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T.715 - P.203 - S.E. - T.C.F.


di Renato Pestriniero


Il Signor D. salutò l'impiegato che gli strinse la mano attraverso la scrivania, dalla quale emanava una luminescenza discreta. Poi si diresse verso la porta, mentre la sedia, rimasta vuota, s'inabissava con un sospiro nel pavimento di rubberflex.

Sistemando nella tasca interna della giacca la busta con il contratto firmato, il Sig. D. attraversò la sala, e la grande porta, in un frusciante sbadiglio iridescente, si aprì per richiudersi subito dopa alle sue spalle.

Il Sig. D. si ritrovo al primo livello stradale, con il cuore che gli batteva forte forte contro la busta.

La sua macchina era parcheggiata a pochi metri, e la raggiunse con passi brevi e nervosi. Fece scorrere l'indicatore sulla stereomappa della città sino alla zona dove sorgeva la Torre 715. Premette il pulsante, e la macchina si alzò girando lentamente su sé stessa alla ricerca del canale di traffico.

Il Sig. D. si rilassò, incrociò le braccia e si lasciò trasportare dalla piccola macchina, gli occhi perduti in un’immensità azzurra appena sporcata di bianco.

Era fatta finalmente!

Ora non restava che prendere possesso della sua nuova proprietà, e iniziare una vita completamente diversa da quella vissuta fino a due giorni prima.

"Con la presente La informiamo che dal giorno 1 del prossimo mese Lei sarà alle dipendenze della nostra Società".

Questo era avvenuto esattamente 10 anni prima.

"Con la presente Le comunichiamo che dal giorno 31 del corrente mese Lei non sarà più alle dipendenze della nostra Società per raggiunti limiti di servizio".

Questo invece era appena avvenuto.

Come succede, i primi giorni del suo lavoro erano stati densi di entusiasmo e di soddisfazione, di belle parole e di grandi promesse. Poi era subentrata una tollerante delusione, quindi un lungo periodo di insofferenza. Infine l'apatia. La classica vita d'inferno, un inferno psicologico soprattutto.

Questo nell’arco dei 10 anni contrattuali, durante i quali aveva dato la sua opera, le sue energie migliori, i suoi entusiasmi. ecc. ecc … insomma le solite cose. Era il caso di dire l’abituale frase "un'intera vita dedicata al lavoro".

Infatti erano ben pochi coloro che riuscivano a maturare l'intera anzianità, specialmente in un unico impiego.

Lui c'era riuscito, era passato indenne attraverso l'inferno (beh, proprio indenne, no, ma insomma …) ad ora aveva il meritato premio.

Però pensandoci bene, 10 anni non sono poi molti. Un tempo era cosa normale lavorare per 35 o 40 anni. Ma era diverso. Adesso 10 anni di lavoro lasciavano tracce ben più profonde dei 40 anni di una volta.

Poi si rese conto improvvisamente che la macchina l'aveva portato a destinazione ai piedi della Torre 715, e ora ronfava inattesa di altri ordini.

Premette il pulsante di decollo verticale e rimase con il dito incollato, guardando la muraglia color bronzo che lentamente scorreva all'ingiù. A intervalli regolari passavano i quadrati fosforescenti di indicazione … 95 … 96 … 97 ...

L'altimetro ticchettava mentre i rettangoli riverberanti delle finestre sgocciolavano uno dopo l'altro in un ritmare ipnotico … 199 ... 200 ... 201 …

Il Sig. D. fermò la macchina sulla banchina di sosta che sporgeva dalla Torre, prese le chiavi a combinazione, e con mano un po' sudate aprì la porta del "suo appartamento".

Perché quello era l'appartamento di sua proprietà ora, al piano 203 S.E. della Torre 715, il risultato dei famosi 10 anni d’inferno, la faccia buona della medaglia.

D'accordo, non gli era rimasto mo1to una volta pagato, ma in cambio ecco qua, una stanza tutta per lui. e la città ai suoi piedi. Cosa poteva chiedere di più?

L'annuncio diceva "3S-T., 715-P. 203 S.E. – T.C.F." ed era stato proprio quel T.C.F. che l'aveva stregato. Se non ci fosse stato avrebbe potuto prendere un appartamento per lo stesso prezzo. Ma poi T.C.F. era la vita, il sogno di tutti, era lo scopo, almeno per lui.

