Con i nasturzi bisogna essere cattivi
di Alessandro Paronuzzi
Sono lassù.
Ombre stagliate contro il cielo, esitanti, perplesse di fronte ad una libertà inaspettata. Non credo siano felici, le rondini volano basse anche per lori. Attraverso i vetri della serra posso vedere disegnato su quei volti un comune smarrimento.
- Noi due non dobbiamo preoccuparci, Stan - mi ripeté Samuele, mentre le sue sottili labbra abbozzano un sorriso. - Adesso il pedone si trasforma in regina, mio vecchio Stan.
Qui al Manicomio il primo a prevedere quanto in seguito sarebbe accaduto è stato Lupo, quatto, anzi cinque giorni or sono.
(Il tempo ha assunto una strana dimensione, si è incredibilmente dilatato; almeno io ho avuto quest'impressione. Da allora sembra essere trascorsa un'eternità).
L'attacco lo aveva coinvolto all'improvviso lasciando tutti noi - infermieri inclusi – interdetti.
Si era alla fine del pranzo; ricordo che stavo ripiegando il tovagliolo, quand'ecco prorompere dall'altra parte della sala un urlo; più che un urlo, una sorta di roco ululato, cupo, doloroso.
M'ero voltato d'istinto; ed avevo potuto vedere Lupo già trasformato. Aveva tutti i muscoli della faccia visibilmente contratti, gli occhi quasi fuori dalle orbite, mentre un rivolo di bava gli scendeva dall'angolo della bocca, Le braccia sembravano percorse da sussulti incontrollabili, e su tutto, questo sommesso disperato lamento che dubito potrò dimenticare.
Tutti sapevamo che Lupo soffriva del mal della luna (non credo sia il termine scientifico: tra noi lo abbiamo sempre chiamato così); ma si sapeva pure che i suoi attacchi avevano la caratteristica di essere periodici, e quindi prevedibili. Nei giorni critici gli infermieri provvedevano ad isolarlo, e lo aiutavano a contenere la crisi somministrandogli dosi adeguate di sedativi, o qualcosa del genere.
Così rimanemmo tutti sorpresi da quel cambiamento improvviso ed imprevisto. Fortunatamente Walter, l'infermiere di turno, s'è rivelato all'occasione abbastanza pronto; e con l'aiuto degli inservienti - certo da solo non ce l'avrebbe fatta - lo ha preso di forza e trascinato via dalla sala.
Per quanto insoliti, episodi del genere non sono nel nostro ambiente estremamente infrequenti; ed anche questo sarebbe rientrato nelle più o meno normali cronache quotidiane, se ad esso non fossero seguiti gli eventi che mi accingo a raccontare.
Ho il sonno profondo, per fortuna. Nonostante l'accaduto, quella notte dormii come al solito, senza notare alcunché di anormale.
Fu durante la colazione del mattino che Giulio - l'infermiere che aveva trascorso la notte con noi - ebbe modo di lamentarsi.
- Anche questo turno è finito, se Dio vuole! Non so cosa vi sia preso questa notte - ci rampognò - Non mi avete mai fatto tribolare tanto, sembra che vi siate messi d'accordo nel far impazzire pure il sottoscritto. Uno che si piscia, e va bene. Un altro che si fa venire le convulsioni, un terzo con gli incubi erotici. Altri quattro, quattro, dico - sottolineò con le dita della grossa mano - che si sono messi a piangere a dirotto, come bambini, senza una ragione. Sarà la primavera … comunque, siete creature del diavolo, ecco cosa siete!
Questa sfuriata mattutina da parte di Giulio mi stupì non poco. Giulio è sempre stato il più paziente con noi - paziente e umano: non lo avevo mai visto così esasperato. Forse la colpa era nostra: evidentemente doveva aver avuto le sue buone ragioni. Mi chiedo che fine avrà fatto, da allora non l'ho più rivisto; anche lui avrà contratto il morbo. Ma andiamo piano, non voglio anticipare gli eventi. Anche se per me è difficile riportare con ordine i fatti che si sono verificati, voglio provare ad essere comprensibile e completo.
Credo che Samuele abbia ragione quando sostiene che noi matti siamo sostanzialmente degli animali, animali un po' particolari. In noi quella parte di selvaggio che residua comunque nell'uomo non è contenuta a dovere dalla ragione; ed è proprio per questa … istintiva sensitività che ci è possibile talvolta - come gli uccelli ed i cani - intuire certi fenomeni anzi tempo. Una capacità a volte molto dolorosa.
