minima variazione o in un silenzio improvviso e liberatore.

Poco importava se il sordomuto che abitava in cima alla collina, da una settimana andava su e giù per l'unica stanza della sua catapecchia, con gli occhi fuori dalle orbite, percuotendosi la testa ed emettendo continui, disperati mugolii.

Così l'avevano trovato quei pochi che negli ultimi giorni erano passati da lui. A ognuno che entrava in casa sua il sordomuto faceva subire il solito rituale: dapprima si metteva a saltellare, a pestare i piedi e a contorcersi tutto nello sforzo di far capire qualcosa che per lui doveva essere molto importante, mentre con le mani si toccava gli orecchi, e se li turava, e poi scuoteva forte la testa quasi a non voler sentire qualche rumore fastidioso. Quindi manifestava il desiderio che il visitatore gli parlasse, e allora si metteva come in ascolto, perfettamente immobile per degli interi minuti, con un'espressione febbrile sul volto, finché, assalito dalla disperazione più cupa, non si gettava a terra gemendo e rotolandosi, e restava così per molto tempo ancora dopo che l'ospite, sconvolto, se ne era andato.

Tutto questo si sapeva, se ne era perlato in giro, ma non era servito a nulla: si continuava ad ascoltare.

Inutilmente, assurdamente, tutta l'umanità ascoltava.

Il bambino, seduto a tavola fra il padre e la madre, scrutava i volti dei grandi, e anche lui ascoltava. Ma questo non gli impediva di pensare ad altro. Il fenomeno agiva su di lui in maniera molto più superficiale che non sugli adulti

Un bacio freddo e umido sulla mano richiamò la sua attenzione ed egli, senza abbassare lo sguardo, si fece ad accarezzare il massiccio, ossuto capo del grosso cane pastore.

Una lieve ruga gli si disegno sulla fronte mentre pensava che gli unici del casolare ad essere tranquilli erano gli animali, per i quali niente era cambiato; per loro, lo scricchiolio non esisteva. Soltanto il cane, con la coda fra le zampe, da un po' di tempo vagava mogio per l'aia o si aggirava schivo per la casa, dimostrando di gradire le sole attenzioni del bambino; ma questo doveva dipendere dall'atmosfera che gravitava intorno ai padroni dal giorno in cui lo scricchiolio aveva cominciato a farsi sentire.

Il bambino scese piano della sedia e cautamente, insieme al cane, si allontanò dalla tavola.

Nessuno ci fece caso. Il silenzio era assoluto. La massiccia pendola era stata fermata. Muta ora, dopo che anni e anni erano scorsi riempiti del suo robusto, ininterrotto ticchettio, col fiato sospeso, sembrava ascoltare anch'essa.

Ogni tanto, un tramestio o un muggito soffocato giungeva dalle bestie, addormentate nel recinto oltre l'aia. Ogni tanto un cane ululava lontano. E allora, come una scossa elettrica percorreva l'aria, e la nonna si agitava tutta, e gli altri cambiavano bruscamente di posizione e si guardavano intorno terrorizzati, come risvegliati di colpo, bestemmiando fra sé.

Poi lo scricchiolio e il silenzio, termini contrastanti, tornavano signori assoluti.

Il cane e il bambino giocavano sotto l'antico sacro cuore appeso da sempre alla parete; la sacra immagine beveva tutta per sé la luce tremolante e scialba del lumino: cosicché, dalla tavola, a malapena si distinguevano le due ombre intente al loro libero giuoco.

Lo squillante riso infantile scheggiò improvviso quando il cane, provocato da un gesto del bambino, gli balzò addosso.

Per interminabili secondi il fanciullo continuò a ridere mentre si difendeva inutilmente con le mani dall'eccessiva, umida affettuosità del compagno di giochi: finalmente riuscì a sottrarsi all'enorme massa pelosa. Allora si rese conto di cosa aveva fatto.

Mentre si volgeva lentamente verso il centro della stanza vide con la coda dell'occhio il cane che, silenzioso, quasi strisciava verso il suo angolo, dove si accucciò intimorito.

Tutti guardavano verso di lui.

Avvertì una stretta dolorosa al petto, quando vide le loro facce: esse non esprimevano solo disapprovazione; in quegli occhi non era solo un rimprovero, sia pure severo, ma qualcosa di molto vicino all'odio, e ne fu atterrito.

A questo punto, nel casolare e in tutto il mondo, lo scricchiolio si interruppe.

Ma il senso di liberazione non giunse.

Fu come essere gettati all'improvviso nel vuoto, come sentirsi precipitare all'infinito, preda di un terrore onirico, la mente vacillante schiaffeggiata da un vento elettrico.

Molte ore dopo, o dopo un secondo, l'umanità cominciò lentamente a riprendere coscienza.


