Home
Account
  Autori· Saggistica· Narrativa· Comics· Speciali· Cinema· Interviste· Musica CERCA   
     
Menu Principale

News precedenti

Venerdì, 05 febbraio
· Il Gondoliere
Venerdì, 15 gennaio
· Cinema d'animazione: tre esempi francesi
Mercoledì, 16 dicembre
· Fumetti Digitali
· VITA IN LETTERE (Novembre)
· VITA IN LETTERE - Ottobre 2009
Venerdì, 04 dicembre
· Il quinto principio di Vittorio Catani su Urania
Venerdì, 06 novembre
· Dalla fantascienza alla guerriglia mediatica
Martedì, 03 novembre
· De ''Gli Inganni di Locke Lamora'' e di altre stronzate...
Venerdì, 30 ottobre
· La narrativa di Ted Chiang
· VITA IN LETTERE - Settembre 2009
Martedì, 27 ottobre
· CORRADO MASTANTUONO - Tra Tex e Paperino: il disegnatore dei due mondi
Domenica, 11 ottobre
· Fissione
Domenica, 04 ottobre
· Yupanqui
Giovedì, 24 settembre
· VITA IN LETTERE - Agosto 2009
Martedì, 22 settembre
· VITA IN LETTERE (Agosto)
Martedì, 15 settembre
· Le lezioni sempre ignorate della Storia
Lunedì, 14 settembre
· Isole
Giovedì, 03 settembre
· I 10 libri da riscoprire
· VITA IN LETTERE (Luglio)
· VITA IN LETTERE - Luglio 2009
Sabato, 11 luglio
· L'ermetismo nei lavori di Alexey Andreev
Giovedì, 09 luglio
· VITA IN LETTERE (Giugno)
Domenica, 05 luglio
· I ciccioni esplosivi
Mercoledì, 01 luglio
· VITA IN LETTERE - Giugno 2009
· Futurama
Domenica, 21 giugno
· Venature
Domenica, 31 maggio
· VITA IN LETTERE (maggio)
Sabato, 16 maggio
· Il bacio della Valchiria
Giovedì, 14 maggio
· VITA IN LETTERE - Maggio 2009
Giovedì, 07 maggio
·

City of steel, city of air

Martedì, 28 aprile
· VITA IN LETTERE (aprile)
Lunedì, 27 aprile
· Ritratto di gruppo con signora
Martedì, 21 aprile
· L'ultima possibilità
Lunedì, 20 aprile
· J. G. Ballard
Giovedì, 16 aprile
· La voce nella notte
Giovedì, 02 aprile
· I primi dopo gli antichi persiani
Mercoledì, 01 aprile
· VITA IN LETTERE - Marzo 2009
Martedì, 31 marzo
· ''Il giudice di tutta la terra (The judge of all the earth)
Domenica, 29 marzo
· ''Amici assenti (Absent friends)''
Sabato, 28 marzo
· Considera le sue vie (Consider her ways - 1956) di John Wyndham (1903-1969)
Venerdì, 20 marzo
· ''A mezzanotte, tutti gli agenti…
(At Midnight, All the Agents...)''
Mercoledì, 11 marzo
· Vito Benicio Zingales e il Truccatore dei morti: intervista all’autore
· Vito Benicio Zingales: il Capolavoro noir è “Il truccatore dei morti”
Martedì, 10 marzo
· Timestealer
· Specchi irriflessi (The Tain - 2002) di China Miéville
Lunedì, 02 marzo
· La Rocca dei Celti
Domenica, 01 marzo
· Violazione di Codice
· QUANDO C'ERA IL MARE…
Domenica, 22 febbraio
· Rumspringa
Lunedì, 01 dicembre
· Il sogno delle 72 vergini

Articoli Vecchi

Area Riservata
Ebran


di Luigi Menghini


I tre stavano seduti attorno alla fiamma scoppiettante di un fuoco che proiettava le loro ombre ingigantite sulle onde immobili di un mare di sabbia. Qualche metro discosto, le cavalcature, raggomitolate l'una accanto all'altra, ruminavano la povera razione di paglia e sterpi, con la lenta e parsimoniosa rassegnazione di chi è abituato anche al meno.

Tutt'attorno il buio, il silenzio, il freddo di un deserto che il vento secolare aveva modellato secondo i capricci di una abitudine rinnovata nel rito dell'eternità.

