Crebbe nel suo ventre
di Lorenzo Iacobellis
L’appartamento in cui Marta era andata ad abitare non era vecchio né nuovo, n è bello né brutto. Completamente anonimo e uguale a mille altri, era situato in un quartiere periferico, silenzioso e quasi morto, nelle cui strade passavano poche automobili, poche persone. Gli alberi rari e sparsi qua e là come se fossero cresciuti per caso erano sempre stranamente rinsecchiti e curvi. Perfino la primavera sembrava donare loro solo una parvenza appena accennata di vitalità e di nuova vegetazione e le foglie sui rami nascevano come stanche, stinte, senza il verde vivido degli altri alberi.
L’appartamento, arredato in modo convenzionale con mobili raccogliticci e scombinati, era piccolo, di sole due stanze.
Ma anche così era troppo grande per Marta. A lei sarebbe bastata anche una sola stanza, forse anche solo uno sgabuzzino.
Ogni mattina, puntualmente, automaticamente, Marta si alzava alle sei in punto, prendeva una tazza di caffè, si vestiva ed usciva, Senza fretta, come in un sogno che si ripetesse quotidianamente, raggiungeva la fermata dell'autobus e pazientemente attendeva, A quell’ora del mattino, d’inverno, tutto era ancora buio e si poteva udire il vento che si ingolfava nelle strade agitando dinanzi a sé un nero, scrosciante mantello di pioggia; d’estate invece, nella prima faticosa alba del giorno, si poteva udire talvolta il miserevole pigolio di alcuni piccoli, sparuti uccelli che saltellavano sui rami degli alberi morenti. Ma che fosse estate o che fosse inverno Marta non se ne accorgeva neppure. Ella non era più felice nelle dolci luminose mattine d'estate, né più infelice nelle piovose oscure mattine d'inverno. Per lei era uguale.
Per Marta tutto era uguale, e ogni cosa al mondo le appariva ugualmente opaca, oscuramente ovattata, senza luce.
Per vivere Marta lavorava e ogni mattina prendeva l'autobus per raggiungere il posto di lavoro che si trovava dall' altra parte della città, a quasi dieci chilometri di distanza. D’estate o d'inverno era sempre la prima a raggiungere la fermata dell'autobus. Alta, con il corpo prestante dai magnifici fianchi, attendeva silenziosa. Da lontano poteva anche sembrare una bella donna, da vicino invece quando era possibile osservare il suo viso, pur bello nei lineamenti, si notava in lei una inespressività così assoluta da sconfinare nell'ottusità, una apatia così totale da sfiorare la mancanza di vita. Non aveva ancora compiuto vent’anni ma già sembrava molto più vecchia, anzi di un'età indefinibile come se già da molto tempo fosse entrata in quella stagione della vita in cui tutto si congela nell’immobilita del corpo e dell'anima.
Stava sempre sola, senza parlare con nessuno sotto la pensilina a quella fermata dell’autobus. E in realtà Marta non aveva amici, non aveva parenti. Infine, non aveva mai avuto dei genitori se non per un periodo così breve della sua prima infanzia che quasi le sembrava di averli sognati. Suo padre e sua madre, ancora giovanissimi e quasi ragazzi, una sera avevano deciso di ubriacarsi e poi di fare una corsa in macchina sotto la pioggia. Così ora loro imprudenza quasi infantile aveva costretto Marta a passare gran parte dell’infanzia e l'intera adolescenza in decine di diversi ma tutti uguali istituti di assistenza. Talvolta, quando in brevi involontarie contrazioni della memoria le accadeva di ricordare il tempo passato, scorrevano in sequela infinita dinanzi ai suoi occhi stanze disadorne e letti scomodi, armadi sconquassati e comodini zoppicanti, bagni sporchi e lunghissimi desolanti corridoi.
In questi posti, tra quegli oggetti Marta aveva vissuto squallidamente quasi tutti i giorni della sua vita. Poi, quando aveva compiuto i diciotto anni, la direttrice dell’ultimo istituto in cui era stata trasferita solo pochi mesi prima l'aveva mandata a chiamare in direzione. C’erano in quella stanza, oltre alla direttrice, un grasso psichiatra che fumava distratto e un'anziana assistente sociale che con una matita tracciava assorta segni privi di senso su di un foglio bianco.
