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Paura di volare


di Rosario Zagaria


Di solito, facevo quella strada quando volevo evitare il traffico del centro.

E ogni volta, non cessava di sorprendermi.

Era come scivolare inattesi, in un passato che era lì, stantio e sornione, a soli due passi dai rantoli sommessi dei motori imballati. Quasi a portata d'orecchio delle urla isteriche del mondo, che continuava a vivere appena qualche vicolo più in là.

Mentre passavo sotto l'arco di pietra dell'Arcivescovado, incrociai un prete, alto e nero, simile ad un pipistrello appiedato. La sua figura sgualcita caracollava sbilenca tra le colonne moresche e i portali di bronzo del duomo.

La toga, consunta e trasandata come la corazza d’un vecchio scarafaggio, sembrava antica quanto le colonne sbrecciate dal tempo. Svoltai a destra, seguendo il muro bianco del giardino padronale e sulla sinistra intravidi la bottega.

Ero passato tante volte di lì, senza mai notarla, eppure …

Non avevo fretta e un po' incuriosito, rallentai fino a fermarmi.

Le porte, erano di pesante legno marrone, scheggiato e ridipinto chissà quante volte.

Sembravano le ali di un novello Icaro, messe lì ad asciugare dopo una notte di rugiada.

Attraversai la strada di antichi lastroni levigati, mentre dentro di me andava insinuandosi, discreta, una tensione di natura indefinita ma vagamente eccitante, come stessi per fare qualcosa di proibito o di pericoloso.

Sulla soglia del negozietto senza vetrina, era sistemato un piccolo banco di lavoro vecchio e sudicio.

Quasi non notai la figura china sul banco, perché la mia attenzione era stata attratta dall'oscurità che cresceva a colorare quel piccolo antro polveroso.

Anche se pieno giorno, la luce del sole sembrava rifiutarsi di allungare le sue dita fin dentro quelle mura umide.

Impiegai qualche secondo, per riuscire a mettere a fuoco le forme crepuscolari che ammiccavano dall'interno della bottega. Sulle pareti, date a calce appena qualche secolo prima, erano appesi enormi mazzi di chiavi, grandi come prosciutti messi a stagionare. "È incredibile" pensavo, mentre cercavo di calcolare quante chiavi potessero esserci in quel bugigattolo "Saranno migliaia … forse un milione, forse due … ".

Intanto il mio sguardo accarezzava i colori sbiaditi di un logoro separé, fatto di bambù e tela, con gli intarsi rosicchiati dal 'tempo. E in un angolo, spuntavano miracolosamente bianche e squadrate come un sorriso pubblicitario le piastrelle di un lavabo ingombro (forse) di stoviglie sporche.

Per un attimo, credetti di scorgere minuscole figure correre via, sparendo tra le pieghe d'ombra, forse disturbate dalla mia presenza. Topi, forse. Sennò che altro?

Topi saggi, se avevano potuto invecchiare in modo incredibile, come quel posto.

Me li immaginai piccoli e pelosi mastri chiavai, alle prese con dispense e ghiacciaie. Lividi scivolare, silenziosi e inarrestabili. Giù per gallerie e tombini armati di minuscole e lucenti chiavi universali.

Poi, con un'ipnotica carrellata, il mio sguardo scese ad accarezzare il pavimento sudicio, fino alla punta delle mie scarpe.

E vidi il vecchio, che mi guardava senza particolare intesse, al di là degli occhialini cerchiati d'argento.

Sapete come sono i vecchi, quando sono vecchi sul serio.

Con i capelli fini e radi, il velo bianco della barba quasi adolescenziale, la pelle liscia e levigata come quella dei bambini.

Sembrano nati ieri, e invece, cristallizzati nelle rughe sottili che disegnano il collo e le mani, hanno tutti gli anni di questo mondo. Solo gli occhi, rimangono di una vitalità inquietante, appena un po' stanca.

E irridono. Forse rassegnati, ma stracolmi di saggezza.

- Avete bisogno di chiavi? - chiese, così, all'improvviso.

La voce non aveva niente di particolare; né giovane, né vecchia, solo un po' arrochita dal dialetto e dall'umidità.

Preso così alla sprovvista, mi ripigliai alla meglio, agitandogli sotto il naso a becco le chiavi della macchina.

