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In terre lontane 2


PRIMA

Eppure eri bella

ed ora il pensiero

che presto le tue ossa

saranno corrose

e che di te resterà

solo il mio amore

mi fa soffrire mille tormenti

mentre il tempo

si fa sempre più corto.

Con un movimento improvviso, Nerone strappò il foglio su cui stava scrivendo e lo ridusse in minuscoli frammenti che posò sul tavolino bianco di ferro battuto. Osservò assorto il vento leggero che, pochi per volta, catturava i pezzetti di carta facendoli svolazzare oltre il bordo fino a depositarli, poco più in là, sul suolo.

Un passero si posò accanto ad essi, attirato dal loro movimento, ma frullò via deluso dopo che ebbe constatato che non si trattava di nulla di commestibile.

Quando l'ultimo frammento volò via, Nerone si riscosse e, ripreso il blocco, incomincio a scrivere di getto, quasi furiosamente.

Roma, 8 luglio

Cara Diana,

ti chiederai il perché di questa lettera dopo il nostro ultimo burrascoso incontro. Un motivo c'è o, forse, anche più di uno. Il fatto è che sono stato un imbecille, un enorme imbecille: ho preteso da te la fiducia cieca in qualche cosa che, malgrado l'abbia sperimentata di persona, io stesso faccio ancora fatica ad accettare completamente. Tuttavia è vero, te lo giuro su ciò che ho di più caro al mondo, non è la visione di uno squilibrato: tra una settimana le tensioni mondiali subiranno una brusca impennata e qualche esaltato schiaccerà un bottone o darà l'ordine di schiacciarlo provocando la più immane catastrofe che la Terra abbia mai subito.

Io l’ho visto, capisci? Ho visto Roma distrutta, l'alone radioattivo che illuminerà debolmente le sue notti, uccidendo in modo atroce quelli che si sono salvati dalle esplosioni. Ho visto … Come posse spiegarti, renderti l'idea della distruzione, del silenzio pauroso, della puzza di putrefazione che il vento d'estate farà giungere fino alle rovine della mia villa?

Se mi credi forse ti chiederai perché non ho fatto qualcosa per salvare il mondo; ma cosa potevo fare?

Chi mi avrebbe creduto? E anche se avessi portato qualche persona influente a vedere con i suoi occhi cosa avrebbe potuto fare per fermare le altre nazioni in tempo, visto che l'Italia ha un'influenza politica pressoché nulla? E poi avrei potuto cambiare il futuro?

Certo, io ho tra le mani lo strumento per alterare sia il passato che il futuro, ma non oso provare perché forse le conseguenze di una mia interferenza così grossa potrebbero essere peggiori della realtà.

Cosa mi resta da fare se non salvarmi? Purtroppo Cristia (così ho battezzato la mia macchina) è venuta troppo tardi per salvare anche il resto del mondo, ma non troppo tardi per appagare i miei sogni: avere te e diventare il più grande degli dei adorati sulla Terra da che la vita ha incominciato a germogliare.

Aspetta, non scuotere la testa con aria di compassione (lo so, lo starai facendo come lo hai già fatto, ma ti perdono perché il mio amore è più forte del rancore), prima ascolta il mio progetto.

Appena arriverai (ma in fretta, amore, perché il tempo scorre inesorabilmente) saliremo su Cristia e partiremo. Per dove? Anzi, per quando? Penso che cinquecento anni possano bastare perché la radioattività scenda a livelli innocui. Allora forse avremo un impero pronto ai nostri piedi.

Sono certo, infatti, che per quanto il conflitto sia distruttivo, qualche gruppo umano si salverà; certo, ripartirà da zero, ritornando alla barbarie, ma è proprio questo che ci permetterà di diventare degli dei: con le cose che porteremo con noi e le conoscenze che abbiamo basterà comportarsi nel modo giusto con i selvaggi che incontreremo per inculcate in loro l'idea della nostra divinità.

Come pensi, ad esempio, che un primitivo interpreti la comparsa di qualcuno che scaglia fulmini?

Certo, non ci fermeremo al primo balzo; ne faremo altri per consolidare il germe della nuova teologia e poi, quando stimeremo che i nostri adoratori saranno giunti al grado di civiltà che più ci piacerà ci fermeremo a godere i frutti del nostro operato.