- Be’, Marta, - disse la giovane direttrice - ormai hai compiuto diciotto anni e così hai raggiunto l’età e la maturità necessarie ad affrontare la vita. Ricordati però che non sarai mai completamente sola a questo mondo. Quando sentirai di aver bisogno di un consiglio o di un suggerimento, vieni pure a trovarci. Potrai sempre contare sul nostro aiuto.
La direttrice tacque per un attimo, accese una sigaretta e sorrise fuggevolmente.
- Ti ricorderai di quanto ti sto dicendo, vero, Marta?
- Si, certo, - rispose Marta con voce opaca.
Fingendo di stare ad ascoltare lo psichiatra annuiva continuando a fumare la sigaretta e continuando a pensare ai fatti suoi. L'assistente sociale dai capelli grigi senza smettere di tracciare segni sul suo foglio bianco ascoltava rinchiusa nella sua ormai accettata impotenza. La direttrice continuò a parlare e sciorinò monotonamente il solito discorso, che le era stato ripetuto centinaia di volte, sulle difficoltà della vita, sulla necessità di trovarsi un lavoro anche umile e faticoso e tutto il resto.
Marta ascoltava in silenzio, annuendo di tanto in tanto.
- È giusto, - disse alla fine, - Grazie di tutto. Non vi dimenticherò.
Li aveva salutati, era passata dalla sua stanza, aveva preso la valigia con le poche cose che erano sue e, con un leggero ma appena accennato sospiro di sollievo, era uscita fuori da quel tetro edificio. Dopo pochi passi, mentre si dirigeva verso la stazione, anche quell'ultimo posto e quelle ultime persone si resero lontane, indistinte e confuse, e sprofondarono nell'oblio.
- Quella ragazza è davvero strana. - stava dicendo nello stesso momento la direttrice, rivolta allo psichiatra. – È di una freddezza inumana. Sembra che nulla riesca a toccarla
L'assistente sociale che aveva conosciuto centinaia di quelle ragazze guardò con fastidio la giovane direttrice.
Non disse nulla e penò solo che un’altra ragazza inaridita e spenta veniva abbandonata nella vita. Del resto cosa si poteva fare? E lei stessa cosa era riuscita a concludere in tanto tempo? In tanti anni di lavoro aveva imparato solo una cosa, ad intuire seppure in modo riflesso e quindi meno devastante il deserto di umanità in cui quella ragazza e tante altre prima di lei erano cresciute. Sarebbe stato meglio, pensò, che quella sera i suoi genitori l’avessero portata insieme a loro. Almeno sarebbe morta in un attimo, non per tutta la vita.
Così Marta aveva trovato lavoro presso un laboratorio di sartoria, dove lavoravano in tutto sette o otto dipendenti.
Per tutto il tempo lei stava zitta e pensava solo a lavorare: gli altri talvolta parlavano tra loro e le parole si disperdevano nei vasti locali, tra i rumori automatici delle macchine. Ogni tanto il padrone, un uomo sulla cinquantina ben vestito e con una grossa pancia, passava a controllare tra le macchine, si fermava vicino a lei, e la fissava in un modo strano. Talvolta, con un gesto improvviso e furtivo, le accarezzava i bei fianchi. Marta allora si girava a guardarlo con i suoi occhi freddi e spenti, e l’uomo, dopo aver fatto ridicole e incomprensibili smorfie, si allontanava borbottando miserabilmente.
Marta tagliava giacche otto ore al giorno, seguendo diligentemente il segno tracciato con un gesso bianco dal disegnatore sulla stoffa. Usciva dal laboratorio verso le cinque del pomeriggio, andava al supermercato vicino casa, faceva la spesa e infine raggiungeva il suo appartamento. Cenava.
Poi si sedeva su una sedia e aspettava che le giungesse il sonno. Non leggeva giornali o libri o fumetti. Un giorno chissà perché aveva comprato persino la televisione e adesso stava lì nella stanza a riempirsi di polvere.
Talvolta la sua solitudine veniva punteggiata de irreali incontri. Poiché era di una certa bellezza, pur se opaca e greve, non tardarono dei ragazzi a farle qualche proposta, a corteggiarla. Erano ragazzi che la fermavano per strada, oppure che tentavano con i pretesti più ridicoli qualche approccio con lei in autobus. Lei seria li ascoltava, ma non rispondeva mai ai loro inviti.