CAPITOLO II

in cui si giunge a giustificare il titolo


L'alto rimase nella capanna, mentre il piccolo e il grasso se ne uscirono nel mattino gelido e andarono su e giù per la montagna intorno, sostando e scrutando dai punti che offrivano una più ampia visibilità, commentando di tanto in tanto ciò che vedevano, dandosi occhiate significative e evitando con cura, per un duplice motivo, quei tratti in cui più si erano accumulate le gialle, scricchiolanti foglie vendemmiate dall'autunno.

Dopo tre ore buone, spossati, si sedettero su di un masso incartato di licheni. Per un po' se ne stettero lì senza parlare.

Il grasso respirava lento e profondo e il fiato, sotto forma di voluminose nuvole di vapore, se ne usciva sibilando dalla sua bocca stranamente minuta e priva quasi di labbra. Nuvolette fitte e stracciate si disperdevano invece dal corto ansare del piccolo, che continuava a girarsi di qua e di là e non stava fermo un minuto, quasi fosse sui carboni ardenti.

Fu lui a mormorare:

- Bene, sembra che non ci sia un pericolo immediato. Le ricerche, finora, sono orientate tutte da quella parte - e indicò la montagna di fronte, che insisteva a negar loro il tiepido conforto del sole mattutino. Sulla china, fra gli alberi e i grandi massi bianchi, i poliziotti andavano su e giù senza un attimo di tregua ma con precauzione, quasi in punta di piedi, anche loro ben attenti a non provocare alcun rumore. E infatti il vento, che pure sarebbe stato favorevole, non portava nessuna voce alle orecchie dei due ricercati.

- Già - appena appena si fece sentire il grasso, volgendo verso il compagno i celesti occhi appannati che avrebbero bisogno di un paio d'occhiali. - E pare che non ce ne siano altri in giro. Penso che possiamo aspettare la notte abbastanza tranquillamente.

Si avviarono di nuovo verso la capanna.

Erano quasi arrivati e già la potevano scorgere laggiù fra gli alberi, quando il piccolo osservò, soffermandosi ad attende l'amico:

- Credo che dovremmo sforzarci di parlare normalmente. Non mi va giù, questa storia. Sta diventando ridicola.

Ma intanto le aveva sussurrate, quelle parole; e allora, poiché se ne era accorto, indirizzò al grasso un mezzo sorriso forzato, e riprese a camminare.

L’altro non si curò di rispondergli. Ne avevano già discusso, d’altra parte, ed erano giunti alla conclusione che lentamente tutto sarebbe tornato a posta. Gli effetti che il fenomeno si era lasciato dietro non avrebbero potuto durare a lungo. Certo, era strana questa difficoltà a tornare alla normalità, questo timore persistente di una ricomparsa dello scricchiolio; le orecchie continuavano a sondare, quasi con invisibili, cauti tentacoli, quel silenzio cui non riuscivano più a credere, e qualsiasi rumore, sia pure lievissimo, provocava un disturbo intollerabile.

Rientrati nel rifugio, spiegarono la situazione al compagno restato a guardia del prigioniero, a decisero definitivamente di rimandare alla notte un'eventuale fuga. Tentare ora sarebbe stata una pazzia, con l'auto scalcinata di cui disponevano.

Semmai, quello avrebbe potuto essere il tentativo ultimo e disperato.

E venne la notte e il momento della fuga. E, con la notte, nuove paure.

- Può darsi che abbiano scoperto la macchina - l'alto ipotizzò.

- No, sono stato a vedere. È ancora come l'abbiamo lasciata, ed è troppo ben mimetizzata. Non sanno …

Il mormorio del grasso s'interruppe. Qualcosa, come un rumore all'esterno (così almeno gli era sembrato), l'aveva fatto tacere.

Guardò gli altri.

Il rumore continuava. Erano dei passi, come di qualcuno che corresse.

- Accidenti sono arrivati fin qui - sibilò l'alto. Si precipitò all'unica finestrella e, socchiusa un'imposta, scrutò prudentemente la notte che avvolgeva la capanna.

- Non vedo un cavolo - sussurrò. - Spegnete quella candela.

Il buio che seguì a queste parole sembrò ingigantire il rumore di quei passi che non accennavano a cessare, sempre uguali, monotoni ...

Lentamente, i loro occhi si abituarono all’oscurità, e cominciarono a distinguere il tenue chiarore notturno. Tutti si fecero alla finestra e le imposte furono aperte completamente.

Fuori, si intravedevano gli alberi più prossimi; frastagliate, enormi, ombre appena mosse dal vento, sovrastate da un cielo stellato, pulsante, come vivo. Dovunque era una sospensione, un'attesa, mentre i passi continuavano regolari, instancabili, mai più vicini o più lontani, mai meno o più veloci.

- Ma non si vede nessuno - bisbigliò il piccolo.