Pensa a cosa ci aspetta: se l'immagine degli dei è sempre stata incensata cosa accadrà quando gli dei, in carne ed ossa, si presenteranno per governare di persona i loro fedeli? Saremo quello che nessun uomo è mai stato, per grande che fosse. Ricchezze, onori, potere, tutto sarà ai nostri piedi anzi, ai tuoi, perché a me basterà averti per possedere già tutto ciò che desidero.

Ti aspetto, fai presto, ti prego, fai presto.

Nerone

Con negli occhi un ardore febbricitante piegò in quattro il foglio e lo infilò in una busta.


DOPO

Anche questa volta ben poco era mutato: il villaggio giaceva inerte e quieto, i Pelati ciondolavano lungo la riva del fiume e la grande statua si ergeva, imponente, tra le offerte.

Doveva essere stata sostituita non molti anni prima perché, anche se la fattura e la posizione erano le stesse di sempre, il legno era ben levigato e poco intaccato dalle intemperie.

Ancora una volta Nerone ebbe l'impressione che tutto lo sforzo creativo ed evolutivo dei Pelati si fosse esaurito nell'adempimento di quell'opera.

Mentre girava con circospezione intorno al villaggio contò le capanne anche se sapeva già la risposta: ce ne sarebbero state solo poche più del tempo della sua visita precedente.

Infatti era così. Evidentemente o il tasso di natalità dei Pelati era molto basso o quello dei decessi era molto alto perché sembrava inconcepibile che dalla sua prima visita la popolazione non fosse neppure raddoppiata.

Scrutò ansioso tra le abitazioni mentre compiva un altro giro e, ancora una volta, lo colpì la strana pacatezza degli abitanti. Perfino i bambini erano tranquilli e silenziosi e solo raramente le loro voci si alzavano mentre compivano i loro misteriosi giochi.

Cercò tra di essi ma anche questa ricerca risultò infruttuosa. Dopo il suo primo rapporto con una Pelata aveva pensato di cercare di migliorare il patrimonio genetico dei Pelati mescolandolo al suo, nella speranza di far mutare, col passare dei secoli, la fisiologia dei suoi adoratori, ma, a quanto sembrava, nessuna delle donne che aveva posseduto nel corso dei secoli aveva figliato o, anche se l’aveva fatto, le caratteristiche genetiche di quella razza si erano dimostrate altamente stabili.

Ritorno verso Crista, pieno di cubi pensieri, raccogliendo distrattamente per strada un po' di frutta da portare con sé.

L'apatia del villaggio lo aveva contagiato perché quando chiuse il portello dietro di sé si sedette e rimase a lungo immobile mentre un'idea gli punzecchiava la mente senza però che lui riuscisse a concretizzarla.

Infine prese il grosso blocco su cui aveva segnato le sue impressioni durante quei lunghi mesi di solitudine e scrisse:

VENTUNESIMA VISITA

Niente di nuovo. Ma perché? Com'è possibile che una razza, nel corso di quasi tre millenni, non abbia subito praticamente alcun mutamento sociale? Può esistere una razza completamente non evolutiva o …

- Mio Dio! - esclamò, mentre l’idea che aveva cercato di afferrare superava la barriera del suo inconscio raggiungendo la sua consapevolezza.

Fissò il blocco davanti a sé, ad occhi sbarrati, poi riprese ad annotare le sue riflessioni.

Forse ho trovato la risposta: qualcosa ha inibito l’evoluzione dei Pelati, qualcosa che ha spento la loro iniziativa e la loro volontà lasciando in loro solo la fatalità e la rassegnazione al loro destino. Ho sbagliato tutto: questo è, probabilmente, il frutto del mio tentativo di imporre la mia deità. Si, non può essere spiegato altrimenti; effettivamente sono diventato un Dio per loro, ma un Dio malvagio ed inesorabile, così potente da non offrire loro nessuna possibilità di sfuggire alla sua ira, frustrando ogni loro desiderio di migliorare fino al punto da ridursi a vegetare impotenti.

Terminò di scrivere e si prese la testa tra le mani. Poteva fare qualcosa per rimediare o la scoperta di Cristia, oltre a non aver potuto evitare la catastrofe, avrebbe portato anche all'annichilimento di quei poveri resti di umanità?

Pensò a lungo mentre, fuori dal veicolo, la notte scendeva ad oscurare la luce e la brina imperlava la superficie metallica di Cristia.

Poi, quando venne il mattino, Nerone, insonne ma deciso, si preparò ad una nuova discesa tra i Pelati.