- Avrei bisogno di una copia di queste - mentii - ma non so se avete le matrici …sono di una SIMCA, una macchina francese e …

Giurerei di averlo sentito ridere, anche se le labbra sottili e perfette' non si piegarono di un solo millimetro.

Forse, il suo era stato un sorriso interiore, che era rimbalzato come un eco in qualche sperduto e ricettivo scomparto della mia mente.

Girò lo sguardo mimando un'occhiata alle sue spalle.

Forse, quei sacchi allineati alle pareti, erano anch'essi pieni di chiavi, e … - Qui c'è TUTTO - disse prendendomi gentilmente le chiavi dalle dita - Può lasciarle. Domani saranno pronte.

Mi aveva congedato. A modo suo naturalmente.

Era ritornato al suo lavoro, e con gesti precisi e antichi, le dita armate di lime lavoravano intorno ad una matrice, quasi accarezzando il metallo.

Ad ogni colpo, briciole di metallo volavano via, rivelando nuovi spigoli.

In quel momento mi sentii un estraneo e feci per andarmene, dando un'ultima occhiata di congedo all’interno della botteguccia, come se fosse importante per me, ricordarne i particolari.

E così, in alto a sinistra, notai, la fiammella sperduta e boccheggiante di un lumino ardere davanti ad una immagine sbiadita, incorniciata nel legno.

Me ne andai, chiedendomi cosa o chi fosse.

In macchina, automaticamente presi il mazzo di chiavi di riserva dal cassetto sotto il cruscotto e solo allora compresi che il vecchio aveva subito intuito che mentivo, cioè che già ne avevo una copia.

Misi in moto, come defraudato di qualcosa di mio, di legittimo.

Magari della mia sacrosanta libertà di mentire.


Per due o tre giorni evitai di ripassare, quasi avessi timore o ... mi vergognassi.

Poi una sera al bar, con gli amici decidemmo di andare a mangiare ad un Pub che avevano aperto da poco nella zona vecchia della città, in una stradina chiamata Salita delle Croci.

Nonostante i rozzi tavolacci senza tovaglia, mangiammo discretamente bene grazie allo 'chef', ex cuoco di bordo, ex pugilatore, ex un po' di tutto.

Così facemmo onore al goulash e alla birra alla spina, tanto che all'uscita eravamo piuttosto malfermi sulle gambe.

Così per schiarirci le idee, decidemmo per due passi a piedi.

Le strade, lastricate di pietra, erano deliziosamente deserte perché quella parte dalla città va a letto presto.

E sul tardi, quei vicoli antichi prendono a popolarsi di poche peripatetiche e qualche travestito a caccia di clienti.

Mi accorsi della bottega del Chiavaio, solo quando ci fui davanti.

Le solide porte marroni adesso erano sprangate dall'interno e l'unica luce filtrava attraverso l'enorme buco della serratura.

Senza starci troppo a pensare mi chinai a guardare e la luce si rivelò quella di una vecchia lampadina, di quelle che ormai non si fulminano più, nemmeno a farvi dispetto.

Appesa ad un filo grigio di polvere e di anni, scendeva fin sul banco per permettere al vecchio di leggere un libro senza più copertina.

Alle sue spalle il separé era già ripiegato e mostrava un letto più bianco di quello di un ospedale e con le spalliere di ottone brunito.

Così la bottega per il vecchio era tutto, anche la casa!

Stetti lì piegato forse per qualche minuto, finché il Mastro Chiavaio non alzò la testa bianca e ossuta.

Due occhi grigi e attenti si fissarono nei miei attraverso il buco della serratura, per mettermi a nudo l'anima.

Schizzai indietro, quasi colpito fisicamente e corsi verso il gruppo di amici già lontani, quasi a cercar protezione da una notte non più tanto amica.

Forse era affetto della birra, ma ero convinto che mi avesse riconosciuto, anche se più di un occhio non poteva aver visto.

A quell’ora di notte, complice la luce gialla dei lampioni, Reale ed Irreale scivolavano per mano sotto gli archi levigati dal tempo.


Un po' per curiosità, un po' per dimostrare a me stesso quanto fossi stato sciocco a scappare la sera prima, il mattino dopo, di buon'ora andai a bottega.

Le chiavi erano lì ad aspettarmi.

Mentre pagavo (una somma irrisoria dato i tempi) il mio sguardo corse da solo all'immaginetta in lato a sinistra.

- Cos’è - chiesi con calcolata noncuranza, - è un santino?

