Home
Account
  Autori· Saggistica· Narrativa· Comics· Speciali· Cinema· Interviste· Musica CERCA   
     
Menu Principale

News precedenti

Venerdì, 05 febbraio
· Il Gondoliere
Venerdì, 15 gennaio
· Cinema d'animazione: tre esempi francesi
Mercoledì, 16 dicembre
· Fumetti Digitali
· VITA IN LETTERE (Novembre)
· VITA IN LETTERE - Ottobre 2009
Venerdì, 04 dicembre
· Il quinto principio di Vittorio Catani su Urania
Venerdì, 06 novembre
· Dalla fantascienza alla guerriglia mediatica
Martedì, 03 novembre
· De ''Gli Inganni di Locke Lamora'' e di altre stronzate...
Venerdì, 30 ottobre
· La narrativa di Ted Chiang
· VITA IN LETTERE - Settembre 2009
Martedì, 27 ottobre
· CORRADO MASTANTUONO - Tra Tex e Paperino: il disegnatore dei due mondi
Domenica, 11 ottobre
· Fissione
Domenica, 04 ottobre
· Yupanqui
Giovedì, 24 settembre
· VITA IN LETTERE - Agosto 2009
Martedì, 22 settembre
· VITA IN LETTERE (Agosto)
Martedì, 15 settembre
· Le lezioni sempre ignorate della Storia
Lunedì, 14 settembre
· Isole
Giovedì, 03 settembre
· I 10 libri da riscoprire
· VITA IN LETTERE (Luglio)
· VITA IN LETTERE - Luglio 2009
Sabato, 11 luglio
· L'ermetismo nei lavori di Alexey Andreev
Giovedì, 09 luglio
· VITA IN LETTERE (Giugno)
Domenica, 05 luglio
· I ciccioni esplosivi
Mercoledì, 01 luglio
· VITA IN LETTERE - Giugno 2009
· Futurama
Domenica, 21 giugno
· Venature
Domenica, 31 maggio
· VITA IN LETTERE (maggio)
Sabato, 16 maggio
· Il bacio della Valchiria
Giovedì, 14 maggio
· VITA IN LETTERE - Maggio 2009
Giovedì, 07 maggio
·

City of steel, city of air

Martedì, 28 aprile
· VITA IN LETTERE (aprile)
Lunedì, 27 aprile
· Ritratto di gruppo con signora
Martedì, 21 aprile
· L'ultima possibilità
Lunedì, 20 aprile
· J. G. Ballard
Giovedì, 16 aprile
· La voce nella notte
Giovedì, 02 aprile
· I primi dopo gli antichi persiani
Mercoledì, 01 aprile
· VITA IN LETTERE - Marzo 2009
Martedì, 31 marzo
· ''Il giudice di tutta la terra (The judge of all the earth)
Domenica, 29 marzo
· ''Amici assenti (Absent friends)''
Sabato, 28 marzo
· Considera le sue vie (Consider her ways - 1956) di John Wyndham (1903-1969)
Venerdì, 20 marzo
· ''A mezzanotte, tutti gli agenti…
(At Midnight, All the Agents...)''
Mercoledì, 11 marzo
· Vito Benicio Zingales e il Truccatore dei morti: intervista all’autore
· Vito Benicio Zingales: il Capolavoro noir è “Il truccatore dei morti”
Martedì, 10 marzo
· Timestealer
· Specchi irriflessi (The Tain - 2002) di China Miéville
Lunedì, 02 marzo
· La Rocca dei Celti
Domenica, 01 marzo
· Violazione di Codice
· QUANDO C'ERA IL MARE…
Domenica, 22 febbraio
· Rumspringa
Lunedì, 01 dicembre
· Il sogno delle 72 vergini

Articoli Vecchi

Area Riservata
Il verbo dimenticato


di Franco Tamagni


Il sottobosco grondava umori ancestrali ed effluvi afrodisiaci. Allungata sull'erba, con le gambe leggermente flesse, Maura offriva il corpo scultoreo al tepore del sole mattutino. Anche se i suoi anni erano poco più di venti, la notte trascorsa in bianco l'aveva profondamente abbattuta; cosicché, quando finalmente si era potuta abbandonare sulla risacca di quel placido oceano, i suoi sensi avevano avvertito un eccitante benessere, e la spossatezza era stata a poco a poco debellata.

Accompagnata dalle squisite modulazioni di un pettirosso, si stiracchiò chiudendo piano le palpebre, mentre le turgide labbra si disserravano per consentire lo sfogo di una voluttà generatesi nel profondo, la pelle levigata del ventre si tese ulteriormente, le chiazze dei capezzoli si dilatarono sino a trasmutarsi in fiori anelanti arcane carezze, ed ella fu pervasa dal tremito di ringraziamento di tutti quanti i muscoli.

Ruzzolò sul fianco e immerse le guance tra il verde ancora madido di rugiada, ricavandone un delizioso pizzicore.

Lo stato d'animo di quegli istanti era troppo intrinseco per trovare corrispondenza in un qualsiasi gesto materiale, troppo legato all'essenza di una virginità spirituale per emergere ai livelli della piena comprensione. Tuttavia, lei non desiderava che fosse altrimenti: traeva appagamento dal coro di melodie sognanti che avvertiva in seno, e seguiva col batticuore il ritmico vibrare degli istinti e delle ascosità inesplorabili.

Osservò a lungo un maggiolino che si aggirava con innata circospezione tra le radici secche di un arbusto, e sorrise della sua innocente ottusità. Quindi, allungatasi sulla pancia, si sostenne il mento con le mani a coppa e fece correre lo sguardo dalle macchie di robinie al prospiciente faggio selvatico, dall'alacre lavorio di un nugolo d'api intorno a una margherita al rapido sgattaiolare nella sua tana di un grosso topo campagnolo …

Sembrava impossibile che, soltanto qualche generazione or sono, questo mondo di fiaba avesse subito l'onta di un’abominevole guerra, le lordure di un conflitto fratricida tanto feroce da spazzare quasi completamente l'umanità. Adesso non pareva vero che il manipolo dei sopravvissuti - esseri sporchi e abbruttiti, la cui exitus morale era stata sancita da montagne di cadaveri - avessero effettuato un salto a ritroso, cadendo malamente nello squallore di una seconda preistoria; era assurdo persino pensare che quegli sparuti animali, anziché cercare di affrontare insieme la scalata alle vette di una nuova cultura, avessero scelto di perseguire ognuno per conto proprio un ideale ispirato alla più degradante delle barbarie. Era da non credere che questa sorta di partenogenesi, lungi dal costituire il momento di raccoglimento che prelude all'amore ed alla tolleranza reciproca, avesse relegato l'uomo in una fortezza blindata, affidando i rapporti esterni a freddi vocaboli quali "mercante", "mago", "archeologo". E, in quell'ora e in quel luogo, pareva sacrilego anche solo supporre che i figli, pur di continuare ad avvoltolarsi nel fango, non si facessero scrupolo di commerciare le spoglie dei propri cari.


