I fiori e i frutti della rivoluzione 2
Era già passata una settimana dall'attentato al Giardino Pietrificato quando il messaggio di Leonetti pervenne, col solito metodo, a Schironna. L'appuntamento era nel Covo del Fungo Degenerato.
Per recarvicisi Schironna usò mille precauzioni. C'era gran fermento in città. Erano gli effetti visibili dell’azione da loro effettuata la settimana precedente. Posti di blocco, fermi, perquisizioni ogni cento metri.
Come al solito attese la luce bigia ed evanescente del tramonto prima di uscire. Non poteva certo permettersi di essere fermato. Da anni non possedeva documenti falsi che potessero superare un esame appena attento.
Grigio ed incolore sgattaiolò per la strada, si servì di certi passaggi a lui noti e di certi vicoli poco frequentati e raggiunse, senza mai incappare in un pasto di blocco, la meta dell'appuntamento.
Prese l'ascensore e salì al dodicesimo piano dello stabile. Aprì ed entrò. Lo sommerse un odore forte e soffocante di marciume e di vegetali in putrefazione.
C'era un tavolo sbilenco e sulla sedia dietro il tavolo era seduto Leonetti. La sua ira repressa colorava di tinte fosche e sanguigne la pulsante superficie del Fungo che, immemore organismo in cui alitava un'infima vitalità, giocava lentamente con le sue forme mutevoli. Giaceva in quel momento ammonticchiato in un'unica massa, occupando quasi completamente la superficie di due stanze.
Schironna gli si avvicinò e lo accarezzò con un gesto ormai meccanico. Uno pseudopodo si formò istantaneamente e saettò verso di lui frustandogli il viso. Schironna si ritrasse, guardò preoccupato Leonetti ribollente d'ira e si affrettò a trasmettere al Fungo una sensazione di pace e di tranquillità. Cercò di stimolare nel vegetale la sua naturale capacità ad effondere serenità. Era stata proprio questa qualità empatica, rozza ma efficace, a salvare il Fungo dall'immediata distruzione. Altrimenti, come in casi analoghi, di mutazioni genetiche potenzialmente pericolose, Schironna avrebbe provveduto alla chiusura del covo.
Leonetti osservava senza parlare. Il Fungo prese ad allargarsi e dilatarsi finché, simile ad un pulsante e morbido tappeto, non ebbe coperto interamente tutti i muri della stanza. Adesso erano avvolti e suggellati in una specie di ventre vegetale. La tinta fosca della superficie del Fungo si attenuò ed assunse il solito colore giallo tenue.
- Non penserai di calmarmi con questi mezzucci? - sbottò Leonetti.
- Non voglio calmarti. - disse Schironna. - Voglio solo creare le condizioni adeguate per avere un civile scambio di opinioni. Non sono venuto qui per litigare!
- Rammenta - disse Leonetti con voce aspra - che ti ho seguito nella tua sconsiderata azione solo per l'amicizia che ci lega, o meglio, ci legava. A causa tua però Anna è stata catturata, stanotte ed io...
Il Fungo emise un brontolio minaccioso. L'atmosfera si caricò di pericolo. Schironna s’accorse di aver commesso un grosso errore ad accettare l'appuntamento nel Covo del Fungo. Tutte le loro reazioni emotive rischiavano di essere riprese e ingigantite e rese violente dalla presenza del vegetale. D'altronde, si disse, il Fungo rappresentava la loro massima garanzia di fronte ad eventuali, improvvise irruzioni dall'esterno. La capacità di quella oscura creatura di creare atmosfere di sicurezza e farle scivolare all’esterno aveva significato per loro una conquista non indifferente. Per la prima volta avevano potuto disporre di un luogo totalmente sicuro, di una base inespugnabile,
- Anna è stata catturata? Non ne sapevo niente. – disse Schironna.
- Cosa hai fatto in tutti questi giorni? Non hai ascoltato neppure i notiziari? - lo aggredì Leonetti.