Tele-Crono-Finestra.

Una finestra come milioni di altre finestre, un rettangolo trasparente dal quale potevi guardare il cielo sopra di te e la città appiattita centinaia di metri più giù. Ma una finestra che poteva anche aprirsi, a tuo piacimento, su migliaia di altri posti, su questo mondo o su qualsiasi altro mondo, reale o immaginario, orrido o meraviglioso. Potevi sederti di fronte la T.C.F., chiudere gli occhi, o anche tenerli aperti, bastava immaginare, ricordare, o inventare.

E la T.C.F. carpiva quelle immagini dalla tua mente, le interpretava, le faceva sue e le trasformava in realtà, o quasi realtà. E allora la piccola stanza al 203° piano della Torre 715 sarebbe diventato l'universo intero.

Dieci anni non vissuti ed ora il giorno della rivalsa era arrivato.

Il Sig. D. rimase a lungo a guardare il rettangolo trasparente, attraverso il quale si svolgeva l'usuale monotona scena: macchine, fabbriche, grattacieli, qualche coriandolo di verde, macchine, macchine …

Dall'indomani quella finestra avrebbe mostrato ben altre scene; non scene piatte da guardare con il naso incollato al vetro, ma scene che avrebbero invaso l'intera stanza, e lui, il Sig. D., avrebbe cominciato a vivere la sua vita nel suo mondo o meglio nei suoi mondi.

Chissà dov'era il trucco, il congegno miracoloso. Forse dentro la cornice della finestra stessa, o all'interno di una parete; o forse tutta la stanza era un enorme congegno … ma questo non aveva nessuna importanza. Ciò che importava era il fatto di starsene seduto lì davanti, premere il pulsante e pensare. Il resto sarebbe venuto da solo.

Il Sig. D. si stirò facendo fare alle braccia tese un largo semicerchio come per abbracciare l'intera stanza, e si ripromise di andarci piano le prime volte. Aveva sentito parlare di sensazioni incontrollate dovute a riflessioni troppo intense. Gli avevano perfino raccontato di qualche caso mortale. Ma di solito queste voci venivano messe in giro da chi non poteva avere una T.C.F.

Poi, tutti quegli avvenimenti lo sopraffecero, e il sig. D si sentì improvvisamente stanco.

Si slacciò la cravatta, si tolse le scarpe. Cercò il pulsante del letto. Uscì un soffice rettangolo dalla parete sul quale si distese, e pochi minuti dopo cominciò a russare.


Erano tutti intorno a lui.

E il sig. D. era il centro sul quale si polarizzavano gli sguardi e i discorsi.

Lui era quello che decideva e disponeva e dispensava.

Non erano poi molti: quattro uomini, tre donne, ma scelti accuratamente a rappresentare i burattinai che fino a quel giorno avevano manipolato la sua vita, l'avevano confezionata a loro uso e consumo. Svilita, impacchettata e incanalata entro un certo percorso ben delimitato.

In quella stanza era rappresentata la razza di chi sbatte le porte in faccia, di chi si balocca con i sentimenti più veri, di chi si serve dei principi degli altri per il proprio tornaconto.

Non era stato facile, c'era voluto tempo e pazienza, ma alla fine il sig. D. ne aveva raccolto un bel mazzetto.

Ancora poco e la riserva di liquori sarebbe stata un ricordo. Un po' alla volta si era stabilita quell'atmosfera in cui le inibizioni vengono messe in un cantuccio e lasciate lì a godersi il meritato riposo.

Ognuno aveva fatto la sua parte, e ognuno aveva creato attraverso la T.C.F., per sé stesso e per gli altri, una parentesi onirica della quale, una volta cessati gli effetti dell'alcool e riprese dal cantuccio le proprie inibizioni, avrebbe parlato a voce bassa e con forzati sorrisi ipocriti, o non ne avrebbe parlato affatto.

Poi si rivolsero al sig. D.

- Facci provare tu qualcosa adesso, qualcosa di speciale, dai!

- Adesso tocca a te, però niente del tuo passato, eh?