L'ombra del presente scese repentinamente su di lei. Maura balzò in piedi, con sulle labbra una smorfia di autodisprezzo. I suoi ultimi pensieri erano stati ingiusti, soprattutto perché dettati dal risentimento. Riconosceva di non possedere il diritto d'esercitare critiche di sorta, in quanto il sistema corporativistico testé aborrito le aveva pur consentito di allevare senza eccessivi patemi d'animo la sua creatura. E se ora si trovava con l'acqua alla gola, praticamente senza speranza, era proprio perché quello stesso sistema aveva inopinatamente cessato d'esistere.

Si allacciò alla vita il minuscolo perizoma, l'unico indumento che abitualmente indossava; poi si gettò a tracolla l'arco da lei stessa costruito, insieme alla faretra contenente le frecce con la punta di selce, e s'incamminò lungo il sentiero che le avrebbe consentito il ritorno a casa.

Il pensiero del figlio che l'attendeva, le procurò fitte lancinanti al petto. Rabbia? Forse, ma più verosimilmente dolore impotente. Cosa avrebbe potuto raccontare ad una creatura di appena sei anni, dall'aspetto palesemente denutrito, cronicamente assillata dai crampi della fame? Che lei non era stata neppure capace di uccidere uno scoiattolo? Che per questa sua inettitudine, ancora una volta entrambi avrebbero dovuto accontentarsi di poche bacche bollite? Inconsciamente diminuì l’andatura. Anche se tentava di convincersi del contrario, in lei era vivo il desiderio di procrastinare il momento del ricongiungimento.

Per sfuggire a questa sua viltà, costrinse i pensieri a tuffarsi nel passato. Il padre di Duddy era morto qualche anno prima, ucciso da un puma. Da allora, lei sola aveva dovuto badare al bambino. La sua abilità di archeologa, il suo fiuto per i reperti eccezionali, le avevano permesso di adempiere a questo compito con larga sufficienza. Ma quando i mercanti avevano cominciato a respingere ogni profferta di scambio, quando un modus vivendi decretato da tre generazioni aveva subito un inspiegabile rivoluzionamento, allora erano sopraggiunti i giorni neri. I famigliari attrezzi e le tende de campo erano stati riposti, e qualche tempo dopo caduti nell'oblio; ed i muli, che tanta parte avevano avuto nella quotidiana ma remunerativa fatica, erano stati sacrificati per ritardare seppur di poco l'avvento dello spettro della fame.

Gli archeologi erano caduti in preda allo smarrimento.

Li si poteva scorgere vagolare senza meta fra boschi e montagne, la schiena aggobbita, le braccia ciondoloni, nature morte in un mondo distrutto. Ma poi, gradatamente, l'istinto di sopravvivenza aveva avuto la meglio, sospingendoli alla ricerca di nuovi mezzi di sostentamento. Avevano dovuto rendersi conto, però, che quella che li attendeva non era fatica da poco, poiché era quasi impossibile improvvisarsi cacciatori o agricoltori dopo un'intera esistenza trascorsa tra gli scavi. Per loro era stato come entrare in un universo alieno dal quale, nove volte su dieci, si vedevano rigettati.

Buona parte dei colleghi di Maura, specialmente i più giovani, erano scomparsi da un giorno all'altro senza lasciare di sé alcuna traccia. Si poteva ragionevolmente supporre che fossero emigrati, che in un'altra regione si fossero posti alla ricerca di ciò che qui, nel luogo che li aveva visti nascere e diventare adulti, sembrava aver patito un irrevocabile processo di annientamento … Maura era scettica sul fatto che altrove esistesse qualcosa di diverso, ma sapeva di dover verificare coi propri occhi, se non altro per dovere nei confronti del figlioletto.

Per questo, un giorno o l'altro, si sarebbe decisa e al grande passo. Anche lei, come i pochi rimasti, non poteva ignorare che le speranze di un ritorno alla normalità era un che di effimero, giustificabile soltanto da una incosciente riluttanza ad affrontare l'ignoto.


Duddy fece colazione con cavoli crudi e uova di rondine, poi sedette a gambe incrociate in un angolo della capanna.

Attendeva con impazienza che la mamma, assente dalla sera innanzi, ritornasse dalla battuta di caccia, e sperava con tutta l'ingenuità dei suoi anni di poter presto affondare i denti in succulenti bocconi di alce.

Subito dopo fu assalito dalla subdola tentazione di andarsene a zonzo per il bosco, ma desistette al ricordo delle continue raccomandazioni della mamma. Era un bambino assai giudizioso, e non sarebbe mai venuto meno a un ordine ricevuto. Del resto, la capanna costituiva il migliore dei rifugi: sarebbe stato da sciocchi abbandonarla per avventurarsi in un mondo sconosciuto, denso di insidie …

Sbuffò immusonito, accorgendosi di ripetere mentalmente le frasi con cui la mamma soleva metterlo in guardia. Sarebbe mai giunto, lui, a comprendere le ansie degli adulti, i loro inveterati timori? Ne dubitava fortemente, come dubitava che loro sapessero ciò che si sentiva dentro un bambino della sua età, costretto al chiuso in una giornata meravigliosa, sordo per forza di cose al richiamo del sole, degli alberi, dell'avventura. Tuttavia, si consolò, se gli era proibito evadere materialmente, nessuno avrebbe trovato da ridire se lo avesse fatto col pensiero.

L'immaginazione di cui era naturalmente dotato, sollecitata dal contingente stato d'animo, ebbe il potere di precipitarlo subitaneamente nel sogno a occhi aperti.

Era grande e muscoloso come doveva esserlo stato papà.

(Lui non aveva fatto in tempo a conoscerlo, ma del genitore si era creato un’immagine "eroica", completa di caratteristiche fisiche eccezionali). Dopa aver attirato la preda in una trappola preparata con grande astuzia, le conficcava nel petto uno scintillante pugnale di metallo. Il mastodontico animale crollava a terra di schianto, e scalciava, ansimava, emetteva gli ultimi rantoli. E lui, Duddy, si batteva il petto in segno di vittoria, mentre la mamma, un poco discosta, assisteva ammirata e commossa …

La scena era così vivida nella sua mente, che non s'avvide dei due sconosciuti che scivolavano nella capanna.

- Tu sei figlio di Maura - disse il primo uomo.

Duddy trasalì e rimase per alcuni secondi come intontito.

Poi, con uno sforzo notevole riuscì a mettere a fuoco le figure.