Il cielo, unico corpo con l'orizzonte, svelava con avarizia le poche stelle che quell'angolo remoto dell'universo poteva concedere. Rara, nell'uniformità, una meteorite incandescente rincorreva la sua prossima estinzione in un turbinare di vapori luminosi.

Ogni cosa pareva fissa da sempre.

Attraverso il multi ingranditore, Peter Hopskin spiò ancora una volta il terzetto, e cercò di svelare con una pioggia di raggi infrarossi i lineamenti dei volti nascosti da pesanti cappucci afflosciati.

Uno di loro, senza dubbio, non era umano. Lo si capiva dalla vistosa gobba che gli cresceva sul dorso e dalle lunghe code attorcigliate che fuoriuscivano dall'orlo del manto. Gli altri, invece, seppure nell'incertezza delle ombre, rivelavano una fisionomia nota nelle dimensioni e nelle forme.

Stanco di aspettare eventuali gesti premonitori, Peter disinserì il visore notturno e decise di raggiungerli. Con pochi gesti nervosi accese il reattore del velivolo e puntò con determinazione verso quella piccola luce tremolante al centro di una vastità fatta di nulla.

L'aeromobile rispose docilmente ai richiami del pilota e in qualche secondo fu a poche decine di metri dalla piatta superficie del deserto. Poi, con una brusca cabrata, si stabilizzò su una traiettoria parallela al suolo e descrisse un vasto semicerchio attorno al bivacco. Infine, con un sommesso brontolio, scivolò sulla sabbia e, sollevando un tenue sbuffo di polvere, si arrestò.

Peter si rilassò sulla poltrona di guida e ritornò a spiare le tre figure: niente, non si erano mosse, quasi fossero scolpite. Solo una, quella centrale, aveva mostrato un certo interesse per l'atterraggio, ma, una volta concluso, aveva ripreso il suo atteggiamento assente, come se in quella solitudine l'arrivo di una scialuppa spaziale con le insegne della regata di Balfour fosse un avvenimento normale.

L'uomo scosse il capo sconcertato, ma decise di non tirarsi indietro. Per maggior sicurezza estrasse da un cassetto la pistola automatica, uscì e chiuse alle proprie spalle il boccaporto di accesso.

La sabbia sotto i suoi piedi lo tranquillizzò. Quello era pur sempre un pianeta pacifico, non catalogato tra i luoghi ritenuti pericolosi dalla guida turistica galattica.

Percorse i metri che lo separavano dal trio. Quando si trovò a una distanza dalla quale non era più possibile essere ignorato, si arrestò.

- Vengo in pace. - mormorò nel linguaggio galattico.

Loro, gli incappucciati, si scossero dal torpore e alzarono il capo. L'alieno aveva il volto inconfondibile degli Abersdan, una razza in via di estinzione; il suo vicino era invece un umano, giovane, pallido, dagli occhi tondi, spalancati in una continua smorfia di dolore; il terzo, leggermente distanziato, era un robot, un vecchio macilento automa con un numero di matricola oramai illeggibile sulla fronte metallica, e i segni di una vistosa e affrettata riparazione sul collo.

Fu quest'ultimo a parlare.

- Chi viene in pace è sempre gradito. - rispose, secondo la formula di rito. Poi, con molto più calore, aggiunse:

- Vieni e siediti accanto al fuoco. È un sistema primitivo, ma serve a tenere lontano i pericoli della notte: il freddo, i predatori e la paura.

Peter non capì molto il senso di quelle parole, ma pensò bene di assecondarlo. Con un leggero tocco di mano controllò di avere l'arma in tasca e quindi sedette di fronte a loro.

- Non vorrei disturbare a lungo - preavvisò con un sorriso. - Avrei solo bisogno di una informazione e, a quanto pare. siete l'unico segno di vita intelligente che ho potuto notare su tutto il pianeta.

Il robot accese per un breve attimo i due sensori del volto, poi, quasi spossato da quello sprizzo di energia, si strinse il manto sul corpo metallico e buttò un altro ramoscello sul fuoco.

- Eppure sono tanti … - pronunciò a fatica.

- Tanti? - mormorò sorpreso il nuovo venuto. - Ma non ho visto neppure un centro abitato, una stazione spaziale …

Sulla guida universale questo pianeta è considerato talmente arretrato che non ha nemmeno un nome, solo una sigla: V quattro.

