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In terre lontane 1


di Gianfranco Salaris


DOPO

Nerone scese e si guardò intorno; aveva paura ma non accadde nulla di quello che temeva e, in particolare, l'aria era normalmente respirabile, anche se la calura del mezzogiorno gli rendeva la gola arida e gli entrava, troppo calda, nei polmoni.

Si riparò gli occhi dal sole che splendeva, accecante, a perpendicolo sul suo capo e guardò lontano.

Il paesaggio era desolatamente scarno, almeno fin dove poteva giungere il suo sguardo, e le pendici della collina su cui si trovava si fondevano nella pianura priva d'ombra se non là dove massi calcinati biancheggiavano opponendosi al sole.

Alla sua destra, quello che una volta era il letto di un fiume di non modeste proporzioni serpeggiava nella pianura, tremolando per effetto del calore che ne impoveriva la già esigua quantità d'acqua.

All'orizzonte, ma molto lontano dall'uomo, si ergevano delle montagne frastagliate, piccole per la distanza e più simili ad ossa scheletriche che a picchi imponenti.

- Chissà laggiù com'e la situazione?

Nerone ascoltò la propria voce, sorprendendosi nel sentirla così rauca e raschiante.

Probabilmente è come qua. Sì, credo che sia ancora troppo presto, almeno per il momento.

Sorrise divertito: stava prendendo l'abitudine di parlare con sé stesso; con un'alzata di spalle liquidò quel pensiero, salì a bordo e ripartì.


PRIMA

- È stata solo una ragazzata, signor ispettore! - Così proruppe Pietro sentendo un misto di collera e di vergogna infiammargli il volto ed il collo massiccio.

De Carolis guardò il foglio sulla scrivania davanti a sé.

- Lei la chiama una ragazzata picchiare a sangue una coetanea e poi abbandonarla, semi incosciente, ai margini della strada?

- Suvvia, non esageriamo. Dopotutto non le ha rotto niente e adesso sta benissimo, tanto che gli stessi genitori hanno deciso di lasciar perdere tutta la faccenda e di non sporgere denuncia.

- Ci son tante cose su cui si passa sopra quando si ha bisogno di soldi, signor barone.

- Cosa vorrebbe insinuare?

- Niente, niente. Dopo tutto ho anch’io una famiglia da mantenere e non posso permettermi nessuna insinuazione senza una denuncia formale. Comunque … - aggiunse in fretta prima che Pietro riuscisse a replicare - … le auguro di non rivedermi più, anche se sono convinto che il suo caro ragazzo troverà altre occasioni per capitarmi davanti.

Pietro si impose di star calmo mentre si alzava in piedi: - Stia attento a quello che dice, ispettore, si ricordi che se mi chiamano il Grande Pietro C'è un motivo!

Per alcuni istanti si fissarono negli occhi, in silenzio, infine fu De Carolis ad abbassare lo sguardo, mormorando: - Può andare, barone, per me la faccenda è chiusa.

Con un sorriso soddisfatto e senza curarsi di salutare, Pietro uscì dal commissariato; appena in strada però la sua espressione divenne corrucciata e tesa mentre lasciava che le preoccupazioni trovassero finalmente uno sfogo riflettendosi nelle pieghe profonde della sua fronte.

Stava piovendo a dirotto e, per un attimo, osservò l’acqua che tracciava improvvise linee oblique sotto le folate discontinue del vento; malgrado il tempo, il traffico consueto di Roma nell'ora di punta serale scorreva intenso come sempre.

Cercò nelle tasche dell'impermeabile le chiavi dell'automobile, poi, appena la pioggia rallentò un poco, fece una breve corsa fino alla sua vettura parcheggiata a pochi metri di distanza lungo il marciapiede.

Appena ebbe chiuso la portiera dietro di sé, si appoggiò ansimante allo schienale del sedile, asciugandosi i capelli bagnati con il fazzoletto. Si slacciò il colletto della ca micia ed allentò il nodo della cravatta per respirare meglio. Gradatamente il ritmo del suo respiro si fece meno frequente e l'oppressione che sembrava stringergli il petto in una morsa si attenuò fin quasi a sparire del tutto.

Fece ancora un attimo di pausa poi, con un sospiro, accese il motore e si immise nel traffico, guidando meccanicamente mentre i pensieri gli si rincorrevano nella testa.

"E se ... no, è impossibile!" Frenò in modo brusco per evitare di tamponare la macchina che lo precedeva. "Dopotutto i test d'intelligenza parlano chiaro: Nerone ha un Q.I. di 139, ben al di sopra della media, quindi non può essere come sua madre. "

Ripartì mentre il pensiero che cercava di rifiutare arrivava a farsi strada in lui.

"Eppure anche Gloria, quando l'ho conosciuta, era al di sopra della media; uno dei suoi libri di poesie era addirittura un best-seller da parecchie settimane. È stato in seguito che … no, non è la stessa cosa, non può essere; dopotutto Nerone è ancora solo un ragazzino e, a quell'età, capita di fare le cose più insensate sotto l'impulso di un momento."

Pensò al padre della ragazza.

"Figlio di un cane! In fondo non l'ha neanche sverginata la sua adorata puttanella. Sempre così: prima vanno in giro sculettando mezze nude e poi protestano se le violentano."

Era proprio lì il punto che lo preoccupava: perché non l’aveva violentata? Perché si era accontentato di morderla e colpirla a quel modo?

L'auto lasciò la periferia e prese la via della collina mentre la pioggia aumentava ancora d' intensità tratteggiando con strisce argentee la luce dei fari che combatteva contro la notte incombente.

"Comunque bisogna che lo segua un po' più da vicino. Da quando Gloria … " scalò una marcia per dare un po' di respiro al motore affaticato "l'ho lasciato un po' troppo a sé stesso. Dovrei avere più tempo per lui: praticamente lo vedo solo per annoiarlo con i miei rimproveri, con i miei affari. I miei affari! Come accidenti posso fare a dargli in mano a qualcun altro per poter seguire mio figlio prima che diventi irrimediabilmente uno sconosciuto? E poi deve sapersi arrangiare come fanno tutti. Non è mica scemo, no?"

Con l'eco di queste parole che gli rimbalzavano da un angolo all'altro della testa bloccandogli ogni altro pensiero, entrò nel viale che portava all'entrata della grande villa sulla cima del colle.


DOPO

Nerone osservò le due figure grottesche che si nascondevano, tremanti, dietro ai cespugli. Finalmente il suo girare tra la vegetazione aveva dato i suoi frutti.

Guardò i due con occhio critico; da quello che poteva scorgere non erano molto alti ma erano poderosamente muscolosi ed avevano la pelle spessa e cotta dal sole ed il cranio liscio. I visi erano prognati ed ornati da strisce ocra.

Ripensò alle sue letture antropologiche e giunse alla conclusione che assomigliavano vagamente ai Neanderthal, anche se erano totalmente privi di peli: niente barba ne sopracciglia e la regione pubica era glabra come quella di un neonato.

- Spero che imparino presto a vestirsi - mormorò tra sé Nerone - perché quegli affari nudi e penzolanti sono piuttosto disgustosi e osceni.

Fece un passo avanti, lentamente per non farli fuggire, ma era una precauzione chiaramente superflua perché quelli erano troppo spaventati per riuscire a far altro che tremare. Mentre si avvicinava osservò con curiosità la bocca aperta di uno di loro: meravigliato notò che erano senza denti e gli parve di scorgere, al posto della dentatura, una placca ossea, giallastra.

- Questo è un momento importante, anche se non lo sapete ancora, omuncoli! - tuonò allegramente.

Sotto il loro sguardo spaventato accese un cerino e diede fuoco ad un ramo secco che prese ad ardere scoppiettando; subito lo accostò all'erba per vedere se la sua idea funzionava e, con soddisfazione, vide che, anche se stentava un po', prendeva fuoco abbastanza velocemente.

Tenendo in basso il ramo fiammeggiante fece un cerchio di fuoco intorno ai due lasciando aperto solo un piccolo varco da cui entrò. Adesso il colorito dei due indigeni era diventato cadaverico e grosse gocce di sudore correvano lungo i loro corpi lisci mentre Nerone si faceva più vicino.