Quello che aveva parlato era grasso e calvo, e ostentava un ghigno niente affatto rassicurante. Il suo compagno era invece mingherlino, di una magrezza patologica, aveva le mani coperte di grosse verruche e, sebbene tentasse di nascondere le rughe del volto dietro una folta barba, s'intuiva che era molto vecchio. Entrambi indossavano la caratteristica tuta nera, di pelle, dei mercanti. Appese alla cintola, portavano grosse pistole a tamburo.

- Su, coraggio, vieni con noi - riprese il grassone, allungando la mano verso di lui.

Il bambino si ritrasse con istintivo ribrezzo e corse a rifugiarsi nell'angolo più buio.

-Non fare storie - disse il mingherlino. - Maura ci ha incaricato di condurti da lei.

~ Non vi credo - ribatte Duddy, tormentandosi le mani.

- La mamma sarà qui a momenti … Andate via!

Il grassone gli si pose dinanzi e lo squadrò a lungo, senza modificare l'orrenda smorfia delle labbra. Poi, con un balzo incredibile per la sua mole, lo agguantò per un braccio.

- Ubbidirai, volente o nolente!

Il bambino tentò di divincolarsi, e quando fu evidente che non gliel'avrebbe fatta, spalancò la bocca per gridare.

Ma l'aggressore fu svelto a tappargliela con le dita a salsicciotto. Allora Duddy, senza riflettere sulle possibili conseguenze di tale gesto, affondò i denti in quella carne molle e sudaticcia.

Imprecando con inaudita ferocia, il mercante abbandonò la presa, Duddy scartò in avanti e, evitando abilmente l’intervento del secondo uomo, guadagnò l'uscita. Una volta all’aperto, mulinando gambe e braccia, si gettò a testa bassa nella boscaglia.

- Maledetto! - sibilò il grassone, portando la mana alla pistola.

- No! - disse seccamente il vecchio, - Non dobbiamo torcergli un solo capello.

- Hai ragione - ammise l'altro, tornando a sogghignare. Non vorrei certo che il corpo della carognetta si rovinasse e perdesse così gran parte del suo valore.

Entrambi si posero all'inseguimento di Duddy.


La notte si era nuovamente beffata del giorno. Gli alberi, dipinti del tenue color oro della luna, gettavano ombre deformi al suolo. Di tanto in tanto, un gufo solitario rammentava la sua presenza agli animaletti del bosco, ammonendoli a non abbandonare le tane. L'umidità di cui era pregna l’aria donò un lungo brivido a Maura. La ragazza eseguì con le braccia alcuni cauti esercizi per riattivare la circolazione.

Aveva camminato senza posa per quasi dodici ore, e ora lo sfinimento fisico era sopraggiunto impietosamente. Immediatamente dopo la tragica scoperta, era stata colta da un violento sconvolgimento dei sensi, tanto che aveva temuto di cadere in un delirio mortale. Aveva pensato che Duddy si fosse smarrito nel bosco inseguendo una delle sue ricorrenti fantasie, che gli fosse accaduto qualcosa di irreparabile. Ma successivamente, scorgendo sul terreno antistante il rifugio le tracce evidenti di due muli, aveva intuito la verità.

Era stata troppo precipitosa nel congetturare la fuga.

Avrebbe dovuto riflettere sul fatto che Duddy le voleva un gran bene, che proprio per questo, sapendo che il suo distacco le avrebbe causato un colpo tremendo, non si sarebbe mai assentato spontaneamente. Quindi bisognava dedurne che fosse stato rapito. E gli zoccoli dei muli rivelavano chiaramente l'identità dei responsabili. Infatti, in tempi come quelli, soltanto i mercanti potevano concedersi di usare, per i loro spostamenti, gli animali da soma … Allora non aveva perso tempo, non si era neppure chiesta quale poteva essere lo scopo di un'azione così abominevole. Scrollandosi di dosso la disperazione, si era messa sulle tracce dei rapitori.

Verso mezzogiorno aveva domato la stanchezza rinfrescandosi presso un ruscello, poi aveva ripreso con rinnovata determinazione. Niente e nessuno sarebbero riusciti ad arrestarla, neppure il puma ringhiante, in cui si era imbattuta al calar del sole e che aveva evitato ponendosi immediatamente in favore di vento. E quando era giunta in vista dello sperone roccioso a forma di corna che delimitava il territorio dei mercanti, aveva avuto ulteriore conferma alle sue convinzioni.

Ora, rannicchiata dietro un folto cespuglio di rovi, attendeva col fiato sospeso. Da qualche ora si trovava nella medesima posizione, costrettavi dalle sentinelle ritte sull’ingresso di una grotta gigantesca scavata nel fianco di una collina. I muscoli delle gambe la torturavano crudelmente, e lei doveva serrare le mascelle per non urlare sotto gli spasmi dei crampi alla schiena. Ma era pronta a restarsene così in eterno, perché covava la certezza che suo figlio era stato condotto proprio in quella grotta. I disegni dei mercanti esulavano dalla sua comprensione, ma non per questo era meno decisa a liberare Duddy, od a morire con lui.

L'ingresso della grotta, del quale non distoglieva mai lo sguardo, le procurava una sensazione di inquietudine.

Poi si rese conto perché. Esso aveva la forma perfettamente quadrata, quasi che la mano dell’uomo fosse intervenuta a forgiarlo. Anche la collina sovrastante possedeva un che di innaturale: era troppo levigata, priva cioè di quelle asperità naturali che ci si sarebbe aspettato di trovare in una qualsiasi delle numerose alture della regione. I massi rocciosi che la ornavano erano disposti artisticamente, con un curioso gusto della simmetria: ad uno di essi di medie dimensioni, ne corrispondevano invariabilmente sette più piccoli, ed il risultato finale consisteva in una serie di figure che rammentavano inequivocabilmente le corolle di certi fiori selvatici. L'erba che cresceva tra questa flora artificiale, appariva leggermente più scura della vegetazione circostante: il manto si presentava discretamente livellato, proprio come se qualcuno, in tempi relativamente recenti, si fosse assunto l'incarico di passarvi la falce.

Maura pensò che le sue impressioni potevano essere addebitate all'incerto chiarore lunare. Ma subito dopo si disse che la questione non poteva essere liquidata così semplicemente. Giunse a convincersi che vi era dell'altro, qualcosa che momentaneamente le sfuggiva, ma che senza dubbio era alla propria portata.

Rifletté attentamente, considerando tutti gli elementi che aveva a disposizione. Infine giunse alla determinazione che la collina altro non poteva essere che un rifugio mimetizzato, una specie di bunker costruito per celare qualche cosa di estremamente importante.

Riportò lo sguardo sulle sentinelle, che in tutto quel tempo non si erano allontanate né distratte un solo istante.

