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Il bacio del sole


di Mauro Gaffo


Una goccia di acqua e aceto si fece strada fra i denti serrati dell'uomo steso su di una stuoia consunta. La vecchia intinse per l'ennesima volta un lembo dello straccio di tela grezza nella tazza che teneva tra le ginocchia, e lo introdusse a forza tra le labbra screpolate del grosso negro che sembrava riempire con la sua mole tutta la stanza. Questa volta l'uomo emise un debole gemito di protesta.

Allora la vecchia si rialzò faticosamente in piedi e arrancò verso il cassettone dove aveva posato le tazze pulite e il bricco del latte, distogliendo lo sguardo dalla cupa figura seminuda e dai suoi bubboni enfiati, e dalle piaghe stillanti liquido sieroso.

Le palpebre del negro erano un solo grumo di pus giallastro e il gonfiore impediva ai suoi occhi di socchiudersi alla rinfrescante penombra della stanza.

- Acqua … - sillabò con un raschio di gola.

La vecchia gli fu subito accanto, accostandogli alla bocca una pezza intinta nel latte. Ma l'uomo riuscì a mettersi seduto, gemendo per lo sforzo e per il dolore. Scostò bruscamente la mano umida che gli detergeva il sudore dalla fronte e afferrò con le due mani la tazza colma che la donna teneva con la sinistra. Bevve avidamente, soffocandosi e sputando il liquido prezioso. Poi lasciò cadere la tazza vuota e si strofinò le labbra.

Intimorita da quell'improvviso scoppio di energia, la vecchia si ritrasse senza una parola.

- Dove sono? Ricordo che la strada era finita e il canalone non offriva riparo dal sole, ma io non mi sono fermato. Ho camminato, camminato …

- Ti ho trovato prima dell'alba, quando il caldo e sopportabile, - bofonchio la donna. - Eri steso come morto a pochi metri dal pozzo e ti eri lasciato dietro una traccia di sangue e pus che si perdeva lontano. Io sono vecchia ma sono riuscita a trascinarti dentro da sola. Se non ci si aiuta adesso, tra Cristiani, che il Giorno è vicino …

- Spero che sia proprio vero, - disse l'uomo con una strana intensità. - Spero con tutte le mie forze che tu dica la verità. - Poi crollò nuovamente sdraiato, i pugni stretti come se quelle parole gli avessero procurato un forte dolore. Rivide la polvere della strada e le piante secche, alle cui radici esauste aveva strappato le ultime gocce di acqua, e pensò che la desolazione di quell'ultimo terribile tratto doveva indicare la prossimità della sua meta.

La vecchia riprese a borbottare, dondolando il capo avanti e indietro e sfiorandogli con leggerezza la pelle nuda: - Si, il Giorno è vicino. Vicino. Ieri è morto il cane: era vecchio e gonfio, ma è morto per quelle piaghe che mangiano la pelle. L'avevo lasciato troppo al sole, forse.

Il negro rabbrividì malgrado la stanza fosse calda e poco aerata. Da una crepa del soffitto filtrava una debole luminosità che costituiva tutta l'illuminazione dell'angusto locale. Un’inutile lampadina, cieca come un occhio di vetro, penzolava da un filo, tra le ragnatele. Eppure non sentiva la mancanza della luce, ne aveva avuta abbastanza negli ultimi giorni.

"Il sole", pensò, "la fonte di tutta la vita e ora di tutta la morte. Ha cominciato ad aggredire anche me … "

La voce rauca e sommessa della vecchia, ansiosa di compiacerlo, si inserì tra le pareti ovattate della sua coscienza. Non la sentiva bene; si sforzò di sbirciare tra le sue labbra, ma aveva gli occhi incollati, prigionieri in labirinti di cristalli purulenti. Infine riuscì ad afferrare qualcosa, mentre le forze gli tornavano poco a poco.

- Vuoi mangiare? Così finché mangi potrei leggerti la parola di nostro Signor Gesù Cristo, perché tu possa capire che il giorno è veramente vicino. Sei un buon cristiano?

Il negro chiuse gli occhi. "Cristo …" pensò, "c'è ancora chi pensa a Cristo in questa Terra distrutta … "

- Ora no, - rispose con un filo di voce. - Ma quando è successo quello …

- Vuoi dire l'inizio della fine?

