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Il difensore della fede


di Giuseppe Laieta


"Nel mese terzo dell'anno 837 A.d.F., gli esploratori che ritornarono alle fortificazioni poste a presidio della parte orientale e dei passaggi obbligati delle Helpes, che come una corona proteggevano il nostro suolo consacrato, riferirono di essersi imbattuti nelle avanguardie della più temibile orda di nomadi Mu, che potesse essere ricordata a memoria di uomo.

Solo gli Annali, risalenti a cinque secoli prima, riportavano la descrizione di un fenomeno analogo che aveva sfiorato il Suolo Benedetto e poi si era allontanato verso occidente senza toccare i Territori intatti.

La successiva missione esplorativa tornò decimata e impaurita da ciò che aveva veduto: il grosso dell’orda dei Mu avanzava in migrazione portando con sé donne e bambini.

Erano più di centomila, raccontavano gli esploratori: esseri enormi dai visi leonini, alcuni con le corna, creature di statura enorme, con un occhio solo e se ne prevedeva l'arrivo ai nostri confini sul finire dell'inverno.

Ma la Fede, aveva già forgiato nella Sua Mente e nel Popolo Prediletto, l'arma che avrebbe sconfitto e sterminato i nemici e innalzato la gloria di Dio e del Suo Popolo … "

Padre Martin, abate del Monastero di Moyale, storiografo ufficiale degli annali, alzò gli occhi dal manoscritto e fissò la parete innanzi a sé e cercando nella memoria l'ispirazione per le pagine che stava scrivendo …


D'Anael Kellern, come tutti i figli maschi degli appartenenti al Clero, dall'età di quattro anni era stato allevato nei costumi più frugali e iniziato all'arte sacra per essere elevato in seguito alla dignità di guerriero: cavalcare, maneggiare lancia e spada non avevano segreti per Lui. Tutti i Sacerdoti dovevano eccellere nel Mani Vuote, la disciplina che insegnava a trasformare ogni parte del proprio corpo in arma di morte ed egli primeggiava su tutti.

A trentanove anni, aveva i capelli neri già striati da lunghe ciocche grigie e sul viso lungo, dalla mascella caparbia, spiccava come per beffa un naso aquilino, storto e pronunciato, terminante su un paio di baffi spioventi, che tentavano di nascondere la cicatrice che dallo zigomo gli raggiungeva la bocca alterandone le linee, trasformando le sue espressioni più severe in un ghigno irriverente e i suoi rari sorrisi in una smorfia cinica e assurda.

Gli occhi profondi, vivissimi e scuri e il suo portamento fiero avevano supplito la statura media e anonima, la sua ferrea costanza e la fede ne avevano fatto dopo molte delusioni un capo di uomini.


Nella grande sala gremita da un pubblico immenso spiccavano le nere tonache degli Abati, le grigie giubbe dei guerrieri, le tonache rosse e gialle dei valletti e su tutti aleggiava un timore che faceva inconsciamente abbassare il tono della voce: la paura dei Mu.

Accorsi da tutte le provincie in grande fretta, erano giunti per ascoltare le parole di D'Anael Kellern la cui figura rigida e severa sul podio alzò le mani per ottenere silenzio:

- Reverendi Padri, la Legge vuole che nei momenti di estremo pericolo tutti i sacerdoti e i guerrieri siano chiamati a difendere con la propria vita la missione che Nostro Signore ci ha affidato. L'attuale situazione permette di reclutare un numero limitato di soldati e di mezzi e con questi contingenti non posso assumermi di fronte al Consiglio neanche la responsabilità di difendere i nostri confini.

Col disgelo di primavera, quando i passi saranno liberi, dovremo sfidare il ricordo del peccato dei nostri antenati: questi esseri deformi, che ogni giorno mostrano dove la follia umana può giungere se non è sostenuta dalla Fede.

Ora propongo che anche i secondogeniti e i terzogeniti vengano arruolati nell'esercito … e questo non basta!

La paura, espressamente voluta diede il tempo a D'Anael di scrutare il semicerchio di volti impauriti e attenti e notarne i segni d'inquietudine: un muoversi di piedi, un aggiustarsi di membra sugli scranni, un toccarsi tormentato di barbe e un lampo divertito passò per una frazione di secondo nei suoi occhi.

- Allora cosa ci propone il nostro primo guerriero?

La domanda proveniva dall'Abate D'Angor della provincia di Kussel, la cui bocca molle e inquieta nel viso da luna piena ne denunciava le intemperanze e tradiva la paura di perdere preziose decime della sua grassa provincia.

- Propongo di armare contadini e schiavi!