Poteva quasi scorgere le loro pupille dilatate che scrutavano senza posa i margini del bosco, pronte a rilevare la benché minima avvisaglia del pericolo. In un primo tempo, aveva pensato che poteva eliminarle con le frecce; ma poi si era detta che, con tutta probabilità, nella grotta avrebbe incontrato altri mercanti, forse in numero troppo elevato per poter sperare, da sola, di averne ragione. Quindi si era stata costretta ad abbandonare l'idea.

Non le era rimasto che attendere e fidare nell'intervento di un qualche fattore casuale … E se l'occasione non le si fosse presentata, allora avrebbe lei stessa provveduto a sbloccare la situazione facendo ricorso ad altro, badando bene, però, di non esporsi a rischi eccessivi. Il fallimento avrebbe implicato la definitiva rinuncia a Duddy.

Per indurre il proprio cuore a rispettare l'attesa, aveva dovuto imporsi con la violenza. Poiché il desiderio di riabbracciare Duddy, come un rullo compressore senza guida, minacciava di travolgere tutto e tutti indiscriminatamente.


Il vento caldo del deserto, sopraggiunto all'improvviso, imperversava adesso tra le fronde degli alberi ed i capelli di Maura. Alcuni ammassi nuvolosi, densi e scuri, stringevano in una morsa implacabile la luna. La collina era avvolta da un bruno sudario imperscrutabile. Fu solo in virtù della sua vista acutissima che la ragazza distinse una sagoma massiccia fuoruscire dalla grotta. Ancora qualche secondo, e dei cigolii intervallati a dei tonfi soffocati le fecero comprendere di che si trattava.

Strisciò abilmente sui gomiti sino all'inizio del sentiero. Quindi, fuori portata dalla vista e dall'udito delle sentinelle, poté accodarsi al carro senza bisogno di particolari cautele; badò solo a mantenere da esso una distanza di sicurezza. E quando, dopo un breve percorso, si ritrovò ai margini di un ampio spiazzo delimitato da una palizzata di tronchi piccoli e marci, seppe di trovarsi al campo raccolta dei mercanti.

Conosceva assai bene il posto: in passato lo aveva visitato innumerevoli volte, recando reperti da barattare contro sacchi di farina e patate. Non poté fare a meno di ripensare con struggente rimpianto a quei tempi tanto felici ... Allora, eri in grado di sussistere grazie esclusivamente alla sua abilità professionale; e se poi avevi dalla tua un pizzico di fortuna, effettuavi quello che nel gergo degli archeologi veniva definito il "colpaccio", e potevi vivere di rendita per almeno una stagione. Certo, non sempre ti riusciva di trovare un corpo intatto, ben conservato; ma bastava una mano dalle dita affusolate, un piede irrigidito dal repentino trapasso, ed i mercanti sapevano ricompensare a dovere …

I reperti venivano accumulati, dietro quello stesso steccato, catalogati con cura, avvolti in morbidi panni, e là restavano fino al giorno in cui i rigeliani non decidevano di prenderli in consegna.

Pensò alla eccentricità degli abitanti di Rigel, i quali acquistavano tutti gli articoli che i mercanti riuscivano ad accaparrare, per esporli nelle proprie case e nei musei.

Non si erano mai curati di fare considerazioni moralistiche su quella tratta, che in fin dei conti coinvolgeva le spoglie di esseri senzienti; ma questo accadeva non per cinica indifferenza nei confronti di una razza considerata inferiore. Per loro contava un'unica cosa: i reperti, corpi cristallizzati dalle esplosioni atomiche verificatesi sulla Terra molti anni addietro, si prestavano ottimamente al soddisfacimento del loro senso estetico-contemplativo, dote quest'ultima che aveva la preminenza sopra ogni altra manifestazione culturale. Naturalmente portati all'amore per le cose belle, sapevano apprezzare le statue di cristallo per ciò che esse erano, senza soffermarsi a riflettere su chi o che cosa fossero state. E l'entrarne in possesso mediante scambio di merci, non era affatto considerato biasimevole, bensì azione perfettamente legittima.

Anche se poi, a ben riflettere, non era affatto strano (il loro metabolismo doveva necessariamente essere diverso de quello umano), Maura.si era sempre meravigliata del fatto che i residui radioattivi non avessero alcun effetto sui rigeliani. Mentre per l'uomo era altamente rischioso il restare a contatto per lungo tempo con le statue, gli alieni sembravano trarre beneficio dalla pallida luce azzurra che queste emanavano. Durante gli scavi, gli archeologi erano costretti ad indossare pesanti guanti di gomma foderati di piombo, ed i mercanti solevano proteggersi con le loro tute in finta pelle (in realtà, tessuto sintetico ad alto potere respingente, fornito dagli stessi extraterrestri). Ciò nonostante, si verificavano frequenti decessi da contaminazione, a riprova che le particelle atomiche conservavano intatto il micidiale patrimonio originale.

Quello della radioattività era stato il principale problema per l'umanità del dopo bomba. In principio, a qualcuno era accaduto di edificare il proprio rifugio direttamente sulla superficie di un territorio insano. Le conseguenze erano state orrende. Allora si era tentato, mediante escavazioni preventive, di eliminare il pericolo dalla zona prescelta (non esisteva altro modo per stabilire dove fossero situati gli antichi insediamenti urbani, poiché la furia delle bombe aveva sprofondato tutto quanto - mattoni, cemento, corpi umani - sotto uno strato formato da milioni e milioni di metri cubi di terra, e sopra la terra sconvolta, la natura era pietosamente intervenuta a stendere un velo di piante ed arbusti); ma non si era fatto che fornire un secondo corno al dilemma. Se Tizio pensava di radunare tutti i reperti rinvenuti in un luogo considerato sicuro, non poteva ragionevolmente esser certo che Caio non scegliesse proprio quel luogo per costruirvi la propria dimora. Tizio non era in grado di avvertire delle sue intenzioni tutti gli abitanti della regione, era privo dei mezzi materiali e del tempo necessario; così accadeva fatalmente che il suo deposito diventasse la tomba di interi nuclei familiari.

D'altro canto, era praticamente impossibile controllare ogni anfratto roccioso, ogni fondo di stagno, ogni cavità d'albero: ci si accorgeva che i dintorni pullulavano di statue occultate soltanto quando gli effetti della radioattività cominciavano a farsi sentire. E allora era già troppo tardi.

Bisognava riconoscere ai rigeliani di essere intervenuti al momento opportuno. L’attività da loro iniziata, se da una parte ispirava ribrezzo e procurava senso di colpa, dall'altra poteva soltanto arrecare sollievo. Durante gli anni successivi, l'operazione di sgombero si era intensificata tra la stupefazione dei terrestri, i quali non solo constatavano il progressivo allontanamento d'un incubo tormentoso, ma si vedevano lautamente ricompensati per la collaborazione prestata. Messe a tacere le coscienze, ci si era adattati tanto bene al nuovo corso, che un sistema alternativo di procacciamento pareva addirittura inconcepibile.