INTANTO

Turod tremava in tutto il corpo ma sapeva che non doveva fuggire, quindi si costrinse ad accoccolarsi ancora di più tra le fronde mentre sorvegliava il Dio. Il suo primo impulso, naturalmente, era stato quello di fuggire a gambe levate, ma molte volte quella possibilità era stata prospettata dalla tribù e sapeva quale era il suo dovere.

Erano ormai tante stagioni che la tribù aveva deciso cosa doveva fare chi, per caso, si fosse imbattuto, non visto, nel Dio; tanto tempo, per esattezza, dopo che, avevano "mandato via" il figlio del Dio.

Lui, naturalmente, non era ancora nato a quell'epoca e neanche suo padre, ma la tradizione ricordava ancora la cerimonia e Turod fantasticava spesso su come doveva essere stato quel bimbo con tutta quella specie di erba sottile sulla testa.

Orma del Dio, la chiamavano, ed ogni volta che un bimbo nasceva, gli anziani accorrevano per controllare la cute con la mente pronta ad agire "perché - dicevano - sarebbe stato troppo terribile avere più di un Dio".

Turod si nascose tra le alte felci, indeciso se seguire ancora il Dio o inviare un avviso alla sua gente (ma il Dio non se ne sarebbe accorto?).

Cercò di farsi passare la paura per ragionare più lucidamente, poi il cauto avanzare del Dio lo convinse che Egli non aveva intenzione di manifestarsi e che, quindi, era meglio continuare a pedinarlo osservando quello che faceva.

Quando giunsero nei pressi del villaggio, il timore rinacque in Turod ma, proprio quando stava per lanciare un avviso alla sua gente ignara, un raggio di sole, sbucando tra il fogliame, colpì il capo del Dio traendone riflessi ramati e dorati.

Sorpreso da ciò che scorgeva, bloccò i suoi movimenti e rimase a bocca aperta ad osservare la stranezza di quello che, nella sua ignoranza, aveva scambiato per pittura rituale.

Senza far rumore si avvicinò al Dio aguzzando la vista.

Dunque quella era l'Orma del Dio, ed avevano ragione le leggende che la descrivevano come dissimile sia dalle piume degli uccelli che dalla pelliccia degli animali!

Era tanto assorto nelle sue considerazioni che non si rese conto subito che il Dio aveva ripreso il cammino.

Ripartì all'inseguimento scivolando, silenzioso come un felino, tra gli alberi e gli arbusti, facendo attenzione a non calpestare rami o foglie secche.

Il Dio costeggiò la foresta fermandosi, di quando in quando, ad osservare il villaggio che appariva a tratti tra gli ultimi alberi del bosco.

Un poco alla volta la paura di Turod si quietò; era evidente che il Dio non aveva proprio alcuna intenzione di manifestarsi, ma allora quale poteva essere il suo disegno?

Finalmente il Dio ritornò sui suoi passi, allontanandosi dal villaggio. Turod continuò a tenergli dietro salendo con lui il fianco della collina, facilitato nel suo compito dall'avanzare dell'altro che, man mano che si accresceva la distanza dal villaggio, diventava meno cauto e quindi più rumoroso.

Quando arrivarono in cima, Turod si gettò a terra, ripreso dalla paura alla vista di quella strana casa luccicante verso la quale il Dio si dirigeva.

Lo vide armeggiare presso di essa ed entrare in lei sparendo alla vista del Pelato attraverso un’apertura che si richiuse prontamene.

Turod aspettò un segno di vita, ma il sole incominciò a calare senza che niente mutasse in quella che, suppose, era la capanna del Dio. Sarebbe tornato indietro? O avrebbe dormito ancora per cicli e cicli prima di far cadere nuovamente la sua ira sul villaggio?

Cercò una risposta a queste domande ma non aveva elementi validi su cui basare le proprie supposizioni.

Tentò perfino un'audacia impensabile e cercò di ascoltare la mente del Dio, ma forse era troppo lontano, oppure era impossibile ad un uomo comune penetrare i pensieri di una divinità perché non captò nulla.

Deluso smise, aspettandosi di vedere il Dio uscire infuriato contro di lui; come poteva essere sicuro che Egli non avesse scoperto il suo sondaggio?

Aspettò tremando, ma non accadde nulla di ciò che temeva, e la capanna non diede più segno di vita. Infine si decise: doveva tornare al villaggio e riferire ciò che era accaduto, e forse sarebbero venuti in molti per vedere la casa del Dio assieme a lui.

