Inverno
di Maria Pia Franceschini
Paolina Spropositi batté con forza gli stivaloni (che aveva ai piedi) sulla vecchia camicia di fustagno, messa davanti alla porta in funzione di puliscipiedi, e si affrettò vicino al focolare, con i tre grossi pezzi di legna per il fuoco. Si scrollò la neve dal cappotto senza naturalmente pensare a toglierselo: ormai lo teneva addosso anche la notte nel letto, ma, nonostante questo, si svegliava sempre con le gambe ed il corpo quasi di ghiaccio. Mise uno dei pezzi di legna sul fuoco e posò gli altri due accanto al focolare, si tolse gli stivali e li mise ad asciugare a distanza prudenziale dalla fiamma; poi accese la candela, posata sul tavolo, dentro una vecchia tazzina di caffè, e si sedette infine sul basso sgabello di legno di fronte al focolare, a scaldarsi ed a fare le solite riflessioni di ogni sera. Non le era mai piaciuta la neve, nemmeno prima che sopraggiungesse il lungo inverno, quando cadeva, e nemmeno tutti gli anni, solo in dicembre e gennaio, presto ridimensionata in fango ed acqua sporca dal chiaro sole campano: la neve le faceva paura perché veniva giù silenziosa ed arrivava sempre di notte, per prendere la terra e le persone a tradimento; la pioggia, il vento, perfino la funesta grandine, si annunciavano rumorosamente, il loro respiro si sentiva forte nella notte e si sapeva che erano là, a frustare la terra, le piante e le case. Ma la neve era tutt’altra cosa e Paolina non la poteva soffrire fin da bambina, quando sognava a volte che dal cielo veniva giù tanta inesorabile neve da ricoprire completamente la sua casa e, nell'incubo, le pareva di soffocare insieme a tutta la sua famiglia; da un paio d’anni quel sogno era riapparso prepotente nelle sue lunghe notti, ma al mattino non trovava le campagne gialle ed il calore del sole a dissipare la sua angoscia notturna. Ora l’incubo era interminabile e l'onnipresente, pauroso biancore dominava i giorni e le notti, il sonno come la veglia.
Paolina si alzò e prese da uno stipo di legno una casseruola di latte, da scaldare sul treppiedi del focolare e prese anche una grossa tazza, dentro cui spezzò due fette di pane scuro; mentre il latte si scaldava, lei, seduta sul solito sgabello, continuava le sue riflessioni. La debole fiamma della candela creava strani giochi di luci ed ombre nella grande cucina, dove Paolina aveva da qualche anno portato anche il letto, per godere del calore del focolare anche di notte, ed il largo viso aperto di lei veniva illuminato dall’alta fiamma del fuoco e dai carboni rossi. "Il ritorno della grande glaciazione": così la televisione, la radio ed i giornali, quando ancora, fino ad una quindicina di anni prima, questi mezzi d'informazione esistevano (e, negli ultimi mesi di trasmissione, in televisione davano solo il notiziario, per pochi minuti al giorno), avevano chiamato questo interminabile incubo di freddo e di neve. "I soliti paroloni scientifici, usati per confondere le idee a noialtra gente ignorante, ma intanto loro se ne sono scappati il più in fretta possibile, coi loro soldi naturalmente, nel centro dell'Africa, lasciandoci tranquillamente qui a morire di freddo. Ma, ad ogni modo, almeno da quanto diceva la televisione nelle ultime trasmissioni, neanche lì staranno al caldo per molto, perché, a parere degli scienziati, fra vent'anni o meno l'Africa dovrebbe cominciare a vedere grandi nevicate e, fra meno di un secolo, non ci saranno più differenze fra essa ed il Polo.
Però anche loro, i grandi scienziati, non hanno esitato a far le valigie, per andare a godere gli ultimi vent'anni dell'Africa. Da tutte le parti del mondo, e soprattutto dall'America e dall'Europa, le famiglie più potenti e facoltose erano andate nelle zone calde, con piccoli ma armatissimi eserciti addestrati per la guerriglia, che avevano trucidato le popolazioni indigene, per lasciare campo libero ai nuovi arrivati affamati di spazio e desiderosi di essere il più possibile in pochi.
"Del resto non sono riusciti neppure loro a capire le vere cause di questa sciagura, che ci è caduta addosso", rifletté Paolina, pensando agli scienziati.