Il silenzio pesò un attimo sull'assemblea, poi fu interrotto dall'Abate D'Agaseth che rosso di collera era scattato in piedi con l’indice proteso: - Ma è un sacrilegio! No! No … È sacrilegio! Per quasi mille anni abbiamo impedito che il metallo impuro potesse passere nelle mani di costoro.

Un servo non può toccare il metallo corruttore che ha distrutto la civiltà dei nostri antenati, senza che la sua anima possa essere alterata; dai consigli del Maligno!

Padre D'Agaseth si interruppe sconvolto mentre voci irate e un brusio generale di assenso correvano fra le fila degli scranni. D’Anael Kellern alzò le mani in un gesto consueto per ottenere il silenzio e gridò: - Reverendi Padri! Reverendi Padri! Lasciatemi terminare …! Per cortesia …!

Il gong percosso dal decano degli Abati interruppe il clamore.

- Fratelli lasciamo terminare il fratello Kellern!

- Reverendi Padri, - ricominciò questi, rivolgendosi soprattutto a Padre D'Agaseth - per quasi mille anni abbiamo operato in modo che il metallo potesse essere forgiato e manipolato solo da uomini consacrati a Dio, conoscendo i pericoli che il maneggiarlo comporta, ma il momento è tale che tocca a Voi scegliere, reverendi Padri, o armare servi e e schiavi o perire insieme ad essi, lasciando che il nostro popolo sia distrutto da barbari senza Dio … ai servi e agli schiavi … proporrei … la libertà e terre …

- Quali terre? - la voce proveniva dagli ultimi scranni.

- Le Terre dell'alto Brunner, Reverendi Padri, esse sono al di fuori dei nostri confini, e così facendo lasceremo la loro minaccia sempre sotto la stretta sorveglianza di uomini di Fede.

Abbiamo circa tre stagioni prima che il disgelo di primavera renda i passi praticabili, e il grosso di questi barbari ci piombi addosso, e il tempo stringe. Cerco un voto, a Voi stabilire …

A grandi passi si avvio verso l'uscita e le pesanti porte di quercia si chiusero alle sue spalle. Dopo tre lunghe ore il Consiglio votò: D'Anael Kellern aveva mano libera …


D'ANAEL KELLERN

- Accorsero in diecimila al mio proclama, ne inquadrai quattromila nella fanteria pesante, altrettanti nella compagnia d'assalto che prese poi il nome di Compagnia della Morte, i Restanti come fanti leggeri: li sfiancai, li feci rimpiangere di essere nati e ne feci un esercito.

Lo strumento migliore fu "La Compagnia della Morte": in essa ogni fante portava un pesante scudo di cuoio e come arma una angona: una lunga asta a tre punte, quella centrale forgiata a lancia, le due laterali a mezza luna; a ciascun fante era affiancato un altro uomo armato di uno scudo leggero e di una maneggevole daga.

Venne il giorno della battaglia.

L'orda dei Mu aveva trasformato il castello di Vasselinn in una rovina fumante, trucidandone la guarnigione che con il suo sacrificio aveva permesso al grosso delle mie forze di attestarsi in un punto strategico.

II sole era spuntato sulla nebbia che pesava nella vallata dell'Atheste, il fiume che la divide in due, alla destra erano i contrafforti della Rocca, un massiccio promontorio roccioso che forma una strozzatura con il fiume, e al di là di questo passaggio obbligato, ai barbari non sarebbe restata che l'ampia visione della verde pianura che dolcemente degradava verso il mare.

All'avanguardia nella strozzatura delimitata dal fiume e dalla Rocca, piazzai i fanti leggeri, all’ala sinistra le compagnie degli arcieri, al centro dello schieramento la Compagnia della Morte e sulla bocca, ben occultati, mille arcieri.

All'ala destra le massicce falangi della fanteria pesante e la cavalleria alla retroguardia avrebbe aspettato ai mei ordini.

Nel diradarsi delle nebbie comparvero i primi; erano reduci da un'orgia di sangue, sulle lunghe picche, insieme alle loro insegne, portavano un macabro bottino, le teste dei nostri sventurati compagni. Videro i nostri armati e le avanguardie cominciarono a cantare una canzone primitiva e ossessionante mentre il grosso dell'orda li raggiungeva, incalzati, alla retroguardia, dai carriaggi con donne e bambini.

Quanti e quali orrori senza nome avrei visto quel giorno, la mia fantasia non avrebbe mai potuto immaginare!

Coperti di pelo e di pelli, i capelli sbiancati con il gesso, con grida gutturali avanzavano figure i cui antenati erano stati umani.

L'avanguardia di fanti leggeri crollò di paura e di orrore come un campo di grano squassato dal vento, ripiegando al secondo assalto di quei senza Dio che inondarono la piana eccitati dal sangue e dalla vista che si intravedeva lontano: il mare.