Ritornata a casa, seduta sulla sedia, si sforzava di pensare a questi ragazzi, ma s'accorgeva che la loro voce, i loro visi già erano evaporati dalla sua mente come goccioline di nebbia sul vetro di una finestra inondata dai raggi di un sole improvviso.
Poi di colpo, come una mazza sulla testa, veniva un sonno buio ed ovattato e lei, barcollando e sbadigliando, andava a rannicchiarsi nel letto. La luce del sole l'avrebbe risvegliata il giorno dopo, richiamandola da quel mare d’oscurità in cui precipitava tutte le sere.
Il ragazzo … veramente non poteva dirsi un ragazzo, era piuttosto un uomo sui trentacinque anni, le rivolse la parola dinanzi alla fermata dell'autobus. Era un tardo ed oscuro pomeriggio d’autunno e la pioggia veniva giù monotona e con essa come un oblio scendeva sulla terra.
Marta, che non aveva capito le parole sussurrate con voce raschiante da quell'uomo, si girò a guardarlo. Notò che egli non era alto, anzi era di qualche centimetro più basso di lei.
- Signorina - stava ripetendo l'uomo - se vuole posso accompagnarla io. Credo che oggi ci sia uno sciopero degli autobus. Ormai è più di mezzora che sto aspettando e non ne ho visto passare nemmeno uno.
Marta osservò meglio l'uomo, senza soffermarsi a riflettere sulle cose che stava dicendo. Vide che aveva un viso piatto e largo e un grosso naso. I lineamenti grossolani del suo viso sembravano emergere come a fatica dal buio.
Il corpo, nascosto da un lungo cappotto scuro, doveva essere robusto e ben piantato.
- Va bene. - disse Marta dopo qualche attimo di silenzio.
Non notò un lampo di meschino trionfo negli occhi dello sconosciuto, e del resto, se pure l'avesse notato, non le sarebbe importato niente.
L'auto andava lenta nel traffico sotto la pioggia e l'uomo diceva parole in continuazione. Marta non stava ad ascoltare; forse erano anche discorsi interessanti ma nelle sue orecchie risuonavano solo come un brusio indistinto e confuso seppure non fastidioso. Tranquillo era il rumore della pioggia sul tetto metallico dell’auto.
La macchina girava e girava per le strade bagnate di pioggia e l'uomo agitava il suo grosso naso e parlava. Infine, com'era prevedibile, egli la condusse a casa sua. Le offrì un caffè riscaldato che sapeva di vecchio e continuando a parlare, la condusse nella stanza da letto. C'era un letto in disordine e un grande maestoso comò e un vecchio gufo impagliato con le ali stese e piene di polvere. Marta guardava il gufo così triste nella sua immobilità.
Non si può dire che l'uomo la violentasse, perché Marta non oppose la minima resistenza. Del resto Marta non resisteva al caldo dell'estate e al freddo dell'inverno, perché avrebbe dovuto resistere a quell’uomo?
Dopo aver fatto l'amore l'uomo riprese immediatamente a ciarlare; sembrava davvero che non si stancasse mai.
- Riportami a casa. - disse Marta che nuda si era alzata ed era andata a guardare dalla finestra la pioggia che cadeva. Il rumore della pioggia, monotona e lenta, la riempiva di un sentimento che poteva >dirsi di grande pace, o forse di dolce mancanza di ogni turbamento.
Si rivestirono. L'uomo sembrava a disagio e fissava Marta con uno strano sguardo. Si vedeva che aveva fretta di sbarazzarsene. Scesero di nuovo in strada.
L’uomo guidava e Marta gli indicava la strada per casa sua. Quando scese dall'auto l’uomo la prese bruscamente per una manica del cappotto.
- Ma dì un po' - sbottò con irritazione - non mi sembri molto contenta.
- Sì, - rispose Marta piattamente, - certo che sono contenta.
La macchina si allontanò velocemente dal marciapiede dove lei era scesa. Marta rientrò in casa e si sedette su una sedia. Il volto di quell’uomo si cancellò immediatamente dal suo ricordo ed ella non tentò neppure di fissare i suoi lineamenti nella memoria.