Il vecchio si girò, quasi non ricordasse la cornice affossata nell'ombra, poi tornò a fissarmi come se fossi roba di poco conto.

- È San Pietro, - disse con voce incolore e tornò (o fece finta?) al suo lavoro.

Fu una cosa spontanea se proruppi in una risata bassa, ma sincera e incontenibile.

- Già, San Pietro, - mormoravo giocherellando con le chiavi nuove di zecca, - dovevo immaginarlo … con le chiavi del Paradiso.

E già che trovavo la cosa divertente, continuai indicando l’interno della bottega.

- Ehi, qui forse ci possono essere anche tutte le matrici di questo mondo, ma le chiavi del Paradiso, quelle, eh, sapreste farle? - e intanto ridevo compiaciuto dello scherzo.

Qualcosa, in un angolino della mia mente mi stava però sussurrando che forse il vecchio se la sarebbe presa a male e infatti quello interruppe il suo lavoro, fissandomi in modo che, anche se non era apertamente ostile, certo amichevole non sembrava.

Forse non aveva il senso dell'umorismo, o molto più semplicemente, non riusciva a ridere di sé stesso.

Mi era passata la voglia di ridere e stetti lì lì per andarmene quando il vecchio Mastro Chiavaio alzò un dito, come se volesse trattenermi o come se, si fosse ricordato di qualcosa a cui stava pensando da un bel po'.

Si alzò (era magro e piccolino) e si perse nelle ombre che crescevano eterne alle sue spalle.

Lo sentii (più che vederlo) armeggiare per un minuto buono o forse più, poi la testa fece capolino dall'orlo di un sacco, muovendosi a scatti, come quella d'un burattino riuscito male. E per un attimo, i suoi occhi sembrarono brillare di una luce interiore che aveva finalmente deciso di cimentarsi con quella del giorno.

- Venga la prima domenica del mese prossimo, - disse, e quasi sorrideva di gioia infantile - e le dimostrerò che qui abbiamo davvero Tutto!

Poi la testa scomparve ancora e il tramestio ricominciò; sapevo che non sarebbe venuto fuori facilmente.

Da parte mia non seppi cosa rispondere, perciò lasciai le monete sul banco e me ne andai.

Mentre guidavo nel traffico, rimuginavo sulle parole del piccolo vecchio Chiavaio.

Forse non avrei dovuto prenderlo in giro sul suo lavoro; forse non sapeva stare allo scherzo; forse non aveva capito, o forse aveva capita benissimo: e a suo modo mi aveva ripagato con la stessa moneta … prendendomi in giro.

Oppure era un pazzo … oppure (e avevo paura anche a pensarlo) c'era una debole ma fantastica possibilità che facesse sul serio … che davvero avesse Tutto. E l'unico modo per sapere cosa realmente avesse voluto dire, era di far passare il tempo.

Di aspettare quella prima domenica del mese prossimo.

Confesso, che i miei timori (infondati naturalmente) il giorno dopo erano già svaniti più in fretta della neve al sole. Avevo dei progetti da consegnare e le scadenze erano ormai prossime, per cui nei giorni che seguirono fui completamente assorbito dal lavoro, al punto tale che se non avessi segnato in rosso la prima domenica di novembre, non mi sarei mai ricordato del pazzo appuntamento col vecchio.

Passai la maggior parte della domenica a fare il pari e dispari, se andare o meno.

Era un po' come quando hai una premonizione su come andrà a finire una determinata faccenda; per scoprire se hai avuto ragione o torto, ti tocca per forza andare fino in fondo.

Così quando mi decisi, erano ormai le sette e mezza e già cominciava a fare buio.

Il quartiere dell’Arcivescovado mi sembrò più tetro e deserto che mai e anche le luci e le voci del pub erano troppo lontane per potermi confortare.

Le porte della bottega erano ancora spalancate e la lampadina illuminava appena il disordine ordinato che arrivava fin quasi alle spalle del vecchio.

Forse perché era domenica, forse perché era un giorno speciale, il piccolo Mastro Chiavaio s'era agghindato a festa.

Era tutto stretto in un vestito nero dal taglio arcaico, che il tempo aveva reso lucido e liso in più punti.

Non potrei giurarci, ma sembrava essersi fatta anche la barba. Sulle prime non vidi il bambino. Lo sentii prima.

