Le due metà della vita
di Lorenzo Iacobellis
Era il giorno del suo ottantesimo compleanno. Walter Lamorgese stava morendo ed era incazzatissimo. Fingendo gli spasimi dell’agonia palpava con rabbia la coscia dell’attraente infermiera che, seduta su una sedia accanto al suo letto, penna in mano a modulo testamentario appoggiato sulle ginocchia, stava assistendo ai suoi ultimi momenti.
- Ma signor Lamorgese - tubò l'infermiera - così vecchio e così …
- Non s’immischi lei! - scattò Lamorgese. - Lei scriva. Ci penso io a palpare!
L’infermiera sospirò deliziosamente, avvicinò agli occhi miopi il modulo testamentario e fece capire, con un'occhiata, di essere pronta.
- Dunque … - ·incominciò Lamorgese - Ma quanta mi manca ancora?
- Suvvia, non si preoccupi, - disse tutta sorridente l’infermiera. - Ci vogliono ancora tre ore buone prima cha lei tiri le cuoia.
Lamorgese le lanciò un'occhiataccia e le spremette spasmodicamente un seno.
- Ahi, stia attento!
- Uh, quanto mi dispiace! - ringhiò Lamorgese. - Non perda tempo a lamentarsi e scriva. Dunque … Giunto così al momento della mia morte, io, Walter Lamorgese, mi trovo costretto ancora una volta a sottolineare quanto faccia schifo questa società in cui ci troviamo a vivere. Quantità troppo grandi di cupa solitudine vengono somministrate con generosità a noi che affrontiamo, ogni volta più stanchi, questa esistenza terrena.
- Gesù, come parla bene lei, signor Lamorgese! - disse l'infermiera, guardandolo con gli occhi dolci.
- Non mi faccia perdere tempo con i suoi commenti! - s'arrabbiò Lamorgese. - Non vede che sono in punto di morte? Pensi a scrivere, e senza cambiare una sillaba. Continui.
Pertanto sempre io, Walter Lamorgese, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche - strizzatina sull'altro seno - affermo di morire completamente insoddisfatto della mia vita. Sicuro che al momento della mia Resurrezione questo mondo duro e malvagio non sarà cambiato un granché, do mandato al mio esecutore testamentario (il Reverendo EBK Elaboratore Centro di Vienna) di comportarsi come segue. Ha scritto?
- Ho scritto tutto.
- Bene. Adesso se ne vada e lasci scrivere a me il resto.
- Ma lei sta morendo, signor Lamorgese. - protestò la sensuale infermiera. - Non posso lasciarla solo.
- Guardi, che a morire ce la faccio anche da solo! - ululò esasperato Lamorgese. - Non crederà mica che sia la prima volta, no?
- Certo, certo, ma non gridi, la prego. Me ne vado immediatamente. - disse l'infermiera col bel visino spaventato, alzandosi per andarsene via. In uno spasimo terribile Lamorgese inarcò il suo magro corpo sul letto, allungò un braccio scheletrico e, morente, affibbiò una pacca sul sederino dell'infermiera. Era l'ultima pacca della sua vita!
Quindi, rimasto finalmente solo, sghignazzò arrabbiatissimo e si mise a scrivere cupo e concentrato. Scrisse per due ore di seguito. Poi appose la sua sigla al testamento.
Mandò a chiamare un notaio e fece convalidare l'atto.
Insomma riuscì a terminare tutte le pratiche burocratiche giusto giusto in tempo per morire.
Walter Lemorgese morì alle venti e trenta del quattordici settembre. Era venuto al mondo ottant'anni prima alla stessa ora, giorno e mese.
Quando vennero i burocrati del Ministero della Vita per adempiere alle necessarie pratiche prescritte dalla legge, non poterono fare a meno di apprezzare la sua serietà. Dovettero riconoscere che mai Walter Lamorgese aveva tentato di approfittare di un minuto di vita in più rispetto a quella che gli era stata assegnata.
2
Da una ventina di secoli la morte correva affannosamente sulla Terra menando a vuoto i colpi della sua grande falce. Da secoli sulla Terra non si moriva più. 0 perlomeno non si moriva più in modo definitivo. Alla fine del suo ciclo vitale, mentre il corpo veniva cremato, la mente dell'uomo andava a riposare alla Banca delle Matrici Psichiche Individuali.
La vita quasi eterna divenne una realtà concreta quando Van Eyck, nel corso della circumnavigazione della galassia, scoprì il Pianeta dei Corpi. Su questo mondo s'imbatté casualmente in una forma di vita dalle caratteristiche eccezionali. Si trattava di una creatura di grande massa cellulare inerte capace di recepire e di servire qualunque sistema nervoso, dal più semplice al più complesso. Sulla Terra era stata modificata geneticamente in modo da produrre corpi umani, l'uno diverso dall'altro, anch'essi naturalmente inerti in quanto privi di psiche. Quando Granwitz scoprì il modo di archiviare per l'eternità le Matrici Psichiche Individuali, la scheletrica Morte digrignò i denti per la rabbia e impazzita cominciò a correre per il mondo mossa dalla feroce volontà di falciare la sua ultima messe.
Poi anche la Marte morì per sempre.
Così da quel momento, sotto la guida dell'immenso calcolatore Atlantico, girò per gli uomini solo la Ruota della Vita.
Anche quel giorno dalle viscere profonde della memoria automatica emersero i dati e furono distribuiti in tutte le stazioni del mondo. Dopo due secoli era venuto di nuovo il turno di Walter Lamorgese. Quel giorno dovevano risorgere circa tre milioni di persone. Ogni giorno risorgeva una quantità di vita analoga, a compensazione di quella che andava temporaneamente a riposare. Ogni giorno ritornavano sulla Terra tre milioni di anni con il loro contenuto inimmaginabile di gioia e di dolore, di amore e di sofferenza.
A Lamorgese toccò venire alla luce in una stazione di Dortmund. Pareti immacolate e camici immacolati. I bionici erano all'opera.
- A chi tocca?
- A certo Walter Lamorgese.
- Okay. Procediamo.
Presero un corpo di bambino dell’età di poche ore e lo posero sotto la Macchina della Resurrezione. La Macchina ronzò un attimo, poi si bloccò di colpo.
L’elaboratore elettronico che guidava la Macchina gracchiò: - Interferenza. Il Reverendo EK Elaboratore Centrale di Vienna, esecutore testamentario di Walter Lamorgese chiede la linea.
- Fastidi in vista. - commentò saccato il bionico corpulento. - Va bene. Dagli la linea.
Dopo qualche secondo l’Elaboratore sputacchiò un sottile raggio color rubino che andò ad imprimersi su carta fotosensibile.
- Che diavolo è? - chiese l’altro bionico, un piccoletto dal viso liscio ed infantile.
L’altro strappò il foglio di carta su cui era apparso il modulo testamentario. Lo lesse in silenzio e glielo passò.
Anche questi lo lesse in silenzio. Poi disse:
- Ma si può fare?
- Be, tecnicamente non ci sono problemi. Due corpi si possono usare. Poi basta invertire la polarità biocronica in uno dei due soggetti.
- Lo so. Ma come la mettiamo da un punto divista legale? Sarebbe bene chiedere prima il parere del Direttore Compartimentale.
- Uh, - disse l'altro, - Ti sembra il caso? Perderemmo delle ore prima di arrivare ad una decisione. In fin dei conti che ce ne frega? A me sembra regolare, ed anche giusto. Ognuno è padrone di vivere la sua vita come vuole!
- Si. Ma questo qui vuole incominciare la sua vita a quarant’anni, spezzandola in due metà esatte. E come se non bastasse pretende che la sua mente venga trasferita in due corpi distinti che vadano contemporaneamente uno verso la vecchiaia, l'altro verso l’infanzia.
- E con ciò? Deve essere un originale. Procediamo!
Ordinarono all'elaboratore di trasferire dal Magazzino due corpi dell'età di quarant'anni l'uno. Dopo pochi minuti giunse il carello mobile; su di esso erano adagiati, immersi nell'immobilita della pre-vita, due uomini di bell'aspetto, identici in ogni minimo particolare. Con tocco professionale i due bionici spinsero il carrello sotto la Macchina della Resurrezione.
