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Incontro di primavera


di Angelo De Ceglie


(1)

Era il crepuscolo. Il sole aveva galoppato per tutta la giornata, nutrendo bagliori e lampi. Ora il tramonto si spiegava dal cremisi all'amaranto al biondo, riversando cascate di colori sulle campagne della Toscana.

Renzo era seduto sulla sedia a dondolo, sulla veranda della sua casa. Si faceva oscillare pigramente, godendosi il fresco della prima sera.

Si era alzato un venticello leggero, che gli incollava alla pelle la maglietta sudata, soffiava piacevolmente sulle braccia nude.

La brezza gli portava la fragranza dell'aria, l'odore dei pioppi e delle colline lontane, e il profumo del roseto che fronteggiava la casa.

La aveva piantate lui stesso. La sua presenza gli ricordava maggio.

Maggio era il suo mese. Renzo amava maggio di silenzi e di sospiri. Maggio era un mese di parole bisbigliate e di vento e di rose, colmo di profumi. In maggio tutto rinasceva senza rumore. A maggio anche il sole diventava più gentile, con i raggi obliqui ed i tramonti dorati.

Ora il roseto era tutto un rigoglio, e Renzo avrebbe voluto che maggio durasse tutto l'anno.

Renzo sollevo il boccale di birra gelata. Ne bevve un sorso. Tracce di schiuma gli rimasero impigliate nella barba.

Gli sembrava di vivere al rallentatore.

Ogni suo gesto durava all’infinito. Il silenzio attorno a lui era una muraglia resistente.

Si abbandonò. Reclinò il capo, si distese sui cuscini e chiuse gli occhi.

In realtà non avrebbe voluto addormentarsi. L'incoscienza lo prese subdolamente.

Comunque, dormì, non seppe quanto.

Dopo innumerevoli anni, fu svegliato da un sibilo acuto.

Renzo scosse il capo, cacciò via i residui di torpore, si guardò intorno alla ricerca dell'origine di quel suono infiltratosi in lui. Il sole volava ormai su altre praterie.

Del suo mondo di poco prima si erano impossessate le tenebre.

Proprio di fronte a Renzo, luminosissima, ecco ciò che cercava.

A una distanza imprecisata, ma comunque piuttosto vicina, una scia di fuoco feriva l'oscurità.

"Una stella cadente," pensò Renzo. "Una meteora. Devo esprimere un desiderio."

Ma proprio non gli riuscì di escogitare nulla.

"Buffo," penso.

Il punto luminoso si avvicinò velocemente al suolo. Presto svanì dietro le colline, e ne rimase solo il fischio fastidioso.

Renzo si aspettò il botto da un momento all'altro. Rimase deluso. Ci fu solo una cosa molto garbata, un gran tonfo attutito e una bassa vibrazione nel terreno. Nulla di particolare.

Renzo si chiese se qualcosa, magari una collina, avesse coperto il rumore.

Il corpo celeste gli era parso piuttosto grosso.

"Domattina andrò a vedere," si disse. "Dev'esserci un bel buco."

Raccolse il boccale che, miracolosamente, non si era rovesciato. Provò a berne un altro sorso. Come si aspettava, la birra era ormai tiepida. Gli lasciò in bocca una pastosità sgradevole.

Versò via quanto ne rimaneva. Passandosi una mano sul braccio scoprì di avere la pelle d’oca. Ora che ci pensava, si accorgeva che la brezza era aumentata.

Era tempo di rientrare.

Alzandosi, lo sguardo gli cadde sulle costellazioni che riempivano il cielo. Riconobbe Orione, Cassiopea, il Toro, le Pleiadi. Di altre il nome gli sfuggiva.

Tornò in casa. Richiuse fuori Aldebaran e Rigel e Betelgeuse.


Aveva fame, sebbene fosse ormai molto tardi.

Stava preparandosi la cena, quando senti lo scampanellio alla porta.

