Il tempio nella foresta
di Roberto Beltrami
"Alte vette lontane, verdi foreste, morene di roccia argentata e torrenti azzurri che riflettete la potenza vitale di un sole amico
e la dolcezza notturna delle stelle
in voi io mi voglio fondere con lo spirito
e vivere della vostra energia indispensabile
fino a che la soluzione non mi sia dinnanzi"
Belj Savar
Il giovane si inginocchiò davanti al Santo e attese; quegli continuò con le sue preghiere ancora per un poco, poi si volse e posò lo sguardo sul ragazzo, come se lo vedesse per la prima volta, e lo considerò per intero col suo sguardo assente ma vivo e luminoso.
- Come ti Chiami? - gli chiese dopo qualche istante.
- Maidan, o Santo.
- Perché hai fatto questa scelta? Cosa provi nel trovarti qui?
- Scelsi questa vita quando capii essere ogni altra vana per il completamento dello spirito dell'esistenza. Sento che questi luoghi mi saranno familiari dopo poco tempo, e che in essi io potrò iniziare lo studio vero per arrivare al massimo della sapienza.
- Non esiste un massimo della sapienza – ammonì il Santo.
- È vero, maestro. Volevo dire fino ad una maggiore sapienza, per il poco che mi consente il mio debole spirito.
- Nessuno spirito è debole. Esistono spiriti poco coltivati e altri maggiormente eruditi.
- La tua saggezza è immensa. Il tuo spirito è grande, aperto, colmo di sapere: o Santo, ecco cosa mi propongo, di imitarti nello studio e nell'applicazione quotidiana dei nostri principi.
- Il mio spirito non è che la metà di ciò che sarebbe se la sapienza fosse entrata in esso con studi più perseveranti e lunghi, come alcuni grandissimi, sono riusciti a fare. Ma la vita è breve, troppo breve, e quando si arriva ai confini della soluzione, l’energia ci lascia per entrare altrove, e Colui che è al di sopra di Tutto ci chiama a rendere conto della nostra vita e decidere se della nostra anima debba rimanere l'impronta.
- Ed allora vedremo la soluzione. Non ci arriveremo inconsapevolmente, ma felici di poter portare al culmine, anche per poco, la nostra sapienza.
Dopo aver udito questa assennata frase, il Santo- si chinò e abbracciò il giovane:
- Sono contento di averti qui. Ma ora il mio spirito mi chiama al raccoglimento e alla preghiera, quindi ti lascio.
Garj, accompagna questo giovane alla sua camera.
Il Santo si volse e camminò leggermente, diretto al sentiero che conduceva alla foresta, mentre alcune note di strumento a fiato si spandevano languide per i corridoi e le stanze dell’edificio.
E il Dio della creazione disse:
- Deve dunque essere l'unico? Ma no, non sarebbe giusto. - E ciò detto gettò i semi della vita in quella zona che va da Deneb ad Altair. Poi, in uno stato di euforia, prese a gettarne anche altrove, tutt'intorno.
. E in alcuni posti i semi germogliarono bene, in altri male, e in altri morirono. Poi il Dio buono si guardò intorno e disse:
- Così doveva essere. Fortunati coloro che riuniranno, tramite sé stessi, le trame che io ho sparpagliato. Gli si apriranno tanto gli occhi, su visioni tanto abbaglianti, da rimanere accecati, ma benediranno l’atto della loro nascita, e il sommo creatore.
anonimo
Il giovane Maidan seguì con gli altri allievi (non più di una decina, su per giù della sua età e provenienti da tutto il continente) la passeggiata del Santo lungo i sentieri della foresta, punteggiata da soste per permettere la conversazione. Erano passate due stagioni da quando era arrivato lassù, e in seguito agli insegnamenti del Santo sentiva con diverso orecchio tante cose che prima gli parevano scontate, pensava con maggior rendimento e viveva con gli altri in perfetta armonia. La lezione odierna trattava l'acuizione dei sensi, e il gruppo camminava nella boscaglia ascoltando i fruscii delle piante e il linguaggio degli animali, quando sbucò in una piccola radura, nel centro della quale si ergeva una singolare costruzione: bassa, piatta, di pietra ben levigata, pareva avere una pianta circolare, e appariva sfumata ai bordi e leggermente rialzata in centro.