La giornata, indipendentemente dai rimbrotti di Giulio, sembrava una giornata come tante; ed io, ad ogni modo, non avvertivo assolutamente l'agitazione che pure nell'animo di molti già doveva fermentare.
Mi ero recato nella piccola serra del manicomio - il io regno personale ed incontrastato, - per dedicarmi al passatempo preferito: anzi, al mio unico reale interesse. Il giardinaggio.
Da quando sono qui ho imparato ad amare i fiori; conosco ogni pianta forse meglio di chiunque altro, ed il legame che mi unisce al mondo vegetale è certo profondo, Vivo per loro.
Ogni pianta, come ogni essere vivente, ha una precisa personalità che la distingue dalle altre. Un carattere, vorrei dire, anche se così parlando mi rendo ridicolo. Eppure è proprio così: la rosa incanta ma non partecipa, mentre il grossolano geranio risponde pienamente e con generosità all'amore di chi lo accudisce; il rododendro invece. ha una memoria elefantesca … quante cose ci sarebbero da dire. L'uomo trascura troppo il mondo delle piante; è abituato a trattarlo con sufficienza, si sente superiore. E non immagina la sua malia.
Vedete: per poter ottenere il massimo dai vegetali, per poter instaurare con loro un dialogo, bisogna rispettare le diverse personalità; ed accostarsi alle piante ogni volta in maniera diversa: con la rosa bisogna essere affabili, indifferenti con il ciclamino, formali con le fredde orchidee. Con i nasturzi bisogna invece essere cattivi.
Ma tutto questo non c’entra con il mio racconto; mi accorgo di essermi dilungato troppo su un argomento non pertinente.
Ma è difficile, del resto, non divagare ed essere logico. Il fatto è che alle piante devo molto; e sono sinceramente grato al primario che ha sempre incoraggiato questa mia attività, ed è riuscito a riscuotermi dall’angosciosa abulia in cui ero precipitato, nel periodo postoperatorio.
Mi trovavo dunque nella serra. Ero, ricordo, intento a preparare un particolare tipo di terreno arricchito, quand’ecco entrare Lupo con la sua inconfondibile andatura dinoccolata, le mani sprofondate nelle tasche della giacca consunta. Non riuscii a trattenere un'esclamazione di sorpresa; ero stupito non tanto per la visita (Lupo è sempre stato un frequentatore della serra - e proprio per questo credo c'è sempre stata tra noi una tacita reciproca simpatia), quanto perché me lo immaginavo ancora isolato, e sotto trattamento.
- Già a posto? – chiesi, cercando di nascondere la mia sorpresa. Solitamente, dopo i giorni dell'attacco, Lupo infatti si trovava in tale stato di depressione da essere costretto a rimanere a letto almeno per qualche giorno.
Lo udii emettere un grugnito, e non seppi come interpretarlo; era di malumore, lo sguardo torvo. I suoi occhi di ghiaccio secco erano cerchiati, non doveva ancora aver smaltito i sedativi; sulla sua bocca era incisa, più che disegnata, una smorfia di dolore.
- Mi è passato subito, subito dopo le pillole voglio dire - aggiunse quasi controvoglia. Doveva aver sofferto molto, la notte. Non riuscivo a capire perché si fosse alzato, e come mai gli infermieri gli concedessero tanta libertà.
- Mi hanno costretto ad indossare la camicia, questa notte. È una cosa che non sopporto. Ero cosciente, capisci; non è stata una delle solite crisi.
Mi sorprendeva anche di trovarlo così loquace. Era un evento eccezionale il fatto che Lupo, per solito così scontroso ed introverso, sentisse la necessità di comunicare con il prossimo, sia pure unicamente per lamentarsi.
Lo ignorai, continuando nel mio lavoro. Potevo però avvertire la sua presenza alle mie spalle, ed il suo sguardo che seguiva attento e muto i miei movimenti mi metteva un certo nervosismo.
Compresi improvvisamente che Lupo era venuto da me per un motivo ben preciso: aveva certo qualcosa da dirmi ma esitava; e quel silenzio innaturale m'infastidiva. Trascorsero lunghi, interminabili secondi prima che udissi nuovamente la sua voce.