- Eppure sono dei passi, su questo non c'è dubbio - osservò il grasso.

- Maledetti - fece l’alto, in un sussurro carico d'odio. - Come hanno fatto a trovarci?

- Non possono essere gli sbirri.

Era il grasso che aveva soffiato quelle parole.

Gli altri due lo fissarono. Non li poteva vedere bene, ma sentiva i loro sguardi su di sé.

- No, non sono loro - ripeté. Il suo mormorio basso, gorgogliante, sembrava emanare dalla natura stessa, come provenisse dal bosco là fuori.

- Questi sono i passi di un bambino. I passi di un bambino che corre …

Sotto l'impressione di quelle parole restarono molti minuti in silenzio, ad ascoltare, finché il piccolo non si prese la testa fra le mani e, chiudendo gli occhi, sussurrò:

- È vero … Dio, è vero … I passi di un bambino …

Sollevò il viso a guardare il grasso.

- Che significa? - chiese in un alito. - Che significa?

Dopo qualche secondo, l'alto si riscosse.

- Storie - tagliò corto. - Non fatevi suggestionare, stupidi! Può esserci una sola spiegazione: c'è sotto qualcosa che puzza. C'è lo zampino degli sbirri, qui. Per Dio, deve essere così … È così.

Le sue parole erano però insicure, esitanti, e venivano fuori a scatti, in un bisbiglio appena comprensibile. Dietro di esse, gli altri due avvertirono non so quale paura, e non risposero.

Il rumore cadenzato rinnovava a ogni colpo un'ansia particolare. Non si poteva evitare di associare ad esso l'immagine di un bambino, e proprio questa precisa identificazione cementava la sua presa sui tre uomini. A ogni passo, sembrava che il bambino dovesse fermarsi, ogni volta pareva essere alla fine della sua corsa, ma sempre ad ogni passo ne seguiva un altro, e un altro, e un altro ancora, senza fine, e ognuno illusoriamente conclusivo.

Il piccolo si tormentava le mani, e sentiva qualcosa prenderlo alla gola; la sua bocca si apriva e si chiudeva spasmodicamente; aveva voglia di urlare, ma non poteva. Da tutta la sua figura, da quegli occhi sbarrati, carichi di terrore, traspariva un panico folle e incontenibile.

Con un gesto improvviso si turò forte le orecchie, scuotendo violentemente la testa. Poi parve svuotarsi d'un tratto, le sue spalle si afflosciarono, e lentamente volse il viso a guardare il grasso che, appoggiato di sbieco alla finestra, sembrava dormire, il capo abbandonato sul vetro.

- È inutile - sussurrò. - Ci siamo di nuovo, di nuovo, di nuovo …

Il grasso non rispose. Soltanto, socchiuse un po' gli occhi, posando sul compagno uno sguardo stanco e assente.

L'alto era rimasto tutto quel tempo immobile, i tratti, duri, decisi. Solo il labbro inferiore tremava leggermente. Fissava la notte oltre la finestra.

- Non fatevi fregare, imbecilli - a un tratto sibila ancora. - Sono gli sbirri, vi dico … Gli sbirri …

Mentre diceva così, si allontanò adagio, camminando all'indietro, lo sguardo sempre fisso alla finestra, le orecchie attente al rumore martellante. Quando le sue spalle si appoggiarono alla porta, estrasse la pistola.

- Sono gli sbirri, vi dico, stupidi … - ripeté, in un bisbiglio che udì lui solo. Poi aprì e si precipitò all'esterno.

Un brivido lo percorse tutto, mentre si dirigeva cautamente verso i neri alberi del bosco.

- Avanti - mormorava. - Fatevi vedere … Lo so che ci siete … I vostri sporchi trucchi non mi incantano …

Procedeva in punta di piedi, per udire più distintamente quei passi misteriosi dai quali neppure per un attimo poteva distogliere l'attenzione.

Cercò di localizzarne la provenienza. Ecco, sì, sembravano venire di laggiù, a sinistra, dove gli alberi erano più folti.

La pistola stretta in pugno, si avviò in quella direzione; ma era appena a metà strada quando si accorse di essersi sbagliato, e allora prese a destra verso la radura.

- Avanti - continuava a sussurrare. - Fatevi avanti, maledetti … Non mi avrete facilmente …

Giunse alla radura, ma l'intensità dei passi non era mutata. Non più lontano, non più vicino, un bambino, da qualche parte, continuava a correre all'infinito.

Ma non gliela davano a. bere. Da qualche parte, degli sbirri erano appostati con un nuovo trucco infernale.

Doveva essere così. Doveva …

Ecco, per di là. Ora ne era sicuro. Bisognava tornare verso la capanna. Il rumore proveniva proprio da quella direzione.

Era ormai a venti metri dal rifugio, quando qualcosa frusciò nel sottobosco, proprio davanti a lui.