- La tua guida è stata scritta con la ragione, non con il sentimento. Voi Terrestri vi basate troppo sulla vostra intelligenza e non sapete vedere al di là dalla fredda apparenza delle cose. - replicò la creatura meccanica. - Un tempo questo luogo era la perla di tutta la Galassia. Ogni granello di polvere apparteneva ai palazzi superbi della civiltà di Ebran; la notti erano rischiarate dalle guglie infuocate delle cattedrali, e le astronavi attendevano in orbita per giorni, per mesi, prima di avere il privilegio di atterrare e commerciare con gli abitanti. Ebran era sulla bocca di chiunque parlasse del bello, del lusso, dell'ineguagliabile.

- Capisco, capisco, - annuì Peter, poco propenso a farsi trascinare nei fantasiosi ricordi di una macchina in fase senile. - Ma il mio problema, ora, è più attuale. Qui, da qualche parte, dovrebbe essere sepolto un ex deposito militare e un centro cibernetico ausiliario per le rotte di emergenza. In base alle mie informazioni, dovrebbe gestirlo un certo Quarry. È un vecchio un po' matto che ha il compito, di tanto in tanto, di sfoltire le linee intasate deviando le astronavi verso questo settore dello spazio …

Ecco, avrei bisogno di incontrarlo.

- Quarry! - Era stato il giovane seduto tra i due non umani a esclamare meravigliato quel nome.

- Quarry! - ripeté accorato, cercando con lo sguardo una fessura nel buio circostante. Prima che l’Abersdan potesse fermarlo con una delle sue lunghe code-tentacoli, il ragazzo era già in corsa nell'oscurità.

Peter Hopskin, stupito, lo guardò sparire e si volse verso i rimasti con un vago senso di colpa.

- Mi spiace ... - si scusò. - Non credevo che …

- Non, si preoccupi, - lo rincuorò l’automa. - Il mio padrone è sempre un po' così … specialmente di notte. Ma ritornerà. Conosceva il signor Quarry …

- Conosceva? - chiese il Terrestre.

- Sì, purtroppo, - confermò la macchina.

- Quarry è morto? - domandò ancora l'altro.

- Morire è troppo poco per Ebran, - sospirò l'automa.

- Non comprendo, - disse Peter. - È o non è morto? Che c'entra Ebran?

Il robot riattizzò il fuoco e un pugno di scintille fuggì nell'aria in una breve, lucente esistenza.

In quel momento il Terrestre vide in ciò che lo circondava ombre diverse, palpiti tenebrosi che davano nuovi significati alle onde di sabbia, agli strani animali che, accucciati poco lontano, erano ancora intenti a triturare i poveri steli secchi del loro pasto, alla figura dell'alieno che respirava a fatica e rabbrividiva nel suo logoro manto; al suo interlocutore meccanico, così irreale nel suo stesso essere.

- Allora, santo cielo, si può sapere cosa è successo? - si allarmò Hopskin. - La prossima regata di Balfur farà il suo giro di boa attorno a questa palla di sabbia. Sfrecceranno su V quattro i veicoli più veloci di tutta la Galassia e qualcuno si fermerà per i guasti, per il rifornimento.

Abbiamo bisogno di un deposito, di un centro cibernetico a cui agganciarci, di tranquillità … Le compagnie costruttrici di astronavi hanno investito migliaia di miliardi nei veicoli che parteciperanno alla regata. Non possiamo rischiare il minimo incidente. Capisci, è importante sapere se questo posto è sicuro.

- Voi uomini agite solo con la forza della ragione. Quarry era un po' diverso, ma non abbastanza. I vostri soldi servono forse a muovere le stelle? - sorrise tristemente il robot.

- Ma insomma! - esclamò irritato l'uomo. - Dov'è finito Quarry?

- Là, - rispose l'automa, e indicò con un ampio gesto l'immobile distesa circostante.

Peter, un po' irritato, messo a disagio da quella situazione, seguì il braccio metallico nel suo giro d’orizzonte.

Vide le dune ammorbidite da un vento ormai spento, le stelle avare di luce, l'opaco grigiore di una notte senza vita.

Poi, deciso ad andarsene, si alzò di scatto, e per calmarsi respirò una boccata di aria gelida della notte. Scoprì allora che il legno che bruciava emanava un vago sapore dolciastro, stucchevole e invitante al tempo stesso, un odore pungente, che appena giunto non aveva notato.

- Quarry ormai è nella sabbia, è sotto i nostri piedi, nelle pietre, nell'essenza di Ebran, - continuò il vecchio robot. - I palazzi, le città, l'ambizione dell'antica civiltà, tutto è diventato polvere. Le loro macchine, il loro splendore, ora è in questo nulla, perché il divenire delle cose è la distruzione, l'annullamento … È Ebran.