- Devi fuggire, Stan. Dobbiamo fuggire tutti, tutti quanti, prima che sia troppo tardi. - si decise finalmente, con un tono inutilmente basso, poiché eravamo soli nella serra e non c’era nessuno che potesse udirlo - Non abbiamo tempo da perdere.
La sua mano salda aveva arpionato il mio gomito, una morsa d'acciaio, e la stava stringendo con animalesca energia.
In quel momento, solo un secondo, avrei fatto volentieri a meno delle sue confidenze. Voltai il capo; ed incrociando il suo sguardo, vidi in quegli occhi il terrore - un terrore genuino ma insondabile - e di riflesso m’inquietai.
- Perché dici queste cose, Lupo? Non ti trovi bene, qui?
-Non è questo il punto, Stan. Sta per accadere qualcosa di grave; non chiedermi cosa, non saprei risponderti. Ma lo sento, e sono certo di non sbagliare. Dobbiamo fuggire: noi due, almeno.
Espressa in quel modo, la proposta quasi mi commosse. La paura di Lupo, pur così imponente e brutale, lo rendeva simile ad un bambino; in me cercava l'amico ed il genitore – cercava soprattutto protezione. Mi sforzai di mantenere la calma, e provai a mitigare il suo spavento con il tono artificiosamente tranquillo della mia voce.
- Capisco cosa intendi dire, Lupo.
Capivo veramente. Già alcuni anni prima era accaduto un fatto analogo. Proprio Lupo, assieme ad un altro paziente - deceduto - aveva avvertito anzitempo un grosso terremoto, che s'era poi manifestato a qualche centinaio di chilometri dalla nostra città. Non avevo motivo di dubitare delle sue singolari capacità.
- È già successo, ricordi? - proseguii - ti credo. Anche questa volta purtroppo accadrà qualcosa di spiacevole. Ma probabilmente, anzi, sicuramente non sarà qui. Non ci riguarda personalmente, anche se posso comprendere il tuo dolore.
- Nessuno - replicò Lupo, adesso quasi rassegnato - Nessuno può comprendere il mio dolore. Ed anche tu non mi puoi veramente capire. Non è come l'altra volta; è molto peggio.
E gli infermieri non devono saperlo; tanto non mi crederebbero. Mi metterebbero a nanna, e questo non voglio. È nell'aria - lo vidi respirare profondamente, abbassando le palpebre, ancora enfiate per il sonno forzato – È nell'aria, ti dico: lo sento.
La sua tristezza stava contagiandomi. Da tempo non provavo genuine emozioni, eppure in quel frangente mi sentii quasi partecipe del suo abissale dolore. C'era un unico modo per tranquillizzarlo.
- Ti credo, Lupo. Giuro che ti credo. Dammi solo il tempo di pensare come fare; il tempo di trovare la soluzione migliore. Provvederò io - mi decisi a mentire, pur di scaricare almeno parzialmente sulle mie spalle la sua preoccupazione. I suoi occhi umidi mi fissarono sollevati.
- Mi credi veramente, Stan?
- Provvederò io - ripetei convinto.
- Allora devi fare presto, non abbiamo tempo da perdere. Può accadere da un momento all’altro.
- Vai a riposarti, Lupo; sei stanco. - Ne riparleremo stasera, dopo cena. Adesso lasciami solo, devo pensare.
- Certo, hai ragione: devi pensare - mi fece eco lui, allontanandosi col passo abituale. Mi sembrava già più sollevato.
Quando mi ritrovai solo, mi investì la vuota sensazione di vertigine che conoscevo tanto bene.
A suo tempo ha subito una difficile operazione chirurgica al cervello: questo mi pare di averlo già detto, non ne sono sicuro, ho sempre paura di ripetermi. Un intervento molto discusso; prima dell'operazione erano state sollevate numerose obiezioni, di diversa natura. Si temevano indesiderabili conseguenze. Non posso essere più preciso, la mia conoscenza in campo medico è limitata, per non dire inesistente. Io comunque detti il consenso; purtroppo la natura della mia malattia non offriva altre possibilità, così mi decisi a giocare l’unica carta possibile.
