Il mondo di Eso
di Ignazio Arena e Gianangelo Gramaglia
La cosa che prima si scorge del mondo di Eso è proprio quella che ci è maggiormente aliena. La cebu Igarka mi aveva più volte raccontato come doveva essere il mondo di Eso, ma nessuna descrizione poteva riuscire a dare quel senso di vuoto e di smarrimento che, quando fummo fuori, provai alla vista di ciò che lei chiamava "cielo". Un vero e proprio abisso al contrario. Sapevo perfettamente che la Gravità, la divina forza che attrae verso il mondo di Eso, ci teneva al suolo, ultimo legame coi corridoi sotterranei; ma davanti a quella voragine coronata da nubi in movimento di cui riuscivo a stento a scorgere il fondo nero, non mi sarei meravigliata se noi fossimo state strappate alla terra per essere risucchiate nelle immensità di quegli spazi lontani, senza pareti.
Mi occorsero parecchie ore per abituarmi a quella presenza colorata sopra la testa al posto della consueta galleria di roccia. Ma anche in seguito, ogni tanto, volgevo gli occhi al cielo con un po' di apprensione. Avevo il terrore che quei colori mai visti potessero crollarci addosso da un momento all’altro, ma avevo anche il sospetto che fosse la nebbia ovattata a fare da sostegno a quell’abisso, al contrario.
Nel pomeriggio, la nebbia che ci aveva accompagnato per tutta la mattina, cominciò a sfrangiarsi. Io e Igarka camminavamo vicine l'una all'altra, attente a non sprofondare nell'erba alta e bluastra, aiutandoci a vicenda nel procedere in quella distesa di cui non vedevamo né l'inizio né la fine.
Il mio corpo era immerso nell'erba i cui mille fusticini azzurri mi toccavano, strisciavano, penetravano da tutte le parti, invadenti, a suscitare in me le più diverse sensazioni.
Mi spaventava il pensiero di trovarmi immersa tra piante alte fino alla cintola, e non vedevo l'ora di uscirne. Non riuscivo a liberarmi dalla paura che prima o poi quelle strane creature filiformi e taglienti mi avrebbero inghiottito.
Ma la presenza di Igarka mi faceva sopportare tutto ciò.
Bassa, opprimente, una coltre di vapori nascondeva l'orizzonte e il cielo. Non sapevamo spiegarci quelle nebbie improvvise, bianche e giallastre, di una consistenza quasi fluida, che si formavano per poi subito dissolversi. Erano più o meno alte nel cielo a seconda dei composti chimici che le sostenevano in aria.
Ansando per la fatica, mentre la luce aumentava il suo chiarore sopra di noi, giungemmo sulla sommità di una collinetta. Eravamo due corpi d'ambra su un piccolo rilievo nel gran mare bluastro ondeggiante dai riflessi turchini.
Alzammo gli occhi, e lo spettacolo che si parò dinanzi a noi ci lasciò senza fiato.
- Non è meraviglioso, Jana?
- Sì, Igarka ... è ... - non avevo parole per descrivere ciò che provava il mio spirito. Davvero non ero pentita di averla seguita là dove nessun'altra essenza lo avrebbe fatto. Ed ero orgogliosa che la cebu Igarka avesse scelto me.
- È la prova che il mondo, tutto il mondo, è meraviglioso, e che solo le nostre paure e la nostra ignoranza ce ne hanno tenuti lontani. - mi disse la cebu.
La guardai. Vidi che anche lei faticava a distogliere lo sguardo da quello spettacolo meraviglioso. Sembrava addirittura più bella di quanto fosse in realtà.
- È così, Igarka, è così … - mormorai.
-·E dimmi, hai visto finora anche uno solo di tutti quei mostri che si dice vivano qui, all’aria aperta? - I suoi occhi verdi e profondi mi fissavano allegri, in tono di sfida.
- No. No, nessuno. - risposi secca.
- Allora andiamo. - mi disse con la sua solita dolcezza, mettendomi una mano sulla spalla. Annuii e la seguii nella discesa, ma sarebbe stato meglio che i mostri non me li avesse ricordati. Nelle due ore successive non riuscii a pensare ad altro.
La nebbia, che poco prima si era solo diradata qua e là, in chiazze, ora era sparita dal terreno e, dove prima c’era solo qualche squarcio, ora un cielo in ebollizione si apriva su di noi, lontanissimo, di una bellezza terribile e minacciosa.
Le nubi si spostavano velocissime, lassù, a mille piedi e forse più di altezza, in tutte le tonalità del viola e dell'arancio, su un fondo luminoso di luce turchina.
I colori, incredibili e irripetibili, le fantasmagorie incessanti che si succedevano sulla volta celeste offuscavano anche le bellezze della prateria azzurrina che ci circondava.
Ci sentivamo piccole piccole, su quella collina, mentre le forze indomabili dell'atmosfera si manifestavano davanti e sopra di noi. All'orizzonte, sulla nostra destra, basse nuvolette peregrine immergevano ancora le loro propaggini più basse nell'azzurro dell'erba. Sulla sinistra, il nostro sguardo poteva spaziare lontano, fin dove altri colori indicavano che laggiù l’erba non cresceva.
Era una pianura, uno sconfinato ed irraggiungibile pianoro per noi cha attraversavamo gli altipiani azzurri. Bianca e luminosa, era tutto quel che potevano distinguere i miei occhi doloranti per la gran luce. Forse tutto quel biancore era dovuto ai residui non bio-degradabili dell’ultima piena primaverile, o forse il motivo era molto più misterioso.