Maria, la figlia dei contadini di una fattoria vicina, che quindici anni prima era stata a studiare Agraria a Napoli, aveva spiegato a tutti, in una delle assemblee, che si tenevano settimanalmente nella casa del vecchio Clotildo, quali potevano essere le cause del "grande freddo". Maria aveva spiegato come migliaia e migliaia di anni prima, quando ancora la razza degli uomini e delle donne non esisteva, e poi di nuovo molti milioni di anni fa, quando costoro muovevano i loro primi passi su questo pianeta, si fossero verificate altre ere di freddo mortale come la presente e come ogni volta la glaciazione fosse durata per cinque o sei milioni di anni circa. Le cause dei lunghi inverni del passato e di oggi potevano essere molte: l'attraversamento da parte del sole e dei suoi pianeti di una zona spaziale densa di nubi cosmiche, che impedivano al calore del sole di raggiungere la terra e le cortine di polvere formatesi nell'atmosfera in seguito alle eruzioni vulcaniche, straordinariamente moltiplicatesi nei decenni che avevano preceduto il lungo inverno, e soprattutto in seguito al sempre più grave inquinamento industriale, che aveva caratterizzato l'ultimo periodo di temperatura normale e che spesso aveva velato in pieno giorno le più grandi città d'Europa e d'America con paurose nuvolaglie nere. Maria aveva anche detto che era stato proprio questo ultimo elemento artificiale e nuovo, rispetto alle glaciazioni del passato, a far precipitare la situazione ed a fan sì che il lungo inverno arrivasse in modo così rapido e non con la lenta preparazione climatica di molti secoli, come era senz'altro accaduto nelle antiche ere; non era possibile prevedere quanto tempo la terra sarebbe rimasta sotto il silenzio bianco, ma niente faceva sperare che la glaciazione sarebbe durata meno di quelle del passato, si poteva tutt'al più sperare in brevi periodi di freddo meno intenso. Paolina ricordava bene quella sera di molti mesi prima, quando Maria aveva spiegato loro quelle cose con la sua bella voce chiara e tutti avevano sentito come un brivido per il corpo, pensando, nella lontananza di milioni e milioni di anni, a quegli esseri pelosi e dagli occhi arrossati dal freddo, che erano stati gli uomini e le donne dell'ultima glaciazione, cui questa triste ma sentita solidarietà li univa.
"Solo che allora" - aveva detto, con un amaro sorriso, il vecchio Clotildo, il cui viso rugoso era reso paonazzo dai riverberi della fiamma - "non c'era chi poteva svignarsela in Africa grazie alla sua borsa, lasciando qui noialtri a farci fottere da questa siberia". Tutti avevano assentito rabbiosamente, con brevi gesti del capo o con parole appena accennate.
Nelle assemblee settimanali, tutte le famiglie contadine dei dintorni si riunivano, per discutere insieme i vari modi in cui risolvere, almeno in parte, i loro gravi e comuni problemi; da una diecina d'anni, avevano messo in comune le loro bestie in grandi stalle, cercando di raccogliere e stipare i muschi ed i licheni, che nascevano sotto la neve nei mesi di luglio ed agosto, per chilometri e chilometri; alle mucche ed alle pecore questi alimenti non piacevano molto, né freschi né secchi, ma si erano presto dovute abituare, per non morire di fame. I contadini e le contadine avevano inoltre costruito delle serre sotto terra, veri cantinoni vegetali, ma ogni anno le fragili pianticelle di grano e le altre coltivazioni crescevano più pallide e più deboli. Questo era un problema ancora tutto da risolvere ed i cervelli di tutta la comunità se ne occupavano con ansiosa sollecitudine: il pensiero di questo sforzo comune scaldava la solitudine serale di Paolina più del fuoco rosso del focolare e le dava una specie di strana gioia, che respingeva la disperazione del silenzio ossessivo, che premeva sulla sua casa e soprattutto sui pensieri della sua mente.