Una serata ricca di avvenimenti strani, pensò Renzo. Anche una visita.

"Chi può essere?" si chiese.

Asciugò le mani su uno strofinaccio. Andò ad aprire.

- Buonasera.

Renzo smise di colpo di respirare.

Sulla soglia stava una ragazza, ventidue-ventitre anni.

Era bellissima. Aveva profondi occhi scuri, capelli color della notte, un sorriso splendido.

Accennò con la mano dietro di sé.

- Mi scusi se la disturbo, - disse. - Mi è finita la benzina, a un paio di chilometri da qui, sulla provinciale. Giusto troppo lontano da tutti i paesi. Poi ho visto accendersi la sua luce, un bel po' di tempo dopo. Così, eccomi qui.

Cristo, giuro che non mi sembrava così lontana. Ma non ci passa proprio nessuno da queste parti?

Lui quasi non la ascoltava. Stava osservandola. Sulla veranda c'erano solo due vecchie lampade a petrolio. Le fiamme danzavano nella brezza, creando giochi d'ombra incantevoli sul viso di lei.

- Ehi, dico, posso entrare un momento?

Renzo si scosse. Ricominciò a respirare. Apparentemente sembrò uscire solo in quell'istante da un sogno.

- Come …? Oh, ma sicuro. Sono uno stupido, farfugliò.

Si fece da parte.

- Grazie. Signor … ?

- Ali. Renzo Ali. Ma mi chiami Renzo.

- Ok, Renzo. Io sono Sirena.

Stese una mano a stringere quella di Renzo. Poi la sollevò, gli sbuffò via la schiuma dalla barba.

- Non immagina quanto piacere mi faccia conoscerla, cordialissimo barbuto, - disse.

Gli occhi le scintillarono. In un attimo, era volata su una poltrona.

- Dio solo sa se ne avevo bisogno. Non mi offrirebbe anche da bere?

- Certamente. Martini con un cubetto di ghiaccio?

- Stupendo.

Renzo tirò fuori bottiglia e bicchieri, e il ghiaccio dal freezer. Versò una dose abbondante per ambedue. Sirena si guardava in giro.

- È bello qui, - disse.

- Le piace? È tutta opera mia. Ci ho messo un bel po' di anni per tirarmela su come volevo.

- Caspita, lei è veramente in gamba.

Renzo le passò il bicchiere. Le si mise a sedere di fronte.

Sirena teneva il bicchiere con tutte due le mani, bevendo piccolissimi sorsi.

- Va meglio? - chiese Renzo.

- Mi sento rinata.

Sprofondò nella poltrona, continuando a guardarsi intorno.

Osservava minuziosamente le travature del soffitto, le pietre del camino, i vasi di coccio e le pannocchie appese alle travi, gli animali in ferro battuto posti sulle scansie, le pareti grezze.

Renzo invece osservava lei, ancora. Il visa di Sirena era un museo di espressioni, i suoi lineamenti parlavano singolarmente. Era colma di un fascino strano.

- Vive qui? - chiese Sirena a un certo punto.

- No, ci passo solo i fine settimana. Oppure vengo quando posso, quando ho bisogno di isolarmi o di riposo. Questo è un posto molto tranquillo.

- Abita in qualche grossa città?

- A Milano, in periferia.

- E che lavoro fa?

- Sono ingegnere aeronautico.

- E si chiama Ali, eh?

Sorrise. Tentennò il capo.

- Quanti anni ha, Renzo? - disse. - Posso chiederglielo, vero?

- Certo. Ne ho trentadue, e purtroppo li dimostro tutti.

- Non è sposato, eh?

- Azzeccato.

- Beh, siamo in due, allora. Due anime libere.

Bevve un altro sorso. Renzo aveva già finito il suo. Improvvisamente, Sirena cambiò discorso.

- Renzo, ha della benzina per caso?