Tutto era filato alla perfezione, sino al momento della defaillance dei mercanti ...

Maura si scosse. Ancora una volta si era lasciata invischiare dalla ragnatela dei propri pensieri. E questo stava unicamente a significare una cosa: paura. Paura di causare, con una condotta poco accorta, danni irreparabili. Si rendeva conto che l'aver seguito il carro sin lì, poteva essere stata una cattiva mossa; infatti nessuno le garantiva che Duddy non si trovasse ancora sotto la collina, prigioniero dei mercanti. Esisteva anche la possibilità che il bambino fosse stato condotto a sua insaputa in un altro luogo. Ma non era più il momento delle esitazioni: il prolungare ulteriormente l'azione, avrebbe rischiato di trasformarsi in un gesto suicida.


Dopo una breve rincorsa ed un agile balzo, ricadde dall’altra parte dello steccato. E fu come immergersi nelle acque di un oceano purissimo, il cui fondo fosse cosparso di preziosi coralli che si estendevano a vista d'occhio, formando un indimenticabile sogno colorato.

I reperti giacevano in bell'ordine sullo spiazzo, irradiando un lucore che feriva gli occhi e rendeva tremolante la vista. La ragazza ebbe l'impressione di ondeggiare a sua volta, costrettavi da una insidiosa corrente. Le ci volle non poco per abituarsi, ma infine, rinfrancata dal contatto dei piedi sulla terra solida, prese a camminare tra i cadaveri cristallizzati.

Evitò accuratamente di toccarli, e cercò di non concentrare l'attenzione su qualcuno di essi in particolare, per non sentirsene catturata. Ma, giunta dinanzi ad una distorta figura di vecchio, fu costretta a recedere dal proprio proposito. La statua, di cui erano ancora riconoscibili gli abiti che la ricoprivano (la stoffa aveva subito lo stesso processo di trasmutazione della carne), diffondeva sensazioni strazianti; il fuoco che l'aveva plasmata non aveva dimostrato misericordia alcuna, fissando le fattezze nell'attimo che ogni essere vivente deve inevitabilmente toccare, in quella stessa infinitesimale frazione di eternità attraverso la quale si deve necessariamente transitare per giungere al cospetto del grande mostro ignoto.

Con uno sforzo sovrumano, Maura si costrinse a camminare. Ma solo per imbattersi, poco oltre, in un secondo monumento alla stolidità umana. Collocata sopra un piedistallo di gesso - particolare quest'ultimo che doveva indicare ai rigeliani un'opera artisticamente superiore - vi era una donna incinta, ignuda e ripiegata su sé stessa. Le sue labbra esprimevano iracondie nei confronti del pericolo imminente; le guance leggermente enfie e la fronte solcata da un fitto intrico di vene, denunciavano l'incrollabile volontà di proteggere la creatura che stava per nascere, e la frustrazione per la consapevolezza dell'imminente fallimento. Gli occhi, così incredibilmente vivi, erano sbarrati su un universo la cui astrusità aveva dovuto certamente apparirle in proporzioni eguali soltanto al dolore …

Maura avvertì la ben nota sensazione alla bocca dello stomaco, che era un misto di vergogna, di sconfitta e di ripulsa. In passato, dinanzi ad effigi di tale natura, era stata spesso sopraffatta dall'enormità delle sue azioni.

Con appassionata sincerità, nei momenti di maggior sconforto, si era ripromessa di troncare definitivamente con quell'esecrabile traffico. Quella della morte era una poesia troppo intima, che andava recitata in perfetta solitudine; nessuno aveva il diritto di intromettersi, nessuno dei vivi … Ma naturalmente, spinta dalla necessità, aveva sempre dovuto ricredersi, e spegnere sul nascere ogni anelito di ribellione.

Delle voci sommesse la indussero ad acquattarsi dietro una catasta di gambe e braccia. Acuendo la vista, distinse le sagome di un paio di mercanti affaccendati attorno a un carro. (Probabilmente si trattava dello stesso veicolo che, poco prima, aveva lasciato la grotta.) In quella posizione le fu possibile udire i loro discorsi.

- Su, sbrighiamoci.

- E come no? Non vorrei certo che tua moglie se la prendesse con me, se tu dovessi rientrare coi fondelli bagnati.

- Si, fai presto a sfottermi. Ma questo luogo mi dà i brividi. È come trovarsi all'inferno, al cospetto di satanassi muti ma non per questo meno terrificanti!

- Senti senti!

- Beh, non dirmi che a te le radiazioni fanno il solletico.

- Abbiamo la tuta, no? Ad ogni modo, questo e l'ultimo "pezzo".

- Quei fetenti del laboratorio! Stento a digerire il fatto che se ne approfittino in questo modo. È dall'alba che siamo in piedi, senza far altro che caricare e scaricare.

- Tra pochi minuti potrai sfogarti con loro, se e questo che vuoi. Ma io ti consiglio di fare bene attenzione: dopotutto gli straordinari li fai anche nel tuo interesse.

- Uhm... Il carro è vuoto. Battiamocela.

Le ruote ripresero a cigolare con monotonia. Il veicolo si allontanò, e ben presto venne inghiottito dall'oscurità.

Rimasta sola, Maura fu presa da una gran voglia di fuggire: dove non importava, comunque lontano da quel luogo. Per la prima volta in vita sua comprese cos'era il terrore. Un terrore reso ancor più spaventoso dal fatto che non riguardava quel che avrebbe potuto accaderle.

I reperti appena scaricati dai mercanti giacevano a pochi metri di distanza; ritti nelle pose più svariate, costituivano nell'insieme una piccola foresta pietrificata nella quale sarebbe state una follia addentrarsi. Maura ne era attratta e disgustata allo stesso tempo. Il loro tremulo lucore era malìa e perdizione, fascino sottile e completa redenzione. Da quell’azzurro soffuso traeva origine ogni sentimento legato alla sfera della psiche umana, ed era umanamente impossibile accettare in blocco un simile bailamme senza rimanerne schiacciati.

La ragazza si mosse esitante. I suoi arti inferiori erano più pesanti del piombo.


Ruppe ogni freno e si gettò in avanti. Meglio sapere, avere subito la certezza, anziché impazzire lentamente. Passò freneticamente in rassegna quei miseri volti fossilizzati nelle espressioni più omogenee. Si arrestò solo quando ebbe individuata una piccola figura rattrappita come sotto il peso d'un’immane ignominia.