Il latte doveva essersi ormai scaldato e Paolina lo versò dalla casseruola nella tazza con il pane: si era ormai abituata da tempo, come tutti, a fare a meno dello zucchero e - cosa che le era costata un po' di più, per la sua abitudine di mangiare piuttosto piccante - del sale. Consumò, come al solito in fretta, la sua cena; le era rimasta questa abitudine dalla sua infanzia e giovinezza, quando il lavoro dei campi non permetteva che si rimanesse a lungo a tavola; Paolina ricordava con nostalgia quel tempo, quando era ancora viva la vecchia nonna (che, fortunata, era morta quando ancora le stagioni si alternavano abbastanza regolarmente), i genitori, morti entrambi di polmonite nel primo decennio del lungo inverno, ed i suoi due fratelli gemelli, annegati per un improvviso cedimento della lastra di ghiaccio dello stagno su cui stavano giocando. Erano passati ventidue anni da allora e Paolina li aveva trascorsi da sola, nella vecchia e grande casa sempre più fredda: alla morte della vecchia cagna Vanna non aveva nemmeno voluto avere un'altra bestia con sé, perché le sarebbe sembrato di tradire l'amica fedele di tanti anni. Non era riuscita nemmeno lei a comprendere la ragione di questo suo atteggiamento, forse era la paura di veder uscire un altro essere caro dalla vecchia casa per sempre. Ad ogni modo si sentiva sempre stringere la gola, quando vedeva un cane compiere gli antichi gesti dei cani verso le persone amate e pensava spesso a come sarebbe stato bello avere Vanna seduta ai suoi piedi, nelle interminabili sere attorno al focolare. Paolina si alzò e, dopo aver posato la tazza sul tavolo, si avvicinò alla finestra ed aprì un po' lo sportello di legno: la neve scendeva in fretta in fretta, con una sua crudele allegria, che agghiacciava la mente oltre che il corpo. Paolina richiuse in fretta lo sportello, spense con un soffio la candela e si ficcò tutta vestita nel letto, sperando che il sonno non tardasse troppo; si coprì anche la testa con le coperte e, nella stanza illuminata a sprazzi dalle ultime fiamme del focolare, sembrava non vi fosse nessuno.
Paolina si svegliò, dopo un sonno denso e ininterrotto, che la grande sveglia sul tavolo faceva le sette e dieci e, dagli spiragli un po' sgangherati delle finestre chiuse, un vago biancore entrava nella casa, il solito di tutte le mattine. Con il consueto movimento brusco e improvviso, Paolina tirò da una parte le coperte e saltò fuori dal letto; il freddo era fortissimo ed impediva quasi i movimenti del corpo, ancora assopito ed impacciato da tanti pesanti vestiti. L'importante era muoversi subito appena usciti dal letto, senza un attimo di pigrizia o sconforto, prendendo la giornata che le stava davanti di petto, con rabbia anche; Paolina per prima cosa aprì gli sportelli della finestra, distogliendo subito gli occhi da quel bianco che li lasciava doloranti e quasi ciechi.
Nevicava ancora, naturalmente, ancora come sempre. Si diede subito da fare ad accendere il fuoco, su cui avrebbe poi scaldato il latte: come tutte le altre mattine. Dopo la colazione, indossò gli stivaloni, gli occhiali scuri, il passamontagna ed i guanti e si avviò, con le scure e la sega, al luogo dove aveva appuntamento con le altre contadine e contadini, per andare a far legna; il boschetto dove dovevano andare era a circa sei chilometri di cammino e, in quelle condizioni, ci avrebbero messo due ore e più; era anzi più faticosa la marcia che il lavoro vero e proprio.
Paolina fu una tra e prime persone ad arrivare, vicino alla casa di Clotildo; il vecchio si era già alzato e guardava, con i suoi occhialoni neri, su verso il cielo: lo faceva ogni mattina, sperando forse di intravvedere un lontano raggio di sole, al di sopra dei grossi fiocchi di neve o un qualsiasi altro segno di cambiamento di tempo.
"Sembra che anche oggi avremo la neve!" - disse ridendo e indicando il cielo, rivolto alle persone che aspettavano, stropicciandosi le mani e battendo i piedi, quasi per schiacciare la neve man mano che cadeva. Paolina rise alle sue parole; amava la gente capace di scherzare anche nelle più tristi condizioni, le dava coraggio; solo qualcuno rise con lei, molti visi erano bui e scontenti, già stanchi al pensiero dell'immane lavoro che li attendeva. Quando tutta la squadra dei boschi, come veniva chiamato il gruppo che si occupava del rifornimento della legna, fu riunita, iniziò la lunga e dolorosa marcia; erano in venti: le donne e gli uomini più forti e fisicamente sani della comunità. Durante la marcia, e poi durante il lavoro, quasi nessuno parlava, perché ad aprire la bocca sembrava che l'aria gelata entrasse nella gola, nei polmoni e negli intestini, a paralizzare i corpi e ad impadronirsene definitivamente. Le piante, che la squadra dei boschi tagliava, erano già state uccise dal freddo, ma il veder scomparire per sempre anche le loro forme scheletriche dava a tutta la squadra un senso di rimpianto e di dolore per qualche cosa, che i loro occhi non avrebbero certo visto più.