- No, mi spiace. Fino al paese ci arrivo in bicicletta, niente di rumoroso. E dubito che a quest'ora ci sia qualche distributore aperto.

- Un telefono?

- Nemmeno l'ombra. E non creda che lo dico per trattenerla.

Sirena annuì. Finse di arrendersi.

- Sembra proprio che debba fermarmi qui, stanotte, - disse. Abbozzò un falso sguardo di fuoco. - Che non le vengano in mente brutte idee. So difendermi benissimo.

- Ahi, sono rovinato, - disse Renzo. Poi gli venne in mente qualcosa d'altro. Saltò su dalla poltrona, schizzò verso la cucina.

- La carne! - gridò.

Ritornò pochi secondi dopo.

- Stavo per bruciare tutto, - disse.

Sirena si alzò, posò il bicchiere, fece un gran sorriso.

- Anche un invito a cena, - disse. - Renzo, lei è proprio impagabile.


Cenarono e poi lavarono i piatti, insieme. Parlarono molto, risero, come dei vecchi amici. Parlarono di sé, della propria vita, di tante altre cose. Vennero a galla anche ricordi che ciascuno credeva armai sepolti. Scoprirono che stavano bene, insieme. Stare insieme dava loro una sensazione di calore.

Continuarono a conversare finché Sirena non disse di essere stanca. Era ormai l'una passata.

Renzo la accompagnò nella propria camera. Le diede uno dei suoi pigiami.

- Certo le starà un po' largo, ma non ho niente di meglio.

- Sono sicura che andrà benissimo, - disse Sirena. – Ma …

Si guardò un attimo in giro, come pensando a qualcosa. - Ehi, ma lei dove andrà a dormire? Io le ho rubato il posto.

- Oh, non si preoccupi. Tutto previsto. In soggiorno c’è un divano letto.

Si diresse alla porta.

- Ha bisogno di qualcosa d'altro?

Lei scosse la testa.

- Bene. Allora, buonanotte.

- Buonanotte, - ruscellò Sirena.


(2)

Renzo si sveglia per primo. Era da poco passata l'alba.

Dormiva sempre poco. Amava alzarsi a quell’ora.

Il sole veleggiava sfiorando le cime delle colline. Si poteva osservarlo a occhio nudo. I bordi del disco erano sfilacciati e tremuli, per l'umidita che impregnava l’aria mattutina.

Renzo uscì sulla veranda, ancora in pigiama. Le campagne stavano riprendendo colore. La vita ricominciava.

Renzo si sgranchì i muscoli, fece qualche minuto di ginnastica. La sera prima aveva raccontato una piccola bugia. Il divano era solo un divano, per giunta troppo stretto.

- Quando il sole cominciò ad infiammarsi e gli occhi dolevano a guardarlo, Renzo rientrò, si sciacquò il viso, si spazzolò i denti, si vestì.

Dalla camera da letto non veniva alcun rumore. Silenziosamente, Renzo aprì tutte le altre finestre della casa, si preparò la colazione, rassettò il divano, ripose le coperte che aveva usato.

Quindi prese un libro, lo sfogliò fino a trovare la pagina segnata, si sdraiò in una poltrona.

Qualche ora più tardi chiuse il libro, ormai quasi terminato, si stirò, andò a mettere una chicchera sul fuoco.

Sirena gli aveva detto che si sarebbe alzata presto. Gli sembrava l'ora giusta.

Mentre l'acqua bolliva preparò un vassoio con tazza e zuccheriera. Appena fu pronta, vi depose anche la caffettiera. Si diresse verso la stanza della ragazza. Cercò di immaginare che faccia avrebbe fatto.

Aprì la porta con un gomita. La camera era ancora immersa nell'oscurità. Nella penombra, andò a posare il vassoio sul comodino, muovendosi in punta di piedi.

Andò alla finestra, ne dischiuse le imposte. Si girò allegramente.