Radi veli trasparenti, venati di tutte le tonalità proprie degli idrocarburi, scendevano filando dal cielo altissimo, precipitando a quota sempre più bassa, per poi cadere lentamente sulla distesa dl manto vegetale che, pochi istanti dopo, li stava già assorbendo. Le punte dure e bluastre dell'erba ondeggiante traforavano con ampi squarci il variopinto sudario. Poco dopo, di una bava celeste lunga decine di piedi, non rimaneva più nulla.
Un rumore assordante venne da dietro di noi. Ci voltammo e scoprimmo, quasi con terrore, che un'altra voragine si era aperta tra le nubi.
Avevamo salito l'ennesima collinetta accarezzata del soffio leggero della brezza che soffiava alle nostre spalle, quando, scendendo nella valletta sottostante, notammo che l’erba azzurrognola aveva cambiato tonalità. La cebu Igarka ne dedusse che la causa poteva essere di ordine naturale e biologico, ma sapevo come lei sperasse che fosse un'altra: era in cerca delle rovine affioranti delle civiltà del passato.
Camminammo ancora per un tratto. L'erba si faceva sempre meno alta e sempre maggiore si faceva la nostra attenzione.
Ad un tratto Igarka si arrestò. Sembrava aver trovato qualcosa, ma sebbene mi trovassi a pochi passi da lei, non vedevo nulla. Mi indicò allora una zona davanti a noi, e per tutti i meandri del sotterraneo, non vedevo nulla di strano, solo un fondo di torrente asciutto coperto di radi ciuffi della solita erbaccia!
- Continui a non vedere, Jana? - Mi inginocchiai accanto a lei. Igarka stava osservando il disegno delle zone in cui l'erba era assente e un muschio grigio-azzurrognolo, bruno-rossiccio su certe asperità, si estendeva molle e spugnoso fra ciuffo e ciuffo.
- Vedi? Quella che parte dai nostri piedi e arriva fino a quel punto è una linea retta. - E così dicendo lanciò un sasso coperto di muffa che sparì inghiottito dal greto spugnoso.
- Ma come è possibile? Forse si tratta di una coincidenza! - Le mie parole, però, non suonavano convincenti alle mie stesse orecchie.
- No, non si tratta di una coincidenza, Jana. - L'espressione di Igarka era seria, con un tono trionfante nello scintillio degli occhi che brillavano dietro gli occhialoni semi-appannati. - Del resto lo vedremo subito, - fece, e con impeto giovanile estrasse dal tascapane una paletta metallica e cominciò a scavare, dapprima con foga, poi sempre più delicatamente, man mano che il muschio fresco spariva e quello secco e stratificato veniva alla luce, insieme a frammenti di materiale sintetico di varia forma e consistenza. Prima che lo chiedesse la imitai, e cominciai a scavare anch'io seguendo la traccia diritta. Mezz’ora dopo il metallo luccicante era lì, sotto i nostri piedi.
- Un nastro d'acciaio! È … è acciaio, Igarka, puro, rettilineo, sagomato!
- Si, Jana, - mi rispose, - è acciaio, acciaio lavorato.
- Ma se questo è un manufatto allora …
- Si, è proprio così: queste sono le tracce della favolosa Via del Ferro, quella che negli antichi testi viene ricordata come la Ferrovia. - Le sue mani correvano a tastare la liscia superficie che brillava sotto le dita avvolte nei guantoni gialli.
- Jana, non essere incredula; anch'io provo le tue stesse sensazioni. Ho vissuto per tutta la vita in teorie ed ipotesi. Ho interrogato i Tre Trattati Sacri mille e mille volte. Eppure, ora che la prova di tutto ciò è qui sotto le mie mani tutto mi sembra così maledettamente semplice e meraviglioso. Essenze umane hanno vissuto Fuori, essenze hanno fatto questo, Jana! -Mi strinse forte il braccio che le avevo teso, forte fino a farmi male.
Intanto il tempo era cambiato. La foschia era tornata e l’ecosfera del lago cominciò a farsi sentire anche lì dove ci trovavamo, Ci accovacciammo nella buca appena scavata.
Il muschio ed il terriccio nero si stavano coprendo di una brina sintetica. Le modificazioni chimiche stavano cambiando velocemente la superficie ed il suo aspetto. Nulla poteva restare impunemente a contatto con l’atmosfera senza subirne le conseguenze. Tossii ripetutamente cercando di frenare le convulsioni che mi scuotevano. Disorientata dalle folate mefitiche, mi rannicchiavo sempre di più nello scavo accanto alla barra metallica appena scoperta. Anche la cebu si curvò e mi seguì nel precario rifugio. Ci sollevammo il bavero plastificato cercando istintivamente di proteggerci dalle vampe infuocate e puzzolenti che ci colpivano alle spalle. Tutto era sparito intorno a noi.
Solo qualche macchia bluastra in quell’inferno giallastro ci ricordava il paesaggio di pochi istanti prima. Erano i ciuffi sferzati e tormentati come noi dalla tempesta chimica.
- Non sopravviveremo a lungo in questo buco! - gridai cercando di avvicinarmi a Igarka più che potevo.
- E dove possiamo andare? Fuori è peggio … - era il vecchio proverbio che avevo sentito usare tante volte in tutte le occasioni, anche a sproposito, ma che, detto da Igarka assumeva l'aria di un saggio consiglio.