Quando fu a pochi passi da loro estrasse la pistola e la puntò sulla gamba di uno degli uomini premendo il grilletto.

L'uomo levò un acuto grido di agonia mentre il piombo gli lacerava le carni e cadde a terra stravolto.

La vecchia emozione invase ancora Nerone riflettendosi nell'ardore dei suoi occhi, nelle labbra tirate sui denti, nella sensazione indefinibile che pervadeva tutto il suo corpo mentre sentiva il braccio sussultare per i contraccolpi della pistola e osservava le nuove ferite che si aprivano nel corpo rantolante ai suoi piedi; dimenticò tutto tranne la sua emozione selvaggia fino a quando la pistola scattò a vuoto riportandolo alla realtà.

Con subitanea apprensione si accorse che l'altro indigeno non era più lì. Temendo già di veder fallire il suo piano si guardò intorno; un sospiro di sollievo gli gonfiò il petto quando scorse l'uomo glabro in piedi accanto al punto del cerchio fiammeggiante più lontano da lui, indeciso sul da farsi e troppo spaventato dalle fiamme per trovare il coraggio di saltare quella barriera ardente.

- Hei, Pelato! - chiamò Nerone e, al suono della sua voce, quello si rannicchiò su sé stesso lanciandogli occhiate tremebonde da dietro il sipario delle braccia.

Tenendosi il più eretto possibile Nerone gli si accostò.

L'altro cercò di indietreggiare ma si dovette fermare quando il suo sedere nudo giunse a breve distanza del fuoco; allora si gettò a terra con il viso contro il terreno.

Nerone si avvicinò ancora e, alzato un piede, lo posò su quella testa china, premendo leggermente mentre sfasciava un involto che nel frattempo aveva tratto dallo zaino che portava sulle spalle.

L'involto si rivelò una statua di gesso raffigurante senza ombra di dubbio Nerone stesso. Sempre premendo con il piede il capo dell'individuo prono a terra posò la statuetta sul terreno.

- Fa proprio un magnifico effetto sotto la luce delle fiamme! - esclamò e, al suono della sua voce, un sussulto salì dal suo piede.

- Nerone, Nerone, Nerone - cantilenò alzando gradatamente la voce fino a raggiugere toni altissimi mentre l’essere ai suoi piedi si faceva sempre più piccino.

Con un ultimo grido che gli fece dolere la gola Nerone si allontanò, soddisfatto, dal cerchio di fuoco e riprese il suo viaggio.


PRIMA

- Vieni giù che ti devo parlare.

Come al solito la voce possente di suo padre sembrò sovrastarlo, precipitando dai soffitti riccamente affrescati, scivolando lungo i marmi lisci, riflettendosi violentemente nelle lucide curve degli argenti e dei bronzi.

Appoggiò la mano alla balaustra dello scalone, fredda sotto il suo tocco, sentendo, contemporaneamente, il crudo contrasto col rossore infuocato delle sue orecchie ed il martellante ronzio del sangue nel suo cervello.

Suo padre la guardò interrogativamente dal riquadro della porta dello studio, ai piedi della scala. Era un uomo imponente, ben diverso dal figlio: scuro di pelle quanto quello era rosso, alto e dal portamento austero quanto l’altro appariva insignificante.

A ben guardare si poteva scorgere l'affinità genetica nei loro volti ma solo confrontandone i tratti uno alla volta perché l'insieme nelle due facce dava due risultati diversi: la stessa piega delle labbra che nel padre denunciava fermezza nel figlio sembrava pavidità, lo stesso sguardo che nel vecchio appariva acuto ed indagatore nel giovane sembrava vacillante e sfuggevole.

- Allora, ti decidi?

Nerone sobbalzò, rendendosi conto di essere rimasto troppo a lungo impalato sul primo gradino ed incominciò a scendere, meccanicamente, mentre suo padre rientrava nello studio.

"Chissà che accidenti vuole quel rompiscatole?" si chiese, buio in volto, scendendo alcuni scalini in modo più energico e combattivo ora che la figura paterna era uscita dal suo campo visivo; ma fu solo un attimo perché, man mano che si avvicinava alla porta dello studio, le sue spalle già un po' spioventi si abbassarono ulteriormente, la sua andatura rallentò fino a diventare quasi uno scivolare più che un camminare.

Varcò la soglia. Suo padre era seduto sulla poltrona di pelle scura, ed il fumo azzurrino di un sigaro si spandeva nell’aria rendendola dolce e profumata.

- Siediti.

Senza parlare si sedette sull'altra poltrona che gemette sotto i movimenti del suo corpo.

- Dunque, - incominciò Pietro muovendo leggermente le mani curate e sicure, senza, abbandonare il sigaro. Si formò un anello di fumo che incominciò a salire, assottigliandosi ed allargandosi verso il soffitto: - ieri sono stato dal professor Bayer per una visita di controllo.

Nerone si fece subito più attento; era da sempre che suo padre era in cura per il cuore a causa di un difetto cardiaco ma, pur minimizzandone la gravità, solitamente non amava parlarne o, se lo faceva, era solo per affermare che ci sarebbe voluto ben altro per mettere a riposo il Grande Pietro, come era chiamato da amici e parenti nel mondo degli affari.

- Non ti interessa sapere cosa ha detto? - sbottò irritato dal silenzio del figlio.

- Si, certamente, ma penso che ti avrà trovato in forma come al solito.

- Mi fa piacere sapere che qualche volta riesci anche a pensare - Pietro si rimproverò, tra sé, per il tono brusco della sua osservazione. - ad ogni modo ti sbagli: ha detto che se non mi ritiro dagli affari e mi metto a riposo non mi garantisce né dieci anni né un mese né un minuto di vita.

Il silenzio aleggiò tra di loro, come un fantasma evanescente. I due si osservarono attraverso il leggero sipario del fumo.

"Ecco, quello è mio figlio" pensava Pietro "ma è davvero mio figlio? Non c'è dispiacere in lui per quanto gli ho detto, o forse sono io che non riesco a leggere nella sua espressione? Vorrei che fosse diverso, più uguale a me, vorrei che un giorno fosse per tutti il Grande Nerone ma so che non lo diverrà mai. Ma è poi giusto che io desideri per lui la vita che amo per me?"

"Un minuto di vita ... un minuto di vita … un minuto di vita … " le parole riecheggiavano ossessivamente nella testa di Nerone impedendogli di pensare coerentemente e, ad ogni ripetizione, si tingevano di emozioni diverse e contrastanti: dispiacere, piacere, incredulità, esultanza, dolore, odio, indifferenza.

- Perché me l'hai detto? - la sua voce, se ne accorse troppo tardi, era di un tono troppo alta.

- Perché è il momento di sapere che cosa intendi fare di te nel caso che … per il futuro. Le fabbriche e le tenute hanno bisogno di essere amministrate e curate e sono ormai tre anni che tu indugi all'università, bighellonando, senza interessarti di niente altro che dei tuoi maledetti libri di fisica e delle tue poesie. È passata l'ora dei trastulli e delle fantasie campate in aria, bisogna che tu ti decida a mettere i piedi a terra, che cominci a prendere contatto con chi conta, a cercarti una donna e ad avere figli come ogni persona n … - si bloccò, ma non abbastanza in tempo.

- Dai, vai avanti! il tono acuto era rimasto ma ora era mitigato dall'asprezza che lo rendeva metallico - Dillo: come ogni persona normale, non come tua madre, dillo!

- Nerone, ascolta …

- È inutile che ti stia a sentire, tanto so già quello che pensi: mio figlio è un buono a nulla, un inetto, peggio ancora: un matto come sua madre che da quindici anni è rinchiusa in un manicomio e che ormai, sempre più spesso e ad ogni nostra visita, è in uno stato tale che neppure arriva a riconoscerti. Pazza, completamente, irrimediabilmente, assolutamente pazza!

Stava tremando come una foglia e le sue mani si torcevano senza posa.

- Ora basta! - Pietro si alzò in piedi scaraventando il mozzicone del sigaro sul pavimento e calpestandolo rabbiosamente col piede.