- Il caffè, - annunciò.

Il sorriso gli morì sulle labbra. Spalancò gli occhi.

Sirena si agitò un poco, strizzò le palpebre più volte, poi apri gli occhi del tutto.

Vide Renzo, impalato di fronte a lei. Ne seguì lo sguardo fisso, fino all'orribile tentacolo che aveva preso il posto della propria mano. Si sollevò sui cuscini, si concentrò un attimo.

Lentamente, la cosa scomparve, si contrasse, si trasformò.

Ritornò la mano minuta di lei.

Renzo la guardò.

- Chi … chi sei? - disse.

Sirena scese dal letto. Appariva buffa nel pigiama maschile troppo grande. Eppure, quell'aura di fascino non l'aveva abbandonata, anzi si era fatta più intensa.

- Non avrei voluto che tu sapessi così presto, - disse Serena.

Si portò alla finestra. Accostò il viso ai vetri ancora serrati.

- Chi sei?

- Lo sai.

Il viso di Renzo era una smorfia indecisa, una parodia del suo volto normale.

- Da dove vieni?

Sirena fece un gesto vago con la mano, indicando il cielo. - Come posso dirtelo? La mia stella, vista da qui, è un puntino indistinguibile. È lontana quanto il centro della galassia.

- E sei sola?

- Si.

- Dimmi, perché sei qui?

- Ho un guasto, all'indicatore di rotta. Sono stata sbalzata fin qua.

Renzo rivide le immagini della sera prima. Il bolide, la scia di fiamma.

- Allora … quella luce … Non era una meteora. Era la tua nave.

Sirena che arrivava, il suo sorriso. Sirena che gli parlava dei suoi anni passati. Sirena che conosceva così bene la Terra.

- Ma … tutte quelle cose ... tutto quello che mi hai raccontato …

Lei si voltò.

- Ho inventato tutto.

- Come hai potuto?

Adesso Sirena appariva stanca, di una stanchezza interiore.

- Ho incrociato sulla Terra per circa otto mesi, prima di scendere, Renzo. Sulla nave ho degli strumenti per i quali le vostre pareti sono più trasparenti del vetro. Ho studiato un bel po' la vostra società.

Andò ad accovacciarsi sul letto.

- Perché … perché hai scelto proprio me? - chiese Renzo.

- Perché tu puoi aiutarmi a riparare la nave. Ne hai le qualità. Io non potrei mai farcela da sola.

Tra loro era scesa una cortina impalpabile. Renzo prese a camminare pensosamente. Il silenzio sembrava una presenza viva, tangibile.

- Cosa … - disse poi Renzo dopo qualche minuto, fermandosi. Sembrava non trovare le parole.

- Cos'avevi al posto della mano, prima?

- Oh, è una caratteristica della mia razza. Noi possiamo trasformare il nostro corpo come desideriamo. Da secoli e secoli abbiamo ottenuto il controllo completo della carne.

Possiamo plasmarla a nostro piacimento con la sola forza della mente. Ormai il corpo è rimasto solo come un involucro, una protezione del nostro cervello. Solamente quando siamo in stato di riposo perdiamo parzialmente il controllo. Può capitare che il corpo si modelli secondo schemi indipendenti, in parte. Com'è accaduto poco fa. - Sorrise debolmente.

- Non mi aspettavo che tu entrassi prima del mio risveglio.

Renzo andò a sedersi sulla sponda del letto, vicinissimo a lei.

La squadrò come se non l'avesse mai vista prima.

- Questo non è il tuo corpo, allora? Quello vero?

- No.

Renzo scrollò il capo.

- Dovrò informare qualcuno della tua presenza.

- Oh, no, Renzo.

- Perché?

Non capisci? Io sono qui per un incidente. La mia razza non sa nemmeno che la Terra esiste. Siamo così lontani che il contatto non potrà avvenire prima di ventimila dei vostri anni. Quando me ne andrò, questo sarà un episodio chiuso.