- Noi la chiamavamo la morte del sole. Ma forse hai ragione, è più giusto chiamarla la fine del mondo.

Fissò lo sguardo nelle chiazze d'ombra scura che celavano la povertà della mobilia e la scarsa pulizia della stanza. Gli parve di udire un gemito lontano.

- Eppure non pensavamo che fosse la fine solo perché il sole bruciava la pelle. Ormai eravamo abituati a tutto, alla gente che si gonfiava e perdeva le dita, a quei grumi di carne che pendevano dappertutto …

- Il mondo non è ancora finito - lo ammonì la donna, - anche se stiamo sopportando terribili prove, - Si schiarì la gola e gridò nell'ombra: - Clara! Porta il libro di tuo padre.

Il respiro dell'uomo aveva assunto un ritmo irregolare, come se ricordare lo affaticasse troppo. Non riuscì quasi a scorgere la magra silhouette della giovane donna accorsa all'ordine della vecchia. Poco più di una ragazza, ma dall'aspetto sciupato e stanco e imbruttita dalla mancanza di folti ciuffi di capelli.

La intravide mentre deponeva a terra un libro e si allontanava barcollando, in preda ad un inspiegabile intontimento, verso un pertugio nella parete. Uno spettacolo doloroso.

- Legge sempre, - disse la vecchia con la semplicità ed il cinismo nato dall'abitudine. – Noi viviamo sole e lei non parla molto, così per me è bello udire una voce nuova.

Lo fissò negli occhi: - Una voce di uomo. Da quanto tempo non provo il conforto di potermi prendere cura di un uomo … mio figlio non era come te, ma aveva capelli ricci che sembravano crespi … Vuoi leggere tu il libro per farmi sentire la tua voce?

- Ma chi è? - la interruppe il negro, stupito dalla non curanza con cui la vecchia aveva dimenticato la presenza di Clara.

- Una nipote; l'ho presa con me da parecchi mesi ma ancora non la capisco. – Sospirò crollando il capo in segno di impotenza. - Probabilmente ha bisogno di affetto, me io non sono molto brava in queste cose. Non ho la pazienza di coccolarla, vezzeggiarla, tenerle compagnia … non ero nemmeno una buona madre, se per questo. –

- Ma parlami di te, - riprese la vecchia con voce emozionata. Dimmi cos'è successo fuori di qui quando la radio ha smesso di funzionare.

Dopo un attimo di silenzio l'uomo parlò.

- Avevo un figlio allora, molto piccolo, ed era disperato al pensiero che dovesse morire. Non mi sembrava giusto che fosse lui a pagare, che non dovesse avere la possibilità di ridere, di amare, di correre … Persino nel mondo desolato e inquinato in cui ci eravamo adattati a vivere, la vita per me aveva valore. Sentivo di amarla tanto più intensamente quanto più la morte ci stringeva da vicino.

- Vuoi dell’acqua?

- Grazie, - accettò riconoscente il negro. Mentre beveva la sua mente oscillava come un pendolo dal recente passato di dolore e fatica, al futuro colmo di ostacoli che avrebbe abbattuto uno ad uno, Digrignò i denti.

- Ma un giorno dovetti accettare un fatto meraviglioso: il mio bambino era sano e mia moglie, Sibilla, nonostante tutto poteva dargli il latte. Morivano i bimbetti più grandi, soprattutto i bianchi, attaccati da mostruosi funghi della pelle. Allora ho creduto che si potesse continuare, e che il dono incerto della vita mio figlio non avrebbe dovuto restituirlo.

- Oltretutto la gente sembrava più fertile, - proseguì dopo una pausa. - Nuovi bambini nascevano intorno a noi ogni giorno: come non lasciarsi andare alla speranza, in questa situazione? Così costruimmo ripari e macchine per loro e dedicammo quel poco che restava dalla nostra vita a tentare di renderli autosufficienti.

- Ed ora hai abbandonato tutto?

A questa domanda il negro tacque improvvisamente. Respirò a lungo, bevendo l'aria con la bocca aperta, e giunse le mani nel tentativo di non lasciarsi sopraffare dall'emozione.

- È stata una domanda indiscreta. Devi scusare una povera vecchia sola che ha perso ogni gentilezza. - per l'imbarazzo la donna abbassò gli occhi, continuando a mormorare parole confuse mentre sfogliava il libro posato tra le ginocchia.