Luci si accesero e lampeggiarono, qualche ronzio e la psiche di Walter Lamorgese si riversò integralmente nei due cervelli, fino a quel momento inerti, dei due corpi cresciuti in laboratorio.
Dopo qualche istante Lamorgese diede segni di vita. Si lasciò scivolare giù dal carrello su cui era ancora disteso l’altro corpo, si stiracchiò tutto e disse:
- Be', rieccomi qui.
Si tastò il viso con le mani e si guardò ben bene. Poi guardò l'altro corpo, l'altra metà della sua vita: stava respirando pesantemente. Era il corpo di un uomo alto e robusto dal volto forte e gradevole. Lamorgese lo vide sobbalzare leggermente, spalancare gli occhi e poi saltare giù.
Lo contemplò con ammirazione. Ne fu soddisfatto.
Ma solo per un attimo.
Il suo cuore aveva ripreso a battere da pochi minuti e già sentiva il demone della litigiosità impadronirsi di lui.
In realtà uno dei tanti motivi che lo avevano indotto a scegliere una vita da vivere in due corpi separati era rappresentato proprio dalla sua litigiosità. Nel corso delle sue vite precedenti, Lamorgese si era accorto di essere un tipo puntigliosamente, fanaticamente litigioso. Ovviamente la colpa di tutto questo non era sua ma, inevitabilmente e sempre, degli altri. Ad ogni modo non aveva dubbi che almeno con sé stesso sarebbe riuscito ad andare d'accordo. Anzi egli aveva fondato la sua vita attuale propria su questo assioma.
In quel momento però si irritò che tutto andasse bene.
Si guardò attorno. Notò che i due bionici lo stavano osservando con un sorriso a metà ironico e a metà beffardo. Ciò fece rapidamente montare la sua rabbia.
- Sicché - disse rivolto a quei due - vi siete attenuti al testamento, eh? Guai a voi se non l’aveste fatto!
- Questo qui vuole grane - disse il bionico corpulento.
Lamorgese guardò l’altro suo corpo per incitarlo a dargli manforte.
- Fuori di qui. - disse seccamente il bionico dal viso infantile.
Lamorgese voleva attaccare lite, ma s'accorse che l’altro non ci teneva affatto, che in tutte le sue vite precedenti era diventato litigioso nel momento esatto in cui aveva compiuto i quarant’anni. Ammutolì, colpito sgradevolmente da un pensiero che non riusciva a mettere a fuoco. L’ira gli sbollì di colpo.
- Vestitavi ed andatevene alla svelta. - disse con voce fredda il bionico corpulento.
Raggiunsero lo spogliatoio a scelsero i vestiti più sgargianti tra quelli che andavano di moda in quel momento. Mentre si vestivano si guardavano l’un l’altro e ridacchiavano scioccamente con aria divertita e complice. Lamorgese si sentiva di colpo allegro ed ottimista mentre dava grandi manate sulle spalle dell’altra sua metà.
Uscirono fuori nel caos delle macchine che sfrecciavano e nelle strade luccicanti di insegne luminose. Tutto, ad una prima occhiata superficiale, sembrava come duecento anni prima. Ma Lamorgese sapeva che certamente grandi, fastidiosi mutamenti si erano verificati nella società dopo tutti quegli anni. Accadeva sempre, nonostante gli sforzi delle autorità tendenti a mantenere quanto più stabile possibile la cultura ormai omogenea della Terra. Ed erano proprio questi cambiamenti che ogni volta rovinavano la sua vita, e lo facevano sentire solo e straniero nel mondo. Ma questa volta, col suo doppio corpo, era attrezzato egregiamente ad affrontare qualunque difficoltà, qualunque solitudine.
Così a quarant'anni esatti iniziò la sua ottava vita Walter Lamorgese, cha era sempre una sola persona, divisa però in due corpi uno dei quali saliva verso il vuoto che seguiva la morte, l'altro scendeva verso il vuoto che precedeva la nascita.
3
Si immersero allegramente tra la gente.
- Bene. - disse Lamorgese all’altro Lamorgese. - Tu sai benissimo perché ho fatto quel testamento in occasione della mia ultima morte.
- Abbiamo - precisò Lamorgese.
- Già. Abbiamo. Perciò …
- Non me lo dire. Nell'ultima vita abbiamo riflettuto a lungo su questo argomento e abbiamo capito che la Terra era ormai diventata un posto molto bizzarro. Ogni giorno brulicano sulla sua superficie una parte cospicua degli uomini nati negli ultimi duemila anni. Gente senza un suo tempo, senza una sua patria, senza una sua famiglia. Gente di grande solitudine. Il Computer Atlantico sceglie a caso le persone che di volta in volta devono vivere nello stesso periodo la loro vita. Così accade che nessuno conosce nessuno. A periodi determinati arbitrariamente da una macchina, veniamo scagliati nudi e soli nel mondo. Così abbiamo deciso che sarebbe stato meglio vivere in due piuttosto che come al solito, in uno.
Lamorgese si fermò in mezzo alla folla e guardò Lamorgese con lieve moto di stupore.
- Da come lo dici non mi sembri molto convinto. Non pensi forse che sia stata una decisione giusta?
- Giustissima. Però a questo punto mi è venuta una curiosità. È vero che siamo due tronconi della stessa vita, però mi piacerebbe sapere chi di noi due invecchierà e chi invece ringiovanirà.
- Perché? - chiese Lamorgese mentre cominciava ad avvertire un oscuro sentimento di disagio. - Questo farebbe qualche differenza?
- Cristo, no, ma che dici? – si affrettò a rispondere Lamorgese - Ci mancherebbe altro. Lo dicevo così, per pura curiosità.
- Però m’era sembrato …
- Ma no, via. Adesso che ne diresti di andare a fare un bel pranzetto? Ogni volta che risorgo mi viene una fame da lupo. Anche a te, immagino.
- È avvio! Tu sei me! – disse Lamorgese con una punta di acrimonia.
- Senti, non litighiamo. Lo so benissimo che tu sei me ed io sono te e che siamo uguali come due gocce d'acqua. Anzi ancor più uguali. Siamo la stessa goccia d’acqua spaccata in due. Però non mi sembra il caso che tu stia a guardarmi con quella espressione così allarmata.
- Va bene, va bene, non litighiamo. - cercò di concludere Lamorgese, senza però riuscire ad evitare di sentirsi più che mai allarmato.
- Mi sembra, - infierì l’atro Lamorgese - che quello che diventa vecchio sia tu. Io mi sento già qualche ora di meno addosso.
- Se è per questo anch'io mi sento ringiovanito! - si vantò Lamorgese, sapendo però di mentire. Da qualche minuto infatti si stava chiedendo con una certa ansia cosa fossero quei doloretti alle gambe dopo appena due isolati fatti a piedi.
Guardò l’altra metà di sé stesso e natò, con invidia, che camminava con passo fin troppo elastico e baldanzoso. Si chiese se era stata una buona idea quella di vivere la sua vita presente. l'ottava che gli toccava in sorte, in quel modo. Certo era che aveva provato ogni possibile esperienza di vita e tutte erano state senza ombra di dubbio una fregatura. Ricorda la quarta vita, quella che aveva deciso di dedicare all’amore. Era stata un autentico disastro. Si era sposato otto volte, era andato a letto con quasi duecento donne divere e non aveva mai provato un attimo d’amore, un solo attimo di quel sentimento ineffabile capace di farti sentire compenetrato con un’altra persona. Disgustato da tanta carne e da tanti corpi di donna, aveva affrontato la quinta vita rinchiudendosi fin da fanciullo nel Monastero Contemplativo dell’Omosessualità Monogamica, tra i silenzi della Foresta Nera. A cinquant'anni era impazzito e aveva trascorso in una clinica psichiatrica gli ultimi trent'anni di quella vita sfortunata. Solitudine, incomprensioni, dolori lo avevano perseguitato in tutte le sue vite precedenti, sempre allo stesso modo, sempre nella stessa quantità. Mai aveva incontrato un essere umano con cui fosse riuscito a stabilire un rapporto di perfetto accordo, sempre era stato abbandonato quando aveva avuto bisogno d'aiuto. Infine aveva pensato che forse sarebbe riuscito a trovare in una metà di sé stesso quel calore umano che non era mai riuscito a trovare in alcun altro.