Riprese dopo alcuni istanti.

- Renzo, noi siamo una delle razze più evolute della galassia. Ci stiamo avvicinando gradualmente alle altre. Ma solo nella nostra zona di spazio abbiamo trovato più di diecimila altre razze intelligenti. Renzo, diecimila in un centesimo della galassia: comprendi ora?

Lui fece un'espressione rassegnata. Sembrava compresso tra due forze opposte.

- Sai cosa mi chiedi? - mormorò. - Dio, proprio a un ingegnere aeronautico. Un Jumbo è un aeroplanino di carta, in confronto alla tua nave.

- Per questo ho scelto te. Sapevo di potermi fidare.

Renzo strisciò sulle coperte, fino a portarsi proprio di fianco a Sirena. Erano così vicini che i loro visi si sfioravano.

- Qual'è il tuo vero nome?

- Sey-reen.

- Sey-reen, Sey-reen … - ripeté Renzo. - Preferisco l'altro. Affare fatto, Sirena. Però devi promettermi una cosa.

Che non ti mostrerai mai, dico mai, nella tua forma vera.

D'accordo?

- D'accordo. Ma …

Lui le mise un dito sulle labbra. Era tornato sorridente.

Il muro tra loro si era sgretolato.

- Nessun ma, - disse - Va bene così.

La baciò su una guancia.

- Mi stanno venendo certe ideuzze, - disse, correndo via.


Più tardi, Sirena lo portò sul luogo dove lai era atterrata.

La nave era protetta da un campo di forza che la rendeva invisibile. La zona in cui era scesa era isolata e solitaria; non era quasi mai stata calpestata da piede umano.

Renzo e Sirena si guardarono più volte intorno. Apparentemente, non c'era nessuno. Ad un comando mentale di Sirena, si aprì una falla nel campo di forze, che si richiuse dopo il loro passaggio.

(Si erano sbagliati. In realtà li vide un contadino dall'occhio sveglio, alquanto lontano. Vide due figure sparire all'improvviso. In seguito giurò di, non bere più la mattina.)

Sirena mostrò a Renzo il meccanismo che si era guastato, e lui scoprì che non era molto più complicato di un motore d'automobile. Con tante altre cose ben diverse, d'accordo.

Quello stesso giorno si mise a recuperare i pezzi occorrenti per ripararlo.


(3)

Quella sera fecero l’amore.

Renzo aveva svelato una delle sue ideuzze. Sotto sotto, era proprio un porco, se vogliamo.

Le aveva detto che sì, ecco, insomma … che gli italiani a volte sono alquanto strani. Che possono avere delle curiose manie. Avevano una certa fama come … Beh, cavolo, ad esempio si sentivano in giro certe case sulle donne di colore, e a lui sarebbe sempre piaciuto … forse sarebbe piaciuto anche a lei, e … così, in cambio di quanto io faccio, forse. Oh, cacchio … visto che tu puoi fare …

Sirena aveva sorriso. Aveva capito tutto.

Nella forma che aveva assunto, Sirena era magra ma robusta, aveva capelli corvini su un volto limpido, e la pelle dai riflessi ramati.

In un attimo, la sua pelle cambiò colore, si fece di un bruno intenso. Più lentamente, cambiarono anche i lineamenti.

Il capo le si ricoprì di riccioli bruni, e più sotto i capezzoli si fecero color mogano.

Davanti a Renzo apparve la negra più stupenda che avesse mai visto.

Non molto più tardi scoprì che era anche la negra più infuocata e pepata e dolce e felina che potesse mai conoscere.


Era di domenica, i negozi erano chiusi e così avevano molto tempo libero. Certi componenti essenziali Renzo li avrebbe trovati solo a Milano.

In paese trovarono un luna-park, e lui portò Sirena sulla ballerina e sull’ottovolante, e lei si divertì come una ragazzina.