Sul rialzo centrale anzi si notava un corto pennone di ferro lucidissimo, che rifletteva i raggi solari. Gli allievi interrogarono il Santo, il quale rispose:
- È il maggior luogo di culto della regione. Ne esistono altri molto lontano da qui, ma non vi sono mai stato. Fu eretto dai nostri antenati moltissimi anni fa.
- Cosa contiene, Santo? E perché fu eretto?
- Fu eretto sui consigli dei grandi maestri. Contiene sette bare, in una delle quali riposa un maestro morto qui. Vi potrete entrare, ma dopo che ne avremo parlato più a lungo, un'altra volta.
- E quell'asta che vi è al centro?
- Ignoro il suo uso. Termina in una stanzetta, l'unica che non sia a livello del terreno, essendo rialzata, nella quale non si può accedere, non essendoci ingresso.
- E chi erano dunque i maestri?
Il Santo stette un poco a pensare, quindi disse:
- È di questo che volevo parlare con calma. Lo faremo domattina nella sala, con l'aiuto di alcuni anziani, figli dei figli dei Santi che impararono il Modo di Vita dai Maestri.
L'indomani, radunati nella grande sala, gli anziani e il Santo erudirono i giovani sulla venuta dei Grandi Maestri scesi dalle stelle. E da quel momento Maidan non riuscì più a pensare ad altro.
Nierek si portò vicino al monitor di rotta e vi rimase alcuni istanti. Verificò le coordinate, dette alcuni ordini, parlò con N’ubi e se ne andò. Entrò con discrezione in una cabina:
- È permesso?
- Vieni, figlio mio. Ci sono novità?
Colui che parlava era un uomo molto vecchio, dall’aria saggia e veneranda. Era coricato su un campo di sostegno concepito apposta perché non avesse da soffrire il minimo attrito per i movimenti che faceva.
- Stiamo per arrivare, - rispose Nierek. Il vecchio si illuminò per alcuni secondi, quindi il suo volto si ricompose, e disse con calma:
- Stiamo per arrivare … di nuovo colà, così lontano ... Sono contento, Nierek. Contento di esserci arrivato ancora vivo.
Quella sera Maidan e i suoi amici, salutato il Santo che andava a riposare, si radunarono in una saletta posta alla sommità della breve cupola tronca che sormontava l'edificio; dalle piccole finestre si scorgevano i monti brillare di un riflesso siderale, avvolti in un manto nero punteggiato di stelle dalla luce vivissima e tremolante, e culminanti in picchi perennemente innevati.
Maidan aprì l'imposta di legno consumato dai venti, e si sporse a guardare il cielo: 1assù, tra le altre, vi erano le stelle dalle quali erano scesi i maestri, nel passato.
Potevano essere quelle, o forse quell'altro ammasso dalla forma familiare, o forse era una sola, distante e poco visibile … Ma no, avevano parlato di un grosso conglomerato di soli azzurri e caldi, impolverato di nubi di gas che li univano in una tenue tela di ragno. Maidan non riusciva a capacitarsi della distanza che poteva separare il suo pianeta da quell'ammasso; solo se si concentrava e fissava quelle deboli stelle meravigliose, la sua mente, ora leggermente più esercitata, percepiva come una vertigine di vuoto insondabile, non uniforme perché alterato da varie … densità, poteva chiamarle così, che davano un'idea dell’Universo piuttosto terrificante. Senza la minima ombra di dubbio, non sarebbe mai penetrato in quelle profondità.
Richiuse le imposte e raggiunse gli amici che, seduti attorno al disco luminoso proiettato da una grossa lampada di bronzo appesa al soffitto, parlavano già degli avvenimenti della giornata. Si perse ancora qualche istante nell'osservare i giochi d'ombra creati dei bassorilievi sulle pareti, e la sottile colonnina di fumo azzurro che si levava dalla lampada e saliva alla sommità della camera, spandendo un lieve odore di olio bruciato; quando la conversazione cadde su argomenti più interessanti, decise di entrarvi.
- Se, effettivamente, scesero dalle stelle, con che mezzi viaggiavano, adunque? - chiedeva uno.
- Probabilmente su carri trainati da forze a noi ignote - rispondeva l'altro.
- Forse energie generate dai loro stessi cervelli. Il Santo ha detto che i migliori studiosi riescono a levitare e spostarsi.