Possibile che anche questo, alla fine, dovesse rivelarsi un’illusione?
Quando si fermarono davanti ad una trattoria Lamorgese si sentiva leggermente angosciato.
- Entriamo qui? - chiese l'altro Lamorgese.
- Va bene.
Quando entrarono alcuni clienti li guardarono con aperta curiosità, con fastidiosa insistenza. In effetti erano come due gocce d'acqua. Evidentemente i bionici si erano serviti di due corpi gemellari. Lamorgese si pentì di non aver precisato nel testamento che non avrebbero dovuto usare due corpi gemellari.
Si sedettero al lungo tavolo metallico.
Dall’altra parte del tavolo un servomeccanismo scivolava su un lungo binario servendo i clienti. Si fermò davanti a loro.
- I signori desiderano? - gracidò.
- Spaghetti, bistecca di maiale, insalata verde e frutta di stagione. - ordinò Lamorgese. – Porzioni abbondanti. Lo stesso per il mio amico.
- Neppure per sogno. - ribatté l'altro Lamorgese.
- Come. Non prendi le stesse cose che prendo io?
- No di certo. Non ho nessuna intenzione di ingrassare. A me basta una bistecca e un’insalata di pomodori.
- Non ti permetto di mangiare meno di me. - s'arrabbiò Lamorgese, sentendosi oscuramente tradito.
- Ed io non ti permetto di impormi la tua alimentazione da disturbato mentale.
- Signori, - intervenne il servomeccanismo - devo servire anche gli altri clienti.
- Ci dia quello che abbiamo ordinato. - tagliò corto l’altro Lamorgese. Mangiarono in silenzio, rannicchiati nei loro sgabelli, lanciandosi occhiate dubbiose.
Mentre inghiottiva voracemente il cibo, Lamorgese ricordò che dopo i quarant'anni diveniva di solito terribilmente vorace. Osservò con rabbia il suo doppio che mangiucchiava con inappetenza.
Finirono di mangiare e uscirono per strada. Lamorgese camminava meditabondo, senza degnare di uno sguardo il suo compagno.
Il primo giorno della sua vita aveva portato con sé non pochi segni funesti.
4
Decisero che avrebbero abitato insieme. Si trovarono un bell'appartamento in un quartiere silenzioso e ricco di verde. Decisero anche che non era il caso di mettersi a lavorare: il lavoro avrebbe tolto troppo tempo al piacere della loro reciproca compagnia. Si iscrissero pertanto nelle liste dei Pubblici Artisti, ambedue con la qualifica di pittori, e ottennero di vivere con il pubblico sussidio.
I primi tempi riuscirono perfino a filare in perfetto accordo.
La mattina si alzavano di buon'ora, si caricavano addosso tele e cavalletti e raggiungevano a piedi i posti più sporchi e suggestivi della città. Si specializzarono in paesaggi squallidi e desolati, con cloache che correvano all'aperto, topi enormi in avanzato stato di decomposizione, palazzi rovinanti.
E per strano che potesse sembrare, riuscirono anche a vendere alcuni dei loro quadri più lugubri.
Passò il tempo e ben presto sorsero dei problemi. Lamorgese incominciò a diventare geloso della sua metà che mese dopo mese, sotto i suoi occhi, ringiovaniva sfacciatamente.
- Non è giusto! - gridava. - Sono appena nato e già sto invecchiando!
- Via, non fare il catastrofico! - ribatteva l’altro Lamorgese. - Al massimo avrai tre anni più di me.
- No. Sei anni. Per ogni anno che io invecchio, tu ringiovanisci di due.
Ogni mattina Lamorgese si guardava allo specchio per ore intere, storceva il naso, increspava il mento, annotava a mente tutti i cambiamenti, anche le rughe più minute. Dopo di che durante la colazione scrutava con maniacale insistenza il giovane. Il quale si irritava tremendamente:
- Ti prego! Non guardarmi in quel modo. Mi fai sentir male.
- Veramente sono io che dovrei sentirmi male. Non è mica giusto che sia io ad invecchiare.
- Uno dei due doveva pur invecchiare, no?
- Certo. Ma perché proprio io?
- Be’, in fin dei conti di cosa ti lamenti? È vero che io sto godendo gli anni della giovinezza, però tu non puoi negare che stai approfittando della saggezza dell'età matura.
- Bah! - mugugnava Lamorgese. - Ma quale saggezza!
La differenza d’età tra i due andava aumentando e si vedeva, con drammatica e spaventosa evidenza. Mentre Lamorgese senior, in giacca da camera e pigiama, tendeva ad impoltronirsi davanti alla televisione, Lamorgese il giovane usciva ogni sera e magari si portava a casa amici con cui faceva casino fino all'alba.
Naturalmente dopo siffatti episodi litigavano ferocemente.
- Chi erano quelle due baldracche che hai portato a casa ieri sera? - esordivaLamorgese senior.
- Ma perché non ti occupi dei fatti tuoi? – s’arrabbiava Lamorgese il giovane. - Io mica vengo a ficcare il naso nelle tue relazioni sentimentali. Quell'anticaglia che ti porti a letto tu, quella come si chiama, ah si, Lisa io non …
- Degenerato! - urlava Lamorgese. - Come ti permetti di definire Lisa un'anticaglia!
- E tu come ti permetti di chiamare baldracche le mie amiche?
E così avanti per un bel pezzo. Come se non bastasse Lamorgese s'era accorto di provare una fangosa, morbosa attrazione nei confronti del suo doppio in via di ringiovanimento. E pretendeva che questi gli raccontasse, anche nei particolari più intimi, gli incontri sessuali in realtà piuttosto frequenti a cui il giovane si dedicava con particolare concentrazione e passione. E questo era un altro dei motivi di continuo litigio.
“Sto diventando un vecchiaccio libidinoso”, si diceva Lamorgese nei momenti di lucidità. Del resto, si scusava, in questa vita ho saltato a piè pari i primi quarant'anni, quelli più succosi. Questo fatto doveva pur avere delle conseguenze.
Così passarono alcuni anni piuttosto turbolenti. Il rapporto tra i due andava sempre più deteriorandosi finché una sera accadde l’inevitabile.
Lamorgese ritornava a casa più tetro del solito. Era stato appena scaricato da Lisa. Non aveva ancora cinquant'anni e ne dimostrava sessanta. Era mostruosamente ingrassato, i capelli gli erano quasi tutti caduti e quelli che ancora resistevano erano precocemente incanutiti.
C'erano le luci accese in casa, ma il soggiorno era deserto. Un’intuizione eccitante gli balenò per la mente. Con il cuore che gli batteva in modo peccaminoso spalancò di colpo la porta della stanza da letto. Gesù, che roba!
Lamorgese trentenne stava fottendosi, con enfatica dedizione, una magnifica giovanissima ragazza. Lei lo vide per prima e notò il suo sguardo. Immediatamente si accasciò sotto il corpo sussultante di Walter e ne attirò l'attenzione.
Il giovare Lamorgese si bloccò e girò la testa con espressione scocciata.
- Chi è quel vecchio porcone? - chiese la ragazza.
- Ehm, - disse Walter - un mio parente.
- Be', mandalo via, no?
- Certo, certo. Solo un minuto.
Walter infilò in fretta e furia le mutandine e trascinò fuori Lamorgese che, con occhi avidi, stava succhiando le molteplici bellezze della fulgida fanciulla. Cristo, pensò, che differenza dal carname cascante di Lisa!
- Senti - disse Lamorgese junior dopo che ebbe condotto il senior in un’altra stanza - spegni innanzitutto quello sguardo lubrico. Non si adatta per niente ad un uomo della tua età. Dopo di che sforzati di ascoltarmi. Solo questo ci mancava, cha fossi uno sporco voyeur!
- Voyeur, io? - s'inalberò Lamorgese - Non diciamo fesserie. Se mentre fai all'amore ti guardassi allo specchio ti considereresti un voyeur?
