I fiori e i frutti della rivoluzione 1
di Lorenzo Iacobellis
Accadeva puntualmente, ogniqualvolta Gustavo Schironna agganciava un nuovo cliente par il prima contatto. Di colpo la gastrite registrava la solita improvvisa recrudescenza e lo costringeva a camminare leggermente curvo, nella illusoria speranza di attutire le fitta di dolore. Le mani, contratte a pugno nelle profonde tasche del cappotto, gli sudavano schifosamente e le ascelle secernevano un liquido sudoroso così acido e corrosivo che tutte le sue maglie intime, dopo qualche tempo, apparivano giallastre e bucherellate. Per di più la testa gli ballava come un palloncino sulle spalle e aveva l'impressione di dover svenire da un momento all'altro.
Quel giorno l'incontro era stato fissato per il pomeriggio nel retro del negozio di un amico, persona oltremodo fidata dal momento che Schironna lo forniva di merce da più di cinque anni. Per lui lo spacciatore si sarebbe fatto tagliare tutte e due le mani, per il nuovo cliente non si sarebbe fatto tagliare neppure un'unghia. Il dramma di Gustavo Schironna consisteva nel fatto che doveva affrontare proprio un nuovo cliente.
Entrò nel negozio di Sbobba gestito dall'amico, lo salutò con un gesto appena accennato; guardò furtivamente i pochi clienti, a quell'ora tutte persone anziane, e passò nel retro. Era un locale squallido con un tavolo basso e poche sedie alcune semi sfasciate, appoggiate qua e là ai muri.
Raggomitolato su una sedia il nuovo cliente lo stava aspettando.
Schironna lo soppesò con un'occhiata. Erano tutti uguali così a prima vista. Esibivano tutti quell'aria viziosa e lo sguardo debosciato che gli faceva girare le scatole e gli faceva venire la tentazione di cambiare mestiere. Era un omino ben vestito, quasi completamente pelato. Di quelli che una volta andati in pensione scoprono improvvisamente la vita e si sentono terribilmente di fottere al pensiero di dover morire senza prima aver gustato almeno una dozzina di esperienze proibite.
Come sempre Schironna fu inchiodato di colpo dal sospetto che l'omino fosse un poliziotto. Un pungente aculeo di dolore gli trafisse lo stomaco. Si accasciò sulla sedia più vicina e attese, sotto gli occhi un po' imbambolati e un po' preoccupati dell'omino ben vestito. Non c'era da preoccuparsi.
Attese con pazienza di essere invaso dalla solita ondata di fatalismo. Quando entrava in contatto con un nuovo cliente, eventuale fonte di pericoli, era purtroppo costretto a subire questa ormai ben collaudata successione di stati psicologici e fisiologici.
Era un tipo psicosomatico, senza dubbio, ma col mestiere che faceva chi non lo sarebbe diventato?
- Buongiorno. - salutò Schironna, dopo qualche attimo, quando il ritmo cardiaco riuscì a conquistarsi una cadenza più regolare.
L'omino sembrò risvegliarsi. Guatò Schironna con occhi lubrichi ed esalò: - La merce! Ha la merce con lei?
Schironna si rassicurò immediatamente. Non era un poliziotto. Nessun poliziotto sarebbe stato in grado di fingere così bene, di conferire una tale carica di oscenità a quelle poche parole.
Tutti uguali! Pecoroni senza dignità! La loro ansia di vizio, il loro anelito di depravazione riusciva a disgustare ogni volta Gustavo Schironna. Perché doveva essere così raro incontrare una persona che lo capisse e che sapesse apprezzare non solo la merce ma soprattutto i sublimi ideali che stavano dietro la produzione e la vendita della merce?
Dopo quelle poche parole Schironna disprezzò immediatamente il nuovo cliente. Di conseguenza si sentì subito meglio e più sicuro di sé. Lo stomaco allentò la presa, il cane della paura disserrò le mascelle e fuggì lontano.
Schironna annuì ed estrasse un sacchetto dal tascone interno del cappotto. Lo aprì e ne arrotolo i bordi con lentezza, con ostentata abitualità.
L’omino friggeva, gli occhi gli si erano appannati. Il respiro gli si era appesantito e le mani tremanti guizzavano di qua e di là come serpi impazzite. Sporco funzionario governativo in pensione, pensò Schironna avvilito dal fatto di essere costretto ad avere rapporti con gente così spregevole. Naturalmente non aveva la matematica certezza che quell'individuo fosse un funzionario governativo in pensione ma l'alone di volgare astuzia e di viscida presunzione che colavano da tutta la sua persona glielo faceva sospettare.
Appoggiò il sacchetto sul tavolo e lo spinse verso di lui.
Lentamente, molto lentamente. Dal momento che in questi incontri doveva avvilire il suo ideale, pensò, tanto valeva, prendersi gioco di costoro!
L'uomo lanciò trepide occhiate nel sacchetto e sbatté freneticamente gli occhietti quasi abbagliati da tanto candido fulgore. Poi vi immerse la grassoccia manina sussultante e soppesò un pugno di roba sul palmo. La annusò e la sfregò tra l’indice e il pollice cercando, senza riuscirvi, di reprimere un singulto di godimento.
- È roba pura. - commentò freddamente Schironna. Si vedeva lontano un miglio che l'omino era un incompetente.
Avrebbe potuto piazzargli merce adulterata, di quella che lo avrebbe fatto crepare due ore dopo la ingestione, e lui non avrebbe fatto una grinza.
- Quanto? - chiese l’omino che aveva un grosso nodo di cravatta appeso al pomo d’Adamo. Ogni volta che quello sporcaccione inghiottiva saliva l’enorme nodo andava su e giù, simile ad un grosso scarafaggio nero che gli succhiasse la gola.
- Trecento grammi, roba raffinata, due milioni di lire! - espulse a raffica Gustavo Schironna. Ormai aveva solo fretta di concludere l’affare. Quando si accorgeva che la gente che comperava la sua merce mancava del minimo barlume di spiritualità, cercava di sganciarla al più presto possibile. A quel punto lo faceva solo per i soldi, non per l'ideale.
A quella risposta il probabile funzionario governativo in pensione inghiottì precipitosamente. Lo scarafaggio sobbalzò. Sicuramente stava calcolando nel suo piccolo striminzito cervello se un vizio, quello che egli considerava, certamente solo un vizio, valesse una parte così cospicua della sua liquidazione. Soppesava burocraticamente se l'investimento gli avrebbe reso la dovuta quantità di sensazioni peccaminose.
- È troppo! - disse l'omino dopo qualche attimo di silenzio. - Però - aggiunse velocemente, vedendo rabbuiarsi il volto di Schironna - l'amico comune del negozio, qui, mi aveva parlato anche di certi fiori …
- Non credo che potrebbe permetterseli. - tagliò corto Schironna.
- Ne ha qualcuno qui con lei? Insisté l'omino esplorando con occhi bramosi le più riposte pieghe del cappotto di Schironna.
- Certo. Ne ho una dozzina. Ma non credo che lei potrebbe …
- Me li faccia vedere! - ansimò l'omino che, agitatissimo, di colpo sembrava fuori di sé ... Me li faccia vedere. Altrimenti mi metto ad urlare. La metto nei guai!
Schironna maledisse la sua sfortuna. Quel tipo era disposto a giocarsi non solo la libertà, ma addirittura la reputazione, cosa per lui certamente ben più importante. Certo doveva sapere che rischiava quanto lui nel caso fossero stati scoperti dagli agenti del servizio Contronatura. Che individuo abbietto!
Per un attimo Schironna fu invaso dal furioso desiderio di prendere a cazzotti in faccia l'omuncolo. Poi decise che non ne valeva la pena. Tirò fuori da un'altra delle sue infinite tasche un involto di carta argentata. Lo aprì e ne gettò il contenuto sul tavolo.
Fiori! Spiccavano come gioielli sulla superficie di plastica nera del tavolo. Rosei e carnosi, tentatori, evocatori di deliziose estatiche sensazioni.