Al mio segnale tre suoni di corno avvisarono la cavalleria, composta dal fior fiore dei figli delle nobili casate, di aggirare il promontorio della Rocca nel tentativo di sorprendere alle spalle il nemico, come precedentemente concordato.

Al suono delle cornamuse e dei tamburi di guerra avanzò la Compagnia della Morte; le corse incontro l’orda dei Mu picchiando le spade sugli scudi, agitando le lunghe picche con ritmici e tremendi urli, in preda ad un furore assassino, incitati delle urla acute delle donne che dall'alto dei carri, con i capelli scarmigliati, brandivano anch'esse lunghi coltelli.

Lo scontro frontale avvenne con grande clamore, ripetuto dagli echi delle vallate; da entrambe le parti il cozzo delle armi fu tremendo, mentre tamburi e corni incitavano: le lunghe picche a guisa di forcone della Compagnia della Morte imbrigliavano, come avevo previsto, tre, quattro picche nemiche, e per i fanti leggeri era facile colpire le parti scoperte dei nemici.

La nostra ala sinistra si schierò lungo il fiume, mentre le trombe annunciavano l'entrata in gioco degli arcieri, l’elemento sorpresa.

Le rosse bandiere facevano contrasto con i sassi bianchi nel sole, col verde dell'erba; il bruno delle divise era un confortante sapore che mi riempiva la bocca, mentre un nugolo di frecce oscurava il sole, abbattendosi d'infilata sul nemico.

La fanteria pesante fece muro sull'ala destra, difendendo le propaggini della Rocca; le grigie divise e il cuoio degli scudi la facevano sembrare temprata nel metallo.

Mentre già pareva che il centro del nostro schieramento cedesse sotto la spinta incalzante di centomila barbari che, pur decimati, ci affrontavano nel rapporto di cinque a uno, il vento ci portò squilli di trombe e in lontananza, come un miraggio, apparvero gli stendardi verde ed oro della cavalleria.

L'attacco, guidato alla testa dei carri falciati, fu travolgente come un fiume in piena che non ha ostacoli; il nemico resse qualche secondo, incapace di reagire alla sorpresa, poi le sue fila si frantumarono e dovette ripiegare: i loro carriaggi formarono una linea lungo il fiume e l'orda si compose a semicerchio, mentre i suoi guerrieri, ormai stremati dal caldo delle nostre regioni, combattevano completamente nudi.

Erano accerchiati e con il fiume elle spalle non avevano scampo: la vittoria era nostra …!

Fu in una pausa della battaglia, che il loro capo grugnendo avanzò chiedendo lo scontro con il capo dei nemici, forse cercando le vita per i suoi rimasti.

Nel silenzio, avanzai, armato di scudo e di daga, misurando l'immensa statura di quell'essere che mi stava d'innanzi; girando in cerchio, parata su parata, l'acciaio delle nostre spade faceva scintille. Ci accanivamo in finte e controfinte, solo il rumore dei nostri passi sul terreno, faceva da contrappunto allo squillare dell'acciaio, ai colpi sordi sugli scudi.

Gli uomini e l'orda dei Mu si erano fermati come per incanto; comprendevano che il loro destino dipendeva dal nostro duello.

Guardavo quell'essere monocolo e sentivo i suoi denti digrignare; lunghi canini gli spuntavano dalle labbra semiaperte e spruzzi di saliva mi raggiungevano sul corpo quando ansava. Si scoprì un attimo, allora colpii, ferocemente alla spalla destra: il braccio gli pendette inerte, si toccò la ferita sorpreso e fulmineamente passò la spada nella mano sinistra.

Le nostre spade si opposero ancora, mentre con tutta la forza del nostro corpo spingevamo su di esse, e come una belva egli affondò i tremendi canini nella mia spalla sinistra, squarciandosi la guancia contro il collare chiodato che mi difendeva la gola mentre lottavamo a viso a viso.

Un velo nero scese a coprirmi gli occhi, muscoli e ossa della spalla sembravano schiantarsi in quella presa ferrea allora, per istinto di conservazione, in un attimo di lucidità, vidi scoperta la gola bianca del mio avversario, e a mia volta vi affondai i denti.

La vena giugulare spezzata mi inondava la bocca e il naso di sangue, quasi a soffocarmi, vinsi la nausea fino a quando sentii la trachea scricchiolare e spezzarsi sotto i miei denti: crollammo insieme.

Il resto della battaglia mi fu raccontato; mi dissero che i Mu in fuga verso il fiume, furono trucidati dalle loro stesse donne; mi dissero che esse strangolarono i loro piccoli e infine, per non cadere vive nelle nostre mani, si suicidarono gettandosi sui loro lunghi coltelli.