- No di certo.
- Ebbene, ed io cosa stavo facendo? Guardavo me stesso che faceva all’amore con una splendida fanciulla.
Lamorgese il giovane sbuffò.
- Senti, non penserai mica di imbrogliarmi con questi trucchi verbali di bassa lega. Anzi, io sono stufo di averti sempre tra i piedi, soprattutto nei momenti meno opportuni. Qui dobbiamo arrivare ad una decisione. Non possiamo continuare a vivere insieme. Devi andare a trovarti un altro posto in cui stare.
- Come? - s'arrabbiò Lamorgese. - Oseresti cacciarmi dalla mia casa? La parte più giovane della mia vita osa cacciare di casa la parte più vecchia?
- Ho diritto alla mia vita privata.
- Anch’io. Ricordati però che la tua vita privata è anche la mia vita privata.
- Manco per sogno. Sono stufo. Voglio vivere per conto mio. Se non te ne vai tu me ne vado io!
- Non te lo permetto. E poi ricordati del nostro ultimo testamento.
- Me lo permetto io. E me ne frego dell'ultimo testamento! - urlò Lamorgese il giovane.
Come una furia entrò nella stanza da letto. Fece rivestire la sua giovane amica stupefatta e arraffati un po' di vestiti piantò in asso il vecchio Lamorgese che sbigottito e angosciato lo stava a guardare.
- Non mi vedrai mai più! - urlò il giovane Walter prima di sbattere la porta.
Lurido bastardo, pensò Lamorgese, che ingratitudine! Non solo quell'individuo gli aveva usurpato la sua giovinezza, ma si permetteva pure di maltrattarlo, offenderlo e infine abbandonarlo come se lui fosse uno qualunque, uno sconosciuto incontrato per caso. Lurido bastardo!
La cosa più dolorosa fu di constatare che quel lurido bastardo era proprio lui. E quanto era umiliante dover dare simili giudizi su sé stesso.
Passò una notte infame a rimuginare sugli errori commessi. Anche questa nuova vita andava in frantumi, sfuggiva al suo controllo, eludeva quelli che erano stati i suoi desideri. Possibile, si chiese, che debba sempre provare la stessa insoddisfazione? Possibile, si chiese, che io sia una persona tale da non riuscire ad andare d'accordo neppure con me stesso?
Ma al mattino, quando si svegliò solo nell'appartamento in cui ancora aleggiava la presenza di quel corpo, di quella persona che aveva incarnato la sua giovinezza, decise di non darsi per vinto. Fino alla prossima morte gli restavano da vivere ancora trent'anni. Si sarebbe dimenticato di quel bastardo e li avrebbe usati, quegli anni, nella maniera migliore.
Era stufo di stare ad oziare dalla mattina alla sera fingendo di fare l'artista. Si sarebbe trovato un lavoro manuale, uno di quei lavori che temprano il corpo e non lasciano il tempo di pensare e di commiserarsi.
Riuscì a farsi assumere, in qualità di operaio specializzato, presso i Laboratori dei Corpi Van Eyck e figli, nelle vicinanze di Digione. Vi aveva già lavorato, durante la sua seconda vita, per quasi quindici anni.
I Laboratori dei Corpi Van Eyck e figli erano costituiti da duecento capannoni immensi collocati, in una brughiera deserta. Da Digione li si raggiungeva in meno di mezz'ora di automobile.
Lamorgese fu assegnato al capannone numero 52. Il lavoro era semplice e poco faticoso.
Al centro del capannone, in una enorme vasca di vetro, cresceva un esemplare
della Creatura pluricellulare di Van Eyck. La creatura, alimentata da decine di tubi che inoculavano nella sua massa corporea torrenti di sostanze chimiche nutrienti, pulsava monotona emettendo di tanto in tanto orrendi rumori risucchianti.
Lamorgese i primi tempi fu assegnato al turno di notte.
Indossando pesanti stivali - i succhi secreti dalla creatura provocavano dolorose ustioni - camminava per ore ed ore intorno alla vasca, fumando una sigaretta dietro l'altra per non addormentarsi. Ogni tanto la massa della creatura sussultava, in uno spasimo improvviso. Lamorgese individuava il punto e mediante l'apposita scaletta raggiungeva l'orlo della vasca. Poi, sprofondando nella carne calda, e molliccia avanzava verso l’escrescenza pulsante che si ingrossava a velocità incredibile. All'interno della pellicola placentale trasparente si poteva vedere il feto che si sviluppava a vista d'occhio e raggiungeva, nel giro di pochi minuti, le dimensioni di un bambino di un anno. E poi continuava a crescere.
Infatti nel capannone numero cinquantadue si producevano corpi il cui sviluppo veniva bloccato quando raggiungevano l’età fisiologica di circa diciotto anni.
Annoiato, Lamorgese attendeva ancora per circa un quarto d'ora, quindi applicava il misuratore d'età. Quando la lancetta si attestava sul diciotto, tagliava con un colpo di bisturi il cordone ombelicale. Come un serpente ferito il cordone si ritraeva sanguinate all'interno della massa pulsante lasciando il corpo ancora avvolto nella pseudo placenta.
Lamorgese soffiava allora in uno speciale fischietto e dall'alto calava un braccio mobile automatico alla cui estremità era sospesa una barella. Quando egli vi aveva adagiato sopra il corpo inerte, il braccio mobile si ritraeva in alto e scivolando verso cavità sconosciute andava a stivare il corpo in una delle innumerevoli celle del magazzino a Stasi.
Alle sei di mattina arrivava il cambio. Fregandosi gli occhi e sbadigliando rumorosamente, Lamorgese gettava nello sterilizzatore gli strumenti di lavoro, e s'infilava sotto la doccia.
Quando usciva fuori, il sole sorgeva sulla brughiera.
Raggiungeva Digione in auto ed andava a casa. Viveva in quel periodo con Carlotta Letelier. Carlotta era una tipa sulla cinquantina, dal corpo già sfatto e dalla pelle di un color cenere cadaverico. Lavorava in tribunale dove si dava da fare a difendere piccoli e volgari delinquenti che poi, spesso e volentieri, invitava a casa.
Lei lo attendeva ogni mattina per fare colazione insieme.
- Ciao Walter, sei stanco? - chiedeva lei premurosa.
Lui si limitava ad assentire e per tutto il tempo della colazione non spiccicava una parola. Poi, quando lei se ne andava, si limitava a salutarla con un'occhiata. Il suo carattere si faceva sempre più chiuso, sempre più amaro. Sentiva, con tutto sé stesso, di aver già fallito l'obbiettivo principale della sua vita presente fin da quando era stato abbandonato dal giovane Walter. S'accorgeva di provare un interesse via via minore per le vite e per le persone che lo circondavano. Talvolta venivano a passare la serata in casa loro alcuni amici di Carlotta, suoi ex-clienti e Lamorgese s’annoiava a morte a sentire i loro discorsi, il loro linguaggi fatto esclusivamente di espressioni gergali.
Tra questi uno solo attirò la sua attenzione, un tipo striminzito che indossava abiti striminziti ed esibiva dei baffi radi dai lunghi peli neri. Tutti quanti lo chiamavano il Sorcio. Sembrava particolarmente amico di Carlotta con cui si appartava per ore a discutere fitto fitto. Lamorgese era sicuro che Carlotta di tanto in tanto ci andasse insieme a letto, ma la cosa lo lasciava del tutto indifferente.
In tal modo trascorse parecchi anni, grigi come cenere, della sua vita.
5
Intanto Lamorgese junior stava ringiovanendo precipitosamente. Come un marinaio in un mare in tempesta scruta ansiosamente la costa irta di rupi rocciose su cui vanno ad infrangersi schiumeggiando le nere onde, così lui incominciava a scrutare, nel suo corpo e nella sua mente, i segni dell'appressarsi degli anni irti e aguzzi di paure dell’imminente adolescenza. Il vivere la propria vita a rovescio, quel sogno ubriacante del tempo che passava e gli donava sempre più forza e sempre più giovinezza, incominciava a perdere il suo fascino e a rivelare il rovescio della medaglia nel momento in cui incominciava a presagire prossimo il precipitare nell'adolescenza e s'intuiva inevitabile la caduta nel chiuso, balbettante recinto dell'infanzia.