L'omino, come in trance, allungò una mano grassoccia e sudaticcia e li accarezzò. Per un attimo sembrò che avesse dimenticato tutto il mondo che lo circondava, compreso Guatavo Schironna.
Poi si riprese. Per la prima volta guardò dritto negli occhi di Schironna. Non più di un attimo, quanto gli bastava per appurare che lo spacciatore non era né furbo, né viscido, né doppiogiochista e di conseguenza incapace di competere con lui in queste fondamentali qualità dell’umano comportamento. Ne dedusse, con notevole prontezza di spirito, che lo scambio sarebbe stato necessariamente un affare per lui, una fregatura per Schironna.
Gustavo Schironna sopportò pazientemente.
Ancora una volta l'omino immerse una mano nel sacchetto e la ritirò piena di roba. Strinse il pugno ad imbuto e la fece cadere a cascatella.
- Fagioli autentici anteguerra, di qualità spagnola. Trecento grammi. Vengono a costare due milioni e non sto a discute sul prezzo! - si costrinse a dire con glaciale calma lo spacciatore.
L’omino lo guardò con fastidio, come se fosse stato disturbato da sue profonde e ben più fondamentali riflessioni. Accarezzò di nuovo i fiori, facendo scivolare con leggerezza le dita sulla finissima peluria che ne ricopriva i lunghi petali sgargianti.
- Fiori di zucchina, da ingerirsi solo dopo averli fritti.
Una dozzina, un milione di lire! - commentò Schironna estremamente disgustato. Ormai era stufo e voleva andarsene. Cominciava a precipitare nel vortice degli scrupoli moralistici. Aveva la sensazione di star lì a prostituire la sua nobile ed alta missione.
- Allora cosa fa? - si arrabbiò. - In tutto sono tre milioni. Prende o lascia?
- Prendo, prendo. - sbottò l'omino precipitosamente.
Schironna intascò il denaro, passò come una furia dal negozio di Sbobba dell'amico senza neppure salutarlo e se ne andò subito via, schizzando disgusto da tutti i pori. Ce l'aveva con tutti e con tutto!
Per strada fu assalito dall'impellente desiderio di fare un bagno. Aveva bisogno di togliersi di dosso la puzza del suo sudore e la sporcizia spirituale raggrumatasi intorno alla sua anima dopo quell’ennesimo deludente incontro. Muovendosi per le strade con le dovute precauzioni, raggiunse il Covo Limone Giallo. Era l'unico posto che disponesse di una vasca abbastanza grande da poterci fare un bagno rilassante.
Un tenue profumo di limoni aleggiava nell'aria dell'appartamento. Al di là del vetro smerigliato della porta si intravedevano le immobili presenze degli alberi di limone nell'altra stanza, i rami verdi curvi sotto il peso di una incredibile quantità di frutti gialli.
La stanza in cui si trovava conteneva la vasca dell'acqua che di solito usava per le irrigazioni, un piccolo laboratorio di eugenetica vegetale, un mobile tozzo e basso che sosteneva un antico apparecchio radio.
L'acqua sciaguattava e la radio trasmetteva il notiziario.
- Stanotte - diceva la voce concitata, dello speaker - un'anguria pluritentacolata di circa dieci chilogrammi è stata lanciata contro la porta della residenza del Dittatore Urbano. Sua Urbanità è stato ricoverato d'urgenza. Si è in attesa di ulteriori notizie sul suo stato di salute. Le trasmetteremo appena in nostro possesso. Nel frattempo non possiamo fare altro che indignarci strepitosamente per questo dilagare di violenza politica!
Schironna prese la saponetta e si insaponò con diligenza il braccio destro.
- Come se non bastasse - urlava lo speaker - un pacco contenente un carciofo a placche esplosive è pervenuto oggi al Dirigente dell'Ufficio Politico dell'Urbanità. Il Dirigente si è abbattuto di schianto sulla sua scrivania. Si ignora per il momento se ciò sia stato dovuto a terrore fulminante al fatto che il carciofo sia immediatamente esploso!
Schironna si insaponò con calma la gamba sinistra.
- E non è tutto indignati ascoltatori, non è ancora tutto! - ululò to speakers dando in escandescenze. - Un commando formato da due uomini e tre donne ha assalito stanotte, verso le tre, gli uffici della Ditta di Sbobba numero ventisette. Hanno devastato gli uffici, asportato gli schedari, imbrattato le mura con scritte deliranti. Basta! I cittadini onesti gridano con voce stentorea: "Basta!". È necessario porre un freno! È necessario ripristinare la condanna a morte nei confronti di questi criminali!
Gustavo Schironna si immerse sotto il pelo dell'acqua lasciando fuori solo il naso e gli occhi. Osservò pigramente le innumerevoli bollicine di sapone. Si sentiva completamente rilassato. Neppure le menzogne del notiziario riuscirono a turbare la sua sensazione di totale indifferenza momentanea.
Magari, pensò Schironna vischiosamente, avessimo i militanti necessari a mettere in atto ogni notte azioni di quella portata. Azioni come quella presupponevano un livello di organizzazione che loro non avevano mai avuto e forse, ormai, non avrebbero mai raggiunto. Osservando le leggere increspature create sull’acqua da ogni suo piccolo movimento, Gustavo Schironna rievocò quegli avvenimenti così determinanti per la sua vita e al tempo stesso così remoti da apparire quasi eventi di una storia lontana, di altri tempi e di altre persone.
Rievocò con strana, commovente nostalgia, gli anni della sua infanzia, una quarantina di anni prima, quando correvano gli anni ottanta. Allora viveva ancora in campagna nella fattoria di suo padre. Talvolta ritornavano dal lavoro un po' meno stanchi del solito. In quelle sere, dopo aver cenato, suo padre andava ad accendere la televisione muovendosi pesantemente tra i mobili grandi e scuri della cucina.
Al telegiornale, quei giorni, parlavano in continuazione delle Guerra dell'Acqua Mutagena.
- Chissà cosa stanno combinando - commentava cupo suo padre. - Sono tre mesi che piove in continuazione. Qui va a finire che marcisce tutto nei campi.
Ma Gustavo non stava ad ascoltare. Era tutto intento a tagliare fette di pane e a inzupparle negli avanzi del ragù.
L’incessante appetito che lo divorava in quegli anni di adolescenza lo costringeva ad ingurgitare enormi quantità di cibo.
- Mangia, mangia. - diceva suo padre. - Adesso puoi ancora farlo.
Stava silenzioso per qualche minuto, poi riprendeva: - Vuoi vedere che questa guerra curiosa sarò peggiore di tutte le altre? Mah! Chissà cosa stanno combinando!
In realtà ne stavano combinando una grossa. Infatti negli ultimi anni le Forze Armate delle varie Potenze si erano specializzate nell'uso dei fattori climatici come strumenti di guerra. In pratica, alterando i campi di alta e bassa pressione atmosferica, erano in grado di pilotare, sulle nazioni nemiche cupe e nere nubi tempestose che si incaricavano di rovesciare sugli obbiettivi prestabiliti diluvi, di pioggia.
Questa pioggia conteneva naturalmente miriadi di particelle radioattive capaci di incidere in modo irreversibile sul codice genetico dei cromosomi vegetali ed animali. Insomma si trattava di un modo come un altro per mandare a catafascio l'agricoltura, l'allevamento e l'intero sistema ecologico del paese nemico.
Naturalmente i nemici si comportavano di conseguenza e facevano esattamente le stesse cose.
Così quando quella strana guerra ebbe fine sembrava che non fosse cambiato niente. Poi però le cose incominciarono a cambiare anche troppo, anzi cambiavano così velocemente che non si riusciva a starci dietro. E un anno mancò completamente il raccolto del grano, l’anno seguente ci fu. Solo, era un tantino velenoso. Poi toccò al riso e al miglio. Poi al caffè, agli agrumi e alle patate. Poi gli animali di allevamento incominciarono a dare allarmanti segni di mutazione e le loro carni divennero immangiabili. Infine dalle acque del mare incominciarono ad uscire i pesci. Si misero a camminare sulle spiagge, poi si inoltrarono nelle compagne e nei boschi.