In rapida successione, la pistola esplose i sei colpi del caricatore. Le montagne intorno ne rimandarono molte volte un eco, invece di affievolirsi, sembrò montare a ondate pulsanti di suono sempre più furiose e irresistibili.

L'alto vacillò, l'arma gli cadde di mano. Il vento elettrico spazzò la sua mente, svuotandola di ogni barlume di pensiero e di ogni volontà.

Stramazzò sull'erba umida. Si agitò per un po' lottando debolmente contro il buio dell'incoscienza, finché non svenne.

Anche il piccolo e il grosso, nella capanna, erano crollati al suolo, ma la distanza e le pareti avevano attutito il rumore degli spari. Si rotolavano per terra, con la testa fra le mani, mentre le loro gambe scattavano in movimenti incontrollati.

Dall'altra stanza, il prigioniero cominciò a piangere a perdifiato.

Era un prigioniero di borghese discendenza e si avviava ormai al traguardo dei tre mesi di vita. Giaceva nel suo carrozzino, insieme al quale era stato sottratto alle attente cure materne mentre la madre impellicciata chiedeva in un negozio il prezzo di una pelliccia. Si sapeva con sicurezza che aveva tre mesi: i giornali, nei primi giorni, avevano ampiamente parlato del rapimento; e del rapito più che del rapimento. Tutti i rotocalchi e i più seri giornali di ampia diffusione erano stati prodighi di foto in bianco e nero e a calori del piccino ritratto di profilo, di fronte, di dietro, curvo, seduto, sorridente, ridente, imbronciato col labbrino, imbronciato senza labbrino, spesso in collo o abbracciato al papà o alla mamma, più spesso alla mamma, donna molto bella e, si diceva, con qualche aspirazione cinematografica.

E dopo avevano proseguito su questo stile quei pochi quotidiani che, non volendo arrendersi allo strano fenomeno dello scricchiolio, erano continuati a uscire, sia pure a singhiozzi e a tiratura limitatissima.

Giaceva nel suo carrozzino, mani e piedi slegati per particolare concessione, e senza benda sugli occhi; E, come si è detto, aveva cominciato a piangere a perdifiato.

- No … No … - il piccolo mormorò, strisciando verso la porta di comunicazione che era rimasta aperta.

- Riuscissi almeno a chiuderla …

Ancora pochi metri. Avanti, Avanti …

Ma quella voce acuta violentò la mente dei due uomini.

Era una punta incandescente che trapanava il loro cervello, impietosa, inarrestabile.

Il piccolo si arrese, abbandonandosi sul pavimento.

Un dolore si fece strada nelle loro teste, una capocchia di spillo infuocata alla base della nuca.

- Gli sbirri … Gli sbirri ... avranno ... sentito gli … spari ... - mormorò grasso, nell'ultimo momento di lucidità.

Il dolore si fece al color bianco, e i due persero i sensi.

Tutto taceva nella capanna quando, un'ora dopo, arrivarono i poliziotti.

Un misterioso fanciullo intanto, fra i boschi di quelle montagne e in tutto il mondo, continuava a correre instancabile.


Durò una settimana.

L'interesse di tutta l'umanità, come era successo per il fenomeno precedente, si polarizzò completamente su quei passi inquietanti, ognuno dei quali, proprio poiché dava l'impressione di dover siglare la fine dell’insensata corsa - impressione cui era impossibile abituarsi - rinnovava di continuo un'ansia, una sospensione del respiro, un tuffo al cuore come di chi, scendendo al buio una scalinata e credendosi ormai giunto alla fine, trova invece un ultimo gradino che non aveva calcolato.

Questa aspettativa delusa all'infinito produsse sull'intero genere umano un senso di frustrazione estrema, che andò ad aggiungersi ai danni psicologici ed economici che lo scricchiolio si era lasciato dietro.

Sulla Terra si viveva in un'atmosfera da sotterfugio: ci si guardava di sottecchi, ci si salutava a malapena, si parlava bisbigliando, quasi che l'umanità tutta si desse d'attorno a organizzare, in gran segretezza, uno scherzo cosmico; nessuno mai correva, o anche soltanto si affrettava, preoccupato solo di seguire, con l'orecchio teso, passo dopo passo, il procedere di quella corsa paurosa, di non confondere il misterioso rumore con quello dei propri passi.

Anche questa volta i bambini sembravano accusare solo marginalmente il fenomeno, comunque essi restarono condizionati dal comportamento degli adulti.

L'intero genere umano era costretto in punta di piedi.

Si camminava così per le strade, nelle case, negli uffici, e dovunque ancora sopravvivesse qualche forma di attività.

Tutte le fabbriche erano chiuse, il traffico automobilistico, ferroviario, marittimo e aereo era stato sospeso, nei campi non si lavorava quasi più, in ogni modo era assolutamente evitata l'utilizzazione di mezzi e strumenti a motore.