Due volte nella giornata il lavoro veniva interrotto e tutti mangiavano abbondantemente pane imburrato, durissimo per il freddo, polpette di licheni e formaggio, uova lesse e bevevano latte; quando il pomeriggio era avanzato e l'aria cominciava ad assumere una tinta vagamente grigia, si riprendeva la marcia di ritorno ed a volte si arrivava a casa che era già scesa la notte. I tronchi tagliati venivano trascinati su delle specie di slitte tirate a mano e questa era forse la parte più ingrata del pesante lavoro, che lasciava le braccia e le spalle doloranti per molti giorni. Quella sera si avviarono un po' tardi, per finire la parte est del boschetto, ed arrivarono che l'assemblea settimanale (era giovedì) da Clotildo era già riunita.
Nella grande cucina, piena zeppa di vecchio mobilio di legno e di moltissime sedie di tutte le grandezze e di tutte le fogge, si aspettava solo l'arrivo della squadra dei boschi, per aprire le discussioni: sul lungo tavolo di legno erano accese due candele e nel grande focolare il fuoco ardeva alto. Paolina amava molto quella vecchia stanza, dove da tanti anni si riunivano tutte le settimane: lì dentro era stato deciso la prima volta di risolvere in comune i problemi della comunità e lì dentro si decideva ogni volta per la vita e per la lotta; il calore dei corpi e delle voci sfidava il gelo mortale del lungo inverno, che fuori continuava la sua opera senza tregua, ammucchiando neve su neve.
Nella stanza c'erano una cinquantina di persone, che salutarono con affettuosa allegria le donne e gli uomini appena arrivati, che si liberavano dai cappotti, dai berretti, dai passamontagna e dai guanti fradici di neve, rabbrividendo a contatto del calore della stanza, dopo tanto freddo.
"Che tempo fa fuori?" - disse, dall'alto dello sgabello su cui era appollaiato e distogliendo appena gli occhi piccoli dalla sigaretta, che si stava preparando con delle cartine ingiallite e del tabacco ritrovato chissà dove, il vecchio Clotildo, ridacchiando allegramente.
"Va sereno e stanno per spuntare le stelle" - scherzò Luigi, un omone alto e robusto, mettendosi a sedere ed asciugandosi il sudore sulla faccia, con un grande fazzoletto rosso.
"Vogliamo cominciare?" - chiese Federico, un ragazzo magro e pallido, il più giovane dell’assemblea.
"Si, cominciamo" - disse Franca Petitesi, che abitava, con la numerosa famiglia, più lontano di tutti dalla casa di Clotildo, scelta come luogo di riunione per la sua posizione centrale, rispetto alle sparse case della campagna di Lesaga. - "E vorrei iniziare proprio io, parlando a nome della squadra delle serre, di cui faccio parte".
"La squadra delle serre", quella che comprendeva la maggior parte dei lavoratori e lavoratrici, si occupava appunto della manutenzione delle serre e della coltivazione dei vari prodotti nel loro interno; la coltivazione era sempre più difficile e dava ogni giorno di più preoccupazioni maggiori alla comunità.
Tutti perciò seguirono attentamente e con la preoccupazione negli occhi le parole di Franca.
"La situazione è ogni giorno più difficile sottoterra: siamo già alla fine di aprile e nemmeno la metà del che abbiamo seminato in ottobre, è nata, per non parlare dello stato in cui si trovano quelle piantine, che hanno avuto la fortuna di spuntare, rachitiche e meno verdi persino dell'anno scorso; senza fare dell'allarmismo inutile, possiamo prevedere che soltanto un terzo di quelle piante riuscirà a mettere la spiga. Per quanto riguarda gli ortaggi e le verdure, le cose vanno un po' meglio, ma anche questi prodotti continuano a diminuire sensibilmente di grandezza e di qualità; i funghi invece sono sempre gli stessi, anche un pochino più grandi forse, ma non possiamo certo fare troppo affidamento sul loro valore nutritivo".
"I funghi sono per le lumache!" - interruppe Clotildo con aria accigliata: non aveva mai potuto soffrire i funghi e si vantava di non averne mai assaggiato in vita sua; a chi gli chiedeva come facesse a disprezzarli tanto senza neppure conoscerne il sapore, rispondeva che bastava guardarli per provarne schifo e sputava con disgusto per terra.
"Lumache o no, se non troviamo qualche sistema per dar man forte al grano, non so come andrà a finire. Io proporrei di fare degli scavi molto più profondi di quelli attuali per la prossima maggese, in modo da trovare terreno più caldo, che frutti di più. Si può fare? - disse Franca, rivolgendosi ad Aleno Closo, un uomo sui quarant'anni, che era stato muratore ed aveva diretto gli scavi e la costruzione delle coperture superiori e laterali delle serre.