Me ne resi conto appena cercai di fare qualche passo oltre il bordo del nostro scavo. Una ventata infuocata mi colpì come una mazzata, e mentre stavo ancora barcollando una seconda forte quasi quanto la prima mi buttò a terra. Nel calore insopportabile, mentre i vapori mi stavano soffocando, sentivo che non sarei più riuscita a rialzarmi. Nella mia mente il terrore che la tuta si fosse fessurata si mischiava al dolore e allo sforzo per non scivolare lontano come le palle di ciuffi sradicati che il vento faceva rotolare e che apparivano fuggenti alle mie spalle, per poi sparire nel nulla giallastro.
Ero aggrappata ad un ciglione d’erba e non sapevo fino a quando le mie mani avrebbero continuato a resistere. Sentivo i piccoli fusticini glauchi tagliare la pelle dei miei guantoni e anche questo era un motivo di disperazione.
Quando ormai mi sentivo perduta, due braccia mi afferrarono per i piedi e lentamente cominciarono a trascinarmi nella buca. Gli istanti mi sembrarono lunghissimi ma alla fine Igarka ce la fece. Restammo a guardarci piene di rassegnazione risparmiando le forze e respirando piano finché la tempesta non passò.
Quando nell'aria rimase solo qualche filamento giallo-crema e la temperatura ce lo consentì, uscimmo fuori. La visibilità era scarsa, ma quello che ci impediva di seguire la traccia delle Ferrovie era ben altro. Sul terreno si era sedimentata una sostanza perlacea, luccicante come mica, dai riflessi giallo-dorati e grigio argento.
Per fortuna ricordavamo da che parte si dirigeva il nastro d'acciaio e così ci avviammo. Non potevamo certo abbandonare il tracciato della nostra scoperta.
- Mi sembra che il solco girasse intorno a quella collinetta, Jana.
- Si, Igarka. Speriamo che questo precipitato laggiù sia meno abbondante.
Muovendo lentamente i pesanti scarponi, con ancora nelle orecchie l'urlo della bufera lacustre, giungemmo al lato sotto vento dopo aver percorso qualche centinaio di piedi.
Le pieghe delle nostre tute smisero di svolazzare con il caratteristico rumore non appena il vento cessò. Restò solo il brusio di un silenzio desolato che ci aveva accompagnato ovunque, fuori.
Perlustrando la nuova zona fummo ancora una volta fortunate.
Ritrovammo il nastro d'acciaio per miracolo, e stavolta non fu neppure necessario scavare. Il metallo brillava sotto una ragnatela di muschi e una leggera patina della sostanza sconosciuta caduta dal cielo.
Ma i nostri occhi non guardavano più il primo nastro.
Osservavamo piene di emozione ed incredulità, il terreno a tre, quattro piedi dalla striscia, là dove l'erba si stava sempre più diradando. E alzando lo sguardo vedemmo a poca distanza un secondo nastro emergere dal grigio ceruleo del terreno e correre verso l'orizzonte parallelo al primo!
- Questi nastri … questi nastri, sepolti o affioranti, devono correre, proseguire per leghe e leghe. Da dove verranno? Dove terminano? - esclamò Igarka, sognante.
- Se terminano … - dissi, come se un presagio minaccioso mi avesse sfiorato il cuore.
- Jana! Una civiltà ha fatto questo! Una civiltà che ha disposto in base a chissà quale ignota simbologia nastri metallici per lunghezze forse infinite! Vedi anche tu: sotto i nostri occhi c'è la prova che questi nastri sono doppi, binari insomma. Ora conosciamo il senso della parola "Binario", che così spesso ricorre nei Trattati Sacri della Via del Ferro. In omaggio forse ad una sconosciuta divinità binaria, bifronte, o a due manifestazioni della stessa potenza soprannaturale, la Via d'acciaio, indistruttibile, è stata voluta doppia, ma parallela, andata e ritorno, contrasto e unione, differenza e similitudine.
La ascoltavo affascinata, mentre il mio sguardo correva sui binari, dall’orizzonte a me, da me all'orizzonte.
- Per quale motivazione che non fosse quella religiosa, le essenze che vivevano nel Fuori si sarebbero sobbarcate l'onere di costruire un nastro d'acciaio, doppio, per giunta, che senza motivo apparente si snoda sulla superficie della terra, scompare sotto le colline per poi riapparire più in là? L’essenza umana, ricordati, si differenzia dai mostri perché, oggi come ieri, ha sempre creduto in qualcosa.
Come sempre, la cebu Igarka sapeva vedere più lontano di me.
Una nuova scoperta ci attendeva di lì a poco. E non poteva essere altrimenti, vista l'alienità del mondo di Eso.
La cebu voleva sincerarsi della forma, e della profondità a cui giungeva la barra sagomata. Notò che alcune escrescenze metalliche si ripetevano regolarmente. Poi, alzando gli occhi, la vedemmo.
A pochi passi da noi i bulloni del nastro di sinistra erano ancora infilati in una "cosa" scura, che emergeva dal letto di ghiaia. La cebu si chinò, lo annusò, ne sbriciolò un frammento fra le dita.
- Questo è legno, uno spezzone d'asse di legno. - Dunque era vero! Chi aveva costruito la Via del Ferro, non conosceva soltanto i metalli, ma era giunto allo stadio sublime della lavorazione del legno, materia vivente! Ecco a cosa servivano i bulloni, ecco il perché di quelle strisce trasversali sul letto dei binari.
- Prova a immaginare migliaia, milioni di questi assi, uno dopo l'altro, imbullonati a tenere fissi, sempre alla stessa distanza, i due nastri. Tanta era la paura di quelle genti, che i due nastri si incontrassero, che non hanno esitato ad abbattere milioni di alberi... - Milioni di alberi! Non avevo visto mai tanto legno tutto insieme come in quello spezzone sopravvissuto per chissà quali vicende alla corrosione del Lago. E la cebu mi parlava di milioni di alberi!