Il mondo smise i suoi sciocchi giri di giostra e rimase sospeso nello spazio. Il mondo e lo spazio erano grigi. Maura si rendeva conto di cadere a faccia in giù, presentiva già il violento impatto contro il suolo: ma la caduta non aveva mai termine, e lei svolazzava leggera come una foglia, galleggiava sulle acque di un fiume assolutamente immoto. E grigio. Poi, improvvisamente, il peso specifico tornava a possederla, e allora affondava inesorabilmente, e s'aggrappava sul fondo per non essere costretta ad affiorare nuovamente, mentre una forza straordinaria tentava di frustrare i suoi sforzi. E lei gemeva, urlava riempiendosi la bocca di acqua salata, imprecava come un maschio ubriaco. Tutte le sevizie a cui sottoponeva il proprio corpo, affinché questi si spegnesse per sempre, non sortivano alcun effetto. Un maglio poderoso calava dal cielo con l'evidente proposito di assassinarla, di ridurla ad un ammesso sanguinante di carne ed ossa; ma inevitabilmente si arrestava a pochi centimetri da lei; cosicché lei moriva un milione di volte al secondo senza mai veramente morire, e soffriva, si contorceva, inveiva contro l'universo intero.

Alcune ore più tardi, quando ebbe riacquistato l'uso della ragione e dei muscoli, s'inginocchio ai piedi del figlioletto. Non versò una sola lacrima, non supplicò né minacciò gli dei com'era forse suo diritto. Si limitò ad accarezzare quelli che un tempo erano stati serici capelli biondi, e che ancora adesso conservavano una parvenza di vitalità. In quella lunga carezza condensò tutte le frasi che avrebbe potuto proferire in un milione di anni.

Duddy non recepì il messaggio: ormai, l'amore non era più cosa che potesse toccarlo. L 'aureola che lo avvolgeva rimaneva ancor più dell'atteggiamento la cocente delusione per il trattamento che la vita gli aveva riservato.


Il mago schioccò sonoramente le labbra, inarcò le sopracciglia e disse:

- Questo spiega l'improvviso disinteresse dei mercanti verso gli scambi. E le sparizioni degli archeologi. Credo proprio che quelle dannate creature siano riuscite ad escogitare il sistema per riprodurre in laboratorio le condizioni del fallout atomico.

Maura annuì in silenzio, torcendosi le mani. Dopo essersi staccata dal figlioletto ormai irrimediabilmente perduto, aveva pensato al mago della pianura come all'unico essere umano in grado di fornirle aiuto. Si era precipitata da lui e l'aveva messo al corrente dei atti che l'avevano vista come protagonista. Ora se ne pentì. Cosa ottenere, infatti, da un uomo sudicio e lascivo come quello, che pur parlando non distoglieva l’attenzione dai suoi capezzoli? Cosa sperare da un individuo la cui rudezza esteriore eguagliava sicuramente quella dell'animo?

Decise di andarsene, di fingere di non avergli mai rivolo la parola.

- Stando alle tue descrizioni - riprese il mago – sotto la collina deve certamente celarsi una pila atomica, o quantomeno un'altra di quelle dannate macchine per donare la morte che i nostri predecessori amavano sopra ogni altra cosa.

È probabile che i mercanti l'abbiano rinvenuta per caso e messa in funzione con l'aiuto di un mago non troppo schizzinoso in fatto di morale … Quel ch'è certo, è che la macchina viene ora usata per fabbricare artificialmente i reperti da vendere ai rigeliani.

- Dobbiamo fermarli, - disse Maura, - già dimentica della precedente decisione.

Il mago eseguì un sorriso ripugnante, mettendo in mostra i denti cariati. Indossava una vecchia pelle d'orso e, alle caviglie, gambaletti di cuoio tanto consunti da sembrare fatti di carta pressata. La gibbosità molto pronunciata della spina dorsale, forniva a chi l'osservava di profilo l'impressione di un grande punto interrogativo. Il naso aquilino e le labbra eccezionalmente sottili lo facevano sembrare un rapace eternamente sul chi vive, pronto a ghermire la preda.

- Vuoi che ti aiuti'? - chiese mellifluamente. - Sono disposto a farlo, ma solo in cambio di un compenso adeguato.

- Non ho nulla da offrirti … tranne me stessa – ribatté la ragazza. La sua voce, lungi dall’essere indignata, era piatta ed impersonale. - Se servisse a qualcosa mi concederei senza esitare. Ma vorrei farti riflettere su un punto che sembra esserti sfuggito: noi tutti siamo esposti al medesimo rischio. Oggi tocca ai miei compagni, e quelli come te possono permettersi di osservare la cosa con distacco.

Ma pensa a quel che accadrà quando tutti gli archeologi saranno stati cancellati della faccia della terra. I mercanti inizieranno a dar la caccia ai maghi. E quando arriverà il tuo turno, non ti passerà nemmeno per la mente di esigere un compenso da coloro che ti verranno a cristallizzare.

L'uomo accusò il colpo. Mutò espressione e disse, in tono di scusa: - Che ci vuoi fare … La forza dell'abitudine. Non scordare che noi maghi dobbiamo tutto al nostro sapere, alla scienza che i nostri padri ci trasmisero, la stessa che ci ha consentito di dispensare consigli e consulenze a tutti in cambio del necessario per mangiare. Mercanteggiare, per noi, è diventata una seconda natura ... Ma naturalmente hai ragione tu: in un'occasione come questa non vale certamente la pena di seguire la prassi. - Sospirò, poi aggiunse: - Sentiamo cosa proponi.

- Avevo pensato - proferì Maura - di avvertire i rigeliani.

- Una cosuccia da nulla! - ironizzò il mago.

Lei lo gratificò di un'occhiata severa, costringendolo al silenzio. Quindi disse: Loro non sospettano affatto di venire costantemente raggirati. Basterebbe informarli, fargli sapere che i mercanti gli affibbiano reperti contraffatti, copie che nulla hanno a che vedere con gli originali. Sono sicura che allora interverrebbero per ricondurre le cose alla normalità.

- Un'ottima idea. Ma come aggirare l'ostacolo principale, vale a dire quello della comunicazione?'

Maura fece mostra di non comprendere, allora lui proseguì: - Bene, vedrò di rinfrescarti la memoria sul conto degli extraterrestri. Comincerò col dirti che essi pensano molto più in fretta di noi: le loro percezioni di un minuto equivalgono alle nostre di un'intera esistenza ... Il tempo che serve a te per dire "buonanotte", è lo stesso che occorre a uno qualsiasi della loro razza per leggere i volumi della più grande biblioteca di Rigel.

- E tu come lo sai? - lo sfidò la ragazza.

- Personalmente, non ho mai avuto a che fare con i rigeliani, ma i miei canali d'informazione funzionano a dovere. Ecco perché sono qui a tentare di disilluderti!

- Come spieghi, allora, il fatto che i mercanti riescono benissimo a parlarci? - incalzò lei con decisione.

- Vuoi prendermi in giro? Lo sai anche tu che l'impresa diventa possibile solo ricorrendo al peyuotl.

- Saresti in grado di procurarti il peyuotl?