Quel mese Marta non ebbe le mestruazioni, ma non se ne accorse neppure. Passò il tempo e i giorni si succedevano sempre ugual l'uno dietro l’altro, le ore di lavoro si alternavano alle ore di sonno. Poi, col passare dei mesi, Marta notò il suo ventre poco alla volta cominciare a gonfiarsi ma anche allora non pensò nulla, solo prese l’abitudine, mentre cenava, di palparsi distrattamente la pancia.
Marta non si era mai interessata del suo corpo, ed era come se non appartenesse a lei, ma a qualcun'altra. Da sempre rammentava, in ricordi fugaci ed opachi, bianche suore dal viso stinto che le dicevano quanto fosse laido e sporco quel suo gran corpo che cresceva e desiderava. Così poco alla volta Marta aveva dimenticato del tutto di avere un corpo suo.
Una sera, ottusamente colpita dal sonno come al suo solito, era da poco andata a letto quando percepì nel primo dormiveglia qualcosa che le si muoveva nel ventre. Avvertì allora un turbamento dolcissimo e estenuante, qualcosa di mai provato prima la prese dalle profondità del suo essere.
Prima di sprofondare nel mare oscuro del sonno riuscì a rammentare confusamente quanto le avevano detto sul sesso, in vari momenti della sua vita, decine di assistenti sociali dalla voce monotona ed annoiata.
La mattina seguente si svegliò di colpo. Ricordò con dolcezza quello che le era accaduto la sera precedente.
Capì che stava per avere un figlio.
Per la prima volta nella sua vita si era svegliata mezzora prima del solito. Per la prima volta, dopo i lunghi morti anni dell'infanzia e dell'adolescenza, quella notte aveva fatto dei sogni ed erano stati sogni belli ed appaganti. Ed era come se quei vaghi fantasmi della notte l'avessero finalmente risvegliata de un lungo infinito sonno. Tutto si stava muovendo in lei ed ella si sentiva come una pietra che, immobile da sempre, riceva ad un certo momento una spinta ed incominci a precipitare dolcemente lungo il declivio.
Standosene al caldo sotto le coperte, Marta decise che quel figlio suo avrebbe avuto un nome, Roberto, e che lei avrebbe vissuto per lui fino alla morte.
Quel mattino Marta si presentò sul posto di lavoro con quasi un’ora di ritardo e quando il padrone cercò di accarezzarla come al solito i fianchi per la prima volta lei ne allontanò con fastidio la mano grassoccia e pelosa guardandolo freddamente negli occhi. Per strada da come la guardavano capì che qualcosa nel suo viso stava mutando e quando tornò a casa quella sera Marta accese la televisione.
Ed ella compì questo gesto, inconsueto non perché fosse interessata a quelle evanescenti immagini del mondo di cui con fatica riusciva a comprendere il significato, ma solo perché pensava che tutte quelle scene misteriose che vorticavano sullo schermo potessero far piacere al bambino che stava crescendo nel suo ventre.
Passarono altri mesi, ma Marta non andò mai dal ginecologo. Aveva deciso che solo lei doveva sapere di suo figlio ed in ogni caso non serviva sottoporsi a visita medica.
Ella non avrebbe mai permesso che suo figlio nascesse, che suo figlio uscisse fuori nel mondo.
Quando Marta si accorse di star ingrossando in modo troppo visibile, andò a comprarsi dei vestiti larghi ed informi.
Per fortuna era alta e robusta e con quei vestiti addosso nessuno avrebbe notato l'ingrossamento del suo ventre.
Passarono nove mesi, poi dieci mesi, poi un anno. Il bambino continuava a crescere nel suo ventre. Marta si era solo leggermente appisolata davanti alla televisione una sera quando il bambino nel suo ventre incominciò a farsi sentire.
Stava seduta sulla sua sedia e udì come un respiro, un fruscio soave. Saliva dal suo ventre, dalle sue ossa, dal suo sangue e da tutta la sua carne un balbettio dolce e confuso, correva dolcemente su per i nervi come il miele, e si riversava nella mente un chiaccherio cristallino di estenuante dolcezza, come una musica silente riempiva poco a poco salendo insieme al suo sangue tutto il mondo.
Marta si svegliò di colpo mentre un sorriso estatico le si disegna sulle labbra. Rammentò che erano passati due anni esatti da quella notte che aveva passato insieme a quell’uomo di cui non ricordava più il volto. Dunque quella sera Roberto compiva due, anni, dal momento del suo concepimento.