"Si, credo che si possa fare" - disse Aleno, dopo aver riflettuto per qualche secondo - "perché le fondamenta dei muri laterali sono ancora alquanto profonde, ma bisogna fare moltissima attenzione: non vorrei che qualche calcolo errato ci facesse cadere sulla testa non solo i muraglioni delle serre, ma anche quelle poche possibilità di sopravvivere che abbiamo, grazie a queste nostre coltivazioni. Bisognerà esaminare con cura la faccenda, specialmente per quanto riguarda la zona ortaggi, zuppa dell’acqua sotterranea e piuttosto restia ad un’operazione di scavo, per il pericolo che questo comporterebbe".
"Ma per il momento la zona ortaggi può rimanere com’è; è il grano che ci preoccupa maggiormente ed è questo il primo problema da risolvere".
Franca, dicendo ciò, rivolse lo sguardo dalla parte della stanza in cui si trovava seduta Maria Dodeta, che pensava molto, ma parlava poco, solo quando aveva qualcosa di importante da dire o quando veniva direttamente interpellata; Maria, in questi anni di dura lotta contro il clima, aveva cercato di mettere a frutto i suoi studi sull’agraria e l’esperienza diretta cittadina, per averla vinta sul lungo inverno il più a lungo possibile. La sua voce chiara e calma, insieme all’espressione coraggiosa del suo viso giovane, contribuiva a valorizzare le sue parole ed a trasmettere forza a tutto l'uditorio.
"Un approfondimento della maggese sarà senz'altro una buona cosa, ma non credo che risolverà, purtroppo, tutti i nostri guai in quanto è del calore e della luce del sole che avrebbero bisogno le nostre piantine per risorgere. Ma, visto che del sole per un bel po' di tempo non si parlerà neppure, non possiamo fare altro. Forse si potrebbe anche cercare di aumentare la temperatura delle serre: qualcosa ne otterremmo senz'altro; ma su questo dobbiamo sentire anche il parere della squadra dei boschi e della squadra riscaldamento".
"Di questo vorrei parlare io". - disse, alzandosi dallo scalino del focolare, su cui stava riattizzando il fuoco, e mettendosi a sedere, Francesco Lordino, un contadino alto e magro sulla trentina, una delle quattro guide di ricerca di Lesaga; compito delle guide di ricerca era di scoprire i vari boschetti, viali ed alberi isolati, da cui la squadra dei boschi avrebbe poi ricavato la legna.
"Come le altre guide potranno confermarvi, dall'inventario delle nostre ricerche risulta che avremo legna al massimo per un altro anno, continuando ad amministrarne la distribuzione come adesso: quindi io rinnovo la proposta di noi guide di raggruppare più famiglie in una stessa casa, scegliendo naturalmente le case più grandi, in modo da risparmiare il più possibile la legna; riguardo alle serre, se proprio è necessario, potremo riservare ad esse ciò che risparmieremo nel modo da noi proposto".
"Si ... ma dopo ... dopo che la legna sarà finita e le serre moriranno e non avremo più da scaldarci ... cosa succederà; cosa faremo dopo? " - gli occhi scuri di Federico si rivolgevano disperati a tutta l'assemblea e la voce gli usciva strozzata dalla gola.
"Serve a qualcosa prolungare la nostra agonia di un anno o due, quando sappiamo bene che il lungo inverno fermerà la terra per secoli? Non è solo una patetica finzione questa lotta già persa?"
Un silenzio di tristezza e di umiliazione pesò sull'assemblea alle domande del ragazzo; domande che non risultavano nuove a nessuno, ma che sembravano ora acquistare una nuova e spaventosa realtà, espresse ad alta voce nel mezzo dell'assemblea; ognuno cercava di evitare lo sguardo degli altri uomini e delle altre donne, e soprattutto di Federico; Clotildo guardava accigliato il fuoco che scoppiettava nel camino, Maria sembrava cercare con gli occhi fieri nelle facce della gente dell'assemblea la forza per parlare. A Paolina quel silenzio procurava un dolore fisico e le sembrava di provare un ingiusto rancore verso colui che l'aveva provocato; cominciò a parlare, rivolgendosi a Federico ed a tutti nello stesso tempo.