- Ma perché è pazza, perché? - continuò stravolto Nerone. - Credi che non lo sappia il perché? È perché ha dovuto vivere accanto al grande Pietro, sei tu il tarlo che le ha rosicchiato il cervello fino a ridurlo ad una massa inutile, tu con i tuoi affari importanti, il tuo egoismo, il tuo …

- Basta! - L'urlo di Pietro fece azzittire Nerone che rimase, sudato e tremante, quasi accartocciato sulla poltrona.

- Basta, Nerone, - ripeté più piano, - sai bene che non è così. Ho fatto di tutto per aiutarla, i migliori psichiatri, le migliori cliniche e sempre la stessa inesorabile risposta: ereditarietà incurabile.

- E io? - balbettò Nerone ora supplicando una risposta che, in qualunque modo, non avrebbe fugato né confermato definitivamente le sue angosce.

- Tu no, tu sei normale, anzi intelligenza superiore alla media, hanno detto. - Ma la sua voce sembrò falsa alle sue stesse orecchie malgrado l'acuto desiderio di crederle.


DOPO

L'aria era fresca e frizzante nel mattino e Nerone la inalò a pieni polmoni, con voluttà. Stirò indolentemente le membra intorpidite mentre guardava la valle con occhi estatici. Il fiume mormorava dolcemente, simile ad un serpente sinuoso, e dalle acque placide la luce dell'aurora traeva riflessi mobile e cangianti.

Nerone si accorse di essere teso all'ascolto e quando capì che cosa cercava inconsciamente, si diede dello stupido; nessuno dei principali rumori che lo avevano martellato nel corso della sua vita poteva essere captato in quel paradiso della natura che lui aveva deciso di chiamare Neronia; niente clacson, frenate, rombi, televisori, radio; solo il borbottio del fiume, il frusciare e, per brevi tratti, il cinguettio degli uccelli che salutavano la nascita del nuovo sole. Un piacere estatico lo avviluppò fino a fargli dolere le viscere.

- Ecco, lo sento: l'empito della creazione urge dentro di me come un fiume in piena e deve uscire perché la mia anima soffre della felicità. Ascolta, "Neronia" ascolta la voce del tuo padrone, signore ed amante.

Così dicendo salì su un masso reso morbido da un tappeto di muschio che lo ricopriva quasi totalmente, alzò la testa verso il punto in cui il cielo incominciava a tingersi di albicocca, tese una mano davanti a sé, come a benedire il fiume argentato, e con l’altra strinse il suo giubbotto di fustagno all'altezza del cuore.

"Un empito mi travolge

con immane violenza

nel vederti così, splendente,

fulgida nel trionfo del sole,

bella come la donna più bella,

dei verdi capelli ondeggianti

cinti da un fascio di liquido argento,

e le forme ubertose appena velate

da un crespo impalpabile di nebbia leggera,

sfumato e pudico

finché il nuovo giorno che nasce

risveglia in te il calore

ed il fuoco che è dentro al tuo corpo

porto, senza alcuna vergogna,

ai miei sussulti d'amore

mentre tutto il mio essere grida

che sei mia, solo mia .. "

Tremante per l'eccitazione, Nerone scivolò dal masso finendo lungo disteso a pancia in giù sull'erba cosparsa di rugiada in cui tuffò il viso mentre si sbottonava i pantaloni con dita impazienti.

- Sei già umida, amore mio e, se vuoi, e mi chiami, mi ami, sei mia, sei mia.

Si agitò scompostamente sul terreno finché lo irrorò col suo seme e poi giacque ansimante, a viso in su, fino a quando il sole non fu alto nel cielo.


PRIMA

Fra poco la grande villa sarebbe stata di nuovo piena solo dei consueti rumori di sempre, ora che quasi tutti se ne stavano andando.

Nerone aprì un poco la finestra del gabinetto e sbirciò fuori. La mattinata era insolitamente calda, per essere aprile, ed un po' di afa annebbiava la visibilità velando di irrealtà Roma che si allargava, immensa, ai piedi del colle, brulicante di movimento tra l'incoerente mistura di antiche vestigia e moderni palazzi che la rendeva paradossale.

Lo sguardo del giovane lasciò la città, sfiorò il Tevere, risalì il declivio del colle punteggiato di ville; raggiunse il parco che circondava la sua abitazione e si fermò sul cortile sotto di lui, dove lo schioccare di portiere, il rombare di motori, le grida di saluto e lo scricchiolare della ghiaia sotto ai pneumatici si fondevano in una cacofonia esasperante.

Nerone ringraziò il cielo per essere riuscito, con la scusa della stanchezza, a ritirarsi da tutta quella confusione esasperante e fu preso da un'allegria irrefrenabile che rasentava l'isteria.

- Guarda i becchini che se ne vanno! - esclamò, e la voce rimbombò amplificata dalla vastità del bagno.

La prima macchina ad avviarsi fu una berlina nera dalla lucentezza appannata da un leggero strato di polvere. Subito dietro una Mercedes bianca ed una Porsche azzurra e poi una 128 indaco e così via, come un rosario di ineguali palline colorate e, ad ogni vettura, tra un risolino e l'altro, Nerone diceva:

Tanti saluti e grazie per le condoglianze, signor Sindaco.

Oppure:

- Sono commosso per la tua partecipazione al lutto, cugina Elena.

Ed ancora:

- Preoccupato, zio Carlo? Sei l'ultimo dei quattro grandi fratelli, adesso!

Finché anche l'ultima auto fu inghiottita dagli alberi del parco e nell'aria rimase solo il silenzio e la polvere.

Nerone si guardò nello specchio sopra il lavabo con una smorfia. Sapeva di non essere bello, ma non si aspettava che gli eventi di quegli ultimi giorni avessero lasciato tracce così profonde impresse nei suoi lineamenti fino a farlo apparire non già un giovane poco più che ventenne, bensì un uomo distrutto dal peso degli anni.

- Un minuto di vita … - disse all'immagine che lo guardava dritto negli occhi, poi sorrise all'orrore che vide comparire in quello sguardo e poi si spaventò scorgendo quel volto diviso in due come quello di una deità: la parte superiore orribile nel suo sconvolgimento, quella inferiore altrettanto orribile per le pieghe del suo sorriso.

Avventò un pugno contro l'immagine che si frantumò in mille pezzi, piccole ripetizioni di sé stessa, aumentando di mille volte il suo sconvolgimento fino a sconfinare nel terrore quando scorse alcuni di quei volti arrossati da macchie di sangue.

- Signor Nerone, che cos'è successo?

La voce allarmata della governante filtrò nella stanza attraverso la porta proprio mentre lui la spalancava per fuggire da quei mille sé stesso che lo avevano terrorizzato.

Si precipitò tra le braccia dell'anziana donna nascondendo il viso in quell'ampio seno, scosso dai singhiozzi e da un tremore che non riusciva a fermare.


DOPO

Era scivolato nel sonno senza rendersene conto, così, seminudo, sul velluto dell'erba, accarezzato dal tepore del sole nascente. Quando finalmente il sole ebbe fugato il torpore dalle sue membra rese rigide dalla stanchezza, ma anche dalla tensione nervosa allentata, i raggi cocenti dell'astro ormai alto nel cielo pizzicarono le sue palpebre ed egli ne prese coscienza risvegliandosi.

Spalancò gli occhi lasciando che si riempissero d’azzurro e si stirò con voluttà sentendo nuovo vigore affluirgli piacevolmente nel corpo.

Si mise seduto ed allungò una mano per prendere i pantaloni ma non finì il gesto, restando con il braccio alzato e teso nell'aria, immobilizzato dalla sorpresa.

Si alzò in piedi, dimentico dell'indumento, e, fatti alcuni passi, si inginocchiò accanto ad un piccolo mucchio di ciliegie posato, come su un vassoio, su larghe foglie che ricordavano quelle del fico.

Era sicuro che prima quelle ciliege non c'erano e la loro presenza non poteva avere altro significato che quello che il suo progetto stava andando a gonfie vele anche se, in realtà, aveva previsto uno sviluppo molto più rapido.