A distanza di tempo, credo di poter affermare che l’intervento è riuscito perfettamente, rispettando le più ottimistiche previsioni: fatta eccezione per tali spiacevoli momenti di smarrimento e per delle brevi amnesie ricorrenti, fortunatamente di lieve entità e sempre meno frequenti.
Persi i sensi, cadendo a terra. Probabilmente la confidenza di Lupo, la sua stessa ansietà e la consapevolezza che di lì a poco sarebbe accaduto qualcosa di spiacevole bastarono ad intorbidire il mio animo fragile.
Quando mi ripresi, debole e vuoto, provai il bisogno di uscire dalla serra e di avere qualcuno vicino. Il Professore.
Samuele, che tutti chiamano il Professore, è per me molto più d'un amico; è un fratello spirituale. Non ci unisce il carattere, l'età, una comune visione del mondo: sotto questi punti di vista siamo anzi dissimili. Il fatto è che, tra tutti gli ospiti di questa casa, io e lui abbiamo subito lo stesso tipo d'intervento.
Ci accomuna dunque la stessa menomazione; anche lui avverte i miei stessi disturbi, anche lui come me ha sofferto prima della mia stessa malattia. Il nostro è un legame invisibile, quasi telepatico, d’acciaio.
È più anziano di me, il Professore: ci dividono otto anni. È però sorprendente come il tempo ci abbia plasmato, avvicinato, anche fisicamente. Sembriamo fratelli: la stessa aria dimessa, lo stesso sguardo obliquo che passa sotto gli occhiali (identica la montatura), lo stesso passo da plantigrado. All’occhio della gente, due innocui vecchietti, che mostrano probabilmente qualche anno in più della realtà.
Nessuno potrebbe mai immaginare che il Professore, ai tempi in cui ancora insegnava all'università, dietro le compute vesti del docente, dietro l'onesta disponibilità al colloquio, dietro l'apparente totale abnegazione verso la didattica e l'insegnamento nascondeva l'altra identità, efferata, maniacale, perversa. Come definire altrimenti il suo particolare interesse verso l'altro sesso? Eh sì, Samuele è stato un … un maniaco sessuale, che approfittava ripetutamente e sistematicamente delle studentesse, forte della sua posizione. Uno psicopatico irrecuperabile: Samuele, il Professore Sporcaccione.
Del resto io, se mai possibile, ero ancora peggio di lui.
Sono arrivato all'incesto, per farla breve. Non credo proprio di essere stato quello che solitamente si definisce un padre modello; povera figliola mia. Per lo meno non si possono avere complessi di colpa, quando qualcosa non funziona in questa benedetta scatola cranica.
Io non sono mai stato libero, capite?
Siamo più che amici, Samuele ed io. Agli inizi però non era così: il Professore mi trattava freddamente, senza preoccuparsi di celare l'evidente antipatia che provava nei miei confronti.
Credo di aver compreso la ragione di questa sua primitiva ostilità: mi considerava in qualche modo responsabile della sua condizione. Samuele è stato operato dopo di me: quindici mesi più tardi, per l’esattezza. Data la sua preparazione culturale (insegnava infatti patologia) il Professore aveva piena coscienza dei rischi dell'operazione, a differenza di me, e si rifiutava di sottoporsi all'intervento.
Io avevo dato il consenso, lui non voleva darlo.
Ma poiché i risultati che i medici avevano ottenuto con me venivano generalmente considerati come più che soddisfacenti, Samuele venne sottoposto ugualmente all'intervento, contrariamente alla sua volontà. Tuttora non capisco il motivo di tanta ritrosia; tenendo poi presente che il carcere era l'unica alternativa; il carcere, e quell’orrenda necessità di violenza e di concupiscenza.
In ogni caso, Samuele nel periodo successivo all’intervento mi vedeva poco volentieri, mi evitava; io ero stato in effetti una specie di garanzia, e senza il mio precedente la sua volontà forse sarebbe stata rispettata.
Il tempo fortunatamente ha smorzato la sua originale acidità; ed anche se il Professore non ha mai saputo perdonare il mondo, ha finito col subire e con l'accettare il richiamo della nostra sostanziale affinità.
Mi rendo tanto ancora una volta che la mia narrazione è frammentaria, discontinua; e che la sintesi mi è impedita.
Uscii dunque dalla serra, con l’animo quasi stravolto.