I suoi giorni si facevano sempre più labirintici ed angosciosi.
Così, verso i ventidue anni, Walter Lamorgese perse d'improvviso l'ispirazione artistica e cadde in una profonda crisi esistenziale.
La splendida Marianna, colei che era stata la causa del suo divorzio dalla parte più anziana di sé stesso, era diventata un'affascinante e matura signora di quarant'anni.
Le rare volte in cui lui, supplicandola, riusciva ancora ad andarci a letto insieme, Marianna lo cullava tra le braccia e lo derideva dolcemente:
- Caro, piccolo Walter. - diceva. - Caro, piccolo gambero della vita. Certo verrà il giorno in cui, divenuto tu bambino, dovrò cullarti fra le mie braccia per farti addormentare.
Allora Walter si arrabbiava e saltava giù dal letto e si metteva a gridare con voce in cui si intravedevano già le prime incrinature dell'adolescenza:
- Non chiamarmi gambero della vita!
E lei si limitava a ridere con dolcezza, mollemente nuda sul letto. Lamorgese si sentiva ogni giorno più ferito dagli atteggiamenti di Marianna nei suoi confronti, si sentiva ogni giorno più umiliato dalle continue bugie con cui ella cercava, senza neppure tanta convinzione, di nascondere altre, più soddisfacenti relazioni, Si sentiva sempre più messo da parte, come un bambino da tollerare e da soddisfare ogni tanto, ma certo non da prendere sul serio.
Divenne insicuro, timoroso della vita. Pensò persino di suicidarsi, tanto gli riusciva intollerabile il passare dalla colma pienezza della gioventù alla paludosa precarietà dell’adolescenza.
Però quando Marianna lo lasciò definitivamente, Lamorgese, abbandonato per la prima volta nella sua solitudine, cominciò ad esaltarsi cupamente. Rinnegando furiosamente tutti quei funambolismi intellettuali e quelle divagazioni estetiche che avevano occupato tutto il suo tempo fina a quel momento, decise di trovarsi una rude occupazione che lo portasse in qualche posto lontano e servisse a fargli dimenticare la proterva e traditrice Marianna.
Voleva ad ogni costo partecipare ad un’impresa grandiosa, voleva lasciare un segno tangibile, in cemento ed acciaio, del suo passaggio sulla Terra. Raggiunse allora Isherwood, in Irlanda.
Di lì sarebbe partito il Grande Ponte Transatlantico, il ponte che avrebbe congiunto il continente europeo con quello americano.
Lo imbarcarono assieme ad una squadra di rumorosi operai e lo depositarono su uno dei tanti cantieri sparsi in mezzo ai flutti tempestosi dell’Oceano Atlantico.
Così passarono veloci quegli anni, precipitando a rotta di collo verso l’ambigua adolescenza.
6
Gli anni passavano lenti e monotoni, terribilmente uguali a quelli di tante altre vite precedenti. Lamorgese sentiva la sua vita, già monca di una parte, scivolargli elusivamente tra le dita. Man mano che invecchiava diveniva sempre più cupo, sempre più spento.
Una notte, mentre stava svolgendo il suo solito turno di servizio nel capannone cinquantadue, accadde qualcosa che lo sconvolse e gli penetrò nella carne come mai gli era accaduto prima in tutto il tempo che aveva vissuto.
Fu, preso da una passione, travolto e squassato.
Stava camminando lentamente fumando l'ennesima sigaretta attorno alla vasca, quando vide sussultare in un punto la massa ipnoticamente ondeggiante della creatura di Van Eyck.
Automaticamente salì nella vasca verso l'escrescenza in rapida espansione.
Vide sbocciare, nella pseudo placenta pulsante, una bambina di sovrumana bellezza. La vide trasformarsi, affascinato, in una adolescente sinuosa, dal viso delicatissimo, di una bellezza impalpabile simile a quella che si può intuire talvolta sulle ali delle farfalle più belle.
Rannicchiata in una posizione fetale, sembrava che dormisse.
Lamorgese, all'età di sessantatre anni, concepì un desiderio che gli fece tremare le gambe e fremere le viscere.
Volle per sé, solamente per sé, qual corpo di donna.
La sua vita acquistò d'improvviso una luce divina.
Mentre ritornava a Digione, guidando l'automobile nelle nascenti luci dell'alba, stava già pensando a come impadronirsi di quel corpo prima che esso fosse profanato da una mente umana, prima che fosse insozzato dalla personalità di qualche donna terrena che potesse appannarne la limpida bellezza.
- Di' un po', ma cosa diavolo stai pensando? - gli chiese Carlotta, mentre facevano colazione. - Casa ti è accaduto?
Lamorgese la guardò. Contemplò in silenzio il suo viso solcato dalle rughe, il suo corpo che si intuiva ormai disfatto sotto la vestaglia. Si meraviglia di quanto gli riuscisse estranea e profondamente sconosciuta quella donna e addirittura gli venne l'impulso di piantarla lì e di andarsene. No, pensò poi, può darsi che lei possa ancora essermi utile.
- Senti, - le disse, - tu conosci quel tipo, il Sorcio. Potresti presentarmelo?
- Certo. Ma non capisco a cosa potrebbe servirti. È poco meno di un delinquente.
- Bah. Così, sono curioso.
Carlotta lo fissò con occhi sospettosi che ben presto però persero ogni interesse. Anche lei, pensò Lamorgese, non ha ornai alcun interesse nei miei confronti. E ciò mi è del tutto indifferente. Però, pensò ancora, nel giro di diciassette anni io sarò di nuovo morto.
Non voglio vivere un'altra vita completamente inutile.
Il Sorcio era un tipo indubbiamente sorcina, autenticamente topesco. Si muoveva con scatti improvvisi e strizzava gli occhi in continuazione. Stavano in un bar ad ingurgitare alcolici.
- Allora, sputa. - esordì il Sorcio. - Carlotta mi ha detto che posso esserti utile.
- Si tratta di un corpo. Mi interessa. - disse cautamente Lamorgese.
- Non hai nessuna intenzione di stare in parcheggio nella Banca delle Matrici, eh?
- No, che c’entra? - chiese Lamorgese.
- Allora ho capito male. Pensavo ce3 tu volessi procurarti sottobanco un corpo nuovo per il momento in cui dovresti andare a riposo. Mi sembri piuttosto vicino al momento del trapasso.
- Come? Vuoi dire che è possibile procurarsi un corpo, senza dover attendere il proprio turno?
- Ma certo - disse il Sorcio. - Mi vuoi prendere in giro? Lo sanno tutti. Solo i fessi smettono di vivere in attesa che giunga di nuovo il loro turno. Gli a1tri si procurano dei corpi di ricambio dal mercato clandestino.
Bene, pensò Lamorgese, dunque sono pure un fesso.
Però l’idea di dover vivere l’eternità anno dopo anno, giorno dopo giorno, senza alcuna tregua, senza alcun riposo, gli fece paura. Lui non riusciva a riempire in modo gradevole una vita ogni due secoli, figuriamoci una vita swenza fine.
- Tu saresti un dritto, vero? - chiese.
- Certo! - rispose il Sorcio socchiudendo gli occhietti e fissandolo con aria di sfida. - Non ho mai smesso di vivere fin da quando Granwitz inventò le Matrici. Ma se è per questo neppure Granwitz ha perso un solo giorno della sua vita, e così tutti gli altri furbi che vivono sulla Terra.
zp>- Va bene, va bene. - lo bloccò Lamorgese. - Adesso ascoltami. Io lavoro nei Laboratori Van Eyck, capannone numero cinquantadue …
- Vuoi piazzare dei carpi? No, non ci servono. Abbiamo già chi ci fornisce dei corpi alla Van Eyck.
Bene, pensò ancora Lamorgese. Quel giorno stava scoprendo in mondo, e per di più lo stava scoprendo in modo del tutto casuale ed involontario. Possibile, si chiese sbigottito, che la gente abbia tenta sete di vivere da non fermarsi di fronte a nulla pur di non allontanarsi, neppure per un sol giorno, dalle chiassose scene della vita?