Dovunque fosse in corso una guerra, i soldati sedevano all'ombra di inutili, freddi cannoni protesi verso il cielo; nel mondo delle poltrone imbottite si era capito che sarebbe stato controproducente, più che inumano, ordinare che si continuasse a combattere: il boato di una sola cannonata avrebbe messo interi regimenti fuori combattimento per delle ore.

Per radio si trasmettevano brevi notiziari imperniati sull’unico argomento che avesse conservato una qualche importanza: autorità scientifiche e politiche sussurravano ai pochi ascoltatori di aver coraggio, che ben altre prove (non specificavano) erano state superate dall'Uomo nel passato, e ben altre avrebbero atteso nel futuro, perché potesse cedere a dei fenomeni non molto più che sconcertanti, la cui unica insidia consisteva proprio e solo nella psicosi collettiva che col tempo avrebbero potuto originare, ammessa e assolutamente non concessa l'ipotesi che l'Umanità si fosse lasciata andare senza reagire e lottare da par suo.

Ogni individuo era invitato a uno sforzo per mantenere la sua vita, pur in tempi così difficili, tra i binari di una decorosa normalità, continuando a svolgere, naturalmente entro i limiti del possibile, quelle attività che gli erano abituali; questo, per la sua stessa sanità mentale e perché la società non avesse a subire danni economici così gravi da risultare riparabili, in seguito, solo a prezzo di nuovi, enormi sacrifici.

Al termine di ogni notiziario si riprendeva a trasmettere musica per archi: ancora una volta senza poterne spiegare la ragione, si era constatato che le frequenze di quegli strumenti erano le uniche che non provocassero reazioni anormali sugli ascoltatori.


Una settimana, e il bambino terminò la sua corsa. All'improvviso, senza nessuna avvisaglia, senza nessuna variazione nel ritmo di circa tre colpi al secondo, dopo un milione e ottocentoquattordicimilanovecentoquarantadue passi, fu il silenzio.

Di nuovo, il vento elettrico spazzò quasi quattro miliardi di cervelli. E poi, di nuovo, l'umanità riprese lentamente coscienza, l'udito sperduto a cercare quei passi, o lo scricchiolio, un nuovo, terribile "rumore" che il futuro certamente teneva in serbo.

Sulla Terra, si continuò a guardarsi di sottecchi, a non salutarsi per strada, a parlare bisbigliando, a camminare in punta di piedi...


CAPITOLO III

in cui, una volta per tutte, la Bellezza sconfigge la bestialità


La caratteristica, stupefacente costruzione circolare della Albert Hall rinnovò in lui quella nota sensazione di eccezionalità che gli era stata abituale anche molti anni indietro, in quella prima, lunga estate passata a Londra come studente.

Aveva agevolmente potuto acquistare un ottimo posto di platea senza alcun problema di prenotazione, malgrado che il concerto di quella sera fosse talmente strepitoso da poter richiamare, in tempi normali, migliaia di persone.

Da Kingston, dove alloggiava, era dovuto arrivare fin lì in bicicletta, unico mezzo di locomozione i cui effetti si mantenessero a livelli facilmente tollerabili. Era molto stanco, ma non se ne accorgeva neppure. In cuor suo quasi benediceva quanto era successo, poiché gli aveva offerto l'occasione di ascoltare finalmente dal vivo il famoso quartetto Fink, i cui componenti erano stati costretti dai recenti avvenimenti a un soggiorno forzato a Londra, ove erano giunti per registrare i sei Quartetti di Béla Bartòk per conto della N.S. Records.

Dal suo posto guardò le quattro sedie sul palco, pregustando il momento in cui i musicisti si sarebbero seduti e avrebbero cominciato ad accordare gli strumenti.

Dette un'occhiata intorno, e solo allora si accorse che l'immensa sala ospitava poche centinaia di persone.

Erano entrate alla spicciolata, in silenzio, le spalle curve, lo sguardo inquieto. In punta di piedi avevano cercato il loro posto, avevano abbassato il sedile con cautela, e ora attendevano, quasi immobili, i volti pallidi e tirati, senza un bisbiglio, senza fruscii di programmi o scartocciare di peanuts.

Anche lui aveva fatto così, ora se ne rendeva conto, e un'ondata di angoscia lo sommerse improvvisa, mentre la sua mente riandava alla consueta atmosfera di festa che nel passato aveva respirato ai concerti alla Albert Hall e che ogni volta non aveva mancato di stupirlo piacevolmente.

Quella sera non sarebbero planati aeroplani di carta giù alla Promenade, né il pubblico avrebbe ripreso con la voce il 'la' del primo violino fino a ingigantirlo nel boato che tanto spesso disorientava gli orchestrali ospiti non avvezzi a quella festosa, complice consuetudine.