Riprendemmo il cammino e le ipotesi della cebu si rivelarono fondate. Incontrammo altri assi superstiti e alla fine lei ebbe la gioia di poterne ammirare uno tutto intero. Mentre era ancora impegnata a prelevarne, con infinita delicatezza, un campione, io proseguii per un piccolo tratto, fin sulla sommità di una impercettibile rampa, da dove lo sguardo poteva spaziare tutt'intorno. La pianura col suo biancore lucente era più vicina, ma non era quelle la nostra meta. Nel bruno-azzurrognolo, alla mia sinistra vidi un lampo, poi un altro. Incredula, mt girai, guardai meglio e dopo un certo punto riuscii a distinguere prima un nastro, poi un altro, gemello, che brillavano alla luce del cielo. Non poteva trattarsi del binario che stavamo seguendo fin dal mattino.
Era un altro, un altro complesso binario che si stava avvicinando. Chiamai Igarka, eccitata. La cebu giunse accanto a me. Non riuscivamo a vedere il punto in cui il binario nasceva dalla nebbiolina color crema, ma ci pareva che laggiù i due nastri si avvicinassero ai nostri.
Scendemmo in tutta fretta e accelerammo il passo, sebbene fossimo già stanche. Alla fine la nostra ricerca fu premiata. I quattro bianchi, lucenti ferri, fendevano l'erba azzurra, vicini, per poi unirsi; e di lì in avanti due soli continuavano il viaggio. Era il nastro che proseguiva.
- I due doppi nastri votivi muoiono e ne nasce un terzo. Chissà a quale congiunzione celeste a terrena saranno stati dedicati? Qual è il significato di tutto ciò, quali i sottintesi metafisici dell’unione di due percorsi sacri?
Non erano domande quelle della cebu. Era piuttosto un colloquio con sé stessa e con lo sgomento di fronte a tante scoperte fatte in un sol giorno.
- Non lo sapremo mai veramente - concluse sconsolata.
Ma poi riprese la sua solita aria energica e mi incitò a proseguire.
Più volte perdemmo e ritrovammo l'interminabile nastro d'acciaio che entrava ed usciva dal terreno, pronto ad abbandonare chi lo aveva scoperto per rifugiarsi sotto una collinetta di deiezione e poi riemergere puntualmente un po' più avanti.
Eravamo decise a seguire il binario nastro d'acciaio fino in fondo, anche a prezzo della vita, se necessario. Una sola certezza si faceva sempre più viva nella cebu, mano a mano che si proseguiva nel cammino: quella era la direzione giusta, a due a due altri nastri d'argento confluivano nel primo. Il santuario, o cosa diavolo fosse, non poteva essere lontano, e prima o poi lo avremmo raggiunto.
Il Binario, così ormai lo avevamo battezzato, scendeva nelle viscere della terra, ma questa volta potevamo seguirlo. Davanti a noi, nell'oscurità, il binario scendeva in una forra angusta, a pareti quasi verticali, in fondo alla quale, nascosto in parte da concrezioni e filamenti di origine sintetica, si apriva un gran buco nero.
Ci fermammo e restammo alcuni minuti immobili, ritte nella luce diafana mentre davanti a noi, appena visibili, passavano folate di una sostanza sconosciuta, biancastra e lattiginosa.
Il vento, nonostante la tuta, ululava qualcosa nelle orecchie, ma era un lamento, un avvertimento che non riuscimmo ad afferrare. Ora che le vestigia di una misteriosa civiltà sepolta dalla polvere del tempo ci portava dritte nelle amate viscere della terra, sapevo che in un certo senso stavo tornando a casa. Ero grata alla cebu Igarka per le bellezze aliene che avevo potuto vedere nel mondo di Eso.
Aveva scelto me, Jana, non un'altra. Per questo non mi sarei mai stancata di seguirla, non mi sarei tirata indietro là dove lei avanzava. Mi sentivo viva e felice quasi come quando, nei corridoi di Endo, avevo superato il terrore per il mondo di fuori ed avevo iniziato con Igarka la salita all'esterno. Non sapevo ancora che cosa ci aspettava.
Nel primo tratto sotterraneo le pareti erano nere, e le tracce del fumo cominciavano a pochi metri dall’entrata che si era rivelata a noi. Che si trattasse di fumo e non di catrame, che pure era presente in alcuni punti mischiato a ghiaia di varia granulometria, lo testimoniavano i pennacchi, più frequenti sulla sommità della galleria. Sotto le croste, in molti punti, la cebu Igarka notò con ammirazione come la galleria non fosse stata semplicemente scavata nella roccia, ma costruita con migliaia, forse milioni di piccoli pezzi di terracotta uniti geometricamente tra loro a formare un bell'effetto, da una sostanza più dura, biancastra, che non si sbriciolava al tatto, come quegli altri. Piu di una volta mi chiesi che cosa sarebbe stato di noi se la volta avesse ceduto in qualche punto e fossimo rimaste intrappolate lassù. La conferma dei miei timori la ebbi quando incontrammo un tratto in cui la volta era crollata, e il cielo, di nuovo sopra di noi, si muoveva nei suoi grigi modi minacciosi.