- Sì, ma ha anche deprecato simili esibizionismi. L'uso della mente va riservato a scopi migliori. E poi occorrerebbero molti uomini e terribili sforzi per muovere un carro come quelli descritti. Ci pensate? Un oggetto delle dimensioni del tempio nella foresta.
Si, ma la medesima energia può forse essere prodotta con altri sistemi.
Io penso che molti interrogativi troverebbero risposta nel tempio stesso. Perché il Santo non vuole ancora introdurci?
- Avrà le sue buone ragioni. Ma perché pensi di trovare laggiù una risposta a questi interrogativi? Si tratta di un luogo sacro, inviolabile. Non sarò certo io a entrarvi senza il permesso del Santo.
- Ma il Santo non ce l’ha vietato: ha solo detto che voleva ancora parlarcene – si intromise Maidan.
- Giusto. Non nascondo che visiterei volentieri il tempio. E vi dico che ci andrei stanotte stessa.
- Non fare pazzie, Burcka, la foresta pullula di bestie feroci, a quest'ora. Un uomo che si addentri nella boscaglia ha una possibilità su mille di tornare.
- Si hanno più possibilità se si è in tanti - disse Maidan.
Esatto. Perché non ci andiamo tutti? - incalzò Burcka.
I dieci giovani rimasero muti per qualche secondo, quindi il più anziano prese la parola:
- Ascoltate la mia proposta: attendiamo il mattino, chiediamo al Santo di condurci al tempio e a seconda della risposta decidiamo, domani sera, all'unanimità, il da farsi. Non comportiamoci come dei bambini.
- La proposta di Garj mi sembra soddisfacente. - disse un altro.
- Anche per noi.
- Credo sia la cosa migliore, - disse Maidan.
- Mi va bene. Non ho certo fretta, e voglio agire solo con il vostro consenso. Ne riparliamo domani, - concluse Burcka.
L’indomani il Santo accondiscese, e il drappello prese la via della foresta. Dopo aver camminato in silenzio per un buon tratto, il Santo si fermò e si sedette, subito imitato dai giovani che si disposero a semicerchio tutt'attorno.
Parve riflettere per un po', quindi alzò il capo, e lentamente prese a parlare, circondato dal silenzio più assoluto.
- Ponete il caso, - disse - di non essere nati qui. Vi dissi che non è possibile, da qualunque punto di vista, che il nostro mondo sia il solo, nella vastità (inconcepibile per le nostre poco coltivate menti) dell'universo, ad ospitare esseri viventi. Voi vedete sopra le vostre teste un numero infinito di stelle fisse: sono molto lontane, quale più, quale meno, ma tutte per noi irraggiungibili. Ponete dunque il caso di essere nati su un mondo appartenente a una di quelle stelle. Vedete voi Rigel? È una stella molto potente, la sua energia può essere percepita fin da qui e assorbita a beneficio dell’organismo, come feci una notte fa. La potevo sentire, più forte delle altre, mentre entrava nella mente e leniva i dolori causati dalla fatica.
E Betelgeuse? È una stella stanca, sul finire della propria lunghissima vita. La sentii pulsare irregolarmente, in uno dei suoi periodi di massima luminosità, come per comunicare la propria agonia. Ma Betelgeuse ha in realtà passato un momento in cui era forte come Rigel. Bene, io vi dico che se foste nati presso Rigel, la vostra vita sarebbe del tutto differente: su un pianeta arso, abitabile solo verso le regioni polari, vi guadagnereste una vita di stenti con la fatica quotidiana, e della vostra primitiva civiltà, se avesse la ventura di sopravvivere, godrebbero i frutti solo i vostri più lontani discendenti.
Al tra cosa presso Betelgeuse: lì i discendenti, molto progrediti dopo millenni di civiltà, sarebbero in grado di cercare asilo presso nuovi mondi, essendo il loro troppo freddo, climaticamente instabile e malsicuro. E con mezzi a noi ignoti varcherebbero i confini dell'universo. Ponete di essere tra quei naviganti: trovandovi al cospetto del nostro mondo, che al vostro confronto è ancora semibarbaro, cosa fareste?
- Sbarcheremmo e cercheremmo di intavolare un dialogo con i nativi, - disse Garj.
- Che genere di dialogo?