"Questa domanda ce la siamo già posta dieci anni fa, quando il freddo, la neve e il gelo presero definitivamente il sopravvento sulla nostra terra, distruggendoci le coltivazioni e riducendoci nello stato attuale: allora decidemmo di costruire le serre sotterranee e tutto il resto, allora decidemmo di lottare tutti insieme contro questo lungo inverno, di cui certo non potremo vedere la fine, ma questo lo sapevamo anche allora e se la decisione di continuare la lotta è stata buona allora, perché non deve più esserla ora? Maria ci ha parlato delle genti di un'altra glaciazione, che affrontarono il loro lungo inverno quasi nudi e scalzi, dentro caverne piene di fumo e certo più fredde delle nostre case, e soprattutto disuniti fra di loro, mentre noi conduciamo 'insieme' questa nostra lotta e sapete tutti quanto l'unione di molte menti e di molti corpi possa fare in più rispetto ad una sola mente e ad un solo corpo. Se avessimo anche solo un altro mese o un altro giorno di vita sicura, io, per quel solo mese e per quell'unico giorno, vorrei continuare a lottare per la vita della comunità, insieme alla comunità tutta",
Paolina aveva parlato in fretta, il suo viso era arrossato per la foga del breve discorso e negli occhi azzurri si rispecchiavano le faville del focolare; smise di parlare quasi all'improvviso e tutti la guardavano aspettandosi che dicesse ancora qualcosa, ma i suoi interventi erano sempre piuttosto brevi, perché la lunga solitudine l'aveva abituata a parlare poco e ad essere essenziale nei suoi discorsi.
"Ma per quale scopo? Per quale scopo?" - la voce di Federico sembrava adesso più calma, ma sempre disperatamente stridula.
"Voglio dirtelo io lo scopo, come già lo dissi dieci anni fa, quando prendemmo la decisione che ha ricordato Paolina, e tutti furono d'accordo con me allora e credo che anche oggi sia così" - aveva parlato Giuseppe Neche, un contadino ormai sulla sessantina, con i capelli e i baffi completamente bianchi, che da giovane era stato un paio di volte in galera, per aver occupato delle terre, insieme ad altri contadini e contadine di Lesaga. - "Una ventina d’anni fa, quando tu non eri ancora nato, giravano qui attorno degli uomini vestiti di nero, che si chiamavano preti e che venivano ogni domenica davanti alle nostre case e predicavano 'la parola del Signore' a chi dava loro cibo o moneta.
Federico, a cui era principalmente rivolto il discorso di Giuseppe, ascoltava con l’interesse che tutti i giovani al di sotto dei vent’anni nutrivano per tutto ciò che riguardava la vita a Lesaga, in Italia e sull'intero pianeta prima del lungo inverno.
"Questi preti dicevano che non dovevamo preoccuparci dei bisogni materiali, perché la vita su questa terra era tanto breve, in confronto a quella eterna che ci aspettava dopo la morte, e che anzi la morte era stata creata dal 'Signore' proprio per farei essere tutti uguali, ricchi e poveri, dato che ad essa nessuno può sfuggire. Ma quante volte abbiamo visto persone ricche tornare grasse e rosee da lontanissime cliniche, dove il denaro guariva i mali per noialtri 'incurabili' e ripuliva dalle rughe le loro facce, già vecchie quando noi eravamo giovani: anche la vecchiaia e la morte davanti al denaro indietreggiavano. E questo fottutissimo lungo inverno non ha fatto che confermare quanto già sapevamo bene: loro si rosolano in Africa e noi qui a crepare di freddo e fra poco forse anche di fame. Ma non dobbiamo dargliela vinta: questa nostra lotta contro il lungo inverno è pur sempre la vecchia lotta di classe contro il nemico di sempre e solo la morte potrà impedirmi di continuarla; ogni nostro giorno di sopravvivenza è un simbolico pugno in faccia dato alla prepotenza di chi ha sempre potuto comprare tutto, anche la propria e l'altrui vita".
Tutta l'assemblea assentiva con la testa alle parole di Giuseppe, Federico continuava a guardare il viso del vecchio, anche dopo che costui aveva smesso di parlare.
. "Dovresti parlarci più spesso di com'era la vita prima", - disse Gianna Pierri, una ragazza sui vent'anni, dagli occhi e dai capelli nerissimi, che lavorava nella squadra riscaldamento - "ne sappiamo tanto poco, è come se fossero passati dei secoli e non solo vent'anni dal tempo delle stagioni. Per noi giovani non esiste e non è mai esistita che questa unica stagione e fra qualche anno ancora, quando la vostra generazione non ci sarà più, se noi saremo ancora in vita, non ricorderemo nemmeno più che esisteva un giorno su queste terre qualcosa di diverso dal ghiaccio e dalla neve, che esistevano la ricchezza e la miseria, il denaro ed i padroni, gli aeroplani e le automobili".