- Ora che fai parte dei privilegiati non ti farai più vedere e allora lasciaci fare un altro giro nel tunnel delle meraviglie.

Al Sig. D. sembrava di avere un alveare al posto della testa.

- Senti un po', perché non ci mettiamo in società? un tanto per ciascuno e ci troviamo tutti qui una volta alla settimana, magari al venerdì sera, che ne dici? Solo noi però eh?

Naturalmente la T.C.F. veniva considerata come un dono e neanche tanto meritato. In fondo cosa aveva fatto il Sig. D per meritarsi tanto? D'accordo, aveva ceduto ad altri un dieci anni della sua vita, aveva vissuto per quel tempo sempre nello stesso ambiente, aveva lavorato sodo forse senza sapere la finalità di ciò che faceva, ma dopotutto … e poi "questa è la vita".

Evidentemente il disgusto aveva cominciato ad affiorare sul volto del Sig. D., perché uno degli ospiti esclamò a voce alta per farsi sentire nella confusione generale:

- Ma va là, non prendertela, abbiamo scherzato! Cosa vuoi che ce ne freghi delle tue pene passate, fa piuttosto vedere qualcosa di extra, capito cosa intendo? che ne dite ragazze?

Vociare confuso, risa sguaiate, una bottiglia che rotola.

Allora il Sig. D. si alza, preme il pulsante di accensione, si rimette a sedere e chiude gli occhi cercando con tutte le sue forze di concentrarsi.

Il vociare finalmente si affievolisce, ma per lui soltanto. Le pareti della stanza si allontanano, si crea un vuoto grigio profondo e pulsante. Un pulsare grigio che 1entamente prende forma avviluppandosi nei labirinti del tempo e dello spazio … CON LA PRESENTE LE COMUNICHIAMO ... DIECI ANNI … il pulsante si trasforma in turbinio … dieci anni condensati in un unico pensiero … troppo gravoso ... troppo difficile … non ce la faccio ... resistere … a rivivere tutto questo … ma devo farcela, adesso è il momento …

Un lampo rosso saetta in cielo, seguito da uno schianto e da un brontolio profondo e continuo.

Gli ospiti del Sig. D. smettono di vociare e volgono gli occhi al rettangolo rimasto fino a poco prima completamente nero.

Una voce impastata - Ma che ci fai vedere?

Soltanto il continuo brontolio risponde dalla finestra.

La fronte del Sig. D è bagnata di sudore. Tutti gli avvenimenti di 10 anni, quelli rimasti in superficie e quelli rimossi, tutti insieme.

Una lingua di fuoco appare sul bordo inferiore della finestra e guizzando avvolge la cornice, quindi un’altra fiamma divora la prima e lambisce la tenda che ne è subito avvolta.

Una voce di donna grida stridula, una voce di uomo dice piattamente smettila adesso!

Poi la finestra vomita un’onda di fiamma che si sparge per la stanza avvolgendo tutto.

Un odore acre serra la gola e gli occhi si annebbiano di lacrime. I quattro uomini e le tre donne si affrettano verso l'uscita ribaltando sedie e tavoli, gli occhi fissi sull'orrenda finestra da dove escono urla raccapriccianti e risate oscene.

Il Sig. D., ad occhi chiusi, immobile e pallidissimo, è rigido davanti a quella bocca d'inferno …

Inferno?

Qualcosa scatta nella mente di uno degli ospiti. Vincendo l’orrore di quell'illusione troppo reale, si tuffa in mezzo alle fiamme cercando disperatamente il pulsante per spegnere la finestra, ma proprio in quell'istante una grossa lingua di fuoco entra nella stanza volteggiando e ruggendo e assumendo strane fattezze umanoidi ... uno sbuffo nauseante stordisce l'uomo che stramazza a terra con la faccia rivolta al soffitto, e i suoi occhi fanno in tempo a vedere la fiamma trasformarsi in qualcosa di vagamente riconoscibile … un ghigno satanico … e una sottile striscia fiammeggiante sembra quasi una coda …

L'uomo urla, e nel suo continuo trasformarsi la torci infuocata diventa un forcone che trasforma l'urlo in un rantolo.

E per il Sig. D. la serata ha inizio.


da "The Time Machine" n. 2/‘79






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