Garj parve esitare; Burcka ne approfittò per introdursi.
- Cercheremmo di presentarci vicendevolmente con i nativi, per poi cercare di istruirli ad una vita migliore.
- Ma ciò comporta che tu ti ritenga superiore. E invece potrebbero essere loro ad insegnare a te.
- Ma la nostra civiltà è più antica, e quindi noi abbiamo più istruzione ed esperienza, - riprese Garj.
- Non importa. La tua civiltà può essersi evoluta in un certo senso, tralasciando aspetti molto importanti, che nella mentalità dei "primitivi" sono ancora presenti. Dunque?
Questa volta fu Maidan a prendere le redini:
- È mio parere che dovremmo studiare la civiltà con cui siamo venuti in contatto …
- Come se fossero animali esposti al serraglio? -intervenne duramente il Santo.
- No, quant'è vero il cielo, bensì con un dialogo aperto e vicendevoli spiegazioni. In seguito, se saranno gli stessi nativi a volerlo, li si istruirà.
- Bene. Quale tipo di istruzione si impartirebbe?
Dall'altra parte del semicerchio un discepolo disse:
- Gli insegneremmo ad amarsi e rispettarsi, a curarsi nel modo giusto, a leggere e scrivere, lasciando loro molti libri, a coltivare la terra nel modo più razionale, e tante altre cose, il meglio della nostra civiltà.
- E non alterereste così il loro naturale sviluppo?
- No, perché se ben istruito, eviterebbero secoli di lenta transizione verso la civiltà, con risparmio di sofferenze, e si verrebbero così a creare le premesse per un mondo che non sappia cos’è la guerra. Il che sarebbe un passo enorme.
- Mi sembra giusto. Ma se i nativi reagissero con le armi alle vostre istruzioni?
- Sgombreremmo la piazza. Inutile rischiare delle battaglie per nessun risultato. - disse Garj.
- E perché? Forse che la creazione di un mondo eccezionale non varrebbe qualche sacrificio? - ribatté uno dei discepoli.
- No, - intervenne il Santo - poiché qualunque atto violento genera una risposta simile. La presenza dei "naviganti venuti dal cielo" sarebbe considerata come l’occupazione di un esercito straniero, di cui ci si deve solo sbarazzare.
Molto bene. Ora ascoltate … - il Santo raccolse i pensieri, socchiudendo gli occhi, poi adagio adagio le sue labbra si mossero di nuovo e parlò:
- Moltissimi anni fa, tutto questo accadde. Come sapete già, dalle stelle scese un piatto d'oro, e da esso uscirono i maestri. I maestri impararono rapidamente la nostra lingua e ci parlarono a lungo del loro mondo, un mondo dove per spostarsi usano piccoli carri che volano, dove esistono colossali piatti che portano gli uomini da un mondo all’altro, dove la fatica è scomparsa, la guerra è scomparsa, la fame e le malattie sono scomparse. Ma anche i sogni sono scomparsi poiché tutti realizzati, e il pensiero è inaridito, poiché volto unicamente alla soluzione di problemi matematici e pratici; un mondo perfetto dove però non c'è più arte, filosofia, pensiero fine a sé stesso. Quando i maestri ci capirono e noi capimmo loro, ci supplicarono di aiutarli. E per premio ci insegnarono tutte le scienze.
Fu una cosa meravigliosa, di cui i nostri antenati lasciarono scritto sui diari, perché venisse ricordata. Sta scritto dunque che i maestri scoprivano, grazie alla loro intelligenza eccezionale, doti di mente mai supposte. E questo di giorno in giorno, sotto la guida dei nostri Santi. E i nostri Santi appresero tutte le nozioni di astronomia e scienze naturali in altrettanto pochi giorni, lasciando scritti dei trattati che ora custodiamo negli archivi più sicuri. Ma questo non durò molto. Un giorno, alcuni dei maestri decisero di compiere un'ascensione su un monte, alla maniera nostra, cioè servendosi degli arti anziché dei loro mezzi straordinari. Una nostra guida li accompagnò. Giunti al borgo di Alipan, la gente fu presa da terrore alla vista dei maestri; uno di essi andò incontro ai montanari per parlare, ma qualcuno gli tirò una freccia. Colpita a morte, si spense poco dopo, fra l'incredulità dei compagni. Erano secoli che sulla loro terra non si parlava di morte violenta, ed ora essi non riuscivano a capacitarsi. Tornati qui, decisero, secondo una loro antica usanza, di lasciare la salma nella foresta, dopo averla chiusa in una speciale bara di cristallo, Allora i Santi vollero, come per scusarsi dell'atto ignobile compiuto dagli uomini, costruire un tempio dove porre la bara: il tempio che voi vedete. I maestri ultimarono la costruzione applicando l'antenna sul tetto, quindi dissero di voler partire. Fu allora che il più saggio dei nostri Santi, che erano sette. disse di voler offrire la propria vita, andando con loro, per riscattare il maestro morto a causa della ignominia umana. I maestri accettarono e la nave partì. Quando gli altri sei Santi morirono, furono deposti nel tempio, accanto alla bara del maestro.