Si guardò intorno ed ebbe la prova che le sue deduzioni non erano errate: le ciliege non erano la sola cosa diversa sul prato perché su altre foglie, in una specie di circolo intorno al punto in cui si era addormentato, scorse bacche, strani fiori azzurri, un pezzo di carne sanguinolenta ed un oggetto che lo fece sussultare perché era un ulteriore conferma della riuscita dei suoi intenti.

Prese l'oggetto tra le mani, sorridendo soddisfatto: era un pezzo di legno rozzamente intagliato, ma abbastanza simile ad un corpo umano. Le fattezze erano appena accennate, ma un dettaglio aveva ricevuto cure particolari da parte dell’inesperto artista: il capo era adornato da folti capelli riccioluti, minuziosamente ondulati.

Cercò con lo sguardo la presenza dei portatori delle offerte ma, intorno a lui, tutto era pace ed immobilità.

- Bisogna che mostri il mio gradimento, - disse Nerone pensieroso. Dopo un attimo di riflessione, estrasse l'accendino e, poco dopo, un cerchio di fuoco crepitava allegramente mentre l'uomo risaliva fischiettando sul suo veicolo.


PRIMA

- Per conto mio stai sbagliando.

La voce dell'uomo era un po' profonda ed arrocchita dal fumo.

- Se fosse ancora vivo tuo padre …

- Se, se, se! Mio padre è morto ed ora il padrone sono io, e posso fare tutto quello che voglio senza che più nessuno mi dia ordini.

Nerone si stupì della sua presa di posizione, ma si rendeva conto che ere ora di farsi valere, anche se sapeva benissimo che l'avvocato Candini parlava convinto di fare i suoi interessi, spinto dal legame che si era instaurato nel corso di tutti quegli anni in cui aveva consigliato saggiamente il grande Pietro nelle sue molteplici attività.

- Un'altra cosa: sono stufo di essere trattato come un bambino viziato, va bene?

Un lampo di risentimento brillò negli occhi contornati da rughe di Candini.

- Ti devo dare del lei, adesso?

Nerone si calmò un poco. Dopotutto l'avvocato non meritava quel trattamento.

- Il fatto è che lei non conosce i miei progetti.

- Ma vendere tutto, smantellare quello che Pietro ha costruito …

- Non tutto. La villa la tengo, anche se sarà necessario apportare parecchi cambiamenti, cambiamenti costosi.

Candini emise un sospiro di rassegnazione.

Va bene, come vuoi, - Fece una pausa, indeciso. - Potrei sapere almeno quali sono i tuoi progetti?

- Come sa, mi sono laureato due anni. fa e, nel corso dei miei studi, ho scoperto qualcosa che potrebbe cambiare il corso della storia, qualcosa che farebbe di me il grande Nerone, ma grande di una grandezza destinata a perpetuarsi nei secoli, non effimera come quella di mio padre.

Candini corrugò la fronte.

- Cioè?

- Come posso spiegarglielo in parole povere? Comporta ampie conoscenze di fisica e matematica che lei certamente non ha e, inoltre, preferisco non parlarne; qualcosa potrebbe non funzionare nel modo esatto, oppure qualcuno potrebbe rubarmi la scoperta. No, non posso dirle niente di più preciso.

- Capisco. - L'avvocato non seppe celare il tono di commiserazione della sua voce.

- Anche lei! - Nerone si sentiva addolorato ed infuriato nello stesso tempo. - Anche lei come mio padre non ha nessuna fiducia in me. Sono matto, certo, sono matto come erano matti Leonardo, Galileo, Einstein.

Si placò improvvisamente.

- Comunque la sua opinione, in fondo, non mi interessa.

Venda tutto al più presto e mi tenga informato. Per qualunque cosa mi troverà alla villa.

- Va bene, come vuoi.

Si strinsero la mano prima che Nerone se ne andasse, e quella del ragazzo era sudata ed appiccicaticcia.

Candini si risedette alla scrivania scuotendo il capo.


DOPO

Non scorgeva niente di insolito intorno a lui o, almeno, niente di quello che si aspettava: la collina era sempre tranquilla e piena di brusii, il fiume si slargava ancora nella valle scorrendo tra la vegetazione rigogliosa interrotta solo qua e là da piccole spiagge di arenaria dorata.

Doveva aver piovuto da poco perché il terreno era ancora intriso d'acqua, tuttavia l’aria era di nuovo calda ed il cielo incominciava già a squarciarsi mostrando sprazzi d'azzurro che mutavano continuamente forma e posizione a causa del veloce spostamento delle masse di nuvole·

Fissò gli occhi su un punto della valle dove il fiume formava un'ansa e, per un certo tratto, era nascosto dall’alta vegetazione. Non si sbagliava: quel biancore evanescente che si innalzava tra gli alberi non poteva essere nebbia perché saliva e si dissipava troppo velocemente.

Quasi certamente era fumo.

- È meglio che vada a vedere, - si disse, - potrebbero essere i Pelati. - Seguendo il filo dei suoi pensieri, prese il necessario per l’esplorazione e lasciò la macchina.

- Però potrebbe essere anche un incendio causato da un fulmine, - borbottò mentre, per precauzione, indossava il leggero impermeabile trasparente. Scrollò le spalle.

- Pelati o fulmine, bisogna che vada a vedere. – Così dicendo incominciò ad avviarsi. Appena il pendio sfumò nella pianura, il suo procedere si fece più cauto anche se, nel relativo silenzio della foresta, gli scricchiolii provocati dai suoi scarponi e lo stropiccio dell'impermeabile risuonavano in modo inconfondibile.

Quando stimò di essere abbastanza vicino alla sua meta si sfilò l’impermeabile, lo rimise nella piccola custodia che portava alla cintura e tolse la pistola dalla fondina che gli batteva sulla coscia. Dopo aver controllato che fosse carica, avanzò con circospezione stando attento, nei limiti del possibile, a non provocare rumore.

Un po' alla volta il brontolio sordo del fiume incominciò a divenire più nitido ed i tronchi divennero meno fitti permettendogli una maggiore visibilità.

Si fece avanti lentamente, avendo cura di celarsi dietro la vegetazione, ed osservò con curiosità la scena che si apriva poco davanti.

Era la prima comunità di Pelati che vedeva, e non era certo come se la sarebbe aspettata: una dozzina di rudimentali abitazioni di paglia e fango secco simili, nella forma, agli igloo, formavano un rozzo circolo sulla sponda del fiume attorno ad una costruzione più ampia ma altrettanto rozza.

Tra le casupole, quasi perfettamente silenziosi, si muovevano gli abitanti del villaggio, e Nerone notò con un certo disgusto che non erano cambiati affatto né nel fisico né nell’abbigliamento dato che erano completamente nudi e glabri e, ancora una volta, si sentì urtato da quella loro levigata nudità che sembrava mettere in risalto e far apparire sproporzionati gli organi sessuali.

Il suo sguardo scorse per la prima volta una femmina dei pelati. Era anch'essa di bassa statura e dal volto prognato, ma qualcosa in lei colpì il suo inconscio riaprendogli dolorose ferite.

- Diana! - sibilò prendendo quel nome e circondandolo di rabbia, amore, piacere, frustrazione e rimpianti, ed intanto i suoi occhi scrutavano quei fianchi pieni, quegli occhi rotondi e colmi di miele dorato, quel seno enorme per la maternità ma sodo e vellutato su cui le piccole mani lasciavano impronte bianche scandendo ritmicamente la suzione della minuscola bocca del bambino.

Si chiese come poteva accostare quel corpo goffo a quello sinuoso che riempiva le sue notti, tuttavia … tuttavia si sentì reagire come se davanti a sé fosse comparsa la più bella delle donne, ed il consueto formicolio nella testa incominciò ad ingigantire annebbiandogli le idee tanto che solo l’avvicinarsi di un paio di uomini riuscì a trattenerlo dal commettere un’imprudenza.

Anche se a malincuore, staccò lo sguardo della donna e lo posò sull'igloo centrale. Il fumo che lo aveva guidato fino al villaggio veniva da qualche cosa che bruciava dall'altro lato della primitiva costruzione. Si mosse circospetto lungo i bordi della radura, in modo da arrivare dirimpetto alla fonte del fumo.