"In fondo - si disse per farsi coraggio - più menti unite pensano e sognano meglio di una mente sola".


DOPO

La luce era ancora scarsa ed ingannevole, anche se l'alba stava avanzando velocemente nel cielo limpido spegnendo i fiochi bagliori delle stelle e creando pozze d'ombra nella vegetazione che circondava Cristia.

Involontariamente Nerone cercò con lo sguardo sulla cima della collina, ad un tempo estranea e familiare, la villa dove era nato, ma i pochi ruderi che potevano avere resistito all'usura dei secoli e dei fattori atmosferici erano occultati dal muschio e dall'erba. Lo stesso panorama della valle che, millenni prima, arrivava a mostrare il macroscopico insediamento metropolitano ed il grande fiume, era ora ostacolato dagli alberi che svettavano contro il cielo, vibrando leggermente sotto l'alito del vento.

Per un attimo un acuto senso di solitudine e di abbandono entrarono in lui con forza, facendogli salire le lacrime agli occhi e donando nuovo vigore alle sue intenzioni.

I suoi piedi, già resi umidi dall'abbondanza della rugiada, si mossero stancamente mentre il sole si alzava pigro dietro le cime degli alberi in faccia a lui, rendendo le ombre meno dense di oscurità.

Si fermò sorpreso: occhi rotondi, enormi, lo fissavano da dentro le ombre in dissoluzione, tanto immobili da sembrare dipinti su tozze statue di argilla scura.

- Bene, -disse sottovoce, - così mi risparmio la fatica di scendere fino a valle.

Volse intorno lo sguardo e, man mano che i suoi occhi frugavano i chiaroscuri circostanti, balzavano in evidenza altri Pelati, immobili e fissi nella loro glabra nudità che rivelava come non fossero venuti solo gli uomini, ma anche le donne ed i bambini.

"Forse - meditò Nerone meravigliato - è venuta ad adorarmi addirittura tutta la popolazione del villaggio ... Chissà, può essere il segno che mi sbagliavo: in fondo, a quanto pare, non hanno poi così timore di me se son venuti fin quassù".

Malgrado quei pensieri rassicuranti, sentiva ondate di paura serpeggiare nel suo sangue e gli pareva che quegli sguardi lo trapassassero in tutto il corpo come spilli roventi. La mano gli scivolò verso la fondina per estrarre la pistola, ma non portò a termine il gesto: aveva deciso di cambiare l’immagine di sé che aveva creato nel corso di tutti quei secoli, e la pistola ne faceva parte troppo per impugnarla ancora anche se stringerla nella mano lo avrebbe aiutato a sentirsi più risoluto.

Si accorse, con disperazione, di non sapere ancora che cosa fare per ribaltare la concezione che ormai i Pelati avevano di lui. Non poteva certo usare la persuasione dato che non esisteva tra di loro la minima comprensione verbale, ed anche l'universale comunicazione gestuale come poteva essere usata per spiegare concetti astratti come buono o cattivo, perdonatemi o amatemi?

- Forse ci sono! - esclamò, quasi ad alta voce, mentre i Pelati restavano sempre immobili come gusci vuoti privi di vita.

Un dono, doveva portare loro un dono. Ma che cosa poteva donare, lui che non aveva più niente tranne le poche cose che aveva portato con sé?

Cercò di ricordare che cosa aveva dentro a Cristia che potesse apparire come un dono divino agli occhi semplici dei Pelati ma non trovò nulla di adatto.

Prese una decisione improvvisa.

- Amici ~ disse ad alta voce perché, anche se non avrebbero capito, aveva bisogno di sfogare in qualche modo un po' della tensione che covava in lui - troverò un dono per voi. Ve lo prometto. Ho Crista e decine di secoli da visitare per trovare qualcosa che renda migliore la vostra esistenza. Tornerò indietro a cercare e vi porterò il frutto della mia ricerca affinché voi possiate amarmi ed adorarmi per la mia bontà, accogliendomi con gioia tra di voi.

Un leggero movimento percorse la fila dei Pelati intorno a lui, in modo così impercettibile che Nerone non se ne avvide, intento com'era ad esprimere il suo pensiero.

- Ma prima di partire voglio dimostrarvi la mia volontà di cambiare - proseguì, colto da un'intuizione improvvisa - gettando via la cosa che, certamente, più avete temuto ed odiato.