Il Santo prese fiato, quindi si alzò lentamente.
- Su, è ora che vediate.
Il drappello si mosse e riprese la marcia tra gli alberi.
Nel silenzio degli uomini e della natura, la mente di Maidn fantasticava sulle cose che il Santo partito con i Maestri doveva aver visto nello spazio e poi sul pianeta lontano … visioni inimmaginabili, che non sarebbero state date a nessun altro. E com'erano questi Maestri? Sarebbe inorridito nel vedere la salma del morto? E a cosa serviva l'antenna sul tempio? Il sole ormai alto filtrava dal fitto fogliame delle mangostane e dei banian colossali che formavano delle volte di rami sulle loro teste, chiudendo la vista al cielo. Il Santo si orientava ugualmente bene e camminava a passo lesto verso una direzione ben precisa. Ancora un poco, quindi si aprì una radura: al centro, solidissimo, in attesa della consumazione dei secoli, si ergeva il tempio, dalla forma sfuggente, ora più che mai carico di mistero.
Il drappello si avvicinò all’ingresso: questo era costituito da un'apertura sbarrata da una porta di granito, apparentemente inviolabile; il Santo appoggiò entrambe le mani su un riflesso ornamentale scolpito sulla destra, premette con forza, e l’uscio scivolò dolcemente verso l’interno.
Entrò silenziosamente, seguito dai discepoli. L'interno della costruzione era quanto mai strano; v’era un’unica grande sala a pianta circolare, con soffitto basso, del tutto priva di finestre, porte, ornamenti o rilievi; dal centro del soffitto pendeva un globo di cristallo liscio e dal colore azzurrognolo, che spandeva una luce appena sufficiente a vederci. E tutto attorno, allineate al muro perimetrale, v’erano le bare: erano sette, di cui una ben diversa dalle altre.
- Seguitemi, Queste sono le tombe dei Santi che noi onoriamo con le nostre preghiere: qui riposano coloro che ci lasciarono i libri della sapienza, i diari di vita, il codice del Karma. - Il Santo camminava adagio, senza far rumore. I giovani lo seguivano timorosi, non sapendo quello che ancora avevano da vedere e che tanto avevano atteso. Poi il Santo si fermò davanti alla bara di cristallo. Un'espressione di estrema tensione si era disegnata sul suo volto, mentre i giovani guardavano l’"uomo", quali stupiti a causa della sua figura, quali al tri mutamente terrorizzati: dentro la cassa trasparente, sdraiato in una posizione di perfetto savasana, stava l'uomo che non era un uomo, lungo, o meglio alto, circa due metri, le braccia stranamente corte, la testa grossa e perfettamente sferica.
Era completamente ricoperto di una tuta azzurro-metallizzata, e la testa era protetta da un elmo dello stesso colore dotato di due aperture per gli occhi: erano queste ultime a far maggiormente rabbrividire i giovani perché in una tenue trasparenza lasciavano vedere i due occhi scuri e tondi, come fossero aperti e guardassero la strana sfilata di uomini che procedeva accanto alla bara.
- Ecco il maestro. Colui che l'ignominia e l'ignoranza degli uomini hanno ucciso, riposa sereno accanto a noi. Da allora non è cambiato niente; il lume splende per la sua energia sconosciuta, i corpi non si decompongono, e l'aria si mantiene sana come se fosse continuamente cambiata. Qui sopra in una stanza inaccessibile, vi sono gli apparecchi che posero i maestri, per quale fine non possiamo sapere. - Il Santo era ancora teso, parlava da molto lontano, immerso nelle sue riflessioni. Poi si volse e camminò verso l’uscita.