Quando nella sala da gioco il Professore mi scorse, naturalmente stava studiando teoria degli scacchi, su uno di quei libri per me incomprensibili, dall'espressione che si dipinse sul suo volto compresi che doveva aver intuito il mio stato d'animo.
- Ti senti poco bene, Stan? Sei bianco come un cencio! - la sua voce, la sua partecipazione, già bastarono a tranquillizzarmi. Non ero solo: è bello, ed è raro, avere accanto un amico così sicuramente partecipe delle stesse sofferenze.
- Non è niente, Professore - minimizzai, abbozzando un sorriso. In effetti mi sentivo già meglio - Uno dei "nostri" soliti attacchi.
- Passato?
- Passato -·confermai, mettendomi a sedere dall'altro lato della scacchiera.
- Aiutami a provare quest'apertura, allora. È la Bird, una variante olandese estremamente interessante. Ti va?
Gli feci cenno di sì con il capo, mentre già stavo disponendo in ordine i pezzi; in realtà la mia mente, ritornata lucida, vagava in quel momento lontano, memore delle parole di Lupo. E della mia promessa.
Cosa mai potevo fare?
La situazione precipitò quella sera stessa, anche se non ce ne rendemmo subito conto.
Durante la cena osservai più volte Lupo, senza farmi notare: non mi sembrava agitato. Mangiava con particolare avidità la solita minestra; conclusi che, delegata a me ogni responsabilità, s'era probabilmente proposto di non pensare a nulla.
- Lupo "sente" che accadrà qualcosa; come ai tempi del terremoto, ricordi? - decisi a confidarmi con Samuele a bassa voce - Si è confidato con me, questa mattina. Mi ha proposto di fuggire assieme a lui; era terrorizzato.
- Un bambino troppo cresciuto - si limitò a commentare il Professore, distrattamente – ed anche se fosse, fuggire da dove? Da cosa? Baggianate. - Lo vidi deglutire molto seraficamente, prima di terminare la frase - In ogni caso sono tempi in cui qualsiasi catastrofe; accada, il mondo se la merita. Ed un terremoto sarà sempre troppo poco.
Proprio così. Samuele non ha mai saputo perdonare il vecchio sopruso, non è mai riuscito a mandarla giù.
Dopo cena, com'era abitudine, ci recammo a vedere il telegiornale. Fu allora che venne comunicata la notizia; la voce dell'annunciatore era fredda e distaccata come sempre, non poteva certo prevedere gli sviluppi.
- È esplosa in Norvegia una nuova forma virale, altamente contagiosa e mortale. Il virus, che ancora non è stato identificato con precisione, si localizzerebbe nel sistema nervoso centrale provocando, dopo un breve periodo d’incubazione, un irresistibile stimolo al suicidio …
Qualcosa del genere, insomma; non posso certo ricordare le parole esatte. Le scene registrate erano impressionanti; si poteva dedurre che il metodo d'elezione prescelto dalla maggioranza era uno sbrigativo salto dalla finestra. Rapido ed indolore. Ma neppure chi abitava ai primi piani poteva considerarsi fortunato.
- Anche i sopravvissuti ai tentativi di suicidio sono morti in seguito, entro quarantotto ore, per lesioni irreversibili al cervello, conseguenza di una meningoencefalite. Le vittime nella sola Oslo s>i aggirano sulle cinquantamila persone; ma tale cifra, purtroppo, è senz'altro destinata ad aumentare.
- Ecco cosa intendeva Lupo - commentò Samuele, al mio fianco - Niente male come mazzata, Chissà da dove viene questo virus.
Mi guardai attorno istintivamente, cercando la presenza di Lupo; volevo vedere la reazione. Ma in quella piccola platea rumorosa e stralunata non individuai la sua figura.
Avvertii improvvisa la necessità di trovarlo, per comunicargli la notizia e per tranquillizzarlo. La Norvegia era sufficientemente lontana.
- Vado a cercare Lupo - dissi a Samuele, allontanandomi dalla sala.
Solitamente dopo la cena Lupo andava a dormire; mi recai quindi nel suo dormitorio, sicuro di trovarlo lì; ma lì non c'era, né i suoi compagni di stanza lo avevano visto di recente.
Cominciai a preoccuparmi; dove mai poteva essere? Il manicomio non offre tante possibilità. Andai ai servizi, chiamandolo ad alta voce, inutilmente; mi recai nelle cucine, ed in infermeria, con lo stesso risultato: solo allora, come illuminato, decisi di provare nella serra, anche se poteva sembrare illogico.