"Hai ragione, Gianna" - disse Maria, raccogliendo il rimprovero della ragazza - "ma c'è sempre stato tanto poco tempo da dedicare ai ricordi del passato, nonostante queste nostre notti siano tanto lunghe, che sembrano non finire mai; abbiamo e stiamo tuttora dedicando tutto il nostro tempo al lavoro ed alla ricerca dei mezzi più efficienti e più adatti a farci sopravvivere giorno per giorno; quello che tu hai detto è molto importante e c'è anche un'altra cosa poi: per voi, al di sotto o sui vent'anni, il mondo è sempre stato confinato a Lesaga e non sapete nulla dell'Italia e degli altri paesi del mondo, come purtroppo non ne sappiamo più niente anche noi, da quando strade ed aereoporti, radio e televisione hanno praticamente smesso di esistere, essendo stato tutto ricoperto dalla neve e dal gelo. Anche d, tutto questo dovremmo parlare con voi ...".
"Si, dobbiamo parlarne." - interruppe Federico con enfasi, staccando il busto dalla spalliera della sedia e curvandosi in avanti verso Maria. "Ciò che ha detto Giuseppe ha un senso anche per me, che pur non ho conosciuto i padroni e le loro ingiustizie di persona, e non può non spronare alla lotta contra la morte chiunque abbia la mia età o anche meno".
Maria assentì sorridendo alle parole di Federico e, con la sua bella voce calma, continuò: "Io penso che questi colloqui saranno molto facilitati quando, seguendo il consiglio del compagno Francesco Lordino e della squadra di ricerca tutta abiteremo in comune nelle stesse case, senza dover faticare più tanto per riunirci. Io anzi propongo, a questo proposito, di cominciare al più presto a trasportare nelle case più grandi i vari mobili e l’altra roba, in modo da riuscire fra una settimana circa a trasferirci nei posti decisi."
"Una settimana è un periodo ragionevole" – disse Francesco - "ma bisogna ora formare un comitato, che scelga le case adatte allo scopo e dobbiamo decidere tutti insieme i vari raggruppamenti".
Tutta l'assemblea fu d'accordo con Francesco e Maria, venne formato il comitato per la scelta delle case e si formarono gli abbozzi dei vari raggruppamenti; si riparlò anche degli altri problemi affrontati all'inizio dell'assemblea; alcuni vennero risolti in parte, altri molto gravi restarono aperti e se ne sarebbe ridiscusso il giovedì seguente. Erano circa le quattro del mattino ed il cielo era scuro come a mezzanotte e la neve scendeva più fitta che mai, quando l'assemblea si sciolse: tutti i partecipanti e le partecipanti si rinfoderarono nei loro pesantissimi indumenti e si spinsero per la campagna, che la neve rendeva stranamente fosforescente; Clotildo non rientrò in casa prima che l'ultimo fosse uscito fuori vista, per un'antica cortesia contadina, cui nemmeno il freddo mortale delle notti del lungo inverno lo faceva mai rinunciare. Paolina camminava, affondando nella neve fino ai ginocchi gli stivaloni neri, in compagnia di Rolando Parla, un uomo sulla cinquantina dai foltissimi e lanosi cappelli rossicci, che, in barba al suo cognome, raramente apriva bocca e che faceva parte della stessa squadra dei boschi di Paolina, e di Espagna Petitesi, anch'essa della squadra dei boschi, che sembrava sfidare la notte ed il gelo con il suo passo svelto, cui perfino Paolina faceva un po' di fatica a tenere dietro.
Quando arrivarono vicino alla casa di Espagna, ella disse a Paolina di aspettarla un momento lì davanti, perché aveva da consegnarle qualcosa; Paolina non riusciva ad immaginare di cosa mai potesse trattarsi e si sentiva piuttosto incuriosita.
Anche Rolando si era fermato, ad aspettare Paolina.
Espagna uscì dalla casa ridendo, col suo passo agile e la figura ancora giovanile: "La nostra cagna ha figliato un mese fa e Giuliena ha deciso che questa cagnetta toccava a te, perché ti somiglia, così almeno ha detto lei: io non so in cosa ti somigli," - aggiunse, ridendo di cuore - "ma se lo dice mia figlia, puoi star sicura che è vero; e poi si sa che nella fanciullezza esiste un sesto senso, che fa comunicare con le bestie".
Espagna mise fra le braccia di Paolina un animaletto caldo, avvolto in una ruvida stoffa scura, e si affrettò a rientrare in casa; prima di salutare, aggiunse in fretta: "È una femmina e si chiama Pi".
"Che strano nome" - disse Paolina, ancora stupita per la sorpresa.
"Lo ha scelto Giuliena e dice che alla cagnetta piace. Buonanotte a voi due." - disse, chiudendo la porta.
"E pensare che avevo deciso di non voler più una bestiola con me" - disse Paolina, sorridendo e scuotendo la testa, dopo che ebbero camminato un po'.