Così dicendo tirò fuori la pistola dalla fondina alzando il braccio per scagliarla via. La tensione tra i Pelati crebbe quasi in modo palpabile e, prima che lui avesse compiuto il suo gesto, qualcosa di duro lo colpì tra le scapole, con forza, facendolo boccheggiare.

- Aspettate, non avete capito! - urlò, scorgendo finalmente i mucchi di sassi accanto alle figure non più immobili - Fermatevi, non potete uccidermi, sono il vostro Dio, capite? Gli uomini non possono rinnegare i loro dei, per crudeli che siano!

Le parole gli furono ricacciate in gola da un sasso che lo colpì alla bocca spaccandogli le labbra ed i denti e provocandogli un dolore così acuto da sovrastare il male degli altri colpi che grandinavano anche sulle altre parti del suo corpo.

- Maledetti, maledetti! - cercò di gridare, sollevando la pistola mentre con l'altro braccio tentava di ripararsi il capo dalla gragnuola di pietre.

Prima che potesse sparare uno dei proiettili gli colpì la mano e le dita doloranti ed intorpidite lasciarono cadere a terra l'arma.

L'istinto di sopravvivenza gli diede la forza di percorrere, strisciando in terra, la distanza che lo separava da Cristia, poi, finalmente dentro, chiuse il portello dietro di sé e vi si appoggiò contro, semi incosciente, mentre i colpi che risuonavano contro la macchina rimbombavano fragorosamente nell'abitacolo.

Dopo alcuni minuti nella sua mente sconvolta un pensiero riuscì a farsi strada tra i segnali di dolore che gli provenivano da tutte le parti del corpo; doveva fuggire, prima che le pietre rovinassero Cristia impedendogli la fuga.

- Volevate uccidere Nerone, eh? - biascicò fuori di sé - ma Nerone non può morire così, deve morire come conviene ad un grande Dio, non per mano di quattro depravati sub umani. Sì, Nerone deve morire ma sarà lui a scegliere il dove, il come e il quando morire, sarà lui!

Il suo farneticare si spense in un rantolo singhiozzante mentre regolava Cristia e la spostava nel tempo; poi chinò il capo tra le braccia, piangendo sommessamente, mentre il sangue colava dalla sua bocca imbrattando il pannello dei comandi.


PRIMA

L’uomo che uscì dalla macchina era un cadavere potenziale, anche se non di fatto, tanto che le spalle spioventi e l'andatura svagata parlavano già apertamente della rinuncia alla vita ed il viso ancora giovane, e le mani, e le braccia ed il corpo intero sotto ai vestiti laceri sembrava che avessero già avuto un primo assaggio della morte tante erano le tracce che erano rimaste là dove essa li aveva sfiorati.

Ma quello che più era morto e più esalava un'aura di putrefazione, anche se visibile solo dalla vacuità febbricitante degli occhi, era il cervello. Tuttavia quel morto camminava, respirava, pensava e questa sarebbe stata la cosa più orribile a vedersi se ci fosse stato qualcuno per vederlo mentre lasciava il laboratorio, passava accanto alla grande villa silenziosa, saliva sull'automobile impolverata il cui ruggito improvviso scosse la staticità dell'aria, e si allontanava lungo la strada che scendeva a Roma.

Nessuno di coloro che stavano ammirando la fontana di Trevi fu eccessivamente sconvolto dalla vista dell'uomo trasandato che si arrampicava sulle sculture dell'antico monumento fino a raggiungere la sommità. Ci fu qualche risolino eccitato, qualche bisbiglio divertito, qualche lazzo pesante da parte dei presenti abituati dalla cronaca alle trovate pubblicitarie che spesso si erano servite della fontana per ottenere maggiore risonanza.

Ma tutti tacquero quando l'uomo, anche se a fatica, si eresse accanto all'effigie di Nettuno, in equilibrio sui cavalli caracollanti del dio.

I suoi occhi fissarono la folla intorno a lui, poi alzò il braccio per guardare l'orologio mentre tra la gente cresceva un misto di tensione e di inquietudine.

- Oò, che guardi? Hai n'appuntamento?

Stranamente nessuno rise.

Gli occhi dell'uomo si posarono su ragazzotto che aveva parlato e che ancora sghignazzava per la battuta e quello sguardo sembrò congelare il sogghigno sul viso imberbe.