Così cambia questo e cambia quello, nel giro di pochi anni la fauna e la flora del pianeta erano divenuti irriconoscibili, incomprensibili, imprevedibili e dannatamente pericolosi.
Ma in fine dei conti, pensò Schironna emergendo dall'acqua e strofinandosi lentamente con l'asciugamano, se tutto ciò non fosse accaduto, quale sarebbe stato il mio destino?
Avrei vissuto una vita piatta, miserabile e priva di ideali, così come l'avevano vissuta prima di lui milioni e milioni di altri contadini perduti nelle loro fattorie nelle campagne.
Questa considerazione suscitò in lui un vago senso di colpa.
Possibile, si chiese, che sia arrivato al punto di ridurre una tragedia così grande ad una dimensione così personale ed egoistica?
Scrollò il capo e continuò ad asciugarsi.
Uscì dal Covo Limone Giallo verso l'imbrunire, nell’ora in cui la luce incerta della notte imminente rendeva indistinti i tratti del volto ed era più facile confondersi nella massa anonima dei cittadini della sera. Schironna doveva prendere queste piccole precauzioni. Purtroppo un uomo come lui non riusciva ad eludere facilmente gli sguardi, pur vacui e come assenti della gente. Il suo viso scuro e forte, la sua presenza fisica di altri tempi, la pelle liscia e senza rughe nonostante che si avvicinasse ormai alla sessantina, attiravano l'attenzione. Emanava dal suo corpo compatto una intensità e una carica vitale che non poteva non apparire eccessiva, e quindi strana, a coloro che lo circondavano.
Scivolò nelle strade dove incominciavano ad accendersi i lunghi lampioni gialli, e guardava i volti malaticci e incolori dei suoi concittadini. Gente costretta a mangiare un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro l'insipida Sbobba di Stato. Non sarebbe mai riuscito ad abituarsi del tutto ai loro volti precocemente invecchiati, quasi grinzosi e spenti.
Era diretto verso il Muro della Passeggiata Verde, dove lo attendeva Antonio Leonetti. Preso per via Bixio e poi imbocco il lungo Corso Cavour. Il metallo del fondo stradale risuonava opaco sotto i suoi piedi. Ricordò quando le strade erano ancora asfaltate. Allora camminare era più piacevole, i passi erano più elastici.
Dopo la Guerra tutto il metallo esistente nel territorio circostante la città per un raggio di un centinaio di chilometri era stato prelevato dal governo. Fuso in lastre d'acciaio spesse mezzo centimetro venne adoperato per lastricare il fondo della città.
Fu un'impresa gigantesca, costosissima, ma necessaria. Non un seme doveva germogliare al di qua dei possenti sistemi difensivi della città: non una pianta doveva estendere i suoi rami nell'aria della città. I parchi pubblici, i giardini, le piante ornamentali che facevano mostra di sé sui balconi e nelle case altro non erano se non simulacri in cui giaceva pietrificata l'immagine e la morta bellezza della viva vegetazione. Ed ora invano sussurrava tra quei rami il vento. Non riusciva a far vibrare neppure la foglia più sottile.
Schironna raggiunse il Muro della Passeggiata Verde. Un grande viale che correva tutt'attorno alla città sulle mura.
Era un luogo d! ritrovo domenicale e i genitori ci venivano con i loro bambini, i ragazzi si incontravano con le ragazze, i tredicenni venivano a guardare le macchine da difesa che svolgevano il loro lavoro automatico.
Gustavo Schironna pensò che si sentiva stanco, esausto.
Stanco di star sempre con i nervi a fior di pelle e stanco della solitudine che pesava come un cielo perennemente grigio. Si chiese perché faceva tutto questo, si chiese se aveva davvero un senso tutto il suo frenetico dimenarsi, il suo continuo lottare. Forse sarebbe stato molto più semplice abbandonare la complicata macchina. organizzativa che aveva costruito in tanti anni e mangiare per un giorno la Sbobba di Stato. Magari poi per due giorni, per tre giorni …
Sul Muro la gente si incontrava, si salutava, si parlava.
Lui si sentì estraneo a tutti e non capì più nulla per qualche minuto. Si mise solo, su un torrione, a guardare l'immane groviglio vegetale che s'infoltiva orrido al di là delle ultime macchine da difesa.
Una voce lo chiamò.
Si girò, col viso contratto. Era solo Antonio Leonetti.
- Cosa c'è? - chiese Leonetti, avvicinandoglisi. - Non ti senti bene?
- No, sto bene adesso. - rispose Schironna. - Però poco fa per qualche attimo mi sono sentito come perduto. Mi è sembrato di essere un nessuno che respirava e viveva senza avere alcun motivo per respirare e per vivere.
Leonetti che era basso e grosso e col respiro ansante, gli si avvicinò e lo guardò preoccupato.
- Ti sta succedendo sempre più spesso. - disse.
Schironna non rispose. Leonetti si portò vicino al parapetto del Muro. Stettero silenziosi per qualche attimo a guardare il guazzabuglio vegetale che ribolliva sotto i loro occhi. Gli olivi si erano allargati a macchia d'olio e i loro rami, partendo dall'enorme tronco principale, strisciavano sul terreno per centinaia di metri simili a neri e contorti serpenti, e poi di colpo s'innalzavano verso il cielo come pietrificate fontane vegetali dai mille getti. Taluni di essi si allargavano su superfici superiori al mezzo ettaro e producevano olive piccole ed acide, con qualità tossiche intermittenti che variavano con il variare dell'umidità atmosferica. I mandorli spinosi si mescolavano agli olivi, si alzavano altissimi e diritti e sembravano colonne di arcaiche e muschiose cattedrali.
- È tutto pronto, per domani? - chiese Schironna dopo qualche attimo di silenzio.
- Si. - rispose Leonetti. – Però, a mio avviso, dovremmo rimandare l'azione. In caso di esito negativo rischieremmo di scomparire del tutto.
- No. - si oppose Schironna. - o tentiamo qualcosa di grosso adesso, o finiremo con lo scomparire in ogni caso. Per lenta consunzione.
- Può darsi. - ammise Leonetti. - Però gli interventi repressivi che la Dittatura dell'Urbanità metterà in atto dopo la nostra azione dimostrativa rischieranno di farci perdere quelle poche simpatie di cui ancora disponiamo in questo momento.
- È un rischio che dobbiamo correre! - tagliò corto Schironna, da un po' di tempo già stufo delle continue obiezioni di Leonetti.
La gente passeggiava e sussurrava accanto a loro. Nel groviglio vegetale sottostante qualcosa si mosse. Una patata amebica tozza e informe strisciava subdolamente tra la vegetazione e cercava di avvicinarsi alle mura. Una postazione laser automatica la inquadrò, scatto il pezzo cibernetico oscillando rigidamente, si bloccò e fece fuoco.
Un grido di ragazzini eccitati fece eco all'esplosione della patata.
Schironna vide tutto questo e tutto gli sembrò strano ed irreale. Si guardò intorno meravigliato, stupito. Quelle persone, quegli uomini donne e bambini, non sembravano affatto scontenti. Si stavano godendo la loro passeggiata domenicale e lo spettacolo della foresta che ribolliva in continue mutazioni non li indignava per nulla. anzi li divertiva ed entusiasmava.
D'improvviso Gustavo Schironna si sentì indifferente ad ogni cosa. Gli venne un gran desiderio di andar via di lì; di andare in qualche posto e dormire a lungo. Anche la vicinanza di Leonetti, si accorse, non gli era di alcun conforto.
- Allora ci vediamo domani, verso le cinque del pomeriggio. - disse, rivolto a Leonetti. con tono di congedo.
- Va bene. - disse Leonetti. - Guarda che ci sarà anche Anna, - aggiunse.
- No. - rispose Schironna. - Mi sembrava che avessimo già deciso che non doveva esserci.
- Lei vuole partecipare. Costi quel che costi.
Schironna accennò una protesta. Ma s’accorse che non aveva alcuna voglia di mettersi a discutere.
- Ma si! - disse. - Se vuole che partecipi pure.