- No. - disse dopo un attimo di silenzio. - Voglio solo un corpo per me. Un corpo particolare.
- Ho capito. - lo interruppe il Sorcio, - Ti sei innamorato follemente dal solito corpo bellissimo. Uomo o donna? Bah, ad ogni modo non mi riguarda. È certo però che quello che tu vuoi si può fare.
Lamorgese odiò immediatamente il Sorcio. Quell’individuo rozzo e meschino si permetteva di definire comune e banale la sua passione, si permetteva di lacerare con brutalità il delicato, etereo tessuto del suo sogno.
- Voglio quel corpo. - disse di nuovo con rabbia Lamorgese.
- Ho già detto che si può fare. - ribadì il Sorcio, con aria di irritante presunzione.
Non fu difficile, anche perché, dopo tanti anni, Lamorgese conosceva i Laboratori e il Magazzino a Stasi come le sue tasche. L'enorme complesso architettonico del Magazzino, alto mezzo chilometro, li sovrastava silenzioso, mentre lui e il Sorcio forzavano la porta di uno dei tanti ingressi secondari.
Una luna fredda splendeva sulla brughiera e il vento soffiava gelido. Il Sorcio, borbottando, saltellava continuamente.
- Fatto! - disse. La serratura scattò con un gemito ovattato. In realtà. potevano agire con la massima libertà. La sorveglianza intorno ai Laboratori, minima di giorno, cessava del tutto di notte. Praticamente non correvano nessun rischio.
Dentro c'era silenzio e luci fioche. E poi c’erano milioni e milioni di Celle e Stasi, allineate, in corridoi sterminati, piano su piano, per mezzo chilometro d’altezza.
- Seguimi, - sussurrò Lamorgese al Sorcio.
Il cuore gli batteva cupamente, senza gioia. Sapeva che stava indulgendo ad una passione oscura e priva di senso.
Un ascensore li portò in alto, agli ultimi piani. Lamorgese sapeva dove bisognava andare. Camminarono in un lungo corridoio e lui scrutava attentamente le celle cercando di riconoscere, al di là dei cristalli, quel volto, quel corpo.
La vide e si fermò di colpo. Restò lì, con il cuore che gli batteva pazzamente.
Il Sorcio lo stava osservando.
- Stai proprio ridotto male! - disse con improvvisa, franca brutalità. Lamorgese si voltò infuriato.
- Non parlare! - ansimò con ferocia. - Tu devi solo fare quello che abbiamo convenuto. Non sei autorizzato a esprimere giudizi.
- Va bene – rispose il Sorcio, scrollando le spalle.
Lamorgese premette i pulsanti di apertura della cella a Stasi. Con delicatezza prese tra le braccia quel corpo immobile, ma caldo, in cui mai era passata la devastatrice vita umana.
- Andiamo - disse.
Camminarono in silenzio tra quei milioni di involucri di carne che attendevano la loro ora, pronti ad ospitare una mente umana. Come nelle catacombe dei tempi antichi, pensò Lamorgese. Solo che allora i corpi riposavano dopo la morte, adesso, forse più a ragione, riposavano prima della vita.
Fuori era pronta l’automobile. Il corpo della fanciulla fu adagiato nei sedili di dietro. Partirono.
- Adesso manterrai la tua promessa? - chiese con voce roca Lamorgese.
- Certo - disse il Sorcio. Adesso non aveva più voglia di scherzare o di trattare con leggerezza quella questione.
Senza valerlo, quasi senza accorgersene, era caduto nell'atmosfera di insana morbosità che emanava da quel vecchio.
Non vedeva l'ora che tutta quella faccenda finisse.
- La Macchina di Resurrezione di quella stazione clandestina che tu dici, di quali Matrici Psichiche dispone? - chiese Lamorgese quasi in un gemito.
- Matrici di tutti i tipi. Non hai che da chiedere.
- Solo Matrici Psichiche di uomini e di donne?
- Naturalmente. - rispose il Sorcio guardandolo con meraviglia.
- Io non voglio che una mente umana insozzi questo corpo - disse Lamorgese.
Accanto a lui il Sorcio si agitò nervosamente sul sedile.
Un disagio profondo cominciava ad impadronirsi di lui.
Potete procurarvi Matrici Psichiche non umane? - chiese dopo un lungo silenzio Lamorgese e si udiva, mentre l'auto filava silenziosa sotto la fredda luna, il suo respiro rotto, ansante.
Il Sorcio ebbe paura. Quest'uomo è pazzo, pensò.
- Si - sussurrò. - Si può fare. - aggiunse con voce fioca, inorridendo egli stesso nel considerare quale fosse il significato implicito di quelle sue parole.
7
L’Atlantico mugghiava due chilometri più sotto. Nonostante il pilone fosse una mostruosità di cementa ed acciaio la cui sezione misurava una superficie di diecimila metri quadri, si avvertivano sotto i piedi le oscillazioni causate dall'immane urto delle acque in movimento. Su quel pilone sarebbero passati un fascio di binari, una superstrada ed una galleria per i mezzi di trasporto automatico. Per quella strada un'enorme quantità di mezzi e di persone si sarebbero riversate dal continente americano a quello europeo e viceversa.
Lontano, a dieci chilometri di distanza, avvolto nella foschia si profilava il contorno sfuocato del più vicino pilone ancora in costruzione.
Il giovane Lamorgese contemplava l’Oceano furente tutt’attorno a lui. Il mare in tempesto lo eccitava cupamente.
Spensa la sigaretta e si strinse nel giaccone, mentre il vento si faceva ad ogni minuto più violento. Grosse gocce di pioggia lo investirono all’improvviso. Avrebbe fatto bene a raggiungere gli altri. Si diresse verso il boccaporto e scese la scala di cemento che sprofondava nelle viscere del pilone.
Giù nell’ampia sala c'era calore e gente.
- To’ ecco Walter Lamorgese, l’uomo spaccato in due. - lo salutò affettuosamente, ma a voce troppo alta, un tipo robusto dal viso allegro. Immediatamente il giovane Lamorgese fu assalito dall'impulso di tornarsene sopra, nella tempesta. Purtroppo in un momento di debolezza gli era accaduto di confidarsi con un amico, e questi aveva diffuso la voce. Lo seccava a morte di essere sfottuto su quel particolare della sua vita e naturalmente, proprio per questo, tutti si divertivano un mondo a sfotterlo.
Man mano cha passava il tempo diventava sempre più sensibile. Sempre più spesso i suoi pensieri, distorti dall’emotività morbosa dell’adolescenza, si focalizzavano con odio e disgusto sul vecchio Lamorgese. Era lui, il vecchio, che aveva pensato e voluto qual dannato testamento. Del resto solo un vecchio, annegato in mille e mille delusioni, poteva escogitare simili trovate nella speranza di dare un senso, di ravvivare la sua futura vita. Ma adesso chi ne pagava le conseguenze era lui, il giovane Lamorgese.
Di notte, quando non riusciva ad addormentarsi pensava che in qualche parte dal mondo viveva una parte di sé stesso, una parte che aveva deciso per lui e gli aveva inflitto una vita strana, pazzesca ed innaturale. Una parte di sé stesso, o forse addirittura un'altra persona, che egli adesso odiava follemente come origine di tutta la sua attuale infelicità.
Un giorno, quando da poco aveva lasciato dietro di sé i diciotto anni per entrare nei diciassette, si decise. Si rivolse ad un centro di i>nformazione automatica e si fece dare l’ultimo indirizzo di Walter Lamorgese il vecchio.
Scoprì che abitava nelle vicinanze di Kiev.
Voleva almeno andargli a dire quanto lo odiasse.
Il vecchio Lamorgese si trovava in casa. Con la barba lunga, sdraiato su un divano, stava osservando con sguardo inerte un sontuoso tramonto. Come attraverso ad un muro di ovatta, sentì che qualcuno suonava alla porta.
- Chi è? - chiese~ La voce gli si era fatta gutturale, cavernosa.
- Sono io, - rispose una voce adolescente, stranamente conosciuta, che lo smosse un poco dal profondo torpore in cui si trovava.