Fecero di tutto, girarono tutti i baracconi, mangiando zucchero filato e tenendosi per mano. Sirena vinse un pesce rosso, e lo costrinse a tirar pugni alla pera di pelle, facendogli fare una magrissima figura.

E lei rideva, rideva in continuazione.

'Rimasero lì fin quando le ombre della sera non avvolsero il cielo.

Tornarono a casa in bicicletta, Sirena seduta sulla canna di traverso, stretta al collo di Renzo. Cantavano a squarciagola.

Durante il percorso, d’un tratto lei lo baciò.

Andarono a finire nel fosso.


Renzo chiese un anticipo delle ferie, si dedicò completamente al montaggio dei pezzi del nuovo strumento per Sirena.

Era un po' più complesso del previsto. Renzo ne era felice.

Sirena gli permise di riprodurre alcuni accessori elementari della nave. Sulla base di questi, Renzo progettò dei nuovi altimetri, tachimetri, flussometri, manometri e chissà quante altre cose ancora, poi, appena avesse avuto il tempo di pensarci. Estrapolò una nuova tecnica che rendeva il radar ridicolo.

Fece appunti di tutto; li conservò per quando Sirena se ne sarebbe andata.

I giorni passavano dolcemente. E le notti, le notti avevano il sapore del miele e della canna da zucchero, e quello dell'acqua dopo un mese di deserto, e il sapore del sale e del sudore, l’odore dell'amore e degli aghi di pino, e l’aspetto della vita.

Lui mormorava strane parole nel silenzio ambrato, stringendola a sé e chiamandola 'Sey-reen'.

Sirena si esprimeva lanciando sibili e fischi. Quando giungeva all'orgasmo gridava, emetteva miagolii e dolcissimi raschi.

Ma pur trasformandosi ogni sera, rimaneva la Sey-reen di sempre. In sembianze giapponesi, o lapponi, o giamaicane, era sempre lei, Sey-reen.


- Sirena, - le chiese lui una Sera, mentre giacevano fianco a fianco, nel buio, - come si chiama il tuo mondo?

Lass'ta, - disse lei. Poi proseguì, come rispondendo ad una domanda inespressa. - È un mondo vecchio, molto più vecchio della Terra.

Si voltò, gli pose il capo sul petto. Prese a carezzargli la folta barba rossiccia.

- Oh, Renzo, è un mondo rosso e viola, striato di bianco e con ampie distese color smeraldo. Ha montagne di fuoco dorato e bianco, mari dai riflessi turchini e cremisi, nuvole color della Luna. Ha fiumi porpora e fiumi neri ribollenti, e alberi azzurri senza rami.

- Tu lo ami, vero?

Lei non rispose, Non ce n’era bisogno.

In diverse sere, Sirena gli parlò delle Montagne Sonore di Redd, e poi del pianeta Thar e dei suoi cristalli mutevoli, che si scioglievano nelle mani per poi formarsi in aspetto e colori diversi.

Gli parlò dei laghi psichici di Lanu e degli arcobaleni di Reven, sensibili alla voce umana e ai raggi laser.

Gli parlò di diecimila mondi diversi, di diecimila razze diverse. Gli narrò le leggende fantastiche di Merk, gli parlò delle feste danzanti di Los, dove dodici enormi serpenti piumati si attorcigliavano assieme fino a formare la figura di un colossale fiore dai dodici petali, muovendosi al suono di un albero cavo battuto con schiocchi della lingua da schiere di altri serpenti.

Gli parlò delle rocce pensanti di Tune, che ogni quattro notti si illuminavano e diventavano trasparenti, e guardando all’interno era possibile rivedere e rivivere il proprio passato. Gli parlò di Son, il mondo gigantesco abitato dai fantasmi di tutti i folletti della galassia, e dove era meglio stare bene attenti, poiché si poteva diventare bersaglio di scherzi piuttosto pesanti.