Scoprii con delusione che ci trovavamo a profondità non eccessiva. Mi colpirono due cose, in particolare. Una era la nebbiolina giallognola che andava a cadere e coprire ogni cosa sui bordi della voragine che ci sovrastava, l'altra, strani oggetti, che non potevo credere manufatti, che, a forma di cilindri cavi di varia grandezza, uno, due piedi al massimo di diametro, uscivano, mozzi, dalle pareti franate di terra. Alcuni erano di metallo, altri no, e contenevano fasci di metallo arancione che rimasero chiusi in un ostinato silenzio ad ogni tentativo di interpretazione da parte della cebu.
Nel secondo tratto sotterraneo la temperatura era inferiore, i binari meglio conservati, ed anche la luminosità sufficiente.
Fu così che, fatti un centinaio di piedi, ci imbattemmo in quella che era veramente una grande scoperta; tracce di pitture!
L’emozione era grande in noi; per la prima volta potevamo osservare un'opera d'arte di un passato diverso dal nostro. Per di più si trattava di un'opera figurativa che lasciava aprire uno scorcio nel tempo e gettare un occhio sui riti antichi delle estinte genti di Eso. Col cuore che batteva forte, ci avvicinammo al dipinto.
Era semplicemente enorme, come tutte le cose del mondo di fuori. Anche se incompleto e inintelligibile in più punti, il suo stato di conservazione era ottimo. Si trattava di una serie, probabilmente votiva, di immagini giganti, lunghe decine di piedi e alte quasi altrettanto.
Altra sorpresa: il dipinto a tratti ne lasciava trasparire un altro sottostante e, in certi punti, questo ne lasciava sgombro alla vista un terzo.
Davvero ciò era incomprensibile: perché profondere ingegno e denaro, ammesso che, su Eso, in quei tempi lontani, questi termini avessero significato, per poi coprire un'opera d'arte con un'altra, e un'altra ancora?
Le ipotesi della cebu Igarka erano due: le sovrapposizioni erano un'operazione in stretta relazione con le necessità liturgiche del luogo, e questa sembra a prima vista l'ipotesi più attendibile, oppure quella società era ossessionata dallo spreco ed arrivava a coprire, dopo un certo periodo di tempo, l'immagine primitiva con un quadro più adatto allo spirito ed alla necessità del momento, senza neppure tentare di staccare il primo e di accantonarlo ed usarlo poi per un altro scopo.
Onestamente, in quelle condizioni, non avrei saputo dire se ciò era realmente fattibile, né riuscivo capire molto della tecnica del dipinto e di quella dell'esecuzione. Osservai un frammento, caduto sul terreno chissà quanti anni addietro e per caso non ancora rovinato dalle pozzanghere, ma non ne ricavai alcuna indicazione.
Decidemmo di bivaccare nel luogo stesso del rinvenimento. Notammo così che l'immagine centrale andava acquistando significato e in breve riuscimmo a leggere distintamente le figure che si sovrapponevano nei veri strati.
Il dipinto era chiaramente collegato ai riti cruenti che tanta parte dovevano avere avuto nella civiltà degli oscuri frequentatori di quelle caverne costruite. Raffigurava una figura femminile, forse una bambina, o forse una divinità dalle proporzioni falsate e la testa troppo grande. Era sfigurata in più punti e delle scritte votive, in una lingua che non ci suonava del tutto sconosciuta, le uscivano dalla bocca e dalla fossetta del fondo schiena.
Probabilmente le scritte, in blu e nero, erano opera di fedeli, e non dovevano essere state fatte con la stessa tecnica del quadro. Sul loro significato anche la cebu capì ben poco. Una era certamente esortativa perché diceva "ma va a fa’n … " o "mo va e fa un … ".
La figura dai biondi capelli aveva una strana espressione maliziosa e guardava con gli occhi azzurri uno strano essere di color marron, peloso, forse un diavolo burlone, che a quattro zampe le strappava coi denti il piccolo indumento che portava.
Molte parti areno mancanti. Un braccio dalla dea-vittima e la parte posteriore del piccolo boia erano assenti, ma si capiva benissimo l'espressione gioiosa e insieme feroce del quadro.
Un particolare, nonostante il disfacimento generale, ci colpì; pareva giocare un ruolo fondamentale nell'economia della composizione. La pelle, nella parte scoperta dal mostriciattolo che tirava l'indumento, era molto più bianca che non nel resto della personcina, vellutata e scura.
Igarka mise questo fatto in relazione con le scritte, le diciture esortative anch'esse che l'artista aveva posto in cima all'opera sacra.
"COPP … ONE - ... A, BRONZATEVI … - BRUCIATEVI"
La prima parola era evidentemente il nome della divinità che, sacrificando sé stessa, in immagine, accompagnava i condannati gioiosi al sacrificio purificatore dell'''abbronzatura". Questo intuimmo essere il tipo di rito orgiastico al quale le essenze di quel mondo si offrivano. Probabilmente durante le macabre cerimonie, le vittime venivano in qualche modo ricoperte di bronzo fuso, per essere poi adorate come feticci "dalla pelle color d'ambra". Così Igarka aveva letto in un altro frammento.
Altri, poi, che non erano riusciti a ottenere l’"abbronzatura", si bruciavano soltanto, in una orgiastica corsa a chi si bruciava prima … il quadro che veniva fuori da quel breve scorcio del passato di Eso era allucinante.
Igarka si avvicinò alla parete tentando di indovinare i soggetti delle pitture che emergevano dai larghi squarci del primo e meglio conservato quadro.
Ma io la guardai e lei mi guardò. Le tute ci facevano belle, davano in trasparenza un colore ambrato alla pelle.