- No. Sono stato male.
- Mi chiedo se non stai impazzendo per inseguire il tuo sogno assurdo. – esplose Leonetti.
La sua rabbia fece contrarre in improvvise rughe grinzose la superficie del Fungo.
- Non me ne meraviglierei. - rispose con tono forzatamente pacato Schironna, In realtà l’atteggiamento di Leonetti lo stava caricando di esasperazione. Non era venuto a quell’incontro per essere aggredito ed insultato. Non negava di avere la responsabilità di quanto era accaduto, però bisognava saper accettare le sconfitte con la stessa inevitabilità con cui si accettavano le vittorie. Una carica di rabbia, latente fine a quel momento, prese a montare in lui.
Il Funga si agitò scompostamente in tutta la sua massa. Assunse una tinta cupa, quasi nerastra.
- Ad ogni modo - gridò Schironna - io te l’avevo detto che non era opportuno portare Anna con noi. È inutile che adesso tu stia a lamentarti!
Il Fungo incominciò a ridacchiare con un chioccolio abete e sommesso. Quell'inconsapevole e servizievole ammasso di cellule vegetali su cui si stavano scaricando con estrema violenza le forti reazioni emotive dei due uomini ondeggiava e vacillava, per la prima volta incerto. La sua natura, organicamente pacifica. era sconvolta da quella massa di stimoli violenti e contrapposti.
- Basta così - tagliò corto Leonetti. - Non vale più neppure la pena di discutere con te. Una cosa è certa. Dobbiamo separarci! Da questo momento in poi che ciascuno segua la sua strada!
- Va bene! - gridò Schironna esasperato, mentre una grande paura della futura solitudine lo faceva tremare nel profondo.
Il Fungo si dimenava tutto come impazzito. Decine di pseudopodi frustavano l'aria, si aggrovigliavano freneticamente e incominciarono a formarsi zanne di legno duro che scattavano rumorosamente a vuoto, come per mettersi alla prova.
La infelice creatura, gemendo e mugolando sordamente, quasi provasse dolore si scisse in due parti.
Schironna e Leonetti si affrettarono a uscire. Le due parti del Fungo, ormai. nettamente divise, si davano battaglia nell'appartamento. Si azzannavano con ferocia, con zanne ed artigli di legno duro e nero.
Chiusero la porta alle loro spalle. Anche dall'esterno si percepivano chiaramente i furiosi rumori della lotta, un ringhiare inumano ed agghiacciante.
Si allontanarono con una certa fretta. I rumori avrebbero potuto richiamare presto della gente e subito dopo sarebbero giunti gli agenti del Servizio Contronatura.
Giunsero in strada e non si salutarono. Adesso ormai non si odiavano neppure. C'era chi per essi, in quel momento, si stava odiando ed uccidendo.
È lecito, si chiedeva Schironna, che in nome di quanto c'è di peggio nella natura umana, un'altra forma di vita, certamente migliore, dovesse morire per loro?
Così ciascuno prese la sua strada.
Da quel momento ciascuno dei due incominciò a precipitare nella sua diversa solitudine. Una scelta che avrebbero seguito con tenace determinazione fine all'ultimo momento della loro vita.
Rimasto solo Gustavo Schironna non volle arrendersi. L’intera organizzazione gli pesò addosso e lo oberò di lavoro a causa della sua complessità. Doveva mandare avanti dodici appartamenti, lavorare nel laboratorio eugenetico per selezionare con interminabili esperimenti le sementi meno pericolose, cambiare di identità tre quattro volte al giorno per operare senza pericolo i suoi trasferimenti, guardarsi dalle delazioni e dal Servizio Contronatura, soffocare ogni affetto ed ogni desiderio di umani rapporti.
Tutto da solo, Dopo un anno di questa vita folle, capace forse di dare soddisfazioni ideai - ma non si vive solo di ideali - venne un periodo oscuro, il cui ricordo confuso e doloroso doveva talvolta, negli anni seguenti, abbagliare la sua mente e risplendere come la stagione della sua vita più ricca ed esaltante.