Attraversando il giardino le mie speranze subito diminuirono; ogni luce era spenta e nel buio della notte il mio passo incerto era facilitato unicamente dalle fioche stelle che piovevano sulla terra. Entrai nella serra, sempre chiamandolo ad alta voce, lasciando le luci spente: non volevo che gli infermieri dal manicomio potessero notare la mia presenza. Volevo evitare domande fastidiose.
Ancora inutilmente. Mi assalì il terrore del peggio: dove mai poteva essere Lupo!
Fortunatamente mi si presentò l’ultima possibilità; la cappella. Con passi veloci, il fiato già grosso più per l'emozione che per la breve corsa, attraversai nuovamente il giardino in senso contrario raggiungendo in poco tempo la piccola cappella: dalla porta socchiusa trapelava una luce minima, che i miei occhi ormai abituati alla notte subito raccolsero con sollievo.
Vi entrai in silenzio: e fu proprio lì che lo trovai, in prima fila, le mani giunte in preghiera, inginocchiato davanti al crocefisso. Aveva acceso tutte le candele, creando così un’atmosfera quasi surreale, ed un poco lugubre. Nonostante il sollievo, fui percorso da un brivido d'inquietudine.
- Lupo - mi annunciai a bassa voce - Ti ho cercato dappertutto!
Lo vidi girarsi, senza stupore, scuotendo la sua zazzera disordinata; il suo sguardo era lontano, ed esprimeva una sofferta indifferenza.
- Sto pregando - disse, semplicemente.
Mi trovai impacciato. Sul suo volto notai dipinta una strana, serena rassegnazione; il suo umore era mutato, non era più il grosso bambino agitato che quella mattina si era confidato con me nella serra. Attesi qualche secondo prima d'informarlo.
- È accaduto, Lupo. Avevi ragione, naturalmente: un virus mortale, in Norvegia.
- Lo so, Stan. Ma ormai non ha più alcuna importanza; non ha più alcuna importanza.
La lapidarietà di quelle parole sortì in me uno strano effetto; lo avevo cercato per rasserenarlo, ed invece adesso ero io ad inquietarmi sempre di più; senza alcun motivo logico la strana estasi religiosa che traspariva dallo sguardo di Lupo m’induceva ad ulteriori preoccupazioni.
- Certo. Non ha alcuna importanza. - ripetei, più che altro per autoconvincermi; ma sapevo naturalmente che la frase di Lupo non andava interpretata come m'auguravo io - La Norvegia è molto lontana, per nostra fortuna. Adesso non abbiamo più bisogno di fuggire.
- Nessuno può fuggire, Stan. Non possiamo più fare niente; solamente pregare, e sperare nella Sua misericordia.
Mi ritrovai senza parole. Quella frase, e quel comportamento così palesemente assurdo eppure contagiatore, e pure l’atmosfera impalpabilmente seducente della cappella mi lasciarono perplesso. La gravità della situazione era reale: doveva essere reale - poiché reali erano i poteri di Lupo.
Avrei voluto chiedergli delle spiegazioni, avrei voluto trascinarlo via da quel luogo, avrei voluto, soprattutto riportarlo alla mia realtà ed alla mia incoscienza -e strapparlo a quell'allucinante condizione di estasi che non dividevo a che mi faceva rabbrividire. Ma nulla potevo contro la sua forza spirituale, contro la sua interiore certezza.
- Faresti meglio a rientrare - mi limitai a suggerire, confuso, lasciandolo nuovamente alla sua solitudine.
Quella notte – l’ultima notte prima della fine, - non riuscii a prendere sonno. Ero troppo agitato; nei rumori, nei gemiti, nei pianti sommessi ma non trattenuti che potevo udire attorno a me intuivo ad ogni istante i presagi della catastrofe imminente.
Invano cercavo di convincermi, con l’aiuto della ragione, della mia suggestione e della nevrosi di Lupo; invano cercavo di appianare le mie ansie, il vortice esisteva, ed io mi trovavo alla sua periferia; e la virulenza di quel risucchio mi angosciava. Dove sarei andato a finire?
Il silenzio dell’alba non mi trasse in inganno.