Tacque, e il suo silenzio ingigantì l'opprimente mutismo del deserto.

Ma Peter non ascoltava più. Una leggera deformazione dell'orizzonte aveva attratto la sua attenzione. Era sicuro che quel tumulo al di sopra di un rigonfiamento del suolo, prima non vi fosse. Lo osservò e scoprì che pulsava, come un’escrescenza tumorale su un organismo putrefatto.

- Cosa è? - domandò al suo interlocutore.

Questi tornò ad accendere i grossi visori della testa e scrutò la massa in movimento; poi confabulò sommessamente con l'alieno e insieme si affrettarono a scavare nel terreno.

- Cosa è? - chiese ancora il Terrestre allarmato.

Il tumulo era diventato una lingua guizzante di sabbia e sferzava l'aria come una onda impazzita, lasciando dietro di sé veli inconsistenti di vapore.

Hopskin non era un pivello. Il suo mestiere lo aveva portato negli angoli più remoti dell’universo a tracciare i percorsi delle regate. Conosceva forme di vita mostruose, fenomeni naturali strabilianti; più di una volta aveva affrontato pericoli, e in questa sua abitudine al rischio si era costituito una scorza sotto la quale ben difficilmente arrivava la paura. Eppure ora scopriva stranamente di non essere tranquillo. Forse le chiacchiere di quel rottame, forse la notte, forse il semplice fatto che non sapeva ancora cosa stesse capitando … tante piccole cose che unite creavano uno stato di malessere. Si accorse, nonostante la tuta termica, che faceva realmente freddo. Istintivamente si avvicinò al fuoco, il suo tepore lo tranquillizzò. Misurò la distanza che lo separava dalla aeromobile, ma non osò abbandonare il perimetro luminoso del bivacco.

- Cosa è? - urlò con forza verso la coppia intenta a sprofondarsi nel terreno.

- Ebran. - fu la secca risposta del robot. - Ma non star lì in piedi. Scavati una buca e inginocchiati, mostra, la tua disponibilità a far parte dello spirito di Ebran.

- Ma cosa diavolo dici? - replicò l'uomo incerto. - Cosa è? Un fenomeno ottico? Una tempesta di sabbia? Un animale? Spiegati, insomma! - Lo afferrò per le spalle e lo costrinse a guardarlo.

L'automa vibrò fra le sue mani nella vana speranza di liberarsi. Poi parlò, con la voce rotta da forti disturbi magnetici.

- La civiltà antica di questo pianeta era talmente progredita che non le rimaneva altro sbocco che l'autodistruzione. Avevano tutto, capisci, tutto, e scelsero quindi l'unica verità ancora non posseduta: il nulla. Si polverizzarono, e formarono un unico essere con l'universo. Poiché il nulla è ovunque e solo le parti più pesanti del loro spirito, le passioni la negazione del nulla, rimasero ancorate a questo mondo, in questo deserto ... E di tanto in tanto riemergono, si concretizzano … Ma non pensare ora, scava, annullati con un atto di umiltà. Solo così potrai salvare la tua mente … Perché se ti lasci indurre alla ragione sarai perduto. Anche tu cercherai l'annientamento, come Quarry, diventerai parte di Ebran ... Lasciami, la non sono ancora disposto a sparire …

Si svincolò e con frenesia ritornò a prepararsi la buca.

Peter lo fissò, con rabbia estrasse la pistola e controllò che la carica fosse completa.

"Ebran o non Ebran, non mi abbandonerò certo a queste manie superstiziose." si ripromise con falsa sicurezza.

La lingua di sabbia correva risucchiando la materia circostante, e ingigantendo progressivamente. Nel suo corpo minaccioso era scomparso l'orizzonte informe, il cielo opaco, le poche stelle. Esisteva solo lei.

I due erano anch'essi spariti. Soltanto un rigonfiamento nel terreno tradiva il punto in cui si erano seppelliti. Le cavalcature, invece, continuavano imperterrite a ruminare.

Per loro Ebran non doveva costituire un problema.

L'uomo pensò al giovane pazzoide anche lui immerso nella sua buca a tremare in qualche posto, e sorrise. Ci voleva ben altro per intimorire un tecnico delle regate spaziali!

"Vediamo di che pasta sei fatto!" meditò minaccioso, e sollevò l'arma verso la montagna turbinante che si stava avvicinando.