Era seduto in un angolo della bottega, su una sediolina fatta apposta per lui e mi volgeva le spalle. Era tutto imbacuccato in quello che sembrava un maglione di lana grossa, dalle maniche troppo lunghe; e portava un cappello uguale.

Cantilenava a bassa voce e non riuscivo a capire le parole. Era giusto poco più di un sussurro, su poche note facili e ripetute con monotonia, ma chissà perché mi piacque e mi sentii meglio, nel senso che, i miei stupidi timori si erano diradati.

Chissà perché la presenza di quel bambino mi rassicurava.

Intanto il vecchio vedendomi timoroso e un po' impacciato sulla soglia della bottega, mi sorrise un po' trionfante.

- È pronta! - disse, e la voce tradiva tutta la tensione interna. - È il capolavoro di una vita!

Mi accorsi che aveva tenuto le mani dietro la schiena per tutto il tempo, solo quando le tirò fuori insieme all’astuccio.

Era di quelli là rigidi come quelli portastrumenti, ed era rivestito di raso blu o nero.

Ricordo di aver sentito lo scatto della piccola cerniera d'ottone lucida (rifletteva la luce della lampadina) e poi il cuore prese a battere furiosamente e il sangue accelerò la sua corsa.

L'interno dell'astuccio era. In raso (rosso) ed era modellato sulla forma della … Chiave d'Oro.

O almeno, credo che fosse tale.

Perché era troppo grande per essere stretta da mani umane.

Perché era troppo brillante, come se risplendesse di luce propria … una luce calda, amica, quasi viva.

Perché era bella, troppo bella, come ... come lo può essere solo una Chiave forgiata nel calderone dell'Arcobaleno.

Era tutta intarsi, spigoli, gradini, curve, ideogrammi e …

Mi accorsi che avevo teso le mani in avanti, mentre la cantilena del bimbo ora era più forte di qualche ottava.

Il vecchio Mastro Chiavaio, con un gesto da rituale, rovesciò il contenuto dell'astuccio nelle mie mani e … mi sembrò di stringere una nuvola o uno sbuffo di fumo,

Sentivo solo un gran calore che mi saliva lungo il corpo, attraverso le braccia e i miei occhi diventarono troppo pesanti per seguire con chiarezza gli ideogrammi e le sfaccettature che crescevano lungo la Chiave.

La lampadina cominciò ad ondeggiare, come la fiamma d'un cero tormentata dal vento, e mi sembrò di guardare l'interno della bottega attraverso uno specchio deformante.

Mi sentivo stranamente leggero, e qualcosa dentro di me, qualcosa d'importante, cominciò a divincolarsi quasi volesse venir fuori.

Così, ricordai di quella notte ... Allora avevo provato quasi le stesse sensazioni.

Abitavo ancora alla vecchia casa e i miei genitori erano giovani e io facevo ancora le medie.

Una vecchia casa, metà attico, metà soffitta, 125 scalini per arrivarci, tanta umidità d'inverno e tanto sole d'estate.

Era in alto e affacciava sul mare, sul parco di una villa padronale e sulla destra la montagna con la Croce di Luce.

Una notte d'inverno mi era svegliato, così senza una ragione o forse perché avevo risposto ad un richiamo inudibile e primordiale.

La luce della luna inondava la stanza e sembrava chiamarmi, discreta.

Il balcone era coperto da uno strato soffice di neve e non seppi resistere alla tentazione di uscire.

La neve, in una città di mare è abbastanza rara e quella era la prima nevicata della mia vita.

Il cielo era già sgombro di nubi e le stelle erano vivide e scintillanti come gioielli. Sugli alberi e i giardini del parco, la nevicata aveva lasciato una mano di bianco, e il chiarore della luna tingeva d'irreale le figure saltellanti di due gatti infreddoliti, che si rincorrevano giusto per scaldarsi, o forse solo per giocare con un giocattolo bianco e soffice che era una novità anche per loro.

Il mare poi, era qualcosa da mozzare il fiato.

Sembrava addirittura che tutte le costellazioni fossero precipitate a galleggiare sull'acqua e le grosse paranze che uscivano a pesca, si lasciavano dietro un luminoso serpente di fosforescenza che le seguiva lontano, fin dove arrivava la luce della luna.

Non ricordo quanto tempo stetti lì a subire quella magnificenza.

Mi ero dimenticato di tutto, anche che ero in pigiama.

Era tutto così bello, con tanti profumi nuovi e la notte e il freddo mi erano amici.