- Seguitemi, è tempo di rincasare. - disse con la voce di sempre. I giovani uscirono, muti come erano rimasti per tutto il tempo, e la porta fu richiusa.
Che vidi io allora?
Un globo lontano ed azzurro, meraviglioso, circondato da un'aura tenue e multicolore …
E allora capii.
Grande pianeta della mia vita, piccolo seme
di un melograno grande come la creazione
e pesante come l'apocalisse ti lascio.
Mi perdo negli spazi e nei pensieri e capisco
E ora sì, mi fondo nel tutto con lo spirito,
ma la soluzione non mi sarà mai dinanzi.
Belj Savar
Il vecchio posò il libro, bevve qualche sorso d'acqua, quindi si adagiò sul campo di forza.
- Mi sento stanco. Sento che l’epilogo della mia lunga esistenza è prossimo. Arriveremo in tempo?
- Sì, stiamo per arrivare.
- Ah, se ce la facessi … ma non è possibile sfidare le leggi della vita per tanto tempo e con tanta audacia; e sento di avere ancora da fare tanto … Ascolta, Nierek.
- No, mio maestro, ti affatichi a parlare!
- Se m'è rimasto così poco alito, è bene che lo destini proprio a parlarti, e non a vivere ancora un secolo e mezzo. Ascolta.
- Non è necessario che mi spieghi: ho compreso.
- Molto bene. Ma non basta; c'è un altro incarico per te, una volta laggiù.
Il vecchio dall'aria veneranda e sapiente parlò ancora con Nierek, poi si addormentò. Il capitano uscì, chiuse con garbo la porta e andò in sala comando. N'ubi, che era ai controlli, lo vide e capì subito tutto.
- Ce la farà? - chiese.
- Non so. Con tutta la nostra scienza, non possiamo garantirne l'arrivo.
- Beh, abbiamo già fatto molto. Ha vissuto per ….
- Sì, sì, lo so. Ma un simile uomo non dovrebbe morire mai più.
Il capitano Nierek si allontanò lentamente verso l'uscita dopo aver dato un'occhiata distratta ai quadranti, più che altro per darsi un contegno. Ma N'ubi capì che era commosso?
La sala si riempì rapidamente: tutti gli allievi vi entrarono a gruppi, parlando fra loro, sedendosi in cerchio tutt'intorno alla pedana, mentre alcuni altri terminavano di accendere i lumi ad olio e le stecche di pasta di sambuco, che cominciavano a spandere luce e profumi tenui e dolcissimi. Per ultimi entrarono i monaci, seguiti dal Santo, che andò ad accucciarsi in un angolo della sala in disparte. I monaci si accomodarono sulla pedana e la funzione ebbe inizio: erano quattro, ognuno munito di uno strumento; il primo percosse ritmicamente un tamburo che teneva poggiato su un lungo puntale, subito imitato dal secondo.
Il terzo e il quarto rimasero in silenzio, tenendo sulle ginocchia le trombe di legno intarsiato che avevano portato con sé. Poi i tamburi tacquero, e la sala piombò nel silenzio più totale. Dopo pochi attimi, dalla gola del primo monaco cominciò a uscire un debole suono, rinforzato subito da un altro cantato una quinta sotto dal secondo monaco. Mentre i suoni prendevano via via consistenza, penetrando nella mente dei presenti, gli altri due monaci impugnarono le trombe, suonando due note quasi esattamente della stessa altezza; le voci aumentarono d'intensità, quindi tacquero, mentre ricominciavano i tamburi, con maggior forza di prima. Poi la musica divenne interamente vocale: i quattro monaci cantavano, a intervalli di quarte e quinte, melodie ondeggianti, mai mosse più di mezzo tono sopra e sotto la nota dominante, in un crescendo costante. Di nuovo la sala piombò nel silenzio, rotto solo da un leggero suono armonico di cui i presenti non capirono la provenienza; riattaccarono i tamburi e poi le trombe, usate in modo da produrre dei battimenti, sicché il loro suono parve simile alla voce.
Con intervalli alterni, la cerimonia si protrasse per un buon tratto del cammino della Luna nel cielo notturno. Quindi, semplice come era cominciata, finì, e la sala si vuotò, lasciando echi lontani e profumi di olio e incensi.