Aveva impiantato allora un nuovo vigneto, non più di cinquanta vitigni, in un appartamento di via Petrera, al numero diciotto.
Dapprima le vigne crebbero regolarmente, mute e silenziose alla gialla luce delle lampade. Il secondo anno, quando avrebbero dovuto portare il primo raccolto, i tralci spuntarono e crebbero senza foglie e senza frutti. Il tronco sottile cominciò a gonfiarsi, giorno dopo giorno, proprio al di sotto delle prime biforcazioni.
In altri tempi, riconoscendo il suo fallimento, prudente dei rischi che poteva correre personalmente e far correre agli altri, avrebbe estirpato immediatamente gli squallidi ed ossuti arbusti appoggiati, simili a stanche e scheletriche braccia, al reticolo di filo di ferro che aveva eretto per loro. Ma quella era una stagione particolare della sua vita, di stanchezza ed abbandono, e non fece nulla e non seguì alcuna norma di prudenza perché non gli interessava nulla di sé stesso e degli altri e tutta l'attività che pure continuava a svolgere quotidianamente altro non era che un semplice susseguirsi di atti meccanici, non più vivificati dal calore dell'ideale e della convinzione.
Era come se una luce si fosse spenta dentro di lui in quel periodo.
Così lasciò crescere le vigne, allo spettrale chiarore delle lampade, nella stanza delle serrande perennemente abbassate.
Però, inspiegabilmente, ogni sera cercava di terminare il più presto possibile il suo lavoro quotidiano per scappare a rifugiarsi in quell’appartamento. E ogni sera notava che l'anomalo rigonfiamento cresceva e si sviluppava. Oscuramente intuiva che in quel bubbone di scorza germogliava e prendeva vita qualcosa quale non era mai esistita nella storia del mondo. E c'era in quell'appartamento come un’atmosfera dolce e lenta aliena da ogni affanno, da ogni fretta, da agni dolorosa lacerazione.
Così una sera prese l'abitudine di parlare e confidarsi con loro. Diceva della sua solitudine e della sua stanchezza, diceva che ormai desiderava diventare una persona come tutte le altre e che aveva paura di diventare una persona come tutte le altre.
Un'altra sera vide qualcosa seminascosto sotto la scorza scura e rugosa del rigonfiamento. Sembrava un buco e in fondo ad esso si notava un movimento tardo, quasi penoso. Non voleva pensare che fosse un occhio, però incominciò da quella sera a sentirsi guardato ed accarezzato, a sentire che le sue parole non andavano sprecate in un solitario vaniloquio.
Ed ogni volta abbandonava prima del tempo i suoi doveri, trascurava le altre piante e lasciava marcire gli ortaggi sul terreno e i frutti sugli alberi perché voleva andare in quell'appartamento. E quando sul rigonfiamento, tra le pieghe della scorza, notò una fessura lunga e frastagliata non provò alcun stupore e gli sembrò tutto normale, anzi necessario ed inevitabile.
Schironna parlò e disse tutto di sé.
Rozzamente, faticosamente, anche loro vollero parlargli.
Le loro voci erano dure ed aspre, legnose ed antiche.
Negli anni seguenti, rammentando quei giorni, non gli riuscì più di ricordare che cosa gli dicessero, di che cosa gli parlassero. Però ogni volta, quando si allontanava il mattino per riprendere il suo lavoro, ne usciva più lieve e più sereno, da quell'appartamento.
Un giorno, mentre stava trattando il disinquinamento di un nuovo carica di terra, Schironna si prese una brutta infezione e fu costretto a rimanere a casa per una quindicina di giorni, incapace di muoversi. Si agitava nel letto e sognava che le sue vigne camminando sulle loro radici sottili venissero da lui per strade notturne e bussassero alla porta e poi entrassero, trascinando dietro di sé la chioma lignea e nodosa dei lunghi tralci e si raccogliessero attorno al suo letto sofferente e lo aiutassero e consolassero.