Scoprimmo che era bello avere il corpo "abbronzato".
L'emozione per le scoperte che stavamo facendo e l'ansietà causata dal dover fare in fretta per poter tornare, non mi permisero di calcolare e registrare con esattezza le distanze percorse laggiù nelle gallerie e il percorso seguito.
Procedevo inebriata da quell'aria aliena, da quei fumi vaganti, da quelle sostanze misteriose. I nastri d'acciaio erano sotto i nostri piedi, si dipanavano in mille direzioni diverse, in tanti fasci diversi per forma e colore.
Non badavo più alle cose che avrebbero potuto essere pericolose. Mi lasciavo cullare dal detto "Sicurezza è avere una volta sopra e dietro di noi". Non sapevo ancora come quelle gallerie fossero false e traditrici.
Sempre più la cebu Igarka si convinceva di essere sulla buona strada per il Santuario della Ferrovia, e la sua eccitazione contagiava anche me, che pure avrei dovuto essere più prudente. Non era più la nostra una camminata esplorativa, ma una corsa verso la meta. Eravamo come ubriache, inebetite dalla consapevolezza di essere arrivate alla soglia di una grande scoperta, di un eccezionale ritrovamento.
Non ci passava per la testa il pensiero che correre in quel modo avrebbe potuto rivelarsi fatale. Bastava inciampare, e quei sassolini aguzzi disseminati sotto il muschio, che sembravano formare un letto di pietra per i binari, avrebbero forato irreparabilmente le nostre tute.
Alla fine giungemmo in un posto in cui i fasci di binari si infittivano ed incrociavano ancora di più. Sembravano avviarsi tutti abbracciati ed affratellati verso il raduno sacrale.
Il corridoio si allargò, prima dolcemente, poi improvvisamente, in una enorme sala. L'atmosfera era eccezionalmente limpida, ma la vastità di quel luogo era di per sé una difesa ai raggi delle nostre lampade, Se prima potevamo sempre scorgere, anche se con difficoltà, le pareti ai nostri fianchi, ora non più. La luce che partiva dalle lampade sembrava arrestarsi contro qualcosa di ovattato e mimetico, certo un'altra sostanza sintetica, me ancor più misteriosa di quelle che avevamo incontrato Fuori. Ma la ragione ci disse che non poteva essere altro che il buio stesso a impedirci di vedere d’un colpo la vastità dell'ambiente.
D'improvviso Igarka smise di scherzare con me. Era cosciente dei pericoli a cui andava incontro, e lo era sempre stata per tutto il tempo della nostra … uscita. Ma lassù, in quel corridoio di superficie, in quei posti che non sono mai completamente protetti e avvolti nelle viscere della terra, lassù si dimostrò di una freddezza e di una calma eccezionali.
Ora potete pensare, qui al sicuro nei nostri corridoi, che su noi, lassù, sia caduto un velo di illusioni, niente altro che un velo di Maya.
Non è così. Fummo sempre coscienti delle nostre azioni.
Sapevo che Igarka aveva voluto avventurarsi nel mondo di Eso perché era in cerca di qualcosa. Forse di una giustificazione per la vita che, pure, al suo posto io avrei giudicato ampiamente soddisfacente … non lo so.
Per prudenza, mi fece rimanere indietro di alcuni passi rispetto a lei. Io dovevo illuminare la parete alla mia sinistra, lei avrebbe fatto altrettanto con la parete opposta. Il chiarore delle nostre lampade era fioco, molto fioco. Probabilmente si era già esaurita buona parte del combustibile che le azionava.
Vedevo e potevo distinguere soltanto ombre. La nebbiolina gialla che avevamo imparato a conoscere calava su ogni cosa rendendone indistinti i contorni. Ogni tanto un grosso filo metallico pendente nell'aria ci sfiorava. Pareva sospeso nel vuoto, ma questo non poteva ovviamente essere vero: nulla può esistere sospeso nel vuoto, neanche nell'incredibile mondo di Eso.
Era semplicemente lì, dove improvvisamente lo vedevamo, emergente dalla nebbia. Ci spostavamo di alcuni passi, e di nuovo scompariva nel buio di quell'enorme sala.
L'alienità di quella situazione mi spinse a confessare a Igarka i miei timori. Per un folle attimo avevo temuto che in quei finti corridoi di superficie vivesse un gigantesco e mostruoso ragno metallico che passava la sua vita a tessere tele che poi qualche altro animale - chissà chi - spezzava. Ma lo sguardo bonario e tranquillizzante della cebu mi riportò alla realtà molto meglio di qualsiasi schiaffo o doccia fredda. Non sapevo quanto vicina fossi andata alla verità, perciò la seguii più docile che mai. Obbedivo con prontezza ai suoi ordini, senza mai domandare il motivo per cui dovevo fare certe cose. È stata anche colpa mia se lei ora non è più qui, ma Igarka era una cebu così forte che io non sarei mai riuscita a fermarla.
Quando una massa scura, imponente, si parò dinnanzi a noi, il cuore ci balzò nel petto. Sapevamo di essere giunte. Convergemmo i fasci delle nostre lampade in un punto vicino davanti a noi. Se tale era la nostra emozione alla vista di solo una piccola parte di ciò che avevamo dinazi, come avremmo reagito alla vista di tutto l'insieme? Ci rendevamo conto che, come tutte le cose del mondo di Eso, era semplicemente enorme. Ci avvicinammo. Il timore per ciò che non conoscevamo era scomparso, sostituito dal fascino che quella scultura emanava.