Notò un lampo di delusione negli occhi di Leonetti. Forse lui aveva sperato che Schironna gli avrebbe ordinato di tenere Anna in disparte. Ma Schironna lo salutò e se ne andò via.
Per le strade, tra le luci pallide dei negozi, veleggiavano verso di lui i volti pallidi e malaticci dei suoi concittadini. Ma anche, gli sembrò, soddisfatti, non rosi da alcun dubbio. Camminava e si chiedeva: - Perché non vivo anch'io come loro? Perché devo condurre una vita rischiosa e solitaria? Ne vale la pena?
Si chiedeva ancora: - La libertà che cos'è? È davvero un bene necessario?
Era vero, il loro sistema sociale nel momento stesso in cui nutriva il corpo, uccideva lo spirito dell'uomo, annullava la sua libertà. Ma lo spirito dell'uomo e la libertà erano davvero così importanti? Specialmente quando tutti, tranne due a tre persone, ignoravano ormai l'esistenza di una cosa chiamata libertà?
Si fermò ad osservare la merce esposta nella luminosa vetrina di un negozio. La gente faceva ressa intorno al negozio, lo spingeva e lo urtava, ma lui non se ne accorgeva neppure.
No, si disse, non può essere così. In questo momento non sono molto lucido. Perché c'è sempre almeno un uomo che non ignora l'esistenza della libertà. Almeno uno!
E quell'unico uomo è perciò stesso obbligato a lottare!
Un immane fruscio. quasi un lamento, aleggio nell'aria della città. Come ogni sera, quando il sole spegneva i suoi ultimi raggi, un brivido profondo e tellurico sconvolgeva la gran bestia vegetale che ammantava quasi tutto il mondo.
In uno dei suoi tanti Covi, Schironna riposava su un letto. Era solo uno dei suoi tanti occasionali letti. Aveva un gran desiderio di dormire. Doveva essere riposato e lucido perché l'azione dell'indomani era di vitale importanza per loro e per l'intera sua vita. Ma non riusciva ad addormentarsi. Si girava e si rigirava, si costringeva a stara immobile per qualche minuto, poi prendeva a girarsi e rigirarsi.
Aveva davanti agli occhi quel lampo di delusione. fuggevolmente apparso sul volto di Leonetti. Era pentito di non averlo congedato con più calore, era pentito di non avergli ordinato di tenere lontana Anna. Pure sapeva quanto Anna fosse importante per Leonetti. Possibile che anche quel legame di amicizia, apparsogli sempre solido ed infrangibile, dovesse essere sommerso e vanificato dalla sua stanchezza, dalla sua incapacità di reagire a quel sentimento di torpore, quasi di indifferenza totale, che lo stava invadendo da qualche tempo a questa parte?
Eppure Leonetti era stato per tanto tempo, e lo era ancora, l'unico concreto legame che egli avesse con la realtà della gente normale.
Lo aveva conosciuto in un ospedale da campo quando, dopo il grande rastrellamento delle campagne effettuato dalle forze dell'esercito, ammonticchiavano i profughi in ospedali frettolosamente allestiti all'esterno del recinto difensivo della città. Lì, nel pieno di una disorganizzazione e di un'inefficienza che avevano qualcosa di criminale, cercavano di curarli. Da parte loro gli ammalati, gli infetti, facevano del loro meglio per guarire il più presto possibile. Avevano avuto modo di notare che gli incurabili, trasportati su elicotteri, venivano riportati indietro e abbandonati in mezzo all' inferno vegetale a cui erano stati appena strappati.
La gente si lamentava e balbettava nel delirio.
Sdraiato su una branda, tormentato dall'insonnia, udiva in continuazione frasi smozzicate.
- No, Alberto, non avvicinarti a quell'albero - supplicava una voce di donna, - Il tronco ha qualcosa di strano … sembra come se debba esplodere da un momento all'altro … attento, Alberto, attento …
- Si, certo. - cantilenava un uomo, tre brande più in là. - Stavamo facendo un picnic. Cosa può esserci di pericoloso in un picnic? Ad un certo punto, ad una ventina di metri da noi, la terra ha cominciato a smuoversi come se qualcuno da sotto stesse scavando. Siamo andati tutti a vedere e dopo un po' ne è uscita fuori una cosa. Una patata, giurerei che era una patata. Grossa quanto un cavallo! Spaventati? No, quando mai una patata ha spaventato qualcuno? Dopo, si, che ci siamo spaventati, specialmente quando ha cominciato a rotolare verso di noi con aggressività. Una patata aggressiva!
Incredibile, no? Quando ha messo sotto Francesca e quella urlava come una scema, allora ci siamo messi a scappare, chi di qual chi di là. E davanti a noi, di lato, dappertutto la terra ribolliva da ogni parte schizzavano fuori patate …
Decine e decine di voci balbettanti, deliranti. Alcune serrate, martellanti e isteriche, altre vaghe, erratiche e fievoli.
Forse stava dormendo o forse era caduto anche lui in preda al delirio, quando gli infermieri vennero ad adagiare il nuovo arrivato sulla branda accanto alla sua.
Leonetti aveva un aspetto orrendo e disgustoso. Anche Schironna naturalmente aveva un aspetto orrendo. Da due mesi sui loro corpi si formavano dei grossi bubboni bluastri che dopo una maturazione di tre giorni si rompevano ed emettevano un pus verde e puzzolente. I primi tempi li fasciavano da capo a piedi dopo aver applicato sulle ferite una pomata oleosa che procurava irritazione e prurito. Ma dopo qualche giorno l'enorme numero di gente ammalata che affluiva sia dalla campagna che dalla città aveva reso impossibile una qualunque terapia seria. Se ne stavano abbandonati lì a crepare nel caldo afoso delle tende militari, nel tanfo dei loro corpi, sperando solo che non venissero a prelevarli per portarli sull'elicottero che udivano rumoreggiare cupamente sulle loro teste.
Leonetti stava disteso sulla branda senza muoversi. Non parlava, non si lamentava mai, a differenza di altri che urlavano dalla mattina alla sera per richiamare l'attenzione di medici trafelati e di infermiere sudate, spaventate e sbigottite dalle dimensioni della tragedia.
Leonetti se ne stava taciturno per ore intere e sembrava non notare la confusione che gli vorticava intorno. Sembrava alieno alle sofferenze e al dolore suo e degli altri.
Ogni tanto girava la testa verso Schironna e lo guardava.
- Hai bisogno di qualcosa? - chiedeva Schironna.
Lui scrollava la testa con un movimento appena accennato, quasi impercettibile.
- No, - disse - sono solo preoccupato di quel che ci riserva il futuro.
- Forse - rispondeva Schironna - è una preoccupazione di cui potresti anche fare a meno.
Per tutto il mese che stettero insieme, fianco a fianco, non si rivolsero mai una frase più lunga di una decina di parole. Si limitarono ad osservarsi in silenzio, a capirsi in silenzio.
Antonio Leonetti giunse a guarigione prima di Schironna.
Il giorno in cui Leonetti lasciò l'ospedale da campo per andare a sistemarsi definitivamente in città passò a salutare Schironna. Ambedue in quel momento intuirono che si sarebbero incontrati ancora e che una affinità segreta ed indecifrabile li legava.
Il sonno si rifiuta di avvolgere Schironna nel suo immemore lenzuolo. I ricordi del passato balzavano vividi alla memoria come se vivessero di vita propria.
Ricordò i tempi del caos e della paura. Allora le persone morivano a migliaia succhiate dalle colossali patate amebiche che si intrufolavano nottetempo negli appartamenti. Uomini e donne agonizzavano sui marciapiedi, avvelenati da cibi cha superavano brillantemente tutte le analisi di commestibilità e finivano col rivelarsi tossici solo dopo giorni e giorni che erano stati staccati dalle piante.
I notiziari riferivano freneticamente che l'Acqua Mutagena aveva letteralmente imbevuto tutta la superficie del pianeta. Era penetrata nelle falde freatiche, nei corsi d'acqua, nei fiumi e nei laghi, ed in seguito si era riversata nel mare realizzando un inquinamento dell'ambiente di dimensioni tali da apparire irreversibile.
