Aspettando l'alba
di Sandro Marigonda
Erano sicure, vi dico, le astronavi traghetto più sicure del sistema. - Neil Mc Dugan batté più volte il palmo della mano sul tavolo, a sostegno della sua tesi.
- Questo però, - ribatte ironicamente August, intrigante come al solito, - non ha impedito alla Phobos di spaccarsi come un uovo marcio al primo vero incidente.
- Si è trattato di pura sfortuna, - dichiarò Mc Dugan che cominciava a scaldarsi, - un concentrato di sfortuna. Uno di quei casi che capitano una volta ogni mille anni, se non di più.
- Ma perché te la prendi tanto, Neil? - intervenne il vecchio Shinney, detto "radar" per le dimensioni delle orecchie a sventola. - Non eri mica sulla Phobos, per caso?
- Per Giove, se c’ero! Ero il secondo pilota!
Radar lo guardò sorpreso. - Che cosa, - esclamò - tu eri uno spaziale? Non ce l'avevi mai detto! Per questo sei così abbronzato!
- Raccontaci tutto dal principio.
- La nostra, - cominciò Mc Dugan - era una delle navi che facevano la spola fra la Luna e Marte, ma la Compagnia che gestiva il servizio traghetti l'aveva scelta per una missione speciale verso la nuova stazione orbitante di Saturno. Le cabine dei passeggeri erano al completo poiché, oltre ai tecnici e agli scienziati che dovevano rilevare la squadra che da tre mesi faceva il suo turno alla stazione, trasportavamo anche una dozzina di personaggi più o meno importanti, vero scopo della nostra lunga deviazione, incaricati di effettuare l'inaugurazione ufficiale della base orbitante.
Fu poco prima di attraversare l'orbita di Giove che avvenne l'incidente. Dal ponte comando udimmo un lieve tonfo, seguito immediatamente da un caos di allarmi. Il comandante ordinò subito un'ispezione, mentre un frettoloso controllo radio ci informava che alcune sezioni di poppa non rispondevano ai richiami.
La squadra mandata in avanscoperta dovette usare le tute spaziali per penetrare nei locali danneggiati, i cui portelli si erano chiusi automaticamente al momento dell'incidente. Il danno fu subito valutato. Per radio il capo squadra ci disse che una meteora grande come una nocciolina aveva trapassato da parte a parte lo scafo, danneggiando seriamente il propulsore a ioni.
Nella voce del tecnico si percepiva una nota d'isterismo che cresceva pericolosamente, ed anche noi sul ponte eravamo rimasti agghiacciati dalla terribile notizia: incappare in una meteora di quelle dimensioni prima di intersecare l'orbita di Giove era davvero una sfortuna incredibile.
Immaginavo con chiarezza i danni causati dall'impatto: un foro perfetto, come può lasciarlo un sassolino lanciato alla velocità di parecchi chilometri al secondo.
Il motore a ioni, che aveva i controlli di flusso completamente distrutti, raggiunse la temperatura critica molto prima che i nostri tecnici potessero raggiungerlo e, anticipando le proteste dei passeggeri disturbati nel sonno da tutto quel trambusto, esplose con immane violenza, squarciando la nave in tutta la sua lunghezza.
Dei minuti che seguirono ho solo un vago ricordo di uomini e oggetti lanciati in ogni direzione dalla forza dell'esplosione e dal risucchio dell'aria che si perdeva nel vuoto.
Non tutti avevano fatto in tempo ad afferrare le tute e ad infilarsele, ma alcuni scompartimenti dovevano essere ancora intatti. Per gli altri, niente da fare. Il ponte di comando, a prua, sull'asse della nave, si era aperto come una valigia troppo piena, ed io era stato catapultato verso una parete mentre armeggiavo per chiudere la tuta. Andai a sbattere malamente contro qualcosa di solido ed il colpo mi stordì, facendomi sfuggire di mano i fermagli magnetici del casco.
Non riuscii ad impedire che la piccola scorta di ossigeno uscisse sibilando dalle aperture. Un velo nero mi calò davanti agli occhi e l'ultima cosa che vidi, attraverso l'enorme squarcio della prua, furono alcuni puntini di luce in direzione di Ganimede: erano le squadre di salvataggio del satellite che accorrevano al segnale automatico di soccorso della 'Phobos', con mezzi che io sapevo tragicamente insufficienti ad occuparsi di tutti i superstiti.
Feci appena in tempo a chiedermi chi sarebbero stati i fortunati, poi le tenebre mi inghiottirono. Ecco, questo è tutto quello che ricordo.
Mc Dugan chiuse gli occhi e l'espressione contratta del viso andò lentamente distendendosi, mentre il ricordo di quei terribili momenti veniva cacciato in un angolo della sua mente.
Sui tre scese un silenzio quasi palpabile, e per diversi minuti nessuno parlò.
- E fu quella la volta che … - chiese infine August.
- Si, fu allora … - rispose Mc Dugan.
Gli altri evitarono ulteriori domande, rispettando il suo silenzio assorto.
Poco dopo Shinney si riscosse sbadigliando: - Beh, si è fatto tardi, è quasi l'alba. Andiamo a dormire, ragazzi. - disse.
Si alzarono barcollando, con le membra intorpidite dalla lunga immobilità.
- E tu non vieni Mc? - chiese il vecchio, vedendo che lo spaziale non accennava a muoversi.
- No, rimango ancora un po'. Andate pure, voi due. Buonanotte.
- Salve, Mc.
- Buonanotte.
Mc Dugan rimase alcuni minuti con lo sguardo fisso davanti a sé, finché un lieve sorriso si disegnò sul suo volto.
- Abbronzato, - disse fra sé tristemente. - già, abbronzato quanto può esserlo un … Bah!
Si alzò anche lui dalla lapide rovesciata che fungeva da tavolino e si avviò lentamente verso la sua tomba.
da "The Time Machine" n. 4/‘78
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