Una corona circolare era stata scavata nel terreno e tizzoni ardenti ardevano nello stretto cunicolo rotondo che formava. All'interno del disco piano recintato dal fuoco si ergeva una statua lignea circondata da offerte. Alta circa due metri, doveva aver richiesto un lunghissimo tempo di lavorazione perché era molto levigata ed il volto dagli occhi corrucciati, era circondato da una massa di riccioli minuziosamente inanellati adoperando come traccia e come effetto volumetrico i nodi e le venature del legno stesso.

Il corpo non era tozzo come quello dei Pelati, ma più slanciato anche se un po' informe a causa della cattiva riproduzione dei vestiti che, chiaramente, erano stati modellati da qualcuno che non ne aveva capito in pieno la funzione o, forse, l'artista non li aveva giudicati così importanti da dedicare loro la stessa cura dedicata ai capelli.

Il braccio destro era teso in avanti verso il basso e la mano impugnava qualcosa che sembrava un fulmine puntato verso il fuoco che scoppiettava, fumando. Complessivamente la statua, inserita nel contesto del resto delle costruzioni dei Pelati, sembrava l'opera di una razza molto più progredita.

Confortato, almeno in parte, da quella constatazione Nerone si ritirò nella foresta meditando su quello che avrebbe visto alla sua prossima visita.


PRIMA

Il telefono squillò con tanta insistenza che Nerone non poté più fingere di non sentirlo. Scocciato posò a terra il blocco su cui stava cercando di buttare giù dei versi e si alzò dalla sdraio. Il sole filtrava caldo, attraverso i vetri della veranda e l'impronta del sudore del suo corpo aveva formato una macchia più scura sulla tela a righe vivaci. S'infilò i pantaloncini (solo per abitudine perché la grande villa era deserta) ed entrò in casa con calma sperando che intanto lo sconosciuto scocciatore si stancasse di aspettare e rinunciasse; infine sollevò il ricevitore ed una voce potente gli esplose nell'orecchio:

- Pronto?

- Ah, sei tu zio Carlo?

Dove diavolo ti eri cacciato?

- Ero …

- Be, non importa. Stammi a sentire.

- Dimmi.

- Fra non molto Diana arriverà alla villa.

- Ma …

- Come probabilmente saprai, dato che ne hanno parlato tutti i rotocalchi, (ma non potrebbero farsi gli affari loro e smetterla con i pettegolezzi?) si è presa una sbandata per un attoruncolo da quattro soldi che, se ne è servito per farsi un po' di pubblicità gratis. Naturalmente quando sono venuto a sapere che se l'è portata a letto mi son girate le scatole (dopo tutto non ha ancora diciotto anni ed un po' di giudizio, almeno nella scelta poteva avercelo) così ha trovato il modo di farlo filare - ridacchiò compiaciuto – e non ho speso neanche tanto, si vede che oggi l'amore è meno caro che ai miei tempi.

Nerone approfittò del fatto che lo zio riprendeva fiato dopo quella lunga tirata per parlare a sua volta.

~ Non leggo mai i rotocalchi. Ma non capisco casa c'entro io in tutta questa storia.

- Cosa poteva fare? Ha tentato il suicidio, sai come sono le cotte a quell'età; poi finalmente è ritornata in sé ma era chiaramente sull'orlo dell'esaurimento nervoso. Allora le ho trovato una compagnia (femminile, naturalmente) e le ho spedite a fare un giro per l'Europa secondo il buon vecchio rimedio. Ora mi ha telefonato da Roma dicendo che si sentiva a posto e che stava per prendere l’aereo per tornare a Milano. Per sfortuna attualmente c'è qui anche quel bellimbusto ed ho un po' paura della reazione di Diana se dovesse rivederlo così presto. Allora ho pensato che l'unica soluzione era tenerla lontana ancora un po' e mi sei venuto in mente tu come la soluzione migliore e più a portata di mano.

- Non capisco bene …

- Ma semplice, no? Le ho detto che invitavi per qualche giorno lei e la sua amica nella tua villa!

Nerone cercò affannosamente un modo per levarsi dai pasticci

- È già un po' che non ci sentiamo, zio, e forse non sai che ho licenziato tutta la servitù ed ha apportato delle modifiche alla villa. Ho paura che Diana si annoierebbe a morte se …

- Ma non dire stupidaggini! Non ci sono problemi: Diana è un tipo un po' matto ma sa adattarsi e poi non si fermerà a lungo, solo il tempo che mi occorrerà per trovare il modo di far allontanare di nuovo quello là per un po' di tempo, magari procurandogli una scrittura per un film che ne so … in Siberia o sulle Ande, insomma, in un posto abbastanza lontano da lei.

- Va bene, l'aspetto, - mormorò Nerone, rassegnato.

- Oh, bravo. E mi raccomando, falle stare allegre. Appena sarà tutto sistemato ti richiamo. Ciao.

- Ciao.

Il saluto di Nerone si sovrappose al clic che segnava l'interruzione della telefonata.

Carlo era sempre stato un po' invadente ma ora, secondo il giovane, stava davvero esagerando. Ad ogni modo, ormai, non poteva più farci niente, quindi non gli restava che rassegnarsi all'idea.

Diana. Cercò di ricordare com'era; l'ultima volta che l'aveva vista era stato in occasione del funerale di suo padre, ma tutto ciò che riuscì a riportare alla mente fu l'impressione di una ragazza sgraziata e petulante a cui nessuno prestava la minima attenzione.

Si infilò una maglietta di cotone e tornò a sedersi in veranda posando il blocco sulle gambe, ma ormai l'ispirazione se n'era andata. L’arrivo di Diana avrebbe segnato una pausa forzata nella realizzazione del suo progetto, proprio adesso che gli restava solo da mettere in atto l’applicazione pratica della teoria.

Sbuffò infastidito per quel contrattempo inatteso.


-E qua cosa c'è? - La voce di Diana era morbida come le sue curve di giovane donna in fiore, e Nerone si accorse di essersi incantato a guardare la figura snella drappeggiata in una specie di sari semi trasparente entro il quale, controsole, si delineava nettamente il corpo di lei.

- È il mio laboratorio, - rispose evasivamente e con una fitta di colpa per aver trascurato a quel modo il suo progetto. D'altra parte quella era stata una settimana piuttosto movimentata perché le due ragazze non gli avevano lasciato un momento di pace trascinandolo per locali notturni, gallerie d’arte e visite archeologiche.

All'inizio si era sentito sconcertato dall'energia e dalla vivacità della cugina ma, un po' alla volta, aveva finito per lasciarsi coinvolgere dal suo entusiasmo, scoprendo un modo di vivere ben diverso da quello a cui era abituato, più gaio e spensierato.

- Ah già, il cugino Einstein. Avevo dimenticato che sei una persona seria. Mi fai entrare? Sono curiosa da morire di vedere dov'è che passavi la maggior parte del tuo tempo prima che il ciclone Diana si abbattesse su di te.

Nerone titubò un attimo prima di decidersi; poi la fece entrare. Dentro era piacevolmente fresco, anche se buio, e Nerone accese la luce ed il neon rese pallida l'aria della stanza.

Lo sguardo della ragazza passò velocemente sui complicati strumenti e sui banchi da lavoro ingombri di macchinari.

In un angolo c’erano dei grossi scatoloni di cartone, ancora imballati.

- Brrr ... - mormorò Diana stringendosi le braccia contro il petto mentre la sua pelle si raggrinziva visibilmente cercando di adattarsi al cambiamento di temperatura.

- Sembra l’'antro del dottor Frankenstein!

- Hai indovinato, pupa, - ribatté scherzosamente Nerone meravigliandosi, contemporaneamente, del proprio comportamento, - e tra poco da quegli scatoloni uscirà il mio fedele servitore sbilenco che ti catturerà permettendomi di soddisfare le mie brame libidinose.

Diana si voltò a guardarlo con espressione provocante.

- Pensi che ci sarebbe proprio bisogno di farmi sottostare con la forza? - La sua bocca rideva ma nel sorriso degli occhi era nascosto qualcosa che Nerone non riusciva a decifrare. Tuttavia rimase scosso dalla possibilità che la risposta di Diana poteva implicare e, come ormai gli succedeva sempre più spesso accanto a lei, sentì il sangue scorrergli più velocemente nelle vene.