Allora il governo aveva adottato l'unica soluzione possibile per superare l'emergenza. L’esercito rastrellò le campagne e concentrò tutta la popolazione nelle città. Le città furono circondate con mura alte venti metri, centinaia di chilometri di filo spinato elettrificato e macchinari sensibilissimi in grado di tramutare in un tonfo il lento adagiarsi di una foglia caduta sul terreno.
Nel frattempo il governo provvide a parecchie altre cose, come l'abolizione di tutte le libertà democratiche, la costruzione di centri per la ricerca scientifica e la produzione di alimenti sintetici. Nel Novantatre, infine, andò in vigore la legge ferrea della Dittatura Alimentare. Da quell'anno lo stato si assunse gli oneri della produzione e della distribuzione degli alimenti. Si trattava di alimenti sintetici, naturalmente. La loro qualità fu talmente apprezzata da guadagnarsi ben presto un appellativo che non si prestava ad equivoci: Sbobba di Stato.
Quello era stato l'ultimo sprazzo di umorismo della loro civiltà.
Con uno scatto di rabbia Schironna si alzò e andò alla finestra. Non riusciva a chiudere occhio. Stette ad ascoltare per qualche tempo la pioggia che cadeva dolcemente sulla città. Di nuovo andò a sdraiarsi sul letto e i ricordi ripresero a fluire inarrestabili.
Ricordò il giorno in cui, emerso dalla malattia, fu spedito in città. Contemplò, col dovuto stupore, la Porta Ovest Fortificata. Lo sottoposero ad un ultimo controllo medico e gli consegnarono un tagliando giallo su cui erano specificate le sue generalità e l'indirizzo dell'appartamento assegnatogli. Gli ordinarono di presentarsi entro sera all’Ufficio Lavoro dell'Urbanità.
Schironna ascoltò ogni cosa e passò oltre. Entrò ufficialmente in città in un caliginoso mattino di luglio. Grossi elicotteri cisterna arrancavano pesantemente lungo il perimetro delle mura lasciando dietro di sé nubi di sostanze chimiche misteriose. Natò confusamente grandi lavori in corso sulle strade, andirivieni di gente.
Vide Leonetti che da lontano gli sorrideva timidamente.
Sembrava un cane fedele che, dopo tanto tempo rivedendo il suo padrone si vergognasse di fargli festa.
- Sono venuto tutti i giorni ad aspettarti. - disse Leonetti avvicinandosi con andatura goffa e stringendogli la mano. - Ero certo che ce l'avresti fatta.
La sua Voce era stranamente opaca e distaccata. Cadenzata e rozza, metteva nelle parole una forte inflessione dialettale. Tacque.
Anche Schironna taceva. Si accorse che quell'uomo lo metteva a disagio. Non sapeva cosa dirgli.
Si misero a camminare e Leonetti si teneva sempre un po' dietro rispetto a Schironna.
- Come vanno le cose? - chiese dopo un po' Schironna non riuscendo a sopportare più a lungo quel silenzio.
- Non tanto male, mi sembra. - rispose con servizievole sollecitudine Leonetti. - Almeno si mangia regolarmente, anche se il vitto è un po' monotono.
Dallo zainetto che portava a tracolla estrasse un barattolo rosso e verde e lo porse a Schironna.
- Mangiamo sempre questa roba qui - disse.
Schironna aprì il barattolo e ne annusò il contenuto.
- Che roba è? Non sa di niente.
- Be' - ridacchiò sommessamente Leonetti - la chiamano Sbobba di Stato. Non sa di niente perché è insapore ed inodore. Come l'acqua. È ottenuta chimicamente, però nutre e non procura danni di grande entità all'organismo. Almeno così afferma l'Ufficio Nutrizione dell'Urbanità.
- Ho idea che non mangerò questa roba! - disse Schironna dopo averne assaggiato con circospezione una ditata.
- Ne ero convinto anch'io. Ma credo che dovrai mangiarla per forza. Tutti i cittadini sono obbligati a mangiare Sbobba per legge. Altrimenti muori di fame. È necessario fare così perché gli alimenti d’origine organica sono stati banditi per sempre a causa della loro pericolosità. Pensa che adesso sanno cercando di isolare l'intera città dall’ambiente esterno: la stanno pavimentando di lastre d’acciaio per impedire l'infiltrazione di semi e di animali di qualunque tipo e dimensioni.
La voce di Leonetti colpiva col suo tono spento e cinereo le orecchie di Schironna. Gli avvenimenti che descriveva acquistavano nelle sue parole una strana dimensione di normalità, anzi di ineluttabile necessità. Schironna avvertì un senso di ambiguità, di precarietà in quello che stava accadendo tutt'intorno a lui.
- Dove lavori? - chiese, dopo altri minuti di vuoto silenzioso. Adesso voleva saperne quanto più possibile su come sarebbe state organizzata la sua vita. Già rimpiangeva il tempo passato, quando viveva nella fattoria, lontano da tanta gente affaccendata, lontano da tanti stridenti rumori che gli si conficcavano con potenza nella testa.
- Nella Ditta di Sbobba numero novantotto, autobotte 8635. - rispose Leonetti.
- Fai l’autotrasportatore?
- Si. Le ditte di Sbobba producono ogni giorno migliaia di tonnellate di cibo sintetico allo stato semiliquido.
Leonetti aveva di nuovo assunto un tono di voce cadenzato, quasi didattico, come se stesse ripetendo a memoria cose ascoltate da altri per centinaia di volte. Ciò infastidì Schironna, ma Leonetti non se ne accorse e continuò tranquillamente a parlare.
- La Sbobba, che in questa fase della lavorazione si assesta su una temperatura di cinquanta gradi e possiede una consistenza collosa, viene raccolta in grandi serbatoi. Le autobotti che fanno la coda nei piazzali retrostanti le fabbriche vengono riempite in pochi minuti e avviati a tutta velocità verso i punti di distribuzione. È indispensabile la massima velocità.
- Perché tanta fretta? - chiese Schironna.
- Perché dopo ventiquattro ore circa si sviluppa nella Sbobba una tossina mortale che non sono riusciti ancora ad individuare e a neutralizzare. Così il cibo sintetico deve raggiungere il consumatore nel tempo più breve possibile.
Le eccedenze invendute devono essere necessariamente riciclate, oppure accantonate in appositi magazzini.
Leonetti tacque di colpo come se si fosse scaricato di tutto ciò che era in grado di dire.
In quella pausa di silenzio si udì un brontolio cupo proveniente da qualche decina di chilometri di distanza. Dopo qualche minuto un razzo schizzò in alto arrampicandosi verso il cielo veloce come un ragnetto nevrastenico.
- Come mai funziona ancora la Base di Lancio? - chiese Schironna.
- Si... in effetti è strano. Ma non so cosa dirti. - Rispose Leonetti.
Tacquero mentre Leonetti guidava Schironna per le strade dissestate, tra mucchi di lastre di metallo accantonate lungo i muri, diretti verso l'Ufficio Lavoro dell’Urbanità.
Schironna era frastornato. La sua mente girava e rigirava all'immagine del razzo che schizzava verso lo spazio. A che scopo?, si chiedeva. Volevano forse emigrare su qualche altro pianeta? Ma se sapeva anche lui che imprese del genere erano state abbandonate de decenni in quanto giudicate impossibili da un punto di vista scientifico, inutili da un punto di vista economico!
Ma uno scopo ci sarà senz'altro in tutto questo, si disse. Prima o dopo lo si saprà.
Più tardi, qualche mese dopo, si scoprirono i motivi che piegavano questi lanci ed erano molto più prosaici di quanto avesse saputo immaginare. Infatti alla regola della Sbobba di Stato facevano eccezione i Dirigenti dell'Urbanità. Loro continuavano a seguire il buon metodo antico. Le loro fattorie erano sospese nello spazio, fuori dalla portata dei veleni mutageni, lontano da ogni fonte di inquinamento. La produzione di questi alimenti tradizionali risultava estremamente costosa, ma questo particolare rivestiva scarsa importanza.