Ma naturalmente era solo un sogno.
Ripresosi dalla lunga e solitaria malattia, alto e sparuto, con gli occhi infossati che si riflettevano nelle vetrine dei negozi, ancora debole, si affrettò ansante verso l'appartamento in via Petrera, al numero diciotto. Il cuore gli batteva e il respiro sibilava ansioso e la testa gli girava come quando, ragazzo, andava ai suoi primi appuntamenti.
Le trovò le sue vigne, tutte secche ed avvizzite. Sembravano tanti cristi crocifissi con le loro braccia spoglie e nodose appese al reticolato di fil di ferro.
La sua lunga malattia, privandole delle cure e del nutrimento necessario alla loro sopravvivenza, le aveva uccise.
Schironna non provò mai più nella sua vita il senso della perdita irreparabile e del lutto come quella volta. Ne mai gli era accaduto prima: né per i suoi genitori perduti negli anni bui dei rastrellamenti, né per alcuno dei suoi amori, necessariamente saltuari e brevi.
Quella volta fu una cosa più grande, che andava al di là della sua persona. Come se non solo lui, Gustavo Schironna, ma l'umanità intera, avesse perduto qualcosa di grande ed unico. L'umanità libera, in quel momento assente e perduta, forse un giorno sarebbe ritornata a sé stessa e avrebbe potuto arricchirsi del contributo di quel mondo vegetale che per la prima volta aveva imparato a vivere.
Forse tutto quanto gli era accaduto non era stato altro che un'allucinazione. Ma le allucinazioni, si chiedeva Schironna, possono durare per tanto tempo? Possono arricchire la personalità umana? Allora ben vengano anche le allucinazioni.
Sono un diritto dell'uomo, perché aveva imparato a considerare umano tutto ciò che si dona, lenisce e consola.
Così Schironna doveva ammettere che gli aveva dato più umano calore quell'umile ed improbabile vigneto che non la demente e certa società degli uomini in mezzo ai quali viveva.
Com'era inevitabile un giorno vennero e bussarono alla sua porta. Non fu di notte, come aveva pensato sempre che sarebbe accaduto, né fu di primo mattino, quando l'alba tenera rischiara le strade ancora deserte. Accadde invece nel momento più solare della giornata, poco prima di mezzogiorno, mentre si accingeva a preparare il pranzo.
Aprì la porta e se li trovò davanti. Certo, erano in borghese, con gli impermeabili scuri e tutto il resto. Li fece accomodare, alti e grossi agenti del Servizio Contronatura.
D'improvviso l'aspetto fatalistico del suo carattere raggiunse il colmo ed incapace ormai di abbatterlo ed affliggerlo ulteriormente evaporò di colpo lasciando il posto ad uno sfrenato desiderio di divertirsi. Un nucleo di originario buonumore, ereditato de chissà quale antenato buontempone, per tanti anni negato e vilipeso esplose prepotentemente dal profondo e si riversò a cateratte nel suo spirito.
- Buongiorno, signori. - attaccò brillantemente Schironna. - È inutile che mi spiegate i motivi della vostra cortese visita. Non perdiamoci in vuote ufficialità! Vi chiedo solo un piccolo piacere prima di acconsentire al vostro ancora inespresso, ma evidentissimo desiderio. Quando lor signori hanno bussato alla mia porta io ero in procinto di preparare il pranzo. Non vorrei interrompere questo piacevole intrattenimento. Vogliate accomodarvi, prego!
I due si guardarono l'un l'altro e grugnirono. Schironna considerò i due agenti e notò che uno di essi, per quanto potesse sembrare incredibile, era realmente più grosso ed imponente dell’altro. Dovette riconoscere che il pubblico non era all’altezza dello spettacolo che stava per offrire ma ormai era avvezzo ad essere poco apprezzato dai suoi contemporanei.