Tu che ne dici?

Indovina un po'? – rispose lei in un soffio avvicinandosi fin quasi ad appoggiarsi contro di lui.

"Non è possibile", continuò a ripetersi Nerone anche mentre le loro bocche si univano ed i loro corpi si cercavano. Poi scoppiò in lui, improvvisa, l'antica scintilla che gli incendiava la menta, ottenebrandola. Gli occhi di lei si fecero sempre più grandi, passando velocemente dal desiderio alla sorpresa e poi alla paura che la portò a divincolarsi selvaggiamente per sottrarsi all'improvvisa violenza di lui.

Infine una percossa sul viso lo fece ritornare in sé.

Abbassò le mani lasciandola libera.

Diana lo fronteggiò, furibonda.

- Ma sei diventato matto?

- Scusami, io … non volevo … non so cosa … - Non finì di parlare: si voltò improvvisamente ed uscì di corsa dal laboratorio come se un mostro inimmaginabile gli alitasse sul collo.


"Probabilmente l'amo", pensava Nerone mentre le due ragazze chiacchieravano tra loro animatamente divertendosi a prendere in giro l’abbigliamento, spesso eccentrico, dei turisti che passeggiavano in piazza Navona.

La studiò, sorseggiando la sua bibita.

Erano entrambe belle le due ragazze, ma secondo lui Diana batteva Pamela su tutta la linea: dalla luminosità della pelle alla limpidezza degli occhi dalla vaporosità della chioma all'eleganza del portamento.

Si accorse che le due ragazze lo stavano osservando interrogativamente.

- Torna sulla terra, Nerone! - ridacchiò Pamela.

- Scusate, mi era distratto.

- Stavamo dicendo che è un peccato che domani dobbiamo partire. - Diana fece una pausa. - Ci sarebbero ancora tante cose da vedere!

- Già. - Rigirò il bicchiere tra le mani osservando le tracce più trasparenti che le sue dita lasciavano sul vetro appannato.

- Pensavo che fossi contento che ci togliessimo dai piedi. Dopotutto ti abbiamo distolto dai tuoi studi misteriosi, - lo stuzzicò Pamela riferendosi al fatto che non aveva mai voluto spiegare loro a che cosa miravano le sue ricerche malgrado la loro insistenza.

"Se me lo chiedesse Diana glielo direi?" si domandò, rendendosi conto che la ragazza, dopo quello che era successo al laboratorio aveva evitato ogni riferimento, anche minimo, sia all'accaduto sia a qualsiasi cosa che riguardasse il posto in cui era successo quello che era successo tra di loro.

- Visto che domani ce ne andiamo, potresti anche accontentare questa nostra piccola curiosità.

Passò un attimo prima che si rendesse conto che era stata proprio Diana a pronunciare quelle parole. Reagì impulsivamente, gli occhi fissi in quelli di lei, scegliendo, man mano che parlava, i termini e le analogie più adatte a rendere comprensibile il suo progetto ad un profano.

Le due giovani ascoltarono in silenzio, cercando di capire e seguire quello che lui andava dicendo e, mentre la comprensione si faceva strada nelle loro menti, un misto di incredulità e di pena nei suoi confronti si dipingeva sulle loro espressioni malgrado si sforzassero di fingere interesse ad approvazione.

- Vuoi dire che stai cercando di costruire una macchina del tempo? - esclamò Pamela quando lui ebbe finito di parlare.

- Si, potresti anche chiamarla così.

- Ma è ... fantastico! - intervenne Diana, anche se la pausa che aveva fatto dava tutt'altro significato alla sua frase.

Cercò di contagiarle con il suo entusiasmo.

- Vi rendete conto cosa può significare la riuscita del mio progetto? Conoscere in anticipo le catastrofi naturali, le epidemie, gli incidenti, vuol dire poterli annullare preventivamente o, quantomeno, limitarne i danni. E non basta: ogni scienza ne riceverebbe vantaggi notevoli. Pensate solo alla storia e a tutti i dubbi e le ipoteche che contiene e che solo grazie alla mia invenzione potrebbero essere risolti. Pensate ...

- Beh, sarà ora di andare a nanna, - lo interruppe Diana, - domattina ci dovremo alzare presto.

Pamela la guardò sorpresa ma non disse nulla.

"L’ho persa, l'ho persa per sempre", pensava Nerone mentre la macchina scivolava nella notte salendo lungo la strada che portava alla villa.

Nessuno dei tre parlò per tutta la durata del tragitto.


DOPO

Era primavera e l'aria era satura di profumi ed il terreno, cedevole sotto i suoi passi, era reso elastico da un rigoglioso strato di erba e di muschio.

Aveva deciso di dirigersi anche questa volta verso il posto in cui, nelle precedenti fermate, aveva visto il villaggio dei Pelati, seguendo, però, la via più lunga perché voleva riflettere. Scese lungo il versante del colle fino alla sponda del fiume; attimi ad osservare con piacere la cristallina trasparenza dell’acqua che mostrava senza veli il fondo melmoso chiazzato irregolarmente di verde e grigio.

Ricordò il liquame maleodorante che era stato il Tevere dei suoi tempi e tuffò le mani a coppa nel liquido per bere; l'acqua era fredda e sapeva di ghiaccio sciolto e di erbe.

Incominciò ad inoltrarsi nella valle costeggiando la riva. Ogni tanto un uccello planava sul fiume e si risollevava tenendo nel becco un pesce d'argento guizzante su cui il sole dipingeva riflessi dorati. C’era una pace sublime intorno a lui, così dolce da provocargli quasi delle sensazioni fisiche e solo a fatica si trattenne dall'esprimere in versi quello che sentiva. Sperava che fin almente il suo progetto dimostrasse un progresso apprezzabile: fino ad allora si era rivelato una parziale delusione tuttavia le sue speranze non erano ancora completamente vanificate.

Era chiaro infatti, dai risultati delle sue visite precedenti, che il seme che aveva immesso nei Peleti in qualche modo si era sviluppato anche se non proprio nel modo in cui sperava. Qualcosa non era andata per il verso giusto, ma cosa? Sembrava evidente che aveva trascurato qualche fattore importante ma, più ci pensava e meno riusciva ad individuarlo.

Era così assorto nelle proprie riflessioni che si accorse delle due donne solo quando era troppo tardi per nascondersi. Girarono la testa verso di lui, una appoggiando la mano sulla rena umida su cui era seduta, l'altra sobbalzando nell'acqua limpida in cui stava per immergersi malgrado la bassa temperatura.

Pensò freneticamente a ciò che doveva fare: ormai era stato visto e, per non rovinare l'immagine divina che voleva avessero di lui i Pelati, non poteva semplicemente voltarsi ed andarsene.

Restarono per un attimo tutti e tre immobili a fissarsi come se si fossero tramutati in statue senza vita, poi Nerone decise di avanzare.

La scena si rianimò di colpo: la donna con i piedi nell'acqua emise un grido strozzata e fulmineamente si gettò nel fiume nuotando furiosamente verso l'altra sponda, l'altra si alzò in piedi tremante e fissò indecisa l'uomo che avanzava, livida in volto dalla paura.

Mentre si avvicinava Nerone la osservò minuziosamente notando i grandi occhi castani sbarrati su di lui, il seno alto e cotto dal sole, i fianchi sodi, il pube liscio e provocante nella sua nudità.

- In fondo sono il loro Dio – mormorò a sé stesso mentre allungava una mano per sfiorarla. Appena le loro pelli si toccarono passò nel suo braccio come una corrente elettrica che martoriò tutti i suoi gangli nervosi, facendo ribollire in lui una valanga di emozioni incontrollabili che travolse la tenue resistenza della sua volontà.

La sua mano artigliò la spalla della donna impedendole di gettarsi a terra, poi l'attirò a sé.

Sulla sponda opposta del fiume l'altra donna si fermò, ansante e stremata, e si voltò indietro. Gli occhi già grandi si fecero ancora più grandi mentre osservava il Dio che violentava la sua compagna con furia bestiale.