Maidan e Burcka passeggiavano nel giardino, discorrendo, mentre le luci delle stanze si spegnevano e un silenzio siderale avvolgeva la pagoda e tutto ciò che era intorno, rotto solo dal fruscio delle foglie intorbidite da una brezza gelida.
- La nostra vita diviene sempre più interessante. Oggi ho persino avuto alcune percezioni che non mi erano mai capitate. - diceva Maiden.
- Cioè?
- Sentivo come se un fatto di vitale importanza fosse imminente, ma unicamente osservabile da un luogo che non conosco. E vorrei poter essere là per osservarlo, ma non so dove.
- Forse nel tuo stesso cervello.
- Non direi. Ma forse la mia mente potrebbe esserne a conoscenza nel più profondo dell'io.
- Dove, stiamo andando? - chiese Burcka.
- Beh, non è facile dirlo. Lo stesso Santo non lo sa e noi tutti studiamo per …
- No, no, intendo proprio dire dove andiamo adesso. Camminiamo da un po', ma non so quale sia la meta che hai scelto.
Maiden si fermò e si guardò attorno; unico particolare conosciuto, la pagoda alle loro spalle, ormai distante.
- Già, dove andiamo? Perché camminavo così?
- Possiamo provare ad andare avanti. Anch’io provo ora qualche sensazione, ma non so dire fino a che punto non sia paura.
>- Paura della foresta di notte'? O dell'ignoto? Entrambe si assomigliano, ma la seconda è più temibile, secondo me.
La foresta, dopotutto, non ha mai ucciso nessuno di noi, poiché la rispettiamo.
I due camminarono ancora; a un certo punto Burcka si fermò presso un banian, il cui tronco poteva misurare sei braccia di diametro.
- Lo ricordo. Sì, ci siamo: stiamo per arrivare al tempio.
- Giusto. Mi pareva che dovesse entrarci in tutto questo. Andiamo.
Alla fine, sbucarono nella radura; in attesa del cataclisma alla fine del tempo, il monumento ai maestri si ergeva, in tutto il suo terrorizzante fascino, in mezzo alla foresta. Burcka cercò il meccanismo per l'apertura della porta, lo premette. Questa scivolò di lato, e i due giovani entrarono.
- È là. Andiamo a vedere ancora il Maestro. È qui che sento la forza d'attrazione.
E quindi si ritrovarono dinanzi alla bara di cristallo: azzurro, presente, quasi vivo anzi, l'alieno riposava nel suo strano savasana, eterno risultato di un omicidio tipicamente umano, tanto umano da essere del tutto fuori posto.
Maiden diede sfogo ai pensieri.
- Una terribile compassione. La morte è nostra, noi la creiamo su altri con le nostre mani assassine: perché su un alieno? Perché su un maestro venuto per amarci?
- Maidan, ci guarda …
Il suo riposo è torbido. Morto lontano persino dal suo pianeta … E di una morte ...
- Maidan, ti dico che ci guarda! Ci sta fissando!
Maidan fermò il profluvio di parole. Un occhio tondo, nero, opacizzato dal vetro azzurro del casco, lo guardava.
- Si muove, ci guarda! - urlò Burcka.
- Sei impazzito? Non si muove, e …
Una vibrazione strana, densa, li fece tremare con tutto l'edificio, mentre da lontano un suono acutissimo si faceva sentire, ingigantendo rapidamente. I due non attesero altro; terrorizzati, corsero all'uscita, si slanciarono all'aperto; fuori, una luce intensa illuminava la radura.
- Maidan, guarda: un altro tempio!
Il capitano si sedette davanti ai comandi.
- Ecco, vedi? Indica esattamente sotto. Ci siamo.
- Hai ragione, mio buon N’ubi. Per il sistema! Ha funzionato fino adesso! Segui l'emittente e scendiamo.
- Certo. Bene, è fatta. Chi l'avrebbe detto che un’antennina da 12T fosse capace di farsi sentire fin quassù?
- I tecnici che la installarono su quell'edificio, con le celle per l'alimentazione e tutto il resto, erano capaci di fare miracoli. In senso tecnico, s’intende.
La superficie del pianeta si avvicinava a folle velocità.