Gli parlò …

Eppure era sempre lei a stupirsi di quanto lui le raccontava, dei gran canons, dell'isola di Pasqua, delle aurore boreali.


Alcune settimane dopo l'arrivo di Sirena, Renzo si recò a Milano per sbrigare del lavoro sospeso, e per comperare gli ultimi accessori.

Le riparazioni erano quasi ultimate. Renzo aveva la morte nel cuore.

Tornò tre giorni più tardi. Sirena gli fece le fusa tutta la mattina. Più tardi, scherzando, si colorò completamente di rosso, dai capelli alle unghie.

Quindi, con una mossa inaspettata, fuggì via.

Renzo la rincorse fin dentro a un piccolo laghetto azzurro, e poi fuori fra l'erba. Erano entrambi completamente nudi.

Quando la prese, Sirena aveva riassunto il suo aspetto.

Rotolarono al suolo, con i corpi umidi uniti.

Sirena rideva ancora.

- Sei felice? - le chiese Renzo.

- Tanto.

Lui la baciò.

- Demonio, - le disse. - Se c'è qualcuno in giro …

- Ssst, - fece lei, ponendogli un dito sulle labbra.

Fecero l'amore lì, con una passione mai avuta prima.


(4)

Giunse il giorno temuto.

Il congegno funzionava a puntino. Fecero delle prove e furono tutte positive.

- Bene, sembra che tutto sia a posto, - disse Renzo con un sorriso tirato.

Girò per l'ampia cabina, evitando di guardarla. Toccò le pareti argentee, guadagnando tempo, sfiorò le file di strumenti e di indicatori.

Poi si decise.

- Quando partirai?

- Usciamo, - disse lei.

Scesero per la rampa, tornarono sul prato.

Faceva molto caldo, sotto la cupola d'energia. Renzo si sentiva la fronte imperlata di goccioline di sudore.

Per qualche minuto ancora non dissero nulla. Poi Renzo le si portò di fronte.

- Dunque?

Sirena si aprì in un sorriso indimenticabile.

- Non partirò, - disse.

Renzo sembrò ricevere una mazzata. Non comprendeva. Poi qualcosa si accese in lui, e s'illuminò tutto.

- Ehhh … ? Vuoi dire … Non ... non te ne andrai?

- No. Tanto, ormai mi credono ... dispersa.

Una folgore attraversò il cervello di Renzo. Comprese tutto. Trovò il paradiso.

Sollevo Sirena tra le braccia, la fece roteare.

- Ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo … - diceva lei.

Furono felici tutta l'estate, finché accadde.

Verso i primi giorni di settembre, Renzo andò ancora a Milano, per brevettare il primo e più semplice dei suoi progetti. Tornò in una sera di fine mese, scuro in volto e dall’apparenza stanca.

Sirena capì subito che c'era qualcosa che non andava.

- Cos'è successo? - chiese.

- Tutta quella gente … - iniziò lui - Non capivo più nulla.

Sprofondò in una poltrona. Sirena lo fronteggiò, aspettando che proseguisse.

- La discesa della tua nave, - disse Renzo, - non era passata inosservata. La traiettoria non quadrava. E, nonostante le ricerche, non si è trovato alcun cratere. Comunque, come altre cose qui in Italia, il fatto sarebbe stato accantonato, se non fosse stato per uno scienziato americano. Mi ha conosciuto alla conferenza che ha tenuto e, volendomi parlare ancora, si è procurato il mio indirizzo di qui. Non so come, ma dev'essersi accorto che è molto vicino al punto stimato di caduta del presunto meteorite di quattro mesi prima.

Si è incuriosito, ha fatto delle ricerche. Ha scoperto che il suolo di questa zona presenta delle anomalie magnetiche, che molte persone lamentano disturbi agli apparecchi televisivi. Quindi ha fatto due più due. E non è stato il solo.