Li fece accomodare nel cucinino. I due si sedettero pesantemente e lo guatarono con occhi sospettosi come se si aspettassero che da un momento all'altro si squagliasse e si eclissasse tra gli interstizi dei mattoni del pavimento.
- Signori - li informò amabilmente Schironna - il menù di oggi contempla una pietanza di rape e fagioli conditi con olio e limone, per secondo zucca genovese in agrodolce, ed infine frutta varia ed assortita.
Un’espressione di orrore, sbigottimento e terrore si enucleò con lentezza esasperante sui volti grevi e scuri dei due agenti. Uno di essi, il meno grosso ed imponente, fece cenno di alzarsi e di dirigersi con fare minaccioso verso Schironna, ma l’altro lo bloccò con un grugnito profondo e significativo.
- Signori - li rassicurò Schironna - sono io che devo mangiare. Voi dovete solo assistere e la vostra attesa non si prolungherà che per un paio di ore. Del resto, conoscendo le virtù cavalleresche del Servizio Contronatura che mi dà la caccia da ventisette anni, converrete con me che una o due ore di attesa prima di condurmi nelle fauci del destino mi sono in un certo senso dovuti. Considerate inoltre che con la mia cattura cesserà ogni ulteriore attività del Servizio. Faccio dunque appello alla vostra pazienza.
Un'espressione di schifata pazienza si coagulò sul viso dei due agenti. Avrebbero assistito, ma solo per dovere d’ufficio, a quell'orgia di immoralità e di sovversivismo, a quella massa eretico-alimentare. Ai loro occhi, infatti, una cucina con pentole, forchettoni, ed attrezzi vari doveva avere lo stesso potere terrorizzante degli oggetti e dei simboli usati un tempo nelle messe nere.
Fischiettando negligentemente fra i denti Schironna si arrotolò le maniche della camicia e indossò un grembiule liso di un repellente colore verdastro.
- Orbene, signori, osservate questo aggeggio. Si tratta di un'antica ma tutt'ora efficiente pentola a pressione.
Serve per una cottura rapida dei cibi non sintetici.
Panico negli occhi degli agenti. Neppure un bestemmiatore ubriaco avrebbe potuto scandalizzarli con altrettanta efficacia.
Facendo finta di non aver notato gli effetti scandalizzanti delle sue parole, Schironna si avvicinò ad un mobile pensile e da un sacchetto estrasse un pugno di fagioli. I due, che seguivano ogni suo minimo movimento, si ritrassero di scatto pensando forse che glieli volesse scagliare addosso. Lo stesso agente di prima introdusse la mano all'interno dell'impermeabile.
L'altro grugnì e il primo si fermò.
Naturalmente Schironna mise i fagioli nella pentola a pressione. Accese il gas e la valvola incominciò a fischiare la sua fragrante canzone. Nel frattempo, sotto gli occhi occhiuti degli agenti, pulì le rape e le mise a cucinare in un'altra pentola.
Gli odori si sparsero nel cucinino ed essi dovettero riempirsene le narici. I loro visi legnosi si modellarono in un'espressione di eroismo e sofferente abnegazione.
- Permettete che apra la finestra, signori? - chiese Schironna - Comincio a sentire un po' di caldo.
Quello dei due che comandava annuì precipitosamente. Forse pensava di poter allontanare più rapidamente dal suo naso quei profumi perversi e peccaminosi.
Dopo aver aperto le finestre, Schironna tirò fuori dal frigorifero un grosso pezzo di zucca genovese e prese a tagliarla in fettine sottili. Pose sul fuoco la padella colma d'olio e incominciò a friggerle.
Uno dei due, raggiunto dall'aroma penetrante dell'olio fritto, dette uno scarto di testa improvviso, come di cavallo imbizzarrito. I suoi movimenti inconsulti e smaniosi, così squalificanti per il buon nome del Servizio, furono immediatamente bloccati da uno stupendo grugnito imperativo del capo.