Innanzitutto i Dirigenti erano pur sempre Dirigenti e non era il caso quindi di badare alle spese. E poi, si scoprì, c’era un altro motivo …
Così nel novantatre tutti gli alimenti non sintetici furono messi fuori legge. Gli ortaggi, la frutta, le bistecche e tutto il resto, con un lento, sottile ma onnipresente condizionamento delle coscienze, sarebbero divenuti poco a poco osceni da un punto di vista morale. Sarebbero divenuti fonte di sovversione da un punto di vista sociale e politico.
Quando finalmente si addormentò, un'alba livida incominciava ad allungare le sue dita attraverso gli avvolgibili delle finestre. Fuori forse stava ancora piovendo. Schironna dormì un sonno buio e si svegliò che doveva essere pomeriggio inoltrato. La luce solare che entrava nella stanza faceva pensare che il tempo fosse cambiato.
Si alzò, si lavò e indossò una tuta da operaio delle fabbriche di Sbobba. La tuta blu del turno di notte. Prese il borsone, ne controllo il contenuto e uscì.
Erano le quattro del pomeriggio, aveva quindi un'ora di tempo per raggiungere il luogo dell'appuntamento. Percorse le strade frequentate da rari passanti. Quel giorno tutti erano allo stadio, ad assistere all'incontro di calcio con una squadra venuta da un'altra città, al di là del ribollente mare vegetale che li circondava.
Anche lui si diresse verso lo stadio.
S'incontro con Leonetti ed Anna al Giardino Pietrificato.
Era una superficie di un ettaro circa, con aiuole irte di fiori di pietra e viali ombreggiati da alti alberi di plastica. Da lontano quadi piccoli capolavori di realismo sembravano autentici ad una prima occhiata, ben presto però, man mano che ci si avvicinava, la loro innaturale immobilità generava un senso di angoscia, di avvilente irrealtà.
Era un pomeriggio dolce e sereno, alitato da un tiepido vento di scirocco. Leonetti ed Anna indossavano la tuta rossa del turno di mattina.
In quella zona della città erano concentrate tutte le strutture adibite al tempo libero. C'erano lo stadio, i parchi gioco per i bambini, i cinema e le trattorie.
Schironna s’accorse che Leonetti era molto teso. Egli era molto cambiato da quando aveva conosciuto Anna. Come di colpo aveva perso la sua serenità quasi bovina. Andò incontro a Schironna, con la sua andatura un po' goffa. Anna rimase indietro, come in attesa.
- Guarda - disse precipitosamente Leonetti - che ci ho riflettuto e continuo ad essere del parere che non è ancora giunto il momento opportuno per avere successo in questa azione dimostrativa.
- Tu sei troppo prudente. - Rispose Schironna cui la mancanza di determinazione di Leonetti parve in quel momento del tutto fuori luogo. - E poi dobbiamo uscire una volta per tutte dall'immobilità in cui siamo caduti negli ultimi anni.
Come se già tutto fosse perso, finito!
- Rimandiamo ad un altro momento. - Disse Leonetti come se non avesse udito niente. - A quando saremo più numerosi, più forti!
- No! - rispose seccamente Schironna. - Se rimandiamo non saremo mai più forti. Inoltre, se non te ne sei accorto, noi due stiamo invecchiando. Abbiamo bisogno, e subito, di giovani a cui passare la fiaccola della libertà!
- Non essere retorico! - si arrabbiò Leonetti.
- E tu non essere vigliacco! - controbatté Schironna.
- Io ho Anna!
- Sei tu che hai voluto questo legame. Nella nostra militanza non è saggio avere legami duraturi.
- Non so quanto sia saggio averne di troppo effimeri. - ribatté Leonetti.
A queste parole Schironna sentì di nuovo invadersi da un sentimento di estraneità, di futilità. Cosa stava facendo in quel posto? Perché voleva convincere il suo più caro ed unico amico a gettarsi in un'azione rischiosa e con scarse probabilità di riuscita? Ma poi che senso c'era a tirarsi indietro proprio all'ultimo momento?
Si sforzò di ritornare lucido, di far riemergere il vecchio combattente nascosto in lui e che ogni giorno di più si indeboliva ed infiacchiva.
Dallo stadio un boato cupo, lugubre, come di immensa bestia ferita, si innalzò nell'aria sciropposa e densa.
Anna non aveva ancora detto una parola. Schironna percepiva di lei solo la sua tuta rossa, le sue labbra rosse.
- Ascolta, Leonetti. - si sforzò di parlare, di mettere insieme quelle parole così importanti che gli urgevano dentro, che aveva pensato e detto tante volte e che ora fuggivano elusivamente da ogni parte per andare a nascondersi negli angoli più oscuri della sua mente. - Sono otto anni che tu scavi gallerie sotto il Giardino Pietrificato. Ci abbiamo impiegato un altro anno per procurarci le mine e per collocarle sotto il mantello d'acciaio che ricopre il Giardino. Abbiamo rimandato tre volte l'azione, per essere sicuri quanto più possibile della sua riuscita. Nell'ultima settimana abbiamo controllato gli inneschi e i collegamenti elettrici per l'ennesima volta. Tutto è a posto! È questo il momento, Leonetti! - Schironna tacque, esausto.
- Ma si, va bene. - disse dopo qualche attimo Leonetti. - Sei tu che prendi le decisioni. - Ma era chiaro che non era per nulla convinto.
Di nuovo cadde il silenzio.
Erano stanchi. In fondo, erano solo due uomini e una donna e volevano combattere contro un intero sistema sociale.
Gli elicotteri del Servizio Antispore continuavano a volare rumoreggiando eternamente. Seguendo il perimetro delle mura nebulizzavano nell'aria un'altissima, impalpabile muraglia di sostanze chimiche che sterilizzavano le nubi di semi e di spore che continuamente si levavano dall'oceano vegetale che tentava di sommergere la città.
Un altro urlo si innalzò dallo stadio. Gli elicotteri gracchiavano nel cielo. I raggi del sole al tramonto incendiavano con i colori di un immenso arcobaleno le miriadi di minuscole gocce di diserbanti nebulizzati sospesi nell'aria.
Il Giardino era deserto.
Quello era il momento più propizio per l'attentato. Avevano accuratamente calcolato ogni mossa. La giornata festiva con lo stadio gremito di gente rientrava perfettamente nei loro piani. Soprattutto avevano rifiutato l'eventualità che ci potessero essere delle vittime innocenti.
- Allora vado. - disse Leonetti.
- Va bene.
- L'esplosione avverrà tra dieci minuti esatti.
- Mi terrò pronto! - disse Schironna.
Leonetti si allontanò seguito da Anna. Camminando velocemente raggiunse il parco giochi deserto e si intrufolò in una postazione fortificata abbandonata da tempo. Era una costruzione in cemento armato, di quelle che un tempo avevano fatto parte del vecchio perimetro difensivo, prima che l’aumento della popolazione rendesse necessario spostare le sotterranei, raggiunse una stanza e sollevò una lastra di metallo che aveva richiesto due giorni di lavoro per essere tagliata. Al di sotto si sviluppava quel contorto intrico di gallerie che gli erano costate otto anni di lavoro. Stette immobile, quasi in raccoglimento, e pensò che quello era il suo capolavoro interiore, la concreta proiezione del labirinto della sua mente dove, quando era solo, amava errare e fingere di perdersi. Tra poco sarebbe saltato in aria, insieme al Giardino.
Leonetti ebbe la tentazione di scappare via di là, dopo aver suggellato per sempre, risaldando la lastra metallica, quella sotterranea immagine della sua personalità. Ristette confuso per qualche attimo.
No, non poteva abbandonare Schironna, non poteva lasciarlo solo nel suo sogno senza speranza.
Andò avanti nel buio, senza alcuna luce, ed Anna lo seguiva in silenzio. Raggiunse una piccola nicchia scavata da lui nel muro tempo prima. Qui confluivano tutti i fili che collegavano le mine, faticosamente collegate anno dopo anno sotto la superficie metallica del Giardino.
Si accucciò a terra e vicino a lui stava Anna, confusa nel buio, ma viva, calda e sicura.