Quella sera, come a una esecuzione 'in memoriam', nessuno avrebbe applaudito.

Ma ecco che percepì qualcosa con la coda dell'occhio.

Alzò lo sguardo.

Dalla galleria, un bianco aereo di carta scese lento in un volo perfetto, nel silenzio più completo, indugiando a lungo nell'aria, mentre tutti i visi si sollevavano, vuoti, a seguirne la traiettoria.

Per un attimo lo invase l'assurda speranza di sentir scrosciare l'applauso, come una volta sarebbe successo, l'applauso e le grida di "bravo" e "bis", ma il timido, nostalgico tentativo, naufragò irrecuperabile nella fontana colorata al centro della Hall.

Il silenzio si fece più pesante e tangibile, e lo assalirono le immagini delle strade semideserte di una Londra moribonda e irriconoscibile, e desiderò che intorno a lui si parlasse, che si fosse anche ipocriti come gli inglesi sapevano esserlo, ma che si parlasse, e si vivesse, in qualunque modo, pur di avere almeno un'illusione di vita … Voleva di nuovo il suo mondo, e la possibilità di cambiarlo.

Un movimento richiamò la sua attenzione.

Gli esecutori entrarono da sinistra e in punta di piedi si portarono al centro del palco.

Nel silenzio totale, si udì il fruscio dei loro passi sulla moquette, e per un attimo una tensione rinnovata fu nell'aria mentre il pubblico tendeva l'orecchio, trattenendo il respiro.

Un inchino appena accennato, e i quattro si sedettero.

Il primo violino dette il 'la', ad egli percepì il brivido che percorse la sala. Gli altri tre strumenti unirono il loro suono nel breve rito dell'accordatura. Pochi secondi, e fu di nuovo il silenzio.

Poi la voce del primo violino attaccò il disegno fugato del I° Movimento del Quartetto op. 131 di Beethoven.

Il suono era sicuro, intenso, perfettamente intonato, e il pubblico si abbandonò ad esso completamente, senza timore: dopo tanto silenzio fu come una liberazione, come esser strappati dall'incubo.

Il terzo fenomeno comincia durante l'esecuzione del IV° Movimento.

Nei primissimi istanti un barlume di stupore affiorò negli sguardi degli ascoltatori, e i critici presenti in sala fecero appena in tempo ad agitarsi un po' e ad accennare una smorfia di perplessità.

Poi, per qualche tempo, tutto parve tornare normale, come se gli esecutori avessero continuato a suonare, come se quella musica sconosciuta facesse parte della pagina beethoveniana, quella musica che un misterioso violoncello, da qualche parte, aveva cominciato ad eseguire inserendosi perfettamente, per una coincidenza o no, sulla 225ª battuta del IV° Tempo, come a continuare l'episodio terzinato del cello in chiave di violino.

I quattro musicisti avevano abbassato gli archetti, e anch'essi ascoltavano.

Era una musica che non ubbidiva ad alcun criterio conosciuto, nessuna regola sembrava governarla.

Si spandeva, calma, invitante, allusiva, violenta, dolce, nobile, disperata, ora cedendo, ora aggredendo, facendo uso dei quarti di tono, ricordando a tratti la musica dodecafonica, ma dando insieme un'impressione straordinaria di ricchezza, quasi che le sue serie fossero composte di almeno ventiquattro note.

Essa vibrava nell'auditorium e fuori, per le strade, nelle case, sulle acque del Tamigi, e oltre, oltre, al di là della Manica, sull'Europa, su tutto il mondo.

Passati i primi minuti di sbigottimento, l'umanità capì che di nuovo si preparava qualcosa ai suoi danni, ma questo non le fu di nessun aiuto.

Quella musica avvinceva, conquistava, non si provava neppure il desiderio di turarsi le orecchie, anche se, come al solito, non sarebbe servito a nulla.

Si bisbigliava, e si ascoltava.

Si camminava in punta di piedi, e si ascoltava, perduti in un piacere estetico che non risparmiava nessuno, e dal quale nessuno avrebbe voluto essere risparmiato.


L'assolo durò quattro giorni.

E quando cessò, il vento elettrico, più violento delle altre volte, passò come un tornado, e questa volta tutti, adulti e bambini, ne accusarono gli effetti con la medesima intensità.

Quando il genere umano ebbe ripreso i sensi, si accorse di non poter fare a meno di quella musica.

Man mano che il tempo passava, aumentava il desiderio che il violoncello ricominciasse a suonare.

Bastarono poche ore, perché il desiderio diventasse necessità vitale.

Tutte le conseguenze dei due primi fenomeni continuavano a farsi sentire e in più, ora, si aggiungeva un bisogno assoluto di musica, e non di qualunque, ma di quella particolare.