Sola quando il Dio si risollevò dallo scempio che aveva fatto di quel corpo immobile e ricoperto di ferite sanguinanti la donna ritrovò la forza di scappare cercando protezione tra la folta boscaglia prima che il Dio rivolgesse anche a lei la sua furia.

Accanto al corpo inerte Nerone si prese la testa pulsante tra le mani e strinse con forza le palpebre mentre si faceva largo nella sua mente ottenebrata, la coscienza di ciò che aveva fatto.


PRIMA

Scese dalla macchina e guardò l'orologio appeso alla parete. Sul suo viso si allargò un sorriso d’esultanza.

- Funziona, funziona! - gridò alla stanza.

Si avvicinò al tavolo da lavoro e prese la bottiglia di champagne che aveva preparato trenta minuti prima ma che era sempre ghiacciata perché per lei erano passati solo pochi secondi. Nell'agitazione del momento per un pelo non gli scivolò di mano. Finalmente il tappo saltò con un tonfo sardo andando a colpire la parete metallica della macchina del tempo mentre la schiuma fuoriusciva bagnandogli le dita. Si versò una dose generosa di champagne in una cappa e l'alzò in direzione della sua invenzione.

- Bevo in tuo onore e, quindi, anche in mio.

Accostò la coppa alle labbra ed inghiottì un sorso; il liquido dolce-amaro gli frizzò piacevolmente in gola.

- Ora, - disse posando il bicchiere sul tavolo, - devo darti un nome.

Meditò per un attimo, indeciso, mentre cercava di scartare velocemente tutti i nomi che gli venivano in mente perché erano troppo triti. Poi, il suo volto si illuminò.

- Ho trovato: ti chiamerò Cristia perché la tua esistenza dovrà dare una nuova impronta a tutta l'umanità come, in precedenza, sola l’avvento di Gesù ha saputo fare.

Ritornò serio.

- Bene, anche questa è fatta. Ora non mi resta altro che provare a fare balzi sempre più lunghi per completare il collaudo.

Salì a bardo e chiuse la porta dietro di sé. L'abitacolo era abbastanza spazioso per essere quello di un prototipo anche perché, a parte il sedile, non conteneva altre suppellettili.

Il pannello dei comandi era posto sopra una sporgenza della parete, davanti al sedile, e non aveva niente di particolare e complicato: alcune manopole ed una linea graduata su cui scorreva una sbarretta di metallo.

Nerone si meravigliò ancora una volta dalla semplicità del principio di base e di essere stato il primo a capire a quale eccezionale fine poteva essere usato, dato che tutta la teoria fisico-matematica su cui si basava era ben nota da tempo.

- Avanti di un anno, - mormorò e, girando un altro comando, spostò la sbarretta lungo la linea graduata. Il ronzio si alzò improvvisamente divenendo più fastidioso …


DOPO

… poi, ritornò alla frequenza precedente. Anche questa volta sembrava che Cristia si fosse comportata in modo magnifico.

Non restava che controllare se effettivamente il balzo era stato della lunghezza programmata.

Esitò un attimo, prima di uscire. Dopotutto non sapeva se i paradossi temporali erano possibili o no e cosa sarebbe successo se, uscendo da Cristia, si fosse imbattuto in sé stesso.

Scrollò le spalle: c'era un solo modo per scoprirlo.

p>Aprì il portello ed uscì.

Era successo qualcosa nel laboratorio: la stanza era tutta sottosopra, il soffitto era in parte crollato e, nel crollo, aveva abbattuta anche un'ampia sezione di parete da cui si intravvedeva uno squarcio di cielo caliginoso.

Allarmato, si voltò verso la porta per uscire all'aperto ma si rese conto che da quella parte non ci sarebbe riuscito perché il pesante banco da lavoro si era rovesciato contro di essa incastrandosi proprio a stretto contatto con la maniglia.

Per fortuna poteva passare senza eccessivi rischi: dalla parte dove il muro era sbrecciato.

Tossendo per la polvere che sollevava al suo passare e sudando per la paura di restare sepolto sotto un ulteriore crollo, si arrampicò sulle macerie e riuscì ad uscire all'aperto.

La prima cosa che vide furano le rovine della villa: si era accartocciata su sé stessa con i muri piegati all'indentro come se qualcuno si fosse divertito ad abbatterli a colpi di maglio.

- Deve esserci stato un terremoto, - pensò.

Ma come mai non si sentiva il rumare delle sirene? Si rese conta che all'interno era tutto più silenzioso del solito e che dalla valle in cui si allargava Roma il consueto brusio della città era sparito, tanto che riusciva a distinguere nettamente lo sciacquio del Tevere.

Attraversò lo spiazzo dirigendosi verso il punto migliore per osservare la vallata. Passarono alcuni secondi prima che riuscisse a realizzare quello che vedeva.

Roma non esisteva più: quella che una volta era stata una grande città popolosa e ronzante adesso era solo un cumulo di macerie silenti. Dove prima si ergeva in tutta la sua grandiosità il Vaticano c'era ora un enorme cratere dai bordi frastagliati. Tutto era rovina e desolazione. Ed immobilità; non un movimento animava quella scena di distruzione.

Pateticamente una piccola porzione del Colosseo era rimasta in piedi e le poche arcate intatte sembravano fissare con disperazione quello sfacelo che le circondava.

Ritornò di corsa verso il laboratorio: se quello che immaginava era vero, non era prudente attardarsi ancora in quel tempo. Precipitosamente rientrò in Cristia e si sedette di nuovo al posto di comando. C'era un solo modo per accertare l'accaduto: cercare nel tempo fino al momento esatto in cui …

Non osò terminare il suo pensiero.

"Forse", si disse, "Cristia può essere ancora più importante di quanto mi immaginassi.

Regolò i comandi ed incominciò la sua ricerca.


PRIMA

- Chi si vede! Il topo ha messo finalmente il naso fuori dalla sua tana. Era ora, ragazzo, era ora!

Carlo gli strinse la mano fino a fargliela dolere.

- Fatti un po' vedere ... - Lo scrutò attentamente. - Mi sembri piuttosto sciupato. C'è qualcosa che non va?

- No, niente zio, va tutto benissimo. - Non riusciva a comportarsi in modo disinvolto e tra sé osservò che, col passare degli anni, Carlo assomigliava sempre più al grande Pietro e questo lo faceva sentire maggiormente a disagio.

- Bene. Diana sarà contenta di rivederti. Sai, voleva scriverti per ringraziare dell'ospitalità, ma sai come sono le ragazze d'oggi: una gita, una festa, gli studi, gli amici, rimandano tutto al giorno dopo, poi al mese dopo e …

- Non ce n'era bisogno, è stato un piacere per me avere qualcuno alla villa.

- È cambiata, sai? A volte mi stupisco di quanti mutamenti possono avvenire in così breve tempo nel carattere di un giovane. Figurati che è stata lei stessa a dire chiaro e tondo a quel guitto di togliersi dai piedi! Beh, in verità ha avuto qualche altro amoruccio ma, per lo meno, ha dimostrato il buon seno di sceglierselo nel suo ambiente e, comunque, non c'è stato niente che non fosse solo un capriccio passeggero.

A quelle parole Nerone si rilassò un poco.

- Ma te ne accorgerai anche tu - riprese Carlo - visto che ti fermi qui per un po'.

- Veramente contavo di ripartire domattina perché ho un impegno urgente.

- Non dire sciocchezze. Non puoi avere niente di così pressante da non avere un po' di tempo libero.

"Un po' di tempo", pensò Nerone, "oh zio, sapessi quanto poco ne rimane!


- E Pamela?

- È in Inghilterra. Si è messa in testa di perfezionare il suo inglese e dice che l’unico mezzo per farlo è stare un po' in mezzo a chi lo parla da sempre.

L'ampio terrazzo era deserto ed i due giovani erano appoggiati alla balaustra. Diana aveva intorno alle spalle un ampio scialle bianco per proteggersi dall'umidità della sera.