Frettolosamente indossò un largo cappotto, uscì in strada sotto la pioggia e passò da una pasticceria dove comprò una grossa torta. Poi con i capelli bagnati, felice e stravolta, quasi correndo entrò dal droghiere.
- Cosa desidera, signorina Marta? - chiese il droghiere, un uomo anziano magro e pelato, con una voce gentile.
- Mi dia due candeline. - disse Marta ravviandosi i capelli bagnati e sorridendo scioccamente. - Il compleanno di qualche suo nipotino? - chiese il droghiere mentre andava nel piccolo magazzino adiacente a prendere un grosso pacco sigillato.
- No. Io non ho nipotini. - disse Marta. - Sono per mio figlio. - Aggiunse in un soffio di voce sorridendo come ubriaca di gioia.
Un po' stupito, senza fare commenti il droghiere lacerò la carta d'imballaggio, scelse due candeline rosse, le mise in una bustina e gliele porse.
Marta ritornò correndo verso casa.
Anche l'anno seguente, quando Roberto compì i tre anni Marta volle festeggiare l'evento. Ma l'anno che era passato era stato così bello e gioioso che ella incominciò a temere che tutto potesse finire da un momento all'altro. Un oscuro terrore che qualcuno le potesse sottrarre il bambino aveva preso ad opprimerla cupamente. Così imparò a nascondere la sua felicità quando si trovava fuori di casa, tra la gente, e come una spada si adatta al fodero ella aveva di nuovo adattato sé stessa all’antica espressione opaca e immutabile sotto cui però, questa volta, ardeva silenziosamente un inestinguibile amore per suo figlio Roberto.
Così questa volta la torta e le candeline andò a comprarle in un supermercato, rivolgendosi ad anonimi commessi tra anonima gente. Ritornata a casa non accese la televisione, posò la torta sul tavolo, tirò fuori da un sacchetto di carta le tre candeline nuove e le infilò nella panna della torta. Le accese.
- Auguri, piccolo Roberto – disse allora Marta con voce chiaramente commossa.
- Grazie, mamma. - risuonò subito nella sua mente la vocina di Roberto. Già da qualche mese ormai Roberto aveva imparato a pronunciare le parole più semplici e riusciva a capire e a rispondere a sua madre.
Come stai, piccolo? - chiese Marta. - Stai caldo?
- Si, mamma. - disse la voce di Roberto.
Marta sorrise intensamente, prese il coltello e tagliò due grosse porzioni di torta. Una per lei e l'altra per Roberto.
Assaporandole lentamente le mangiò tutte e due, prima l'una poi l'altra. Quindi rimise nel contenitore la torta avanzata e la ripose nel frigorifero.
Poi si gustò un film alla televisione e quando le trasmissioni furono terminate, Marta portò a letto sé stessa e il piccolo Roberto.
Col passar degli anni Marta s’ingrossava e il suo corpo si faceva sempre più grande ed imponente. L'abitudine che aveva preso di indossare vestiti lunghi e larghi accentuava grottescamente questa impressione di imponenza.
Continuava a lavorare con regolarità presso il laboratorio di sartoria e continuava a tagliare giacche otto ore al giorno. Il vecchio padrone era morto e adesso il laboratorio era diretto dalla figlia, una signora magra e nervosa che si aggirava continuamente fra i banchi di lavoro con occhio vigile ed attento.
Marta passava la sua vita con Roberto serenamente. Il bimbo continuava a crescere nel suo ventre ed ogni anno Marta gioiva nell’accorgersi che il dialogo fra lei e suo figlio si faceva sempre più ricco, complesso e soddisfacente. Roberto cresceva e si faceva più pesante.
Marta, quando lui compì dieci anni, già camminava con quell'andatura leggermente curva che l'avrebbe accompagnata fino alla morte.
Poiché Roberto le aveva promesso di stare zitto per tutto il tempo che lei lavorava o quando si trovava per strada e fra la gente, la sera quando finalmente soli potevano stare insieme Marta gli raccontava cos’era il mondo, com'era e cosa accadeva su di esso.
Roberto ascoltava e faceva delle domande e le sue parole risalendole lungo tutto il corpo, estasiavano Marta e le davano un piacere dolce ed unico.