Quando si fu al limite della sopportazione, coloro che ne avevano la possibilità provarono a riprodurre incisioni di brani per violoncello solo, ma si accorsero subito che era perfettamente inutile. Anzi, i più imprevidenti, che non usarono la precauzione di regolare al minimo il volume del giradischi, si trovarono a subire gli stessi effetti che su di loro avrebbe provocato un qualsiasi altro rumore.

Si era divenuti refrattari anche alla musica, eppure non si bramava che musica, purché avesse quella certa forma e fosse eseguita in quel certo modo e da quel preciso strumento, perché solo a queste condizioni essa poteva venir tollerata, soltanto così poteva derivarne piacere.

Il limite della sopportazione fu presto superato.

In tutto il mondo, all'interno delle abitazioni e per le strade, si cominciò ad aggirarsi smaniosi, in punta di piedi, torcendosi le mani, tendendo invano l'orecchio, sussurrando bestemmie e preghiere. Finché non si paté più pensare neppure a tenersi eretti, finché qualsiasi movimento non divenne che una fatica inutile che poteva disturbare il pensiero principale, il tentativo di rievocare, con l'estrema risorsa della memoria, quei suoni meravigliosi. Dovunque si fosse ci si lasciò scivolare a terra e si rimase immobili, respirando appena, con un solo, grande, inappagato desiderio.

Da tutto il pianeta emanava un corale, silenzioso lamento.

E finalmente, in una qualunque nazione, un omino salì in punta di piedi le scale di un qualunque Palazzo del Governo.

Per niente male in arnese, passò silenzioso fra le due guardie accasciate ai lati del grande portone. Sempre in punta di piedi, procedette come un fantasma su per interminabili scalinate, si inoltrò in lunghi corridoi deserti, attraversò uffici abbandonati finché non giunse davanti a una porta; e allora si fermò un momento. La sua mano andò ad accarezzare la tasca destra della giacca, che appariva notevolmente rigonfia. Quindi aprì con cautela la porta e si introdusse nel lussuoso studio.

Dietro la grande scrivania sedeva, solo, il Capo dello Stato.

Dinanzi a lui giacevano, dimenticati, voluminosi incartamenti.

Lo sguardo del Primo Cittadino si perdeva lontano: anche per lui, il violoncello era diventato l'unica realtà.

- Signore - gli sussurrò più volte l'omino, quando la sola scrivania lo separò dalla massima autorità.

- Signore … Avrei qui una cosa che … credo potrebbe interessarla …

Così dicendo, l'omino estrasse alla tasca un piccolo registratore e, spostati con delicatezza gli incartamenti da una parte, lo depose cerimoniosamente sul ripiano di mogano.

Il Capo dello Stato si limitò a cambiar di posizione.

- Signore, la prego … - sussurrò ancora l’omino. – È cosa di grande importanza, sa …

Ma per quanto facesse, le sue parole non sortivano alcun effetto. Sembrava non ci fosse modo di strappare il Primo Cittadino al suo limbo.

L'omino tossicchiò, sempre inutilmente, quindi proseguì, in un bisbiglio piagnucoloso:

- Signore … Sono riuscito. a registrare il violoncello … - fece un gesto vago, come a indicare lo spazio intorno. - La musica, Signore … vede … Non aveva le caratteristiche dei primi due fenomeni ... Non del tutto, almeno ... in qualche modo, qui, entrano in giuoco anche le onde sonore … Sa, io mi sono un po' sempre interessato di queste cose: la fisica è il io pallino … Sì, autentiche, verificabili onde sonore.

Pose tutt'e due le mani sul registratore.

- Registrabili onde sonore, Signore …

Questa volta, il Capo delle Stato volse lentamente la sguardo su di lui.

- Come ha detto? - mormorò, mentre un barlume di comprensione gli ravvivava gli occhi. - Come ha detto? Ripeta.

L'omino ripeté per filo e per segno e, incoraggiato dal sempre più palese interesse del suo importante interlocutore, aggiunse:

- Vede, Signore … se ogni individuo fosse fornito di un registratore come questo … Io ho provato, sa … e le assicuro, da allora non ho avuto più nulla da soffrire … Certo, non è un rimedio radicale, comunque penso che costituirebbe un enorme sollievo per tutti.

L'omino mise in funzione il piccolo apparecchio e da esso, subito, scaturì il suono inconfondibile, la musica meravigliosa e ineguagliabile, la panacea per l'umanità intera.

Il Capo delle Stato annui, lo sguardo smarrito in lontananze paradisiache che aveva creduto perdute per sempre, e fu una gran fatica per lui scuotersi dalla lusinga dell'abbandono totale.

Fece segno di spegnere. Quindi si alzò dalla sedia, e in silenzio uscì dalla stanza.