Rolando non rispose e continuò a camminare, guardando davanti a sé, con la testa leggermente rivolta in alto e le mani sprofondate nelle tasche.
Camminarono ancora un po' in silenzio, ascoltando il soffocato rumore dei loro faticosi passi sulla neve; poi, come borbottando fra sé e sé, Rolando cominciò a parlare, sempre guardando davanti a sé.
"La scorsa notte ho sognato che stavo arando la terra vicino a casa mia, col trattore rosso che avevamo alla cooperativa, e che il mio povero nonno veniva verso di me con un canestro pieno di mele verdi; si era in settembre e le ombre degli olmi erano larghe e tonde, sotto il sole del primo pomeriggio. Il nonno mi diceva qualcosa e rideva, ma il rumore del trattore mi impediva di sentire le sue parole. È stato uno strano sogno, perché mi sembrava tutto reale e solido, non come gli altri sogni, che sono pazzi, senza fondamenta. Ma i sogni sono tutti pazzi, in fondo". - finì scuotendo la testa e chiudendo gli occhi, già piccoli e un po' a mandorla.
"Questo sogno ti ha colpito perché ti è sembrato di vivere una giornata qualunque del tempo delle stagioni, quando lavoravamo al ritmo della terra e della luna. Io purtroppo non riesco a sognare che questa neve."
Paolina strinse più forte a sé la cagnetta, che non dava altro segno di vita all'infuori del calore che da lei emanava; il sogno di Rolando l'aveva commossa e sapeva che così era stato anche per lui. Non parlarono più finché non arrivarono alla casa di Paolina, dove si diedero la buonanotte, come ogni altra volta, dopo aver fatto la strada insieme
Paolina entrò rabbrividendo nella casa freddissima, accese in fretta una candela e si mise a guardare e ad accarezzare la piccola Pi, che aveva posato sul letto; la cagnetta era piccola e grassottella, il pelo era nero e irto, con macchie color miele sulle quattro zampe, sul muso e sugli occhioni castani, che guardavano con amicizia il viso di Paolina.
"I tuoi occhi sono del colore dei miei capelli; forse per questo Giuliena dice che mi somigli". - disse sorridendo e parlando piano alla cagnetta, che muoveva la coda, contenta delle parole e delle carezze. Paolina non si era nemmeno tolta gli stivali per la curiosità di conoscere la sua nuova compagna e si affrettò quindi a toglierli e a metterli da parte; poi ebbe come un'idea improvvisa, si avvicinò al cassetto del grande tavolo di legno e ne trasse fuori un vecchio quaderno ingiallito, su cui faceva i conti e segnava le date e gli avvenimenti importanti della sua vita e della comunità, ed un tozzo mozzicone rosso di matita. Si sedette al tavolo e scrisse, con la sua grafia dalle forme grandi e arrotondate, bagnando prima la punta della matita con un po' di saliva:
"Venerdì 27 aprile 2158. Questa mattina ho avuto da Espagna Petitesi e dalla sua bambina Giuliena la cagnetta Pi, dell'età di un mese. Ne sono contenta".
Rinchiuse il quaderno e lo rimise nel cassetto, insieme alla matita. Si avvicinò, come tutte le sere, alla finestra e guardò la neve scendere, con la consueta tragica vitalità, nel buio della campagna: per quanti milioni di anni ancora sarebbe scesa? Rinchiuse lo sportello, spense la candela sul tavolo e si ficcò nel letto col solito cappotto addosso, mettendo accanto a sé, sotto le coperte, la piccola Pi.
"Ma quando sarai cresciuta, dovrai imparare a dormire sul letto, vicino ai miei piedi, altrimenti qui non ci entreremo in due" - le disse, accarezzandole la testolina. Pi le si strinse più vicino e le mise il capo sotto il mento.
Paolina si mise a ripensare un po' all'assemblea ed alle decisioni che erano state prese: la sua casa, grande, ma difficile da scaldare, era stata scelta come magazzino di deposito alimentare e lei vi sarebbe rimasta da sola, come sempre; non le era affatto dispiaciuto, perché era ormai abituata a stare sola. E poi sola non lo era più, pensò ricordando la piccola Pi, che col fiato le scaldava piacevolmente il collo. Si coprì la testa con le coperte e, stanca della faticosa giornata e della lunga nottata, si addormentò quasi subito, mentre le balzava davanti agli occhi l'immagine di Vanna, che correva felice e scodinzolante fra delle alte erbe verdi, vicino al vecchio stagno, prima o dopo un interminabile lungo inverno.
da "Un'ambigua utopia" n. 4, ‘78
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