In quella volta alta incredibilmente più di venti braccia, un altare luccicava, eretto con la forza che solo un pensiero superiore può dare. Il buio si era come per incanto dissolto intorno a noi. Ora potevamo contemplare con tutto comodo l'oggetto che, non c'era dubbio, costituiva il fulcro di quell'enorme, complicatissimo sistema di doppi nastri d'acciaio diramantesi nelle più svariate direzioni attorno al mondo di Eso. Poiché, a noi sembrò in quei momenti, la scultura metallica era antica e abbandonata da tempo; ma conservata in modo eccezionale.
- Solo la forza di una dea può ancora tenerlo in così in buono stato di conservazione! - esclamò Igarka. Non potei fare a meno di pensare che aveva ragione.
Scandagliammo con la luce delle torce tutti gli spazi e i volumi di quell'oggetto straniero. Era diverso da qualunque cosa che mai essenza umana di Endo avesse visto fino allora. Il colore, innanzitutto. Nonostante la scarsità dell'illuminazione, era palese il minaccioso colore che ne ricopriva gran parte della superficie. Era un verde ossido che solo i minerali velenosi delle gallerie più superficiali possono generare. La stessa tonalità minacciosa che indica la presenza nell'aria dei corridoi di minuscole particelle di solfato di rame, era presente lassù, nell'enorme sala. Ma quel colore che per noi di Endo è sinonimo di pericolo, per noi lassù fu un ulteriore elemento di attrazione e di fascino.
La cebu distinse prima di me tutti i particolari di quell'oggetto sacrale eretto in quella sala da sacrifici.
Vide le mille asperità innaturali, geometriche, squadrate, regolate. Vide i grossi motivi decorativi, circolari e spessi, che sopportavano il peso di quella ciclopica costruzione.
- È stato pensato e costruito per stare qui, non può essere altrimenti. - esclamò Igarka. E vidi che a poco a poco si avvicinava, mentre io rimanevo ferma, come immobilizzata da una premonizione.
- È stupendo ... - mormorai.
- Sì, Jana, è meraviglioso. - mi rispose Igarka senza voltarsi a guardarmi negli occhi, come faceva abitualmente quando mi parlava. E si avvicinava sempre più al misterioso altare.
Pur non vedendola in viso, sapevo che i suoi occhi correvano sulla superficie da un punto all'altro perché il cervello potesse avere tutti i dati per formulare una teoria credibile.
Ma questa volta non mi avrebbe comunicato il suo pensiero di studiosa; era troppo assorta ed emozionata.
Si inginocchiò accanto ai grossi circoli che stavano alla base della costruzione. La mole dell'altare era talmente imponente che sembrava minacciare di precipitare da un momento all'altro su Igarka. Io ero sempre dietro di lei, ferma tra due nastri d’acciaio lucente. Nell'oscurità, da qualche parte, proveniva un ritmico rumore di gocce d'acque che cadevano.
D’improvviso, ebbi paura che potesse arrivare qualcuno.
Mi guardai alle spalle, nervosamente. Ma quel buio ovattato mi spingeva verso l'altare, bersaglio delle lampade che tenevo nella mano. Eppure, le vista di Igarka china, intenta ad osservare, mi respingeva.
Finalmente, pensò che anch'io avrei dovuto essere compartecipe della scoperta, e mi fece cenno di avvicinarmi.
Dapprima titubante, poi con una sicurezza che sapevo di non avere, scavalcai diversi nastri d'acciaio e raggiunsi l'altare.
Visto da vicino, pareva ancora più grosso. I circoli che lo sorreggevano erano collegati fra loro da stanghe di metallo larghe una spanna, con una scanalatura centrale di squisita fattura e dipinta in rosso con evidente dimostrazione di senso artistico. I sostegni erano fatti "a raggi", ed erano muniti di un bordo che andava ad incastrarsi perfettamente nel sottostante nastro metallico. Inconsciamente collegai l'idea di strada con la vista di quel metallo lucente deposto sulla terra. Quanti pellegrini dovevano aver seguito la traccia per giungere a quest'altare? Sempre più ci convincevamo dell'importanza della scoperta. Solo un metallo puro e inossidabile poteva rimanere inalterabile, come un’eterna indicazione sulla Via da percorrere, nel corrodente mondo di Eso.
Questo vi farà credere che l'atmosfera terrificante di Eso corrode anche le facoltà mentali. Come si può pensare seriamente che lassù si possa vivere? 0 anche solo sopravvivere?
L'altare sembrava raffigurare una divinità a noi del tutto ignota. Il muso era decorato da un paio di occhi di vetro, rotondi. In mezzo a questi, al posto del naso, campeggiavano due grosse lettere che non facevano altro che aumentare il mistero. Erano una F e una S, a formare la sigla FS. Che cosa potevano significare? Bisogna avere una Fede Sicura per arrivare nella sala del tempio? La Fiducia nel proprio Dio sarà ricambiata dalla Sicurezza di cui esso ci gratificherà in cambio della nostra devozione? Chi poteva saperlo?
Non certo io.
Dei buchi oscuri, alcuni rotondi, ornavano la fiancata a noi parzialmente visibile. Ricordavano delle aperture, quelle stesse che noi del mondo di Endo abbiamo chiuso per proteggerci dal mondo di Eso. Ed anch'essi erano chiusi, sigillati con un vetro che rifletteva le nostre immagini.
Nulla si poteva scorgere di ciò che era all'interno. Allora Igarka, attirata da quella che per lei era una porta, cominciò a salire sui gradini della scala che si inerpicava sulla fiancata. Poi si fermò, colta da un pensiero improvviso.