Con rabbia premette il pulsante.
Fu un boato cupo, tellurico.
Schironna, al sicuro dietro un palazzo, vide saettare crepo sottili sulla superficie metallica del Giardino. Eruttarono lingue di fuoco. Come una ragnatela, si diramarono all'infinito le crepe.
Poi di colpo crollò tutto, metallo sminuzzato, finta vegetazione e panchine sprofondarono nel baratro scavato sotto il Giardino. Una fitta nube di polvere si alzò maestosamente.
Seguì un silenzio straordinario.
Lo stadio taceva. Perfino gli elicotteri del Servizio Antispore sembravano librarsi nell’aria senza il rumore assordante dei motori.
Schironna uscì dal suo riparo. Doveva approfittare dei pochi minuti che aveva a disposizione prima che la nuvola di polvere creata dall'esplosione si diradasse del tutto.
Aprì il borsone e ne tirò fuori i tre Semi a Crescita Istantanea. Erano grossi quanto il polso di un uomo, bitorzoluti e ruvidi, pericolosi. Rappresentavano il casuale punto di arrivo di una improbabile e caotica serie di incroci genetici. Assorbivano le sostanze minerali e l'acqua necessaria al loro folle sviluppo con una violenza tale da ridurre in breve tempo la terra in cui crescevano un mucchio di arida sabbia.
Quando si era accorto delle loro straordinarie caratteristiche, seguendo le sue prudenti abitudini Schironna avrebbe dovuto disfarsene immediatamente, ma qualcosa gli aveva suggerito di metterli da parte. Ed ora era venuto il momento di usarli!
Stringendoli con forza tra le mani raggiunse di corsa l'orlo del burrone. L'uno dopo l'altro li scagliò nel vuoto e andarono ad immergersi nel terreno inquinato del pianeta.
Tossendo tra la polvere ritornò di corsa indietro e raggiunse il rifugio che si era scelto. Dallo stadio intanto comincia ad alzarsi dapprima un brusio sommesso come di alveare, poi grida confuse, poi i rumori e le urla di un fuggi fuggi generale.
Lo stadio espulse i primi rivoli di spettatori.
La gente correva verso il baratro. Prima centinaia, poi migliaia di persone si accalcarono sull'orlo del precipizio.
Confusi ed esterrefatti guardavano il cielo e la terra.
Un urlo attirò l'attenzione dei presenti verso l’interno del burrone dove qualcosa, nel fondo, si stava muovendo.
Crescendo ad un ritmo pazzesco, con radici che simili ad idrovore succhiavano sostanze nutritive dal terreno, un enorme tronco saliva dal buio del baratro. Diritto come un fuso, solenne come una colonna di cattedrale, ne raggiunse l'orlo e continuò a crescere. La gente, intimorita e con gli occhi alzati, arretrava ma continuava a fissare affascinata lo straordinario evento. Quando ebbe raggiunto l'altezza di una quarantina di metri, sulla sommità del nudo e grosso tronco si formò un bubbone che esplose lentamente in centinaia di rami in rapida crescita che si inarcarono sul precipizio. E crescendo i rami, spuntarono i fiori e caddero i petali e germogliarono foglie e frutti si gonfiarono ed inturgidirono sotto gli occhi di tutti.
Un enorme albero di mele carico di tonnellate di frutti incombeva maestoso sugli sbigottiti spettatori.
Un altro grido e già un altro tronco ascendeva verso la luce del giorno. Tutto si ripeté, ancor più velocemente e un albero di pesco curvo sotto il peso dei suoi rosei frutti calò i rami fino a sfiorare il viso delle persone più vicine.
Qualcuno allungò una mano.
Gustavo Schironna tremò intimamente.
Un'altra mano si allungò esitante verso un ramo di mele e Schironna pregò che quella mano staccasse il frutto.
Un altro albero esplose nel residuo spazio non ancora occupato dai precedenti, Un albero di limoni lanciò i suoi rami nell'aria della città.
D'improvviso mille mani si tesero verso quel frutteto formato di tre soli alberi. Si innalzavano verdi, così verdi e vivi, al centro dell'immenso arcobaleno che s'incurvava all'orizzonte.
Gli elicotteri gracchiavano sopra le loro teste. Erano ritornati i rumori. Schironna alzò gli occhi al cielo e vide che da tutta la città stavano convergendo gli elicotteri. Stridevano lontane le sirene dei mezzi de emergenza terrestri e accorrevano da ogni parte le colonne del Servizio Contronatura.
La gente incominciò a sbandare.
"Raccogliete i frutti! Vi prego, raccoglieteli!" pensava follemente Schironna. "Mangiateli! Nutritevi di questi che sono i frutti della libertà! Almeno per qualche ora proverete l’estasi di pensare con la vostra testa. Forza, pecoroni, forza! Provate a brucare un'erba diversa!"
La folla oscillò sotto i getti violenti dei diserbanti che venivano scagliati dagli elicotteri sul verde mucchio del suo frutteto.
I primi fuggirono via. Dalla massa compatta che ancora restava si staccarono piccole emorragie, rivoli di persone si ingrossavano rapidamente, correvano in ogni direzione.
Schironna si accorse con rabbia che dagli elicotteri i getti chimici venivano indirizzati direttamente sulla folla, non più sugli alberi.
- Allora, come è andata? - La voce al suo fianco, la mano sulla spalla lo fecero sobbalzare. Leonetti ed Anna erano ritornati.
Schironna indicò la folla in fuga senza parlare.
- Qualcuno ha raccolto? Almeno un frutto?
Schironna scosse la testa. S'accorse che la vista gli si era annebbiata. Il verde dei tre colossali alberi incominciò a sbiadire. Ormai non c'era più speranza. I frutti annerirono nella loro morte precoce, senza che nessuno avesse potuto toccarli e gustarli. Pendevano come stracci rinsecchiti dai rami già fradici che cedevano con un rumore sordo.
Le foglie si accartocciavano annerite.
La breve, inutile vita dei tre grandi alberi già volgeva al termine. Lentamente, incominciarono a crollare nel grande baratro da cui erano sorti.
Gli elicotteri rumoreggiavano e i mezzi della polizia si avvicinavano.
Non era servito a niente!
Si infilarono nella folla in fuga. Si persero di vista, Schironna e Leonetti ed Anna ma prima che si separassero già Schironna aveva letto negli occhi di Leonetti l'inizio della fine della loro amicizia.
Spintonato da quella massa di persone esili e dal colorito verdastro, confuso e stanco di ogni cosa Schironna andò a rifugiarsi nel Covo degli Ortaggi.
Si buttò su un giaciglio. Cos'altro, si chiese, avrebbe dovuto escogitare? E poi, valeva la pena continuare la lotta dopo quell'ulteriore, catastrofico insuccesso?
Scosse la testa, nauseato da quei pensieri e restò lì immobile a fissare il soffitto.
Per i prossimi giorni non sarebbe stato prudente uscire.
Mentre cenava senza alcun appetito quella sera Gustavo Schironna intuì la solitudine che lo attendeva per gli anni futuri e ne ebbe terrore.
Da quando era stato costretto ad abbandonare la sua fattoria aveva potuto avere solo un amico ed ora anche questo amico stava per venire meno. Per Schironna, al di fuori di Leonetti, non potevano esistere altre persone. Oltre loro due non c'era in quella città, forse sul pianeta, altre persone dotate di personalità ed intelligenza.
Schironna si era scoperto intelligente con sua grande sorpresa. Aveva scoperto anche che ciò era dovuto non a sue innate e straordinarie qualità personali ma solo al fatto che tutti gli altri uomini che lo circondavano sfioravano i limiti della deficienza mentale e talora superavano brillantemente tari limiti. Aveva scoperto di essere destinato a convivere con una generazione di schiavi apatici e dementi, senza rabbia e senza esasperazione.