Intanto, man mano che le fettine di zucca assumevano un tenue colore dorato, Schironna le estraeva dalla padella e le adagiava in una scodella di terracotta. Quindi ne metteva delle altre a friggere.
Scodellò le rape ormai giunte a cottura e le lasciò a colare l’acqua. Infine, dopo aver controllato l'orologio, spense il gas sotto la pentola a pressione e fece svaporare la valvola. Poi la aprì.
Fece l'effetto di una bomba!
L'agente di grado inferiore, oppresso da quell’orgia di profumi, annaspò confusamente pochi secondi e si accasciò in silenzio a terra.
Il capo lo guardò disgustato, però anche il suo viso chiaramente alterato denunciava la lotta dei sensi. Ma resisté eroicamente. Era evidente che non avrebbe mai ceduto davanti a un pugno di fagioli!
Osservandolo con attenzione parve a Schironna che l'uomo si sforzasse di inspirare non più di una volta al minuto.
Davvero un duro!
Schironna si meravigliò che a quel punto non saltasse su e non lo portasse via seduta stante. Sospettò pertanto che l’uomo ed eroe quale egli certamente doveva essere, volesse mettersi alla prova ed assaporare fino in fondo il calice amaro delle tentazioni con la ferma volontà di uscirne vittorioso.
Schironna lo ammirò.
Nel frattempo la fragranza dei fagioli usciva dolce fuori dalla finestra e andava a solleticare altre nari. Alcuni condomini uscirono sui balconi interni e puntarono gli occhi sul suo cucinino.
Schironna notò subito, e con gioia, questi movimenti. I due agenti non se ne avvidero. La loro posizione rispetto alla finestra gli impediva di vedere che cosa stesse succedendo all'esterno.
Preparò la tavola e ci pose sopra il primo piatto già quasi pronto. Fagioli e rape ancora sconditi. Nel frattempo aveva terminato di friggere e i balconi condominiali si stavano riempiendo in modo allarmante. Era probabile che molti condomini avessero già telefonato a parenti e amici quando Schironna incominciò a preparare la salsa all'agrodolce per la zucca alla genovese. Mescolò in parti uguali aceto e vin cotto, aggiunse uno spicchio d’aglio, un pizzichino di prezzemolo e fece bollire il tutto per qualche minuto. Si produsse un aroma intenso ed estenuante che una brezzolina leggera s'incaricò di trasportare all'esterno, facendolo dilagare in migliaia di metri cubi d'aria.
Un urlo di osceno godimento, presto soffocato, proruppe dal balcone dei condomini del terzo piano.
L'agente svenuto si riprese di colpo e cominciò a mugolare sordamente. Il capo lo inchiodò alla sedia con un'occhiata disperata ma anche il suo viso però era contratto, rosso e sudaticcio.
Quell’uomo, si vedeva, stava soffrendo orribilmente!
Schironna versò la salsa sulle zucchine fritte e le lasciò ad insaporire. Prese la bottiglia dell'olio, uno splendido limone prodotto da uno dei suoi innesti più felici e con un sospiro di soddisfazione si sedette a tavola.
Condì con l'olio il piatto di rape e fagioli, facendone colare dalla bottiglia un rivolo sottile, denso e dorato.
Spaccò il limone in due parti.
I nasi dei due agenti erano divenuti ormai due organi mobilissimi e sensibilissimi attraverso i quali violente reazioni si scaricavano sul loro cervello e mettevano in subbuglio tutto l'apparato sensoriale.
Così quando incominciò a mangiare, i due ormai sbavavano senza ritegno pur riuscendo a non muoversi delle sedie su cui sembravano inchiodati.
Schironna assaporò con lentezza la prima portata, con gesti di una tale esasperante consuetudine che i due agenti cominciarono a fissarlo con odio, come se volessero picchiarlo.