Ma non ebbe tempo di premere il grilletto. Il suolo ondeggiò ad egli cadde. Come fece per rizzarsi, scoprì che la sabbia gli si era stretta attorno ai polsi e lo tratteneva.

Stranamente, in quel momento, notò come il fuoco fosse vivo, crepitante, grazie alle cure di un tentacolo dell'alieno che, dalla propria tomba improvvisata, si preoccupava di alimentarlo.

"Ma che razza di balordi!" osservò dentro di sé Peter; poi, vinto dal terrore, urlò.

Quel grido ebbe l'effetto di allentare la stretta. Il giovane si ritrasse con un guizzo e fu nuovamente in piedi. Non cercò di raccogliere l'arma, intuì che non sarebbe servita.

Fuggì verso il velivolo. Corse come non aveva mai corso, con la carica dovuta alle infinità di ore trascorse nella palestra, con la determinazione acquisita nei corsi di applicazione mentale, con la volontà assoluta di salvarsi.

L'onda era ormai su di lui, smisurata, imponente, silenziosa. Quanti metri lo separavano dalla salvezza? Dieci. Venti? Bastava rinchiudersi nel guscio protettivo dell'astro scialuppa. Pur se Ebran era una brutta mostruosità di forze fisiche, le corazze del mezzo non potevano essere da meno.

Le avevano temprate le acciaierie lunari ... erano ancora in garanzia …

I piedi, a ogni passo, affondavano più nella polvere. La corsa divenne un camminare stressante, poi un annaspare, in fine uno strisciare che si ridusse al respiro affannato di un corpo ormai spremuto.

Peter, esausto, rotolò nel soffice suolo sinuoso e sbarrò gli occhi sulla massa che la sovrastava.

- No! - implorò. Fu il suo ultimo gesto di ribellione.

L'onda vivente lo sommerse, lo risucchiò, lo sballottolò come una povera briciola nell'infinito.

Dopo la paura, l'uomo scoprì il dolce tepore di un abbraccio delicato. La sabbia era calda e scorreva stimolante dentro la tuta, lungo la pelle avida di sensazioni. Sembravano le mille carezze di una donna appassionata, i baci frementi di una amante assettata di amore. Smise di temere, si rilassò. Il roteare turbinoso dei primi istanti, adesso era il cullare armonioso di un ventre materno. Lui era dentro un essere completo.

- Ebran … - sospirò Peter allargando le braccia.

- Ebran …

Riaprì gli occhi e vide come ogni particella del deserto si collocasse precisa in un determinato punto dello spazio, e ogni punto desse un significato compiuto a un oggetto.

Era sparito il bivacco, il deserto, la volta celeste.

I palazzi erano una sinfonia di volumi perfetta; i vuoti e le masse assecondavano un piano degno di un creatore supremo. Non c'era posto per la bizzarria della natura, per le sue infinite imperfezioni. Il cielo non aveva bisogno di nuvole, di uccelli, di soli; la terra non necessitava di alberi, di montagne, di fiumi. Ebran si era creato tutto: luce, vita, vegetazione.

Torri snelle sorreggevano foglie ben più fresche; satelliti infuocati valevano ben più dei soli. Tutto era frutto di ragione, di armonia, di bellezza.

- Ebran ... - sussurrò il Terrestre invasato da quello splendore.

C'erano anche loro, gli artefici, magnifici nel portamento, nel vestire, nell'esistere. Gli sorridevano, e lui rispose incantato. Quale grande civiltà nascondeva quel deserto!

Una figura lasciò i suoi simili e sorretto da un evanescente guscio di energia volò verso di lui. I soffici veli che lo ricoprivano si schiusero e gli mostrarono le forme perfette di una creatura angelica, asessuata, femminile e maschile al tempo stesso. Si posò accanto all'uomo ancora a carponi e gli tese una mano affusolata, appena impreziosita di una reticella di trame dorate.

- Peter. - sussurrò con una voce armonizzata in una musicalità di una lingua senza confini - Che fai qui? Non è il tuo mondo questo.

Il tecnico delle regate afferrò quella mano e la baciò.

- No ... non mandatemi via … - implorò - Tenetemi con voi. Vi farò da schiavo, faro tutto ciò che vorrete, ma tenetemi in Ebran.

L'essere meraviglioso cercò con grazia di liberarsi dalla stretta servile dell'uomo; una maglia del guanto si strappò e alcune perline caddero al suolo.