Non si possono tenere segrete queste cose. Stanno venendo qui, Sirena. Hanno preparato una spedizione di ricerca. Non hanno voluto ascoltarmi, anzi non so neppure come ho potuto venire via per informarti.

Crollò, come fosse esausto.

Sirena era impallidita.

- È terribile, - mormorò. - Sai cosa significa?

Renzo annuì col capo. Lo sapeva benissimo. Pure, abbozzò un tentativo.

- Forse, - disse, - non scoprirebbero comunque nulla. Potresti rimanere.

- No. Sai che non è così. Troverebbero subito la cupola intorno alla nave. Il suo campo magnetico è come un faro.

Con il tempo, probabilmente riuscirebbero ad annullarlo, ad accedere alla nave.

Cos'altro c'era?

Un caleidoscopio di immagini. Ricordi. Una lacrima fuggitiva sul viso di lei.

- Devo andarmene, - disse Sirena.

Si voltò, si diresse alla porta.

- Aspetta! - gridò Renzo.

Lei era già fuori. Renzo varcò la porta spalancata, la inseguì chiamandola per nome, correndo come un ubriaco, incespicando e scivolando.

- Sey-reen ... Sey-reen ... - gridava. - Sirena!

In qualche modo si ritrovò sotto la cupola d'energia.

Ma c'era qualcosa, di diverso. Una sconnessa intuizione gli fece capire che la nave doveva essere perfettamente visibile, anche fuori del campo.

Sirena lo stava aspettando. Era tornata calma, ma il suo viso era ancora triste.

- Sey-reen …

- Vieni via con me, - gli disse lei.

Renzo la guardò, come se non avesse capito.

Andare via? Lasciare la Terra? Avere le stelle in cambio? Gli sembrava tutto così assurdo, eppure così affascinante. Poi capì. Non poteva andare via.

- Non posso, - sussurrò.

Le prese le mani - Questa … non sei tu. Non è la mia Sirena. Il tuo vero corpo mi è estraneo. Non potrei vivere con te quando tu riassumerai le tue sembianze, quando sarai tornata fra i tuoi.

- Renzo … - cominciò lei, come se volesse dire qualcosa.

- Oh, Renzo, - disse poi solo.

Lo abbracciò, gli strinse forte le braccia al collo, lo baciò a lungo.

Infine, sentirono giungere dei rumori. Arrivava qualcuno.

Sirena si staccò da Renzo. Come per incanto, apparve la rampa di ascesa. Sirena fece qualche passo, salì di alcuni metri.

Ora si distinguevano nettamente delle voci, il latrare dei cani; fari d'auto sciabolavano nella semioscurità.

La nave cominciò a risplendere debolmente, si fece perlacea.

- Renzo, - sospirò Sirena. Sembrava aver preso una decisione. - Ti avevo promesso di non farti mai vedere come sono realmente. Quella promessa ora non vale più.

Non aggiunse altro.

- Sirena, cosa … ?

Le forme di Sirena si stavano sciogliendo, il suo corpo si trasformava.

- No! - gridò Renzo. Poi ammutolì.

La sagoma era di nuovo stabile. Davanti a lui era apparsa Sey-reen, la vera Sey-reen.

Ed era una visione da togliere il fiato, che abbagliava, che colmava la mente e ne traboccava. Era un'immagine talmente stupenda che rischiava di essere insostenibile. Sey-reen era di una bellezza tale da rendere grottesca Sirena, da far apparire le sue trasformazioni di quei mesi come una goccia nel mare, come un granello di sabbia nel deserto.

- Sey-reen ... - sussurrò Renzo.

- Vieni, - disse lei.

Lo riprese per mano.

Lui la fissava come inebetito, camminava automaticamente.

Risalirono la rampa, entrarono. Il portello si richiuse.

In un attimo erano già spariti nel cielo.


da "The Time Machine" n. 4/‘78






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