La guardò di sottecchi, sbuffando, - A questo volevi arrivare! - Schioccò di nuovo le labbra, inarcando le sopracciglia. - Bene, ragazza, la tua incoscienza sembra non avere limiti. Saprai senz’altro che la draga in questione ha il potere di accelerare i processi mentali. Ma dubito che tu sappia che, una volta presa, ti frega per sempre! I suoi effetti sono irreversibili, a non esiste antidoto di sorta …

- La voglio.

- Sarebbe un suicidio. A meno che tu non preferisca sopportare un cambiamento di personalità che ti ridurrebbe alla stregua di un mostro perverso.

- Questo è affar mio.

- Ma … - l'uomo la afferrò per le braccia, scuotendola vigorosamente. - Gli effetti secondari del peyuotl provocano lo sviluppo abnorme dei peggiori istinti. Diventeresti una creatura senza cuore! Gli altri esisterebbero solo in funzione del tuo perfido appagamento, sarebbero stupide pedine da manovrare a seconda dei tuoi innominabili fini! Rimarresti insensibile a tutto il dolore, a tutta l’infelicità di questo mondo!

- Vogliamo smetterla con le chiacchere?' - disse Maura, quietamente.

- Il mago si volse di scatto e afferrò uno dei numerosi contenitori di terracotta cha giacevano sul pavimento della caverna. Va bene, pensò con livore, ti asseconderò. Ma tu rimpiangerai amaramente di avermelo chiesto. Stupida ragazza! Così bella e così ottusa!

Ma poi, suo malgrado, fu costretto ad ammirare la fermezza di lei, ad apprezzare i suoi intenti. L'ira che lo dominava traeva origine dalla consapevolezza che un uomo come lui, rotto a tutta le avversità della vita, non sarebbe mai stato capace di emulare il coraggio di una donna come Maura.

- In questa boccetta è contenuto tutto il peyuotl che sono riuscito ad accumulare in tanti anni di ricerche - disse con voce impastata. - Ma te lo darò soltanto quando avrò ascoltato il resto del piano.


Dapprima era un punticino luminoso che si confondeva con le stelle della volta celeste, quindi ingrandì sempre più, si dilatò enormemente sino a diventare un sole rovente. Infine, con un fragore insopportabile, l'astronave atterrò nel bel mezzo del campo raccolta, direttamente su una piattaforma di cemento approntata dai mercanti. Gli ugelli si spensero e la notte ritornò repentinamente silenziosa.

Nascosta dietro il fusto contorto di una vecchia quercia, Maura attese che una sezione del mostro d'acciaio si spalancasse. Quando sulla piattaforma comparvero alcune sagome indistinte, stappò il contenitore di terracotta e ingerì la droga.

I minuti trascorsero senza che nulla accadesse. Temette che il mago si fosse preso gioco di lei, e che al posto del peyuotl le avesse consegnato una pozione innocua. Scrutò dentro di sé e si avvide di essere oberata dal bagaglio di sempre. Ira, stupore, incredulità si mescolavano tra loro, dando luogo a una reazione che culminava in una psicosi aberrante. Il dolore per la morte di Duddy, ancora ben radicato nel cuore, ingigantiva imperterrito col preciso intento di fagocitare ogni altra cosa, mentre l'odio nei confronti dei mercanti, di una sfumatura leggermente inferiore, la induceva a desiderare con ogni fibra del proprio essere l'estinzione di una cotanto razza maledetta; e l'apprensione per il destino dei suoi compagni archeologi le procurava violenti conati di vomito ed ininterrotti sommovimenti delle viscere.

Sudava copiosamente. Fra le tante possibilità che le si offrivano, quella del fallimento era la più cocente. Occorreva assolutamente condurre a buon fine la missione, e questo non perché lei volesse crogiolarsi nel martirio, o far sfoggio di vanagloria. Aveva semplicemente cessato di esistere nell'attimo stesso in cui aveva constatato che Duddy - l'intero suo mondo, - le era venuto a mancare. Il suo corpo continuava la recita per forza d'inerzia, e lei era decisa a sfruttare per il meglio gli ultimi sprazzi vitali. Se doveva morire, voleva che la sua fine risultasse utile a coloro che le erano stati accanto, alle persone che l'avevano sorretta nei momenti difficili, con le quali aveva diviso le gioie di un ballo frenetico sull'erba, o la dura fatica di uno scavo sotto il sole rovente. Aveva maturato la decisione di uscire di scena in modo discreto, non certo fra gli applausi, e neppure accompagnata dalla gratitudine del suo pubblico.

Fidava che il suo oscuro sacrificio contribuisse in qualche modo a squarciare il velo di una notte apparentemente senza fine ...

A ben pensare, però, non esisteva una precisa ragione che la spingesse a troncare radicalmente con l'esistenza.

La finalità dei suoi atti non doveva necessariamente intaccare il bene più prezioso che possedeva. In fondo, era ancora giovane e piacente, e senza dubbio sarebbe riuscita e rimpiazzare con altri nuovi gli affetti che suo marito e Duddy le avevano donato. Naturalmente l'arroganza dei mercanti andava punita, il loro sprezzo per l'altrui vita doveva essere mortificato. Quando fosse riuscita a comunicare con i rigeliani, per prima cosa li avrebbe informati della congiura ordita a loro danno ...

E rinunciare così ella stessa ai vantaggi offerti della pila atomica?

Scosse ripetutamente il capo. Un atto del genere avrebbe implicata una buona dose di stupidità. Che le importava degli archeologi? Perché mai le era passato per la mente di difendere un branco di sudici selvaggi? Non sarebbe stato meglio, invece, seguitare a sfruttarli? Si, in un mondo come quello occorreva agire con la massima astuzia. Se gli extraterrestri avessero distrutto la pila atomica, si sarebbe dovuto far ritorno al vecchio sistema, cioè a quello che era soltanto uno spreco inammissibile di generi alimentari.

Mentre, lasciando le cose come stavano, si potevano avere tutti i reperti cha si desideravano senza neppure sborsare un solo grammo di farina.

In fin dei conti, i rigeliani meritavano ampliamente di esser presi per i fondelli. Gli intenditori d'arte! Gli esperti sopraffini! Era divertente pensare di vederli continuare a pagare come autentici dei doppioni senza alcun valore.

L'ilarità divampò in lei come un fuoco in un campo rinsecchito. Fu costretta a tapparsi la bocca con le mani. Infine, soffocò con gran fatica l'eccesso. Rivelare la propria presenza avrebbe significato essere costretta a fornire spiegazioni quantomeno imbarazzanti. E lei non lo voleva. Fece dietrofront e imboccò il sentiero che si allontanava dal campo raccolta.

Avrebbe raggiunto i mercanti e si sarebbe unita a loro.


Una figura grottesca gli si parò dinanzi.

- Perché fuggi?