Era notte, in quell'emisfero, e tutto appariva assolutamente nero; solo sullo schermo del computer appariva il quadrato di superfice sottostante come in piena luce, analizzato dalle sonde; in mezzo, un punto luminosissimo segnalava l'emittente.
- Porta a 160. - disse il capitano.
- Fatto. -rispose il terzo ufficiale.
- Atmosfera?
- Corrisponde alle previsioni: respirabile al 92%.
Non è cambiata, - commentò il capitano.
- Non vedo come potevano cambiarla gli autoctoni. A quanto si dice, l'inquinamento è inesistente. – disse N'ubi.
- Come la cambiammo noi? - replicò Nierek.
- Già, anche questo è vero …
Siamo a zero! - esclamò il terzo ufficiale.
Ferma! Bene, andiamo a vedere.
Tutti si spostarono verso gli oblò e guardarono sotto: nella radura illuminata a giorno, si ergeva ls costruzione che ospitava l'emittente.
- Eccolo. Quello è il tempio, dove giace uno dei nostri esploratori, ucciso dagli autoctoni. Si chiamava Haaren; non mancheremo di rendergli omaggio. Su, scendiamo.
Capitano! Capitano! Il Santo! - un marinaio entrò nella sala comandi come una furia.
- Che dici?
- Il Santo, capitano. Non ce l'ha fatta.
Erano sette. Alti, vestiti come quelli della bara. Erano scesi da una scala invisibile, ed erano entrati nel tempio, sorreggendo un involto che pareva contenere una salma. Uno di loro sembrava non riuscisse a trattenere le lacrime, ma erano tutti visibilmente alterati. Anche gli alieni piangono.
- Maidan, non possiamo stare qui. 0 dentro, o fuori.
- Hai ragione. Senti, andiamo a vedere. Io dico cha non ci faranno del male.
Sgusciarono fuori dal cespuglio e si avvicinarono all’ingresso del tempio. Maidan entrò subito, Burka lo seguì dopo un'istante di esitazione. Erano tutti attorno alla bara di cristallo: vi stavano deponendo qualcosa, ma non misero che qualche secondo a terminare l’operazione, chiudendo poi il coperchio come solo loro sapevano fare. Poi uno li vide.
Maiden si fece avanti, cercando di dominare la paura con tutte le tecniche che conosceva.
- Mi chiamo Maidan. Siete i Maestri?
- Sì. Venite avanti, senza paura. - la voce dell'alieno era normale, tranquilla.
- Sei un Santo anche tu? Da come rifletti, si direbbe di sì. È lontana la pagoda?
Erano loro. Sapevano della pagoda e capivano la mente degli uomini. Erano i maestri. Lui, così minuto, privo di importanza, ignorante e pur presuntuoso, aveva avuto l'ardire di interrogarli. Si gettò in ginocchio. Allora uno di loro, che aveva ancora il volto, strano e largo, irrigato dalle lacrime, gli si avvicinò.
- Vedi quella bara? Ora contiene anche la salma di un tuo antenato, vissuto per tanti anni fra noi. Ci ha insegnato molte cose. È morto dopo l'atterraggio, e il suo ultimo sogno non si è realizzato. Ma mi ha lasciato un compito, capisci?
- Capisco. - nella mente di Maidan. si era aperta una finestra, di colpo. Curioso come paragonasse quell'illuminazione della mente ad un atto così usuale al sorgere del sole.
- Ora andiamo. Portateci alla pagoda.
Il Santo parlò a lungo con i maestri, che si fermarono due giorni. Nierek gli spiegò le ultime volontà di un grande uomo che si chiamava Belj Savar, e che ora riposava nel tempio. E quando i maestri ripartirono, Maidan andò con loro.
Aveva con sé cinque o sei libri di pensieri e poesie, e la sua grande saggezza.
La sera dopo, accucciato nella sua stanza, il Santo cominciò a leggere il libro che Nierek gli aveva consegnato.
Si, è meraviglioso
Nella sua nebbia azzurra.
Ma è un nulla
un nulla davanti al cosmo immane
piccolo pianeta
Eppure c'è anche lui
e io lo amo …
Allora, forse, non mi perdo più nei pensieri
Ed ecco, finalmente, la soluzione mi è dinanzi
Belj Savar.
da "The Time Machine" n. 1/’79
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