- Cos'è il mondo? - Chiedeva sempre più spesso Roberto.
- È tutto lo spazio che sta attorno alla tua mamma. – diceva Marta dopo qualche attimo di silenzio. - È un posto senza fine dove c'è sempre luce. Di giorno è una luce nuda e dolorosa che investe senza pietà ogni cosa, di notte sono minuscoli frammenti di luce che pungono gli occhi. Quassù non è mai così sofficemente buio come nel posto dove stai tu, Roberto.
- E cosa c'è su questo mondo? Qualcosa si muove in tanto spazio?
- Bè, - rispondeva Marta - innanzitutto ci sono le persone, tante persone … - e taceva, come se stesse riflettendo.
- E cosa sono queste persone? - incalzava Roberto impaziente ed ansioso di sapere.
- Non so. - diceva Marta pensierosa - Sono un po' come la tua mamma.
- Allora sono dei posti caldi e sicuri dove si galleggia con tanta dolcezza?
- No. - rispondeva Marta – le persone sono delle creature infelici e solitarie, separate l'una dall’altra che vagano per ogni dove come ciechi, come se fossero solo dei brutti sogni.
- Ma stanno bene come sto bene io? - chiedeva ancora Roberto. - Sono contenti? - e sembrava a Marta che lui fosse davvero dispiaciuto per quelle povere persone costrette ad errare per ogni dove continuamente.
- Non so, - rispondeva Marta. - non credo. Tutti sembrano infinitamente. tristi come una volta lo ero io. Sono come nudi e terribilmente soli con sé stessi. Nulla li contiene e loro non contengono nulla.
Altre volte Marta gli raccontava come era il mondo.
- Qui dove mi trovo io - diceva - fa sempre troppo freddo, oppure fa troppo caldo e tutti fuggono, ciascuno per conto suo. È come un immenso deserto con grandi spazi vuoti tra una persona e l’altra. Tutto è duro ed aspro e spigoloso e fa male alla carne e alla mente.
- È terribile - diceva Roberto con la sua vocina da ragazzo di dieci anni. - Ed io, mamma, -dove mi trovo?
- Sì, qua fuori è terribile. Ma tu Roberto non devi aver paura. Tu sei al sicuro qui, dentro la tua mamma. Tu resterai sempre al caldo e al buio laggiù nel mio ventre.
- Grazie, mamma. - diceva Roberto con gratitudine.
Marta allora sorrideva in quel suo modo intenso e accarezzandosi dolcemente il ventre gonfio pian piano cullava suo figlio finché non si addormentava.
Poi restava ancora lì per qualche tempo a ricordare e a pensare. Da un po' di tempo Marta aveva l'impressione che alla mentisse a Roberto quando gli descriveva che cosa era il mondo e le persone. In realtà lei non sapeva se il mondo e le persone fossero davvero come a lei sembravano, e come lei li raccontava, però sapeva che un’altra mente, meno esperta della sua, avrebbe potuto farsi abbagliare da illusorie inesistenti bellezze. Allora forse mentiva a Roberto, ma solo per il suo bene, per impedire che egli potesse desiderare di trovarsi in un posto diverse da quello in cui così soavemente come in un meraviglioso sogno senza fine Marta stava facendo passare la sua vita.
E poi Roberto era una cosa sua, solo sua. Era l'unica cosa che Marta sentisse di possedere veramente in quel mondo straniero ed ignoto, a volte ambiguamente inesistente, a volte terribilmente reale e duro ma mai amichevole e dolce, in cui era vissuta e in cui continuava a vivere.
Gli anni passarono veloci, fuggenti ma felici e intensi di gioia.
Il numero delle candeline sulla torta dei compleanni si faceva sempre più numeroso e le estati si facevano sempre più afose e soffocanti, gli inverni sempre più gelidi e freddi.
Quel dicembre, ai primi venti di tramontana che spazzarono la città, Marta udì la voce interiore di Roberto che le pulsava su dal ventre.
- Mamma - si lamentava Roberto - incomincia ad arrivare del freddo qui nel mio posto. Il caldo è poco e se ne sta andando. Sto male, soffro.