- Entra pure – disse Lamorgese - è aperto.
Si trovarono di fronte. Lamorgese il vecchio provò per un attimo un tuffo profondo al cuore. Un giovane adolescente era di fronte a lui e lo guardava visibilmente con disprezzo.
- Sei tu, vero? – sussurrò.
Il giovane non rispose neppure. Si guardò intorno e vide lo stato di abbandono, di disordine in cui il vecchio viveva. Lo disprezzò ancora di più per questo.
Poi vide una giovane donna distesa su un divano. La guardò e gli sembrò che avesse qualcosa di strano. Lei lo fissava con occhi di inverosimile bellezza ad era lei tutta di inverosimile bellezza. Indossava una minuscola vestaglietta trasparente.
Lamorgese il vecchio accennò con un gesto appena abbozzato alla bellissima fanciulla.
- Ti piace, vero? È la mia ineffabile bambola. La mia Farfalla Muta.
- Chi è? - chiese Lamorgese adolescente.
- Cosa è, vorrai dire. Guarda come si agita dolcemente sul divano, con quale grazia, con quale sinuosità!
- Cosa è, allora?
- Null'altro che un corpo bellissimo. Nel suo cervello inerte ho riversato la Matrice Psichica di una farfalla. Dovresti vederla quando cerca di volare. Corre sui suoi piedini per tutta la stanza, inutilmente agitando le sue braccia leggere. E sugli occhi le compaiono delle lacrime perché vorrebbe ma non riesce a volare. Io sto a guardarla per giornate intere quando cerca di fare queste cose, perché anch'io, da molte vite, cerco di fare queste cose. Adesso mi limito a guardare lei, e mentre la guardo io mi sento ancora vivere.
- Tu hai fatto questo? Tu, sei così? – s’indignò il giovane.
- Vedo che non capisci. Forse tu eri venuto per riversarmi addosso il tuo disprezzo ed ora ti accorgi che non basta quello che nutri in te. Ma spiegami una cosa. Perché non dovrebbe piacermi questa farfalla dal corpo di donna? Perché non dovrei concedermi tutto quello che mi piace? A chi dovrei rendere conto, forse a Dio?
- No, Cristo, a me devi rendere conto! - gridò il giovane Lamorgese. - Lurido, vecchio rimbambito!
Lamorgese si versò un bicchiere. di liquore, ciabattò per la stanza e andò a sedersi su una poltrona. Osservò l'adolescente tutto vibrante d'ira come si guarda qualcuno che stia molto lontano.
- Ascoltami. - disse - Forse tu non hai mai capito i motivi veri di quel nostro, o se vuoi solo mio, testamento.
Io volevo vivere in una sola vita due volte, volevo vivere contemporaneamente la maturità, e insieme la giovinezza e l'adolescenza, osservandola e gustandola attraverso un altro corpo. Io volevo guardarmi dal di fuori, perché non sono mai riuscito a capire ed amare gli altri. Volevo vedere se, diventando io stesso ai miei occhi un altro, sarei riuscito a concludere qualcosa di più. Ma purtroppo mi sembra che sia impossibile vedere sé stessi dal di fuori. Adesso io vedo te, ma tu non sei me, sei semplicemente un altro, un altro qualunque! E c’era poi un altro desiderio, un’altra ben più alta ambizione a cui aspiravo. Volevo riuscire a realizzare una vita sublime che avesse la stessa perfezione di un'opera d'arte. Uno dei sogni più antichi dell'uomo!
Lamorgese rise sommessamente e bevve un sorso di liquore.
- Dunque - disse il giovane Walter - tu sei solo un folle?
- Certo. - ridecchiò il vecchio Lamorgese accennando un gesto di malcelato fastidio. - Sono un folle al pari di tutti coloro che attualmente vivono sulla Terra. Ricordati però che da duemila anni gli uomini occupano un territorio alieno, un territorio che hanno strappato alla morte. Volevi forse che non dovessero pagare un prezzo a questa innaturale, forse empia, conquista? Ma vedo che non mi capisci.
No, non capisco, pensò Walter. Davvero non riesco a capire cosa stia farfugliando questo vecchio pazzo. Del resto cosa ho da spartire con un individuo del genere? Costui non merita neppure il mio disprezzo! E in fin dei conti, chi è per me costui?
- Adesso vattene. - riprese con voce spenta il vecchio Lamorgese, - Infatti anche tu sei nessuno per me. Mi sono accorto troppo tardi che due corpi diversi significano due vite diverse, e che due vite diverse significano due persone diverse, estranee fra loro, sconosciute. È inutile continuare a farsi illusioni!
Tacque e ripresa a sorseggiare il suo liquore.
Il giovane Walter si girò e, senza salutarlo, uscì fuori.
Un immenso sole rosso stava calando dietro l'orizzonte.
8
Passarono ancora gli anni del vecchio Lamorgese. Un giorno egli vide spegnarsi prematuramente la sua bellissima, effimera farfalla dal corpo di fanciulla. Da allora pensieri di possente tristezza presero a turbargli l’anima.
Così un giorno decise di andare a Berlino, al Grande Festival della Morte. Stava vivendo allora i soliti, tristi ultimi dieci anni della sua vita. Né più né meno, pensava, come gli era accaduto nelle ormai troppo numerose vita precedenti.
Il Grande Festival della Morte si teneva ogni cento anni a Berlino. Era quello l’anno in cui si commemorava l’antica, terrorizzante nera Signora. La gente conveniva a Berlino da tutto il mondo e qui si mangiava e si faceva all’amore in quantità impressionanti, all'antica maniera, come se la morte galoppasse ancora nel mondo.
Erano secoli che Lamorgese non partecipava alla Festa di Berlino. S'imbarcò sul dirigibile Thomas Mann e in nottata giunse a Berlino. Dal cielo Berlino appariva immensa. Un fronte di dieci chilometri di fuochi artificiali che cominciavano ad esplodere dalle prime brume della sera illuminava tutto il cielo con un arco immenso di luci e di colori dando il benvenuto a milioni e milioni di visitatori.
Lamorgese sbarcò, intruppato in una rumorosa marmaglia di nippo-groenlandesi, all'areostazione Joseph Koudelka.
Si immerse immediatamente nella festa.
All'angolo della Granwitzstrasse un gruppo di mimi camaleontici stava rappresentando "L'oscura vendetta della Morte" di Tom Yoruba.
Lamorgese aveva visto quello spettacolo centinaia di volte, eppure non poté fare a meno di infilarsi in mezzo alla folla che assisteva allo spettacolo.
- C'era una volta - diceva il cantastorie - la Piccola Morte. Allora c'erano pure pochi uomini, sulla Terra. La vita era triste e amara e difficile e la piccola Morte aveva occasione di lavorare parecchio tra la gente. Ma a quel tempo lei non era malvista perché il suo compito era quello di accompagnare in un Altrove gli uomini che presto si stancavano di vivere, presto si stancavano di lottare.
I mimi camaleontici balzarono sulla scena e si trasformarono in uomini primitivi, in bestie antiche. Grugnendo cavernosamente, simularono inseguimenti e combattimenti, ferite e morte. Poi scomparvero lasciando a terra un uomo che, grondando sangue, agonizzava sulla scena.
Venna la Piccola Morte, rotondetta a bionda e gentile, e gli offrì la sua manina grassoccia e l’uomo la seguì un po' timoroso, eppure quasi danzando, nel misterioso Altrove dove non si soffriva.
- Poi passò il tempo - riprese a cantare il cantastorie - e gli uomini incominciarono a star bene sulla Terra e a non avere alcuna fretta di andarsene Altrove e attribuirono sempre più importanza a sé stessi, sempre meno importanza alla Morte. Anzi, presero ad odiarla e ad averne paura.
Così Ella, offesa, si gonfiò dell'odio e della paura degli uomini e mentre prima gentile attendeva, adesso li perseguitava e si sforzava di escogitare tutti i modi possibili per rapidi e trascinarli via con sé.
Comparve sulla scena l Piccola Morte, grassoccia e bionda e gentile, e si trasformò e si gonfiò e divenne immensa e nera e paurosa. E gli uomini, piccoli e urlanti, corsero da ogni parte per cercare di sfuggirle.