Il fiume fu rosso di sangue per tre giorni, annunciando a valle la tremenda battaglia che si era combattuta; il popolo ci accolse gridando di gioia mentre attraversavamo i villaggi, ed io, nel delirio della febbre, sentivo giungere tutto ciò da lontano, come in un sogno.

Buio. Paura.

Il cuore mi batteva come un tamburo di guerra, la spalla mi pulsava violentemente.

Mi svegliai urlando, madido di sudore, prima di riconoscere le forme consuete della stanza dell'abazia di Moyale dove avevo trascorso tanto tempo della mia gioventù.

Sedetti sul letto, mi detersi il sudore con i lenzuoli, afferrai la spada e cercando un po' di pace, scesi nella cappella a pregare.

Le lampade ad olio bruciavano in silenzio sull'altare, gettando lunghe ombre tremule sui muri: mi accosciai sostenendomi alla spada.

Il silenzio della notte quieta mi faceva bene e mi venne spontaneo rivolgere una preghiera ad alta voce come da tempo non mi succedeva più:

"Sono vissuto con questi uomini che prima conoscevo solo dall'alto di un cavallo, per quasi un anno, ed essi hanno combattuto e sono morti, non per salvare questa società che li ha sempre considerati bestie da soma, hanno combattuto per qualcosa di più: per la libertà, per conquistarsi la dignità di essere uomini liberi, di poter decidere del loro destino anche a costo di sbagliare.

Inconsapevolmente per essi sono diventato un simbolo: oggi sono venuti da me i comandanti delle mie compagnie e mi hanno detto:

- Ora tutto è possibile, non c'è nulla che possa fermarci, possiamo marciare sino alla capitale, il popolo è con noi, possiamo rovesciare questa società che ci ha negato i nostri diritti, che si è servita di noi solo per non perire!"

Per la prima volta, io nobile, io uomo di Fede, io che non avrei mai tradito il mio titolo e la mia casta, io ho dubitato …

Tra noi e la capitale c’è solo un esile confine; la mia coscienza …

La veste che indosso, l'impegno che ho preso indossandola, dovrebbero impedirmi questi pensieri sacrileghi, eppure, non per l'ansia del potere ma solo per un senso di giustizia nei confronti di questi uomini che vedono in me qualcosa che trascende la mia figura umana, io sento che è giusto domani all'alba mettermi alla loro testa …

Sentii alle mie spalle un rumore di passi leggeri e la mia spada era già pronta, ma quando riconobbi l'alta figura vestita di nero la rinfoderai.


D’Anael Kellern, difensore della fede, alla testa del suo esercito, guidato dalla mano di Dio, sconfisse l'orda dei Mu a trenta miglia a nord di Pavdin, lungo il fiume Atheste in una grande battaglia nel giorno undicesimo del mese quinto dell’anno 838 A.d.F. in quella località ancor oggi chiamata "Luogo del sangue".

D'Anael Kellern, primo guerriero, acclamato dal popolo, primo Difensore della Fede, morì per avvelenamento contratto dalla bocca immonda di un Mu, dieci giorni dopo, mentre pregava nella cappella dell'Abbazia di Moyale.

La Compagnia della Morte fu sciolta, i suoi reduci ebbero le terre a nord, sull'alto Brunner, al di fuori dai nostri confini, al di là delle Terre Intatte …

DAGLI ANNALI STORICI VOLUME V


Padre Martin chiuse il pesante volume con un gesto secco e ricordò la notte in cui era sceso par la scala segreta nel tempio: D'Anael Kellern era la con la spada levata e riconoscendolo non aveva colpito.

Dio avrebbe certamente compreso il pesante fardello che si era di sua volontà addossato, che aveva voluto fosse soltanto suo, dal giorno in cui il Grande Consiglio, permettendo di armare schiavi e servi, aveva decretato la morte di D'Anael Kellern.

Altre volte, nel passato, un uomo, dopo una guerra vittoriosa, era stato un simbolo, il punto focale delle componenti che la storia conserva nel suo grembo, a partorire mutamenti e incognite per la civiltà e la decisione del Consiglio era scaturita da questa paura del passato, dal ricorso dei cicli storici: le palline nere ad una ad una erano cadute dalle mani degli abati all'interno dell'urna.

Le dita di Padre Martin accarezzavano la preziosa scatola contenente il proiettore ultrasonico, reliquia di una civiltà scomparsa, che era stato suo complice nel campiere quell'orrendo delitto.

Una lacrima scendeva sul suo viso di vecchio, come quella notte, in cui aveva pianto in silenzio, chino sul cadavere dell'uomo che aveva ucciso, e con mani tremanti aveva chiuso gli occhi del suo unico figlio.


da "The Time Machine" n. 5/‘78






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