- Perdonatemi. - si affrettò a mormorare il Terrestre e si buttò a raccoglierle, affondando col corpo nella sabbia azzurrina che ricopriva il terreno. Udì appena la risatina argentina dello sconosciuto sopra di lui, poi quella musica sfumò per lasciare posto a un irritante brusio. Tentò di identificarne l'origine. Un lampo lo abbagliò. Peter si scosse.

Una bocca orrida, insulsa, lo chiamò, ma lui non voleva ascoltarla. Chiuse gli occhi … o forse li riaprì.

- Mi sentite? - chiese qualcuno.

No, non meritava di essere ascoltato, decise l'uomo …

- Forse è necessaria una nuova scossa. - commentò l'altro.

Peter gemette, frustrato da mille aghi inferociti.

- Come stai ora? - domandò un volto odioso, ricoperto da una barba spessa, incolta; sorrideva volgarmente, mostrando una corolla di denti ingialliti.

- Ebran … - invocò Peter - Ebran …

- Ci siete cascato anche voi. - ridacchiò lo sconosciuto, allontanandogli un elettrostimolatore dal braccio - È veramente sbalorditivo come quei tre furfanti riescano ad abbindolare il prossimo; sempre con la stessa storiella!

Il tecnico delle regate volle allontanare da sé quella visione: sgradita. Girò il capo e affondò la faccia nella sabbia. Resistette pochi secondi, poi, tossendo, si rivoltò.

La fastidiosa presenza di granelli di polvere lo costrinse a sputare e rifiutare il morbido amplesso del deserto.

Il barbuto lo sostenne e gli porse una borraccia.

- Bevete, ne avete bisogno. - gli disse - Certo che vi hanno ripulito per bene quei bastardi!

Peter continuava a non capire. Si tirò su a sedere e scoprì di essere nudo; attorno esisteva solo una distesa spoglia, opaca, sulla quale anche il pallido sole allo zenit sembrava posarsi a disagio. Del suo aereo nessuna traccia.

- È dura da mandar giù. - aggiunse l'altro - Uno, che non sa dove atterrare, vede un fuoco e trova tre tipi bislacchi che gli riempiono la testa di strane idee su una antica civiltà; poi gli fanno respirare degli allucinogeni, mentre il più giovane, dopo essersi allontanato, con qualche trucchetto da baraccone gli propina sensazioni impossibili. Il malcapitato sviene e quando si sveglia è stato alleggerito di tutto.

Peter Hopskin si strinse la testa stordita e sospirò:

- Non capisco … pareva un mondo disabitato …

- Beh! Certo che da queste parti non c'è molta gente. I pochi indigeni vivono sempre sotto terra, come talpe; all’esterno si trovano solo alcuni squinternati, come me … A proposito, mi chiamo Quarry.

- Ed Ebran? - chiese Peter trasognato.

Quarry rise divertito. - Ebran! – esclamò. Ebran è il nome di un bordello famoso in quest'area dello spazio dove quei tre gaglioffi staranno certamente consumando il ricavato del loro furto. Prima, però, sono stati così gentili da comunicarmi il luogo dove ti trovavi … Non volevano macchiarsi di un omicidio … Ed ora benvenuto su V quattro!

Peter annui confuso. Prese un indumento che l’interlocutore gli porgeva e fece per rivestirsi. Qualcosa brilla sul suolo. Si chinò, e raccolse una perlina. Benché avaro di raggi, il sole esplose in un tripudio di riflessi multicolori.

- Guardate … questa cos’è - domandò perplesso.

- Cosa? - ribatté Quarry. Osservò il braccio proteso dell'uomo che gli stava di fronte e rispose. - Ma è sabbia …

L'altro, pallido, fissò la mano su cui un vento improvviso sollevava miseri granelli grigi.

- Ah già … è sabbia. - confermò, e non volle pensare ad altro.


da "The Time Machine" n. 4/‘78






[ Indietro ]

Racconti e recensioni fanzine

Copyright © di IntercoM Science Fiction Station - (23 letture)



Questo portale è realizzato con l'ausilio del CMS PhpNuke
Tutti i loghi e i marchi registrati appartengono ai rispettivi proprietari. I commenti sono di proprietà dei rispettivi autori.
Tutto il resto è ©2003-2006 di IntercoM Science Fiction Station. È Possibile usare il materiale di questo sito citandone la fonte.
Potete sindacare le news del portale di IntercoM usando il file backend.php