Gli infermieri - chi più chi meno - erano tutti agitati, quasi quanto noi. Era veramente nell'aria, come il giorno prima aveva anticipato Lupo; ed il fatto che nessuno di noi osasse parlarne aveva il ridicolo sapore della scaramanzia.
Su tutti, Samuele riusciva a conservare un'invidiabile serenità; dopo colazione, mi seguì nella serra. La sua vicinanza era per me chiaramente benefica, accanto a lui anch'io mi sentivo più tranquillo e mi pareva quasi di comprendere la frase che Lupo aveva detto. Non aveva alcuna importanza.
- Non sono riusciti a contenerla - stava dicendomi Samuele mentre mi aiutava in lavoro di dissotterramento.
- A contenere che?
- L'epidemia. Non sono riusciti ad isolarla. Una volta, quando non esistevano i mezzi di comunicazione che ci sono oggi, era tutto più facile in casi del genere. Si chiudevano le porte del paese, nessuno entrava nessuno usciva, ed il gioco era fatto. Ma adesso? Chi ferma le ferrovie, il traffico aereo e quello navale? Le ultime notizie sono allarmanti.
- Quali ultime notizie?
- Il giornale radio di questa mattina ha annunciato che ci sono già focolai nella Ruhr, in Germania, e nel Kent, in Inghilterra. Ormai non lo fermano più.
- Troveranno un vaccino, prima o dopo.
Il Professore sorrise: il vecchio sorriso del cinico che conoscevo così bene.
- Prima o dopo; è questo il punto. Non hanno tanto tempo a loro disposizione, Stan. Ottocentomila morti in Norvegia, in soli due giorni; ed Oslo è nel caos più completo. Una calamità senza precedenti.
- Arriverà anche da noi? - chiesi, sorprendendomi per la scarsa partecipazione.
- Puoi contarci. È questione di ore.
Mi sono convinto che le pessimistiche previsioni del Professore si stanno realizzando.
Da quel breve dialogo tenuto nella serra sono trascorsi solo due giorni; e già qui, adesso, al manicomio regna un allucinante disordine.
Tutti o quasi - inservienti, infermieri, dottori, lo stesso primario - sono scomparsi, abbandonandoci al nostro destino.
Mi viene semplicemente da sorridere, se ripenso all'assemblea straordinaria indetta solo ieri dal nostro primario; voleva tranquillizzarci, ed era il più sconvolto di tutti.
Va tutto bene, ragazzi. C'è un po' di agitazione in giro, non lo nego; lo sapete anche voi di cosa si tratta, del resto - aveva esordito, masticando la pipa ad asciugando sul camice le mani più sudate del solito - La città ha bisogno di noi, saremo costretti a ridurre il personale per qualche tempo. E voi potete, anzi dovete, aiutarci; statevene tranquilli, soprattutto questo. E vedrete che andrà tutto bene.
Tante altre parole vuote, prive di senso, solo capaci di stimolare ulteriormente la nostra curiosità. Lo abbiamo tempestato di domande, naturalmente; per tutta risposta ci hanno portato via il televisore, e ci hanno requisito le radio.
- Non è terapeutico, non è terapeutico, - ripeteva il giovane assistente sociale, agitando le mani - Ve le restituiremo a suo tempo. Non dovete preoccuparvi inutilmente.
E stamattina la grande sorpresa: dei nostri guardiani neppure la traccia. Sono rimasti solo due vecchi inservienti; li ho visti pregare in cappella assieme a Lupo ed a qualcun altro, tutti ugualmente pervasi dallo stesso fervore religioso.
Le porte sono aperte; ma sono un invito che nessuno di noi si sente di accettare. Ambuliamo senza meta, senta programmi, anche senza un'onesta paura; il sentimento che impera è la rassegnazione. Il virus deve essere giunto nel nostro paese, anche se la radio di Samuele (è riuscito a nasconderla) esclude tassativamente questa possibilità; il virus deve essere entrato, pare che lo dica la stessa luce elettrica ed insensibile che filtra dal cielo nuvoloso - e proprio per questo nessuno vuole andarsene.
Le mura del manicomio sono una dolce illusione.
- Facciamo un piccolo falò. Ho una bellissima notizia - mi ha detto Samuele, qualche ora fa, la voce inopportunamente spavalda.
- Che notizia?