La Sbobba di Stato era stata l'arma suprema, l’arma che aveva ammazzato definitivamente i dissensi, la produzione di nuove idee, gli stimoli culturali, l'entusiasmante ed eterno avvicendarsi del potere. Come la Sbobba era uniforme ed indifferenziata, così gli uomini che venivano costretti a cibarsene erano uniformi ed indifferenziati. Come la Sbobba era insapore ed inodore, così gli uomini che lo circondavano erano inodori ed insapori spiritualmente.
L'arma dei Dirigenti, che se ne stavano al sicuro nelle loro Fattorie Celesti, faceva leva sul bisogno più elementare ed inconciliabile: quello di nutrirsi. Questo minimo comun denominatore, come un'unica lunghissima catena, avvinceva tutti i cittadini inesorabilmente.
L'unico alimento a disposizione era la Sbobba di Stato e i Dirigenti, definitivamente trionfanti, introdussero nella Sbobba la Droga dell'Ebetitudine, la droga che ottundeva lo spirito ed ammazzava l'uomo, una volta zelante distruttore delle verità invecchiate, instancabile rompiscatole dello spirito.
Invece lui, Gustavo Schironna, non aveva mai mangiato la Sbobba. Così mentre il resto della società andava velocemente indietro, lui, pur restando fermo, era andato velocemente in avanti fino a restare completamente solo. La solitudine di colui che pensa e non è capito lo aveva spinto a diventare un eversore dell'ordine costituito, un rivoluzionario.
Le sue armi, letali a temute dal potere, erano i frutti e i fiori della terra.
Gli agenti del Servizio Contronatura camminavano tra i suoi campi e non li vedevano. Sentivano il profumo dei suoi fiori, l’aroma pesante delle sue erbe, l'olezzo dei suoi limoni, starnutivano e si arrabbiavano e continuavano a vagare come ciechi per le strade e per le piazze alla sua affannosa ricerca.
Talvolta scoprivano qualche suo Covo.
Ma Schironna era sempre pronto.
La città era immensa ed anonima, i suoi spazi interni infiniti.
Per parecchi giorni restò rintanato nel Covo. Per tutto il tempo se ne stava lì, sdraiato sul letto, immerso in un vago dormiveglia e tutto si rimescolava nella sua menta con movimenti lenti e vischiosi della memoria. Rammentava il suo primo Covo Vegetale e subito compariva dinanzi ai suoi occhi il volto di Leonetti. Lui non avrebbe potuto fare nulla senza Leonetti.
Dopo quella prima volta, quando lui era entrato in città, si erano incontrati ancora e sempre più spesso, quasi ogni sera dopo il lavoro.
Ambedue erano fisicamente prostrati. Schironna aveva il viso emaciato e le ossa degli zigomi sembravano forargli la pelle.
- Non riesco a tollerare la Sbobba. - disse a Leonetti. - Vomito in continuazione.
Leonetti lo osserva tristemente.
- Anch'io sto male. - disse. – Negli ultimi giorni mi stanno assalendo strane angosce. Soprattutto mi terrorizza il fatto di vivere in questa immensa 1astra d'acciaio su cui poggia la città. Sento sempre più forte il bisogno di un continuo contatto fisico con la terra.
- Non capisco. - disse Schironna che improvvisamente vedeva emergere un aspetto sconosciuto ed inquietante della personalità dell'amico.
- In un posto, sto scavando una miniera di terra. - disse Leonetti~ - Guarda! - aggiunse.
Tirò fuori dalla tasca della tuta una manciata di terra cosparsa di minuscoli sassolini.
- Di giorno lavoro nel centro di produzione della Sbobba, di notte scavo la mia miniera.
Così Schironna scoprì che Leonetti era posseduto da un morboso bisogno di avere in continuità un rapporto epidermico con la terra. Era come se in Antonio Leonetti fosse riemerso ed esploso quel sentimento primitivo, arcaico e quasi divino, di comunanza e fusione con la madre terra che in altre epoche, ormai sepolte nel tempo, era stato invece patrimonio di tutta l'umanità. Col tempo, immaginò Schironna, Leonetti avrebbe scavato sotto la città un interminabile ghirigoro di silenti gallerie di cui sarebbe diventato l'unico abitatore.
Quella sera, dopo le strane parole di Leonetti, mentre camminava aventi e indietro nell'appartamento assegnatogli dall'Ufficio Catasto dell'Urbanità e lo stomaco già protestava e si preparava a rimettere l'insipido cibo che aveva ingurgitato, riscoprì vivido e tangibile il suo passato così recente eppure per qualche tempo quasi del tutto dimenticato.
Ricordò la sua infanzia, quando, prima del rastrellamento viveva in una piccola fattoria. Allora i suoi si dedicavano all'allevamento di animali da cortile e alla coltivazione di grano, oliveti e vigneti. E lui, ragazzino, già sapeva godere del vento gelido sul viso e delle passeggiate sull'erba affogata nella guazza mattutina. Sapeva apprezzare la splendida geometria dei campi d'insalata, il piacere della raccolta delle olive e le lente camminate sotto i vigneti autunnali nell'aria rosea e fatata del tramonto quando immobili, rosei e bianchi come seni di donna, pendevano pesanti dai tralci i grappoli dell'uva.
Era accaduto così che mescolando le esperienze del passato con le dure necessità del presente, soprattutto per non morire di fame, Gustavo Schironna decise di infrangere le leggi e si dette all'agricoltura clandestina e rivoluzionaria.
Nell'allestimento del primo Covo commise molte ingenuità. Iniziò le coltivazioni addirittura nel suo appartamento.
Leonetti gli aveva detto: - Se hai intenzione di attuare il tuo piano, fa presto.
- Non posso! – aveva risposto - Non sono riuscito a procurarmi una quantità sufficiente di sostanze disinquinanti.
- Be', io direi di rischiare ugualmente. I disordini in città stanno aumentando di giorno in giorno e il governo dell'Urbanità non riesce a controllare la situazione. Inoltre nella fabbrica circolano voci strane. Sembra che tra qualche giorno ci saranno delle modifiche nel processo di preparazione della Sbobba. Dicono che sarà immessa un’altra sostanza. La chiamano Droga dell’Ebetitudine.
- Di che si tratta?
- Non so, ma può darsi che dopo aver mangiato di questa roba ci passino tutte le idee di mettere su un centro di alimentazione clandestina. E forse, - aggiunse - anche ogni altro tipo di idea.
Schironna fece presto. Mentre di notte Leonetti trasportava dalla sua misteriosa miniera quantitativi di terra sicuramente inquinata, Schironna impiantava il suo Covo Agricolo nell’appartamento al terzo piano di uno stabile di via Garibaldi. In quel covo, prima di essere scoperto, era riuscito a produrre un cinquanta chilogrammi di melanzane e una ventina di chili di pomodori. I semi, risalenti a prima della Guerra dell’Acqua Mutagena, li aveva introdotti lui stesso in città eludendo con una certa abilità le perquisizioni di massa che dovevano subire i rastrellati delle campagne.
Affidò a Leonetti una parte del raccolto e, già in clandestinità, vendette il resto a cifre colossali. Erano tre anni che non si vedeva merce del genere in città. Poi insieme a Leonetti studiò i nuovi progetti. Acquistarono un po' di qua, un po' di là, cercando di non dare nell'occhio, teloni di plastica, lampade da serra, libri di agricoltura, materiali per un laboratorio di eugenetica vegetale, documenti falsi, materiali per biotravestimenti.
Si costruì dodici identità diverse.
Affittò dodici appartamenti.
Avevano capito ormai che era necessario fare le cose in grande per avere maggiori possibilità di successo e per evitare che la scoperta di uno o due covi immobilizzasse tutte le loro attività.
Una volta terminato l'allestimento dei dodici covi, misero a punto un piano agricolo di notevole complessità. Il loro obiettivo principale era quello di poter disporre di una vasta gamma di prodotti nell'intero arco dell'anno, in modo da poter soddisfare in ogni momento le richieste del mercato.
Così adibirono tre covi alla coltivazione di ortaggi, tre li misero ad uliveto, uno a vigneto, altri quattro li riempirono di alberi da frutta.
Un altro covo lo destinarono e laboratorio per la produzione di prodotti disinquinanti, dei fertilizzanti chimici e per la selezione delle sementi.
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