Qualcosa dentro di me allora, si agitava inquieto. Qualcosa che si sarebbe volentieri arrampicato su per i raggi di Luna. Qualcosa che avrebbe spiegato le ali tra gli alberi del parco e sarebbe volato su, sempre più su, fino alla Croce illuminata sulla montagna.

Qualcosa che si sarebbe tuffato tra le acque gelide, tra gli sbuffi di Luna e di Stelle, a giocare con le scie delle paranze, a …

Ora, quelle sensazioni erano più vive, più nette, più vissute. E potevo scorgere una coppa rovesciata, immensa come l'Universo, luminosa come una Nova, che incombeva su di me con la sua presenza di Luce calda, amica, viva …

Una Luce palpitante come un cuore, fatta di carezze, di respiri, di sensazioni, di pace, di ... indefinibile.

E c'era gente dappertutto, anche se non la distinguevo.

Gente viva, che mi chiamava, che mi amava, che aveva bisogno di me.

E io volevo salire, io potevo salire, perché avevo …la Chiave d'Oro, la Chiave del Paradiso …


- La Chiave! - l'eco si insinuò prepotente come una tempesta, ridestando i sensi sopiti ed ebbi una rapida e fuggevole visione di ciò che mi circondava.

Il vecchio era ancora lì, in piedi, dietro al suo banco e sorrideva, alimentato da una eccitazione quasi perfida.

Dietro di lui, sul lavello candido come la neve, una fila di topi sudici seduti sulle zampe posteriori, se ne stavano a guardare, come catturati da un Incantesimo topino.

Il bambino, si era alzato e non mi voltava più le spalle.

Alla luce scarsa della lampadina, il viso era grinzoso e scavato, come quello d'un vecchio marinaio.

Ed era coperto di peli, corti e rossicci.

Le labbra piccole, si schiudevano appena per continuare il laccio ipnotico della cantilena, mentre le piccole mani dalle dita callose, snocciolavano con destrezza i grani di un rosario di perle nere come l’ebano.

Gli occhi erano piccoli, dalle iridi sconvolgentemente rosse come due piccole braci maligne.

Era troppo!

Lasciai andare la Chiave, (ma era davvero tale?) come se fosse una serpe o un tizzone ancora caldo, e scappai in preda al più sacro e genuino terrore.

Non urlai, giusto perché il fiato non mi usciva.

In quel momento di panico, un piccolo quanto assurdo meccanismo sensoriale (che aveva continuato a funzionare a dispetto del corto circuito generale) provò a sussurrarmi che non si era sentito il suono della chiave che avrebbe dovuto toccar terra, ma erano considerazioni terribilmente fuori posto in un corpo tutto teso nella sua corsa verso la salvezza. (?)

Giurerei di non essermi voltato indietro, eppure mi sfiorò l'immagine di un vecchio stanco, che stringeva qualcosa di luminoso che s'andava spegnendo, come morendo.

E di un bambino vecchio di qualche millennio, che spariva in una botola del pavimento sudicio, seguito da una fila di topi imbambolati.


Tornai solo dopo molto tempo, furtivo e timoroso come un assassino che ritorni sul luogo del delitto.

Di giorno e in compagnia, sembrava tutto meno brutto e meno irreale.

Le grosse porte marroni, erano chi use e probabilmente per sempre.

Ad una vecchia fruttivendola, chiesi notizie del Maestro Chiavaio.

Mi disse che era morto, mentre si segnava la fronte, le labbra e il cuore col segno della croce.

Stette lì lì per aggiungere qualcos'altro, poi vi rinunciò con una scrollata del suo scialle rosso. E il suo sguardo mi seguì con sospetto, finché non fui fuori della bottega.


Quando penso a ciò che accadde quella sera, finisco sempre per guardare afflitto i segni che mi rigano il cavo delle mani.

- Sembrano i segni di un'ustione perfettamente cicatrizzata e rettilinea, - mi ha detto un amico medico. - Come se avessi stretto un ferro rovente.

E a me, venne una voglia terribile di dirgli tutto.

Di raccontargli di un vecchio Maestro Chiavaio; e di uno Gnomo dagli occhi rossi; e di una platea di topi di fogna e … di una Chiave fantastica, una Chiave d'Oro … la Chiave del Paradiso.

E di come, io abbia avuto paura di volare fin lassù.


da "The Time Machine" n. 1/’79






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