- Prima il falò; prima il fuoco purificatore. Adesso il mio odio non esiste più, mi ritengo soddisfatto.
L'ho visto trarre dal portafoglio alcuni ritagli di giornali, certo vecchi di anni, ingialliti dal tempo, ripiegati con cura; l'ho visto accendere un fiammifero ad avvicinare la fiamma alle carte con evidente compiacimento; l'ho visto sorridere di cuore, e tirare un sospiro di sollievo che non potevo capire.
Sono riuscito a prendere un ritaglio superstite caduto a terra, sfuggito alla mano castigatrice; sono riuscito a leggerlo.
- "Malgrado l'elevata mortalità, (soprattutto nelle leucotomie frontali), malgrado l'elevata percentuale di complicazioni operatorie indesiderate, l'elevato numero di insuccessi, l'inaccettabilità dei 'successi' conseguiti, la psicochirurgia, forte, della propria buona volontà, delle, proprie ipotesi e della propria capacità di sperimentare e di quei pochi malati diventati 'bravi e buoni' – noi eravamo veramente diventati 'bravi e buoni' - la psicochirurgia continua ad affermare che nel cervello è il male da estinguere, e non riuscendovi continua a mutilare l'intelletto, gli affetti, la personalità degli adulti come dei bambini. (1)"
- Non sono serviti assolutamente a niente - ha detto quasi fra sé il Professore, mentre accostavo alla piccola fiamma quell'ultima testimonianza - Non sono serviti assolutamente a niente; ma adesso potete bruciare. Ho la mia rivincita.
Capisco quanto Samuele deve aver sofferto in tutto questo tempo; è sempre stato molto più sensibile di me - l’ho già detto, mi pare; più sensibile e testardo.
- Mi devi dare una buona notizia - gli ho ricordato, incuriosito.
- Certo Stan, certo, non l'ho dimenticato - mi ha risposto lui con gioia, seguendo con i piccoli occhietti vivaci gli ultimi movimenti frenetici della fiamma. Poi, solo cenere.
Questo quotidiano di due giorni fa, l'ho rinvenuto ai servizi. Deve averlo scordato qualche infermiere; stai a sentire - lo vedo estrarre il giornale spiegazzato dalla tasca della giacca, mentre si aggiusta gli occhiali sulla punta del naso. Sembra proprio un professore.
- "Le ricerche sinora condotte sul virus hanno confermato il suo spiccato trofismo nei confronti del sistema nervoso centrale. In particolare è stato notato che l'insediamento del virus avviene costantemente a livello della zona di congiunzione dei due lobi frontali. Evidentemente le cellule di questo distretto, per motivi che ancora non sono stati chiariti, costituiscono il substrato ottimale, la 'conditio sine qua non' per la moltiplicazione del virus". - Ripiega il giornale con mosse quasi ieratiche, ma io non credo di avere capito bene, troppe parole difficili. Sono sempre stato un povero ignorante.
- E allora?
- Ma allora, compagno mio - continua lui, abbracciandomi per la prima volta da quando lo conosco - allora li abbiamo fregati. Noi siamo stati lobotomizzati: non offriamo al virus la minima possibilità di appiglio. A noi - a noi solo - non può fare niente!
Dev'essere così, lui è un medico, probabilmente ha ragione. Ed io sono felice, anche se la mia è più che altro una felicità riflessa. Per me, in verità, non ha alcuna importanza.
Dalla città (il manicomio si trova alla periferia, distante qualche chilometro) non pervengono notizie. E questo pesante silenzio, che lo sento non durerà a lungo, sottolinea il nostro isolamento. Chi non prega, non sa cosa fare; io, lo ripeto, non mi preoccupo, non riesco a preoccuparmi.
Ho da attendere ai miei fiori, e tanto basta.
Ogni fiore, sapete, è diverso dall'altro, e con ogni fiore è opportuno comportarsi in maniera diversa: con la rosa bisogna essere affabili, indifferenti con il ciclamino, formali con le fredde orchidee. Con i nasturzi, invece, bisogna essere cattivi. Ma questo mi pare di averlo già detto; non ricordo … ho paura di ripetermi.
Perché sono stato lobo … lobotomizzato. Proprio così.
(1) "la Psicochirurgia" di Terzian e Meneghini – Sapere n. 777.
da "The Time Machine" n. 1/’79
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