- Non ha importanza. Ho continuato a rivedere quelle scene ogni giorno, mentre camminavo, fine a quando non ero troppo stanco persino per pensare: lungo la superstrada intatta, nel tremolio del calore all'orizzonte, tra i cactus sotto la montagna e soprattutto nelle cittadine abbandonate che ho attraversato.

- È stato un lungo viaggio

- Si …

La donna coprì il petto nudo del negro con una vecchia coperta lisa e senza più fare domande si accostò ad una stufa a carbone per accendere il fuoco. Clara entrò poco dopo, ma si mise seduta nell'ombra sempre più fitta e non accennò ad aiutarla.

- Ce l'abbiamo fatta, poi, - mormorò il negro fra sé, facendo vibrare tra quelle anguste pareti la sua voce profonda.

- Ma non per merito nostro: loro erano diversi, più duri, più resistenti. Soprattutto i più piccoli, che cercavano continuamente il sole e non piangevano mai. La loro pelle era diventata dura come il cuoio e non avevano più capelli, e molti di noi credevano di scorgere nei loro occhi una luce maligna.

- Quando se ne andarono fu un sollievo per tutti.

- Demoni! - esclamò la vecchia. - Ne ho visti alcuni da lontano; sono degli sporchi animali, non i nostri figli e i nostri nipoti!

- Poi tornarono, - proseguì l'uomo tormentandosi le mani, ma io non avevo ancora capito quanto velocemente si era evoluta la situazione. Sibilla con i suoi occhi profondi credette di riconoscere nostro figlio ed uscì al sole per riprenderlo, per aiutarlo. Ma lui non aveva bisogno di aiuto. Quel mostro non ebbe bisogno di aiuto per piantare le sue lunghe dita arcuate come artigli nel volto e nel collo della mia dolce Sibilla, che gli aveva offerto solo amore.

Non ebbe bisogno di aiuto per trascinarla via mentre io correvo, sotto una pioggia di pietre.

- È una brutta vita, ora che i demoni camminano sulla Terra. Ma tra non molto suonerà la tromba, ed il Giudice darà ad ognuno la sua ricompensa per quel che ha patito.

Nell'atmosfera irreale della stanzetta odorosa di muffa e di vecchie minestre, mentre fuori il sole nudo splendeva in tutta la magnificenza dei suoi raggi liberati da ogni schermo naturale, un grosso negro dallo sguardo semispento e coperto di piaghe osservava una vecchia donna che guardava in alto credendo di vedere un antico paradiso. L'uomo seguì la direzione dei suoi occhi, ma vide solo un soffitto dall'intonaco sgretolato e un ragno in agguato sulla sua ragnatela.

La voce sommessa di Clara si intrufolò nel silenzio.

- Siamo stati noi a creare questo mondo adatto a loro. Ora non dobbiamo lamentarci se ci cacciano via.

Il negro la fissò e solo allora scorse chiaramente il fagottino nero che si dimenava tra le sue braccia. Con un senso di orrore fece qualche passo verso di lei, rialzandosi in piedi per la prima volta da quando era rinvenuto; fissò gli occhi spenti, allucinati della giovane e vide le lacrime scorrere. Aveva il piccolo stretto al seno sanguinante che le mordeva crudelmente la pelle avvizzita. Masticava biasciando suoni incomprensibili e succhiando il povero sangue. La sua pelle era scura, ruvida e spessa. Dietro alle sue palpebre chiuse si intuiva un'espressione maligna.

La vecchia disse: - Sono creature, dell'inferno quelle che conosci tu. I nostri piccoli sono ben diversi, vero Clara? - e accarezzò la testa chitinosa dell'esserino.

Respirando affannosamente l'uomo si precipitò verso la porta, corse con i piedi piagati nel sole del deserto cercando una liberazione da quell'incubo e si trovò nel canalone cosparso del suo sangue secco. Alzò i pugni al sole, singhiozzando: - Dammi tempo, il mio viaggio è quasi alla fine.


Il bubbone violaceo che pulsava dolorosamente sul suo collo premette sulla carotide provocandogli un senso di soffocamento. Ma l'uomo non si scoraggiò e mosse un passo verso la sua meta. Poi un altro. E un altro. E un altro ancora, senza cedere al calore e alla maligna proliferazione delle sue cellule causata dalle radiazioni solari. Senza cadere, un altro passo ancora verso la vecchia base.