L'uomo guardò ancora l'orologio e poi, tendendo le mani verso il cielo da cui, come in risposta, venne un leggero sibilo in crescendo, incominciò a parlare, con voce deformata ma ugualmente forte e comprensibile tra le labbra tumefatte da cui sporgevano, a tratti, pochi mozziconi di denti bianchi:

È l'ora,

è l’ora in cui gli Dei

devono deporre i loro scettri

e scendere dai troni lucenti

per mordere la polvere

offesi e calpestati

dal tallone ingrato

dei loro stessi figli …

Il sibilo aumentò fino a rendere incomprensibili le parole dell'uomo le cui braccia alzate sembravano attirare su Roma un punto nero che diventava sempre più grande.


DOPO

Il popolo tornava al villaggio, in apparenza silenziosamente mentre in realtà l'aria era un continuo fermento di pensieri, ora eccitati, ora sereni, ora ancora innocenti, malgrado tutto, ora tristi per la consapevolezza.

Turod cercò ristoro tra i pensieri dei bambini lasciando che la loro vivace allegria lenisse le sue piaghe dolenti.

"Beata la loro innocenza - pensò - che rende anche la più grande crudeltà un semplice gioco."

"Coraggio, Turod: è finita, ormai. Hai sentito anche tu, per un attimo, l'estrema decisione del Dio di non ritornare mai più."

"Quello che mi spaventa, fratello, non è il timore di dover affrontare e sconfiggere ancora Dio. Lo abbiamo fatto, malgrado la paura, e lo faremo ancora se vi fossimo costretti perché l'unico vero Dio invincibile è quello che ogni uomo ha rinchiuso dentro di sé. Contro il Dio della fiamma tutti insieme abbiamo vinto una guerra, contro il Dio dell'anima si combatte da soli ed è difficile vincere anche solo la più piccola delle battaglie."

"Perché rattristarsi in questo giorno felice? Abbiamo vinto la crudeltà dopo millenni di sottomissione ed adesso potremo continuare a vivere la nostra vita semplice e a costruire i nostri sogni."

"Ma l'abbiamo vinta davvero? O in realtà è stata lei a vincere piantando in noi il suo seme? Quel che è stato fatto una volta può essere fatto ancora e non necessariamente per una giusta causa."

Arrivarono al villaggio e circondarono la grande statua.

Poco dopo il legno stagionato ardeva rosicchiando, lentamente, l’effigie del dio sconfitto.


Il sole bianco sembrava rendere l'aria incandescente e ricoprire tutto di una patina di vivido argento.

Era decisamente un bel "sogno", anche se il villaggio aveva faticato ad arrivare così lontano, ancora più bello di quello meraviglioso in cui esseri gentili, simili a grandi farfalle, intessevano enormi ragnatele di cristallo che suonavano dolci musiche sotto il soffio delle brezze profumate di mare.

Forse gli sembrava così bello perché c'era una pace tanto sconfinata che neanche i giochi festosi dei bambini che inseguivano una piccola mandria di animali pelosi, riusciva ad incrinare.

Turod si ritirò del tutto dal suo corpo immobile nel villaggio in riva al fiume lasciando trasportare l'altro sé stesso, come una foglia d’autunno, dal vento caldo di quel mondo lontano.

Era proprio un bel "sogno" e, forse questa volta sarebbe stato tra quelli che si sarebbero fermati, abbandonando il guscio vuoto alle cure funerarie di coloro che invece avrebbero fatto ritorno al villaggio. Non si sarebbe sentita la sua mancanza perché, come sempre, presto i posti vuoti sarebbero stati riempiti dalle nuove nascite.

Un grido d'agonia interruppe il corso dei suoi pensieri.

Si guardò in giro, allarmato, poi corse verso il fanciullo in piedi accanto al corpicino peloso ormai privo di vita.

- Perché lo hai fatto?

Il bimbo lo guardò, stupito, ed anche un po' spaventato, da quello che vibrava nella domanda di Turod.

- Ma io … - balbettò mentre i grandi occhi diventavano laghi umidi - io giocavo solo ad uccidere il Dio, era solo un gioco, davvero! - Ma in lui c'era una nota di fierezza per la sua forza ed il suo coraggio.

Turod corse via, a perdifiato, piangendo lacrime silenziose, finché il vento gli ebbe asciugato le guance e la stanchezza divenne così grande da impedirgli di pensare all'innocenza perduta.


da "The Time Machine" n. 6/‘78






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