Mi sono scordata di lui, constatò stizzita. Guardò il mago, ma non gli rispose. Stava pensando al modo più rapido di eliminarlo.

- Che ti succede? - incalzò l'altro. - Dunque, non rammenti più il nostro patto? Io dovevo seguirti e … intervenire subito dopo che tu avessi rivelato la verità ai rigeliani. Dicevi di voler morire, piuttosto che diventare come i mercanti.

- Vattene - sibilò Maura a denti stretti.

Lui si ritrasse sbigottito. La sogguardò brevemente, rendendosi conto di ciò che le era accaduto.

- La droga ha agito troppo in fretta - sospirò con la voce incrinata dall'angoscia.

Maura si chinò velocemente, raccattò un sasso e lo scagliò contro il mago, Questo, colpito in piena fronte, si accasciò al suolo.

La ragazza incoccò una freccia nel suo arco.

- Non farlo - supplicò il mago.

Ma lei, inesorabile, tese la corda. I capelli scarmigliati le conferivano l'aspetto di una dea pagana intenta a consumare il più immondo dei sacrifici.

- Pensa ai tuoi compagni - continuò fievolmente l'uomo.

La sua vista era offuscata dal rivolo ininterrotto di sangue che sgorgava dalla ferita. Si sentiva sul punto di svenire sotto l'assalto di progressive ondate di dolore, ma riuscì a terminare il discorso. - Se nelle pieghe della tua anima esiste ancora un barlume di umanità, sforzati di ricondurlo alla luce … Non devi lasciare che il male ne esca vincitore.


Rappresentazioni oniriche nella mente di Maura …

Nocche bianche strette sul legno ricurvo, visi, che si accavallano, cacofonie di parole e di suoni rese tonanti da un vuoto immenso. Luci violente che rimbalzano da un punto all'altro, fiotti di energia che saettano inafferrabili. E capelli color grano maturo da blandire, guance eccitate da serrare nel palmo fresco della mano. Una sorgente purissima che scorre di pari passo col fiume dell'eternità. Boschi ombrosi e foreste solenni. I simboli di un mondo perduto.

Il suo mondo.

"Mamma!": una parola che trafigge. Occhi madreperlacei, schiene traslucide, denti di diamante e rubini incassati nei lobi frontali. Un sogno psichedelico racchiuso in un blocco di quarzo. Una voragine che si spalanca improvvisamente sotto i piedi, il rapido precipitare nel boio imbuto, e in fondo, l'impatto con un incubo chiamato realtà.

Ogni singolo volto s'incastrò nel mosaico, fino a formare una scena ben definita, e ogni parola acquistò un significato conosciuto. Era importante conservare, almeno per qualche secondo ancora, il controllo dell'attività cerebrale. Il tempo per consegnare l'arco al mago, per chiedere silenziosamente perdono. Poi la fuga liberatoria, i piedi nudi che scompiglino i ciottoli del sentiero, l'epidermide che assorbe la benefica umidità notturna ...

Osservò, stupita e felice, lo spalancarsi di possenti porte di bronzo.


Il corpo della ragazza giaceva a faccia in giù, con una freccia conficcata profondamente nella schiena. Scosso da violenti ed incontrollabili singhiozzi, l'uomo non riusciva a distogliere l'attenzione dalla tragica visione: sebbene lo desiderasse fermamente, era letteralmente impossibilitato a farlo.

Pensò di aver agito per il verso giusto, che la sua era stata l'unica azione possibile. Ma non per questo si sentì meno oppresso. Stringeva ancora fra le mani l'arco, quella stessa arma mortale che pochi istanti prima Maura gli aveva offerto con rassegnazione e fiducia. Rifletté, non senza stupore, che lei lo aveva indissolubilmente legato ad un destino invero ingrato. Infatti, l’ultimo atto della ragazza trascendeva dall'intenzione immediata dovuta al desiderio di non sottostare ulteriormente al mutamento verificatosi con l'assunzione del peyoult, per rivelarsi in tutta la sua crudezza di testamento morale. Avrebbe per sempre rammentato il muto messaggio che lei, negli atti precedenti al trapasso, gli aveva trasmesso. Pur senza servirsi delle parole, gli aveva detto che il futuro dell’uomo non poteva e non doveva essere circoscritto in un'area dove il linguaggio era quello dalla brutalità, dell'alienazione morale, dove l'anima veniva considerata soltanto una spiacevole appendice metafisica; lo aveva ardentemente supplicato affinché non si uccidesse più il fratello; lo aveva impegnato a coltivare il seme della rinascita, a prodigarsi con tutte le energie perché questi potesse crescere e raggiungere una rigogliosità immortale.

Gli occhi del mago presero a stillare lacrime di sincera afflizione, perché egli non si reputava affatto all'altezza di tale compito. Egli era solo uno dei tanti individui immeschiniti da un'esistenza piatta, priva di slanci; pur di non farsi ingoiare dal putridume quotidiano, non aveva mai esitato a ricorrere a sordidi espedienti. Non possedeva un briciolo di etica umanitaria, ed era soffocato dalle sue stesse paure. L'eredità toccatagli avrebbe meritato ben altro destinatario …

Ciò non di meno non poté non sentirsi lusingato dalla scelta della ragazza. E fu proprio questa sorta di intimo orgoglio a donargli il coraggio di una decisione. Poteva anche essere l'ultimo degli uomini, il più vile, ma ciò non lo autorizzava a tradire miseramente il messaggio e gli ideali di Maura. Era consapevole che quella che si apprestava ad intraprendere sarebbe stata una lotta impari, forse una battaglia già perduta in partenza. Ma aveva il dovere di tentare; se non altro, per cercare di collocare il proprio "io" in una dimensione più dignitosa. Le ali si sarebbero rivelate in tutta la loro cronica debolezza, ma avrebbe sicuramente permesso all'ispirazione d'involarsi e di diffondere per il mondo intero il verbo dimenticato …

Eresse le spalle e, sebbene fosse ancora profondamente convinto della propria indegnità, pregò Maura di assisterlo per tutto il lungo cammino.


Vegliò il feretro sino alle prime luci dell'alba; poi, rivoltando a mani nude la terra, provvide alla sepoltura.

Lontano, il canto di un gallo selvatico annunciava l'inizio di un giorno diverso.


da "The Time Machine" n. 5/‘78






[ Indietro ]

Racconti e recensioni fanzine

Copyright © di IntercoM Science Fiction Station - (18 letture)



Questo portale è realizzato con l'ausilio del CMS PhpNuke
Tutti i loghi e i marchi registrati appartengono ai rispettivi proprietari. I commenti sono di proprietà dei rispettivi autori.
Tutto il resto è ©2003-2006 di IntercoM Science Fiction Station. È Possibile usare il materiale di questo sito citandone la fonte.
Potete sindacare le news del portale di IntercoM usando il file backend.php