I cactus avevano ceduto il posto ad una sterpaglia secca che sferzava dolorosamente le sue gambe. Ma quella vegetazione indicava la vicinanza della postazione militare dove viveva Roscoe ai tempi in cui lo chiamavano colonnello; i suoi ricordi erano sbiaditi ora, cancellati dalla violenza del sole che brillava implacabile, ma gli sembrava ugualmente di riconoscere qualcosa nell'aridità del paesaggio.

Finalmente scorse una costruzione bassa e bianca che si allargava alla fine di uno scuro nastro butterato. La strada. Ecco la maledetta strada che aveva smarrito tre giorni prima. Si lasciò cadere in ginocchio senza pensare, esausto ora che aveva raggiunto la meta. Giorni e giorni di cammino, notti senza riparo mentre violenti sconvolgimenti avvenivano nel suo corpo, incalzato dai piccoli mostri che zampettavano nei luoghi più assolati … Ma ora poteva fissare oltre la nebbia delle cataratte, oltre la barriera delle palpebre semichiuse, il suo vecchio comando, nudo ed essenziale come tanti anni prima. Forse quell'edificio avrebbe risolto tutto.

Si risollevò barcollando e percorse le ultime centinaia di metri tremando violentemente per l'anticipazione, terrorizzato dalla sua stessa incontrollabile determinazione.

Vedeva le ombre della tettoia che si allungavano sul terreno sabbioso, come artigli che lo volessero afferrare per impedirgli di terminare il suo viaggio. Ma Roscoe non poteva fermarsi proprio adesso.

Dopa tanto tempo fece nuovamente uso delle sue chiavi per penetrare nei corridoi ombrosi dimenticati da tutti.

Le porte erano tutte ermeticamente chiuse, come se qualcuno prima di uscire si fosse sentito in dovere di sigillare per quanto era possibile ogni parte dell’edificio. Come tante camere stagne i corridoi si spalancarono al suo sguardo spento, e mentre sprofondava nelle viscere della labirintica costruzione si sentiva sempre più lontano dal mondo reale e sempre maggiormente immerso nelle profondità del suo inconscio.

Che desiderava realmente?

Un tempo aveva pregato di non dover mai usare quello strumento bruno vagamente simile ad una chiave che ora stringeva nella mano sudata. Ma era successo molto tempo prima.

Così, quando fu davanti alla consolle lucida, non esitò a far scattare il meccanismo automatico. Se entro dieci minuti non fosse arrivato il contrordine, quello strumento avrebbe dato il via ad un'azione di rappresaglia nucleare, e la Terra sarebbe stata sottoposta ad una vera guerra atomica.

"Che strano," pensò, "le esplosioni atomiche che hanno causato la fine dell'uomo non erano altro che pacifici esperimenti nell'alta atmosfera. E la guerra non ha fatto nemmeno in tempo a scoppiare, incalzata com'era dalle radiazioni solari rese mortali dalla mancanza di uno schermo adeguato."

Fisso il pulsante rosso ormai privo di protezione, e la serie di pulsanti che potevano fermare il conto alla rovescia. Ma resistette, la fronte imperlata di sudore, e trovò la forza di distogliere lo sguardo nell'impietoso ricordo delle immagini che lo tormentavano. Il bambino. Sibilla.

Perché … perché…

Il tempo scorreva sempre più rapidamente in lui. Dieci minuti.

Scattarono allarmi che non poteva arrestare. Nove minuti.

Perché i mostri non avessero il mondo. Otto minuti.

Un mondo già troppo crudele. Sette minuti.

Triste e cupo e inaridito. Sei minuti.

Dove il sole bruciava. Cinque minuti.

Dove Sibilla … Quattro minuti.

Era morta. Tre minuti.

Morta. Due minuti.

Un minuto.

Avevano reso mortale la luce del giorno con le loro bombe, avevano avvelenato i loro figli e strappato la pietà dai loro cuori innocenti. Valeva la pena di vivere in un mondo in cui la pietà era morta?

Premette il pulsante rosso. Non avrebbe permesso che suo figlio vivesse in un mondo di belve, belva egli stesso.

- Non permetterò che, tu viva, se io devo morire! Che tu sia maledetto!


da "The Time Machine" n. 5/‘78






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