L’attico si ergeva in cima ad un grattacielo a non molta distanza dal duomo, e le guglie ed i pinnacoli della chiesa sembravano bastoncini su cui la nebbia si raggomitolava come zucchero filato. Stava scendendo la notte e, man mano che il buio aumentava, la visibilità si faceva sempre più scarsa ed ingannevole anche perché l'illuminazione stradale creava nella nebbia dei bagliori diffusi, distorcendo le distanze e le forme.

Come mai sei venuto a Milano?

Forse era l'occasione buona per decidersi.

- Dovevo parlarti.

Lei lo guardò interrogativamente. Carlo aveva ragione; era cambiata molto da quell’estate di due anni prima; il suo viso aveva conquistato una maturità nuova, più pensosa e posata, ed il suo corpo si era fatto più morbido e pieno.

"È più bella che mai", pensò Nerone, e poi si sforzò di distogliere lo sguardo da lei e di riportarlo sul Duomo, mentre cercava le parole adatte a quello che doveva dirle.

Si augurò di riuscire ad essere, almeno una volta in vita sua, sicuro e deciso come era sempre stato suo padre.

- Ti ricordi dei miei esperimenti?

Lei ridacchiò, sciogliendo la sua sicurezza come ghiaccio al sole.

- Certo, come potrei averli scordati? La macchina del tempo! Sogni di gioventù.

- Non erano sogni! - la sua voce era stridula, mentre si lasciava trascinare dall'enfasi.

Diana giocherellò, imbarazzata, con le frange dello scialle.

- Tant'è vero che ci sono riuscito, - concluse Nerone. - Ah … è, Dio mio, è terribile, Diana, non trovo le parole per dirtelo.

Le sopracciglia ben curate di lei si inarcarono sulla sua fronte liscia. Nerone abbassò lo sguardo per non vedere l'espressione della ragazza.

- Si, l'ho costruita e funziona. Sono già stato nel futuro.

- Davvero? - la voce di Diana non mostrava né indifferenza né incredulità, solo compassione.

- Non mi credi, vero?

Lei non gli rispose e questo lo ferì più che se lei avesse messo in dubbio le sue parole.

- È ridicolo, io ho fatto la più grande scoperta che sia mai stata fatta e tu non mi credi. Ma già: vengo da una famiglia di matti anzi, san matto anch'io, no? Cosa importa se tre un mese le bombe incominceranno a cadere come mosche? Cosa importa se io ho perso tempo prezioso per venirti a salvare, per salvare almeno te visto che è già troppo tardi perché io possa fare qualcosa per il resto del mondo?

Le strinse un braccio sentendosi invadere da una furia cieca.

- Lo sai che ti dico? Era meglio che cercassi di salvare la più sconquassata puttana di Roma invece che ...

Lo schiaffo di lei stroncò la sua, veemenza. Con uno strattone Diana si liberò della sua stretta.

- Stammi bene a sentire, miserabile. Non ti permettere più di comportarti così con me. Ti ho già sopportato abbastanza te e le tue follie senza senso. Non so se sei pazzo, anche se probabilmente sei come tua madre, ma se osi ancora mettermi le mani addosso, o trattarmi come mi hai trattato ora e quella volta, non l'ho scordato, sai, nel laboratorio …

Si interruppe ansando, con gli occhi che mandavano lampi.

Poi si girò di scatto e rientrò in casa lasciandolo lì, disperato e tremante.


DOPO

Garud si alzò in piedi e si mise al centro del cerchio formato dai suoi compagni intorno alla statua del Dio. Li osservò per alcuni minuti, conscio del silenzio reverente che era stato fatto appena lui si era alzato in piedi.

Malgrado la sua età non certo vetusta, godeva del rispetto degli altri pelati perché, in tempi lontani, un suo antenato era stato il primo prescelto dal Dio per manifestare, la sua presenza.

Il suo sguardo spaziò sui compagni stranamente tesi, poi sfiorò il fuoco acceso che creava ombre baluginanti sulla statua del Dio dando l'impressione che il suo braccio proteso verso le fiamme si muovesse.

La notte era chiara e nel cielo limpido campeggiava il profilo butterato della Luna all'ultimo quarto.

Un brusio mentale di impazienza incominciò a levarsi intorno a lui. Si rese conto che la pausa era stata più lunga di quanto gli fosse sembrato.

Si schiarì la voce ed il brusio si quietò.

- Uomini, - pronunciò nel linguaggio raschiante che veniva usato solo nei momenti in cui tutti, anche i pochi che erano nati con la mente sorda, dovevano udire - il nuovo fuoco deve essere consacrato.

Tutti si aspettavano quelle parole rituali e ne conoscevano perfettamente il significato, tuttavia i volti illuminati dalle fiamme mostravano sgomento, paura e, al di sopra di ogni sentimento, una tensione indescrivibile che si manifestava in occhiate astiose alla statua lignea del Dio.

Garud batté le mani con forza. Dalle capanne di fango uscirono le vergini del villaggio, ragazze di varia età ma tutte al di sopra della pubertà. Avanzarono, ornate di fiori vermigli al collo, ai polsi e alle caviglie, chi tremando, chi singhiozzando sommessamente, chi fingendo indifferenza con la rigidità dell’espressione.

Entrarono all'interno del cerchio degli uomini ed anch'esse formarono un cerchio sedendosi ognuna davanti al padre o al fratello o all'innamorato.

Lo spiazzo ritornò immobile anche se il lingueggiare delle fiamme creava movimenti illusori.

Garud, distogliendo gli occhi dalla nipote accoccolata davanti a suo fratello, alzò le braccia al cielo ed incominciò la preghiera:

- Dio terribile delle fiamme, spegni la tua ira, incendiaci con la tua benevolenza. Per incuria, sfortuna o destino il fuoco sacro si è spento. Abbiamo pianto, per questo, abbiamo pregato e digiunato, abbiamo implorato la tua figura minacciosa nelle ombre della notte chiedendoti di mandare ancora i lampi delle tue mani ad accendere un nuovo fuoco. Hai esaudito le nostre preghiere e, anche se la tua collera è stata tremenda ed ha popolato il cielo di rombi spaventosi, alla fine hai scagliato le tue saette in modo che noi potessimo raccoglierne una scintilla e curarla, custodirla ad alimentarla in tuo onore, fino a deporre ai tuoi piedi una nuova fiamma.

- Il fuoco arde ma non è puro, il fuoco arde ma non è sacro. Guarda le nostre vergini: sono ciò che abbiamo di più caro e te le offriamo; scegli colei che sarà tua sposa e consacrerà la fiamma con il tuo sangue placando la tua giusta ira.

Così dicendo, Garud prese un'asticciola di sambuco resa aguzza ad un'estremità e la legò in centro con una corda di erba intrecciata, poi si avvicinò alla statua il cui braccio destro puntato in avanti ed in basso sovrastava il falò.

Legò un capo della fune alla mano lasciando penzolare il pezzo di legno, poi diede un colpo alla parte appuntita e si ritirò ad alcuni passi di distanza dalla statua.

Gli occhi di tutti erano puntati sull'estremità acuminata del bastoncino che roteava, mosso dalla forza della corda che si arrotolava, prima a destra, poi a sinistra.

Le fiamme lo raggiungevano, a tratti, e scintille si accendevano ogni volta che un po' di fune si bruciava. Non passò molto tempo e la corda si spezzò, proprio mentre stava dando al bastoncino la maggiore forza, ed esso schizzò via, oltre il fuoco.

Garud si avvicinò ad esso e seguì, con lo sguardo, la direzione indicata dall'estremità appuntita, fino a posarsi sulla vergine più vicina a quella linea immaginaria. La ragazza si voltò a guardare il padre dietro di lei, e trattenne a stento un singhiozzo. Con l'odio nell'anima e maledicendo in cuor suo il Dio della Fiamma, Garud estrasse dalla cintura che costituiva il suo unico abbigliamento un fallo ligneo, sperando che la ragazza riuscisse ad "andarsene" prima che l'umiliante cerimonia venisse compiuta.

Con sollievo vide il giovane corpo afflosciarsi ma, mentre il rito si compiva, non poté fare a meno di chiedersi ancora una volta se non era più giusto lasciare che fosse carne d'uomo a compiere l'iniziazione e se fosse proprio quell'atto che, come tramandavano le tradizioni, il Dio esigeva per placare la sua ira.


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