- Ma poi - disse il cantastorie - vennero Granwitz e Van Eyck e ammazzarono la Morte!
E i mimi sulla scena smisero di correre e urlare, si fecero crescere addosso abiti sfarzosi e simularono un pranzo sontuoso e risa ed allegria. E la Morte si appartò in un angolo della scena e messa in disparte rodendosi di rabbia attendeva ed attendeva. E nell'attesa il suo gran corpo nero e pauroso si sgonfiava e rimpiccioliva ma Lei, rodendosi di rabbia taceva ed attendeva. Infine, dopo tanta inutile attesa, il suo volto si raggricciò e disseccò in ossuto teschio, i neri capelli si allungarono in atro e roteante martello. Si mosse percorse a grandi passi ossuti e stanchi l'intera scena.
- Saprò attendervi, dannati! - gridò. Voglio proprio vedere che cosa ne farete di tanta vita, voi che avete osato dimenticare la bellezza della Morte!
Lamorgese, quasi colpito personalmente da quelle parole, si allontanò in fretta da quel posto, ansiosamente districandosi tra la folla.
Si, pensava camminando e urtando inavvertitamente la gente Lamorgese, forse abbiamo davvero dimenticato la bellezza della Morte, o forse nessuno ha ancora scoperto, con assoluta certezza, in che cosa consista questa Sua bellezza. E fino a quel momento tutti resteremo aggrappati allo squallore, certo e sicuro, di questa vita che è l'unica che conosciamo. Pensò queste cose e camminò per molto tempo ancora, finché ricordò lo scopo per cui era venuto a Berlino.
S'incamminò lungo il Viale dell’Ultimo Uomo Morto. Il viale era tappezzato di morbidi petali di crisantemi, era fiancheggiato da due ali di immobili, magnifici cipressi.
In fondo si intravedeva il Mausoleo.
Ogni volta che andava al Festival, di tanto in tanto nel tempo, Lamorgese non poteva fare a meno di andare a visitare l'Ultimo Uomo Morto. Si chiamava proprio così: se ne ignorava persino il nome!
Nel Mausoleo c'era silenzio. Un silenzio antico, quello stesso che un tempo era appannaggio dei luoghi di sepoltura degli uomini, un silenzio quale non esisteva più nel mondo da duemila anni se non in quel solo posto ormai, a Berlino.
Scese i gradini, larghi e marmorei, che portavano nella grande cripta. Laggiù faceva fresco e c'era poca gente. Si aggiravano, quasi sperduti nell’ampia sala solo una vecchia signora e una scolaresca con relativa insegnante. Lamorgese lesse sui visi di quei bambini la stessa espressione di meraviglia che un tempo si disegnava sui volti degli scolari che andavano a veder in qualche museo le statue di cera degli antichi abitatori della Terra.
Lamorgese contemplò con indecifrabile tristezza la bara posta al centro della sala.
L'ultimo uomo colpito dalla morte era un vecchio dal volto leonino. Come era ormai abitudine dell'epoca antica in cui era vissuto, il suo corpo era stato accuratamente imbalsamato. Così conservato in ottime condizioni, egli perpetuava nel tempo la sua ambigua presenza.
Lamorgese fissò il suo volto incartapecorito, gli occhi socchiusi morbidamente. Erano occhi verdi ·e sembravano tuttora vivi, sornioni. Quale segreto, perso ormai per tutti gli uomini, s'era portato con sé, morendo, quel vecchio mummificato che ora sembrava fissarlo attraverso il cristallo della sua bara? Era valsa di più la sua unica preziosissima vita, oppure le vite innumerevoli e così diversamente vissute di Walter Lamorgese?
Dunque vecchio, pensò Lamorgese, chi ha gustato di più questa magnifica avventura della vita? Tu, sapendo che era unica e irripetibile, oppure io che so che c'è sempre, in ogni caso, un’altra occasione?' Ma tu ormai non puoi dare più alcuna risposta, pensò Lamorgese. Hai già detto, forse per tua fortuna, tutto quello che avevi da dire nel mondo.
Pensando queste case, si sentì profondamente desolato. Si girò lentamente per andarsene da quel posto e solo allora si accorse che uno dei ragazzini della scolaresca lo stava fissando, forse da qualche minuto, con strana intensità. Era un ragazzino biondo, bello, sui sette-otto anni d'età.
Lamorgese si avviò verso l'uscita. Il bambino gli andò incontro, gli si avvicinò e lo prese per la giacca.
- Che c'è? - chiese Lamorgese.
Solo allora guardò con attenzione il bambino ed ebbe una vera e propria vertigine.
- Cristo, - esalò - sei tu!
- Si - disse il bambino.
- Mi ero completamente dimenticato di te. - ammise il vecchio Lamorgese.
- Anch’io, - disse il bambino, sorridendo timidamente.
- Accompagnami. - disse il vecchio Lamorgese, sorridendo anche lui. E intimamente, pure se in modo oscuro, era contento di essersi ritrovato con l'altra metà di sé stesso. Come se, giunto ormai al momento della fine, fosse giusto raccogliere ed unire gli sparsi frammenti della sua vita.
Quel giorno parlarono a lungo tra loro e rammentarono i momenti vissuti insieme e si raccontarono le loro vite diverse. Stettero bene insieme, passeggiando e divertendosi nella festa.
Nessuno dei due lo ammise a chiare parole, ma ciò che li accomunava e li faceva sentire così vicini in quel momento altro non era che la paura del vuoto che entrambi li attendeva, con ineluttabile imminenza, alle opposte estremità della vita.
9
Come ogni mattina Lamorgese uscì fumando un sigaro dai cancelli della Casa di Riposo 'Serena Vecchiaia' e camminando lentamente si recò a prendere il piccolo Walter per fare insieme la consueta passeggiata mattutina. Saltellando con impazienza Walter lo attendeva davanti all'ingresso dell'asilo d’infanzia 'Cappuccetto Rosso' e nell'attesa sgranocchiava cioccolatini.
Adesso non litigavano più. I due Lamorgese avevano, rispettivamente, settantaquattro anni e sei anni. A vederli passeggiare nel parco li avreste detti nonno e nipote. Il piccolo, biondo roseo e con i pantaloni corti, dava la manina al vecchio col volto rugoso e i capelli bianchi ancora tutti in testa.
Ambedue risentivano dell’età, ma ricordavano ancora tutto. Le foglie cadevano frusciando dal cielo autunnale, molto tristemente, come a ricordare il tempo loro che si avvicinava alla fine.
- Mi sa che abbiamo sbagliato anche questa vita. - disse il piccolo Walter con la sua vocina.
- Lo credo anch’io. - disse Lamorgese facendo attenzione a dove metteva i piedi. Le gambe, da un po' di tempo a questa parte, gli si erano fatte molli e tremebonde.
- Però - aggiunse - comincio a credere pure che forse ciascuno di noi viva sostanzialmente sempre la stessa vita. Cambia qualcosina qua, qualcosina là.
Ma la sostanza della vita, la sua qualità profonda intendo, quella è sempre la stessa. Ma noi forse inseguiamo qualcosa di irraggiungibile, di chimerico, quando inseguiamo e vogliamo realizzare ad ogni costo la vita più bella che si possa immaginare e tutto il resto.
Un colpo di vento più forte fece cadere su di loro centinaia di grandi foglie secche.
-·Non ho capito bene tutto quello che hai detto. - disse il bambino riccioluto - Ma tu non devi disperare. Potremmo sempre rifarci alla prossima vita. Prima o poi troveremo la maniera di viverne una buona,
- Non ci credo più. - disse Lamorgese. - Penso ormai che non è una questione di come si vive, ma di persone che vivono.
- Non essere pessimista. - lo consolò Walter, leccando il gelato che il vecchio s’era fermato a comprargli da un venditore ambulante.
Il vecchio camminava lentamente. Il bambino gli saltellava attorno, ma chissà perché era chiaro che non c’era gioia nel suo saltellare, ma solo tristezza. Dietro di loro le foglie continuavano a cadere.
da "The Time Machine" n. 3/’79
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