Un’ora dopo lo studio brulicava di gente che volle ascoltare più volte la registrazione. Tutti apparivano molto soddisfatti. Congedarono l'omino con mille ringraziamenti e la vaga promessa di una medaglia. Il registratore gli fu naturalmente requisito.

Quando lo studio fu stipato di ministri, deputati, senatori e generali, quando anche il Santo Padre vi ebbe fatto, benedicente, il suo ingresso discreto e dignitoso, le porte del Palazzo del Governo vennero chiuse definitivamente.

Fuori, l'umanità stava esalando gli ultimi dolorosi respiri.

E anche gli abitatori dell'Isola Felice morirono, vittime consenzienti di un'estasi che esigeva da chi vi si abbandonava il prezzo della dedizione completa.

Ma almeno, com'era giusto, morirono felici.


CAPITOLO IV

in cui si conclude prima dell'inizio.


L'ultima obiezione era stata quella di un Rappresentante Isocorrente, che si era affannato a lungo nello spazio generosamente messogli a disposizione perché potesse esporre senza problemi il suo pensiero.

L'interprete aveva ascoltato attentamente il rumore dei passi, manovrando in simultanea la macchina traduttrice, che aveva trasmesso testualmente al pubblico e agli altri Rappresentanti, nel loro linguaggio, il discorso dell'Isocorrente.

Fu uno scricchiolante a rispondere che qualsiasi forma di vita intelligente avrebbe certo compreso la natura e lo scopo delle emissioni, e che c’erano molte probabilità addirittura di essere capiti totalmente, concetto per concetto, perché, certo, la prima cosa che una razza intelligente avrebbe fatto sarebbe stata quella di analizzare minutamente il messaggio, confrontando e assimilando le strutture dei tre diversi linguaggi in cui sarebbe stato emesso, e a quel punto il risultato sarebbe venuto da sé. Proprio per agevolare questa operazione, il messaggio sarebbe stato ripetuto in ciascuna lingua, invariato, per moltissime volte.

- Qualcuno può nutrire dubbi su questo? - scricchiolò, rivolto alla sala gremita di autorità e semplici cittadini dei tre pianeti abitati del Sistema. Ebbe un gesto teatrale, che quelli della sua razza notarono con indulgenza. - O forse il nostro messaggio (voi ne conoscete il contenuto) assume talvolta toni drammatici, in modo da far ritenere che si tratti di un S.O.S. o qualcosa del genere, e da sviare così l'indagine di eventuali ascoltatori? Niente di tutto questo. E dunque, quale ipotesi resterà loro da prendere in considerazione? Soltanto che altre civiltà, di comune accordo, stanno cercando di mettersi in comunicazione con loro per scopi principalmente scientifici.

A questo punto, un altro Isocorrente lo interruppe. I suoi passi risonarono nella sala per un tempo ragionevolmente breve, dopo di che tornò il silenzio.

Fu ancora la scricchiolante a rispondere:

- Ma, caro amico, abbiamo già discusso e chiarito questo punto. Il sistema con cui invieremo il messaggio è quello che ci dà più garanzie di essere recepito anche da esseri che siano provvisti di organi sensoriali completamente diversi da quelli che ci sono famigliari.

Ci fu un breve scalpitare dell'Isocorrente, e stavolta fu lo Scricchiolante ad interromperlo.

- Siamo d’accordo, ma cosa hanno dimostrato gli esperimenti sulle forme di vita del nostro Sistema? Solo gli Stupenodonti hanno accusato degli effetti negativi. E per loro, non si parla certo d'intelligenza. No. Non esistono problemi. Non possiamo preoccuparci di tutti gli Stupenodonti dell'universo.

Il progresso scientifico non può arrestarsi per questo.

Avvertì il favore con cui il pubblico aveva accolto la sua affermazione, e gli sfuggì uno scricchiolio di compiacimento, fortunatamente coperto dal basso, irritato tricordo minore con cui un rappresentante Melofemiano propose finalmente di abbandonare le discussioni accademiche.

Era già stato deciso chi per primo avrebbe inviato il messaggio.

Uno Scricchiolante si avvicinò all'enorme, complesso apparecchio trasmittente.


Questo accadeva migliaia di anni terrestri prima su Melofemi, del Sistema di Ph., a innumerevoli anni-luce dalla Terra.


da "The Time Machine" n. 3/‘78






[ Indietro ]

Racconti e recensioni fanzine

Copyright © di IntercoM Science Fiction Station - (22 letture)



Questo portale è realizzato con l'ausilio del CMS PhpNuke
Tutti i loghi e i marchi registrati appartengono ai rispettivi proprietari. I commenti sono di proprietà dei rispettivi autori.
Tutto il resto è ©2003-2006 di IntercoM Science Fiction Station. È Possibile usare il materiale di questo sito citandone la fonte.
Potete sindacare le news del portale di IntercoM usando il file backend.php