E Marta soffrì insieme a lui. Affannosamente si coprì con un'infinità d'indumenti, di scialli e di coperte, ma adesso anche lei incominciava a sentire sempre freddo. Ormai il suo corpo stava invecchiando, il suo sangue si andava di giorno in giorno raffreddando.
Il suo bambino che aveva compiuto quarantatre anni il giorno prima continuava a lamentarsi per il freddo. Per la prima volta dopo tanti anni di felicità Marta fu sconvolta dal dolore e dal pensiero di non essere più capace di proteggere il suo amato Roberto.
Allora, per poter dedicare tutte le sue cure a Roberto, decise di ritirarsi dal lavoro e di mettersi in pensione. Si mise d’accordo con una signora che abitava di fronte a casa sua e le pagò un tanto al mese perché le facesse la spesa e gliela portasse in casa.
Così Marta, rinchiusa in casa, con i caloriferi al massimo, se ne stava tutto il giorno a letto sotto una montagna di coperte.
Passò altro tempo, passarono altri anni.
La televisione era accesa tutto il giorno e Marta stava a guardare sbigottita quelle strane immagini uscite forse dalla fantasia di Dio. Mangiucchiando in continuazione e respirando affannosamente, con gli occhi che le lacrimavano cercava di seguire le immagini sfarfallanti sullo schermo e taceva. Taceva perché non sapeva più come spiegarle al suo bambino.
Ormai Marta non capiva più che cosa significassero.
Inebetita, sdraiata sul letto immensa e grottesca girava lo sguardo per la stanza sporca. E si sentiva sporca anche lei che ormai non si curava più al punto che talvolta le capitava di sentire un tanfo orrendo cha si levava da qualche parte del suo corpo abbandonato sotto le coperte.
Finché, com’era inevitabile, il suo amato Roberto conobbe il dolore.
Ogni due o tre ore si svegliava nel suo ventre e prendeva a lamentarsi di sentire un dolore dentro di sé. Marta udiva i lamenti di sofferenza che salivano dal suo ventre e si sentiva impazzire. Non dormiva più e cercava di consolare in ogni modo il suo piccolo Roberto, accarezzandolo in continuazione con parole dolci.
- Non è nulla, caro. - ripeteva. - Vedrai che ti passerà. Sii paziente per un po' di tempo e vedrai che ti passerà.
Ma poi una notte d'inverno o forse era un buio giorno d'inverno Marta si sentì tanto stanca, tanto infinitamente stanca che si addormentò.
Si svegliò di soprassalto in un bagno di sudore. Sentiva che qualcosa era venuto meno dentro di lei.
- Roberto! - chiamò con voce angosciata.
Ma non ottenne alcuna risposta. Continuò a chiamare il suo bambino morto per molto tempo ancora mentre la televisione inondava con la sua luce straniera ed azzurrina la piccola stanza sporca e disordinata.
Dopo, quando Marta capì e si convinse, si alzò faticosamente dal letto. Uscì fuori così come stava, coperta solo da una lunga e sporca vestaglia, col suo immenso ventre sporgente.
Forse era un pomeriggio.
Come era tutto strano, lì fuori. C’era tanta neve bianca e candida e non faceva neppure tanto freddo. Tutto, le strade le case gli alberi, appariva silenzioso ed incantato.
Un'automobile passò veloce ed investì Marta che barcollando cercava di attraversare la strada.
Il suo corpo informe e grottesco venne trasportato da un’autombulanza al policlinico. Pesava quasi centottanta chili.
I medici le attribuirono un'età presumibile di circa ottanta anni. Pensarono, vedendo quel ventre così gonfio, che fosse affetta da qualche tipo di tumore in avanzato stato di metastasi.
Poiché nessuno si presentava a reclamare il cadavere, alla fine le fecero un'autopsia.
Scoprirono nel suo ventre, rannicchiato in posizione fetale, un uomo morto. Era calvo e barbuto e doveva avere circa sessant’anni.
Era Roberto, il figlio di Marta.
Egli era nato, cresciuto e morto nel ventre della madre.
Così Marta aveva fatto il suo dovere fino in fondo e nel modo più completo ed aveva adempiuto ad ogni ultima responsabilità nei confronti di suo figlio. Aveva scelto per lui la vita più bella che era stata capace di concepire. Era la vita che ella stessa avrebbe desiderato le fosse toccata in sorte.
da "The Time Machine" n. 1/’79
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