- Jana! Forse è proprio quassù che avevano luogo i sacrifici! Questa era l'ultima salita verso la divinità prima della morte. Quale morte migliore di chi cade, sapendo di finire nelle braccia del proprio oggetto di devozione?
Scrollò il capo, con un misterioso sorriso sulle labbra.
Poi si voltò e riprese a salire. Fu allora che mi accorsi di come il suo corpo fosse ancora flessuoso, di come avesse muscoli possenti, ossa forti. E anche i capelli, sparsi senza cura dietro le spalle, seminascosti dalla tuta, anche i capelli sprizzavano forza e voglia di scoprire. Capii in quel momento che ciò che mi univa a lei non era solo un asettico affetto di allieva verso la propria cebu: era qualcosa di più.
La osservai salire lentamente la scaletta, e curiosare in un piccolo oblò dl vetro. Ora ciò che diceva non era più rivolto a me, ma solo a sé stessa. Parlava di strani congegni, di meccanismi, di replica statuaria di macchine, di leve, di luci, … ma non riuscii a capire che cosa intendesse dire. Si stava ripiegando nel silenzio della studiosa che ha trovato qualcosa di più grande di lei.
Io ero ancora ferma, intenta a illuminare in qualche modo la scena. Improvvisamente, vedendo Igarka china sul vetro scuro, intenta a guardare l'interno dell'altare, penso che si trovi in pericolo. Vorrei avvertirla, ma non riesco a parlare. Provo a urlare, ma dalla gala non esce alcun suono. Sono invasa dalla paura, eppure sono calma. La lama di luce non ha tremato, Igarka non si è accorta di cosa le sta succedendo.
- Una targhetta ... - La sento sussurrare riverente, per non disturbare il silenzio di un luogo sacro.
- C'è scritto qualcosa ... Sembrerebbe inciso ... LOCOMOTORE?
Igarka si aggrappa a una di quelle lunghissime, esili braccia dell'altare per raggiungere la sommità. Voleva vedere che cosa ci fosse, sopra. Compì alcuni movimenti che non potei capire dal mio punto di vista. Poi, una terribile luce scaturì dal nulla e scosse Igarka ripetutamente. Un bagliore, una vampa insopportabile. Mi ricorderò sempre del corpo di Igarka martoriato e fatto saltare da quelle scosse di luce. La sua tuta prese fuoco immediatamente per dissolversi in un attimo.
Vidi il corpo nudo di Igarka, la sua pelle diventare bronzea, i suoi capelli non bianchi ma rossi. Vidi distintamente le stecche delle costole gonfiarle il torace. Sembrava sul punto di scoppiare. Vidi la pelle lucida per il sudore asciugarsi in un secondo; vidi il suo bel corpo nudo fumare, vidi l'opacità contro la luce, un corpo arcuato che era solo più una silhouette d'ombra. Ecco cosa rimaneva di lei per la pace eterna.
Ma questo orrore non basta. Qualcosa di ben più terribile dovevo vedere ancora. Poiché fu allora che vidi quel qualcosa che cambiò la mia mente, e che mi perseguiterà nel ricordo per il resto dei miei giorni.
Non potrò dimenticare come il corpo di Igarka sia bruciato in un momento, con un tremendo rumore, ma ben più terribile sarà ricordare sempre, ogni momento, ciò che successe dopo.
L'altare alzò le braccia metalliche verso l'alto, E SI STRINSE DA SOLO LA MANO! Si congratulò con sé stesso per essere riuscito a immolare un'altra vittima.
Poi, quelle orrende stanghe metalliche cercarono un filo sospeso nella nebbia che offuscava la volta, si sono allacciate ad esso e L’ALTARE SI MOSSE.
Chi pensa nel nostro mondo che abbiamo commesso eresia a salire invece di scendere, com'è normale, non condanni me e non infanghi la memoria di Igaika. Igarka è stata senza dubbio la cebu più coraggiosa che mai abbia vissuto nel mondo di Endo, colei che per prima ha varcato la Membrana che ci separa da Eso.
Io l'ho seguita. Il ricordo di ciò che ho vissuto in quella falsa galleria che solo il mondo di superficie può generare, sarà la condanna che il destino mi ha affidato.
Mai avrei immaginato le tremende forze che sconquassano la superficie dell'infinito mondo di Eso, mai avrei creduto potessero esistere colori tanto belli, intensi, strazianti.
È uno spettacolo che chi vive sempre nel mondo di dentro non può immaginare. Ma non ripetete il mio errore, non violate il mondo di Eso. Il mondo. di Eso è la mela bella, ma velenosa.
I colori sono magnifici, ma poi ti stordiscono. Eso punisce le essenze che osano violarlo. E lo fa vigliaccamente, poiché quando torni in galleria, credi di tornare a casa.
E invece ... invece qualcosa ti attende. Qualcosa che vive, che corre su nastri d'acciaio di lunghezza infinita. Qualcosa col cuore che pulsa e il respiro che ronza, la voce roca e bassa, gli occhi ardenti, rossi di fuoco, che divampano improvvisi quando cattura l'incauta preda …
Anche se sembra un altare eretto da un antico popolo a una misteriosa divinità, diffidate di quel tremendo animale meccanico che spende la sua esistenza in attesa del mangiare, per poi cominciare inebriato e satollo una folle corsa guidata da una coppia di rotaie d'acciaio. Le lettere che ha sul muso lo dipingono per quello che è in realtà: un mostro con la Fame di Secoli!
da "The Time Machine" n. 5/‘78
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