Fuori i balconi erano stracolmi di gente. La voce dell'eccezionale spettacolo in corso, diffusasi a spaventosa velocità in tutto il quartiere, aveva riempito di persone munite di potenti cannocchiali tutte le terrazze dei condominii vicini. Occhi umidi e languidi, nasi gocciolanti e frementi.
Aveva attirato tutti i guardoni e gli olfattoni della città!
Quando Schironna attaccò la seconda portata - zucchine genovesi in agrodolce - tutto il quartiere emise un ansito di desiderio. Ad ogni suo boccone si levava un mugolio soffocato e monotono. Nel cucinino si riversava un'atmosfera pesante, da orgia collettiva.
I due agenti, annichiliti, osservavano l'orrenda scena incapaci ormai della minima reazione, del minimo movimento.
Un balcone stracolmo di una quarantina di persone ammucchiate crollò di colpo. Ma nessuno ci fece caso, né quelli che si stavano succhiando con gli occhi il gagliardo mastichio di Schironna, né quelli che stavano precipitando. Questi ultimi non gli tolsero gli occhi di dosso fino al momento dell'impatto con il fondo stradale!
E c'era il motivo! Schironna aveva tirato fuori da un assetto un autentico ananasso!
Lo affettò sapientemente, scelse la fetta più succosa e cominciò a succhiarla. Un silenzio mortale era caduto su tutta la città ormai assiepata alle finestre, ai balconi e alle terrazze vicino a casa sua. Qualsiasi luogo rendesse possibile godersi il groviglio di vizio e sovversivismo in cui stava sguazzando Schironna, era irto di masse di persone immobili, pietrificate.
Schironna ci mise dieci minuti a terminare l'ananasso.
La città trattenne il respiro in attesa degli eventi.
Schironna si produsse in un soffice ruttino.
La città sobbalzò.
Tutto ricadde nell'immobilita.
Schironna si accese tranquillamente una sigaretta.
- Bene, signori - disse rivolto ai due agenti - vi ringrazio per la vostra pazienza. Ancora un attimo, il tempo di indossare la giacca, e sono pronto a seguirvi.
Sembrò che i due non avessero sentito. Ad ogni modo Schironna si alzò, andò nell'ingresso, prese la giacca dall'attaccapanni e la indossò. Si affacciò sulla porta del cucinino.
Sono pronto … - disse arzillo. - … Signori? – terminò in diminuendo.
Nei pochi secondi che si era allontanato la scena aveva subito un cambiamento totale passando dall’immobilità più completa ad un dinamismo travolgente e silenzioso, da cinema muto. I due agenti, spalle gorillesche piegate sul tavolo, si stavano voracemente ingozzando con gli avanzi del suo pranzo. Fuori, dai balconi dalle finestre e dalle terrazze, migliaia di persone in preda al delirio alimentare si stavano riversando nelle strade. Con occhi vitrei e gesti automatici si dirigevano verso il portone del suo condominio.
Schironna capì a volo la situazione. Uscì silenziosamente dall'appartamento, scese precipitosamente le scale deserte e si fermò nell'androne. Come aveva sospettato c'erano due macchine nere del Servizio. Con cinque o sei agenti a bordo, a controllare l’uscita.
Attese che i cortei di invasati provenienti dalle strade vicine si raccogliessero attorno al suo portone. Le auto degli agenti, che avevano abbozzato un'incredula ma inutile resistenza, vennero fatte a pezzi insieme al loro contenuto da una folla silenziosa e quasi in trance.
Schironna uscì dal portone e si infilò nella massa umana.
Cinque minuti dopo era già lontano. Gli era passata l'euforia e si sentiva di nuovo cupo e depresso. Pensava tristemente al lungo periodo di latitanza che lo attendeva, ai suoi covi agricoli sicuramente scoperti e devastati dal Servizio Contronatura, all'immane lavoro da fare per rimettere in piedi tutta l'organizzazione.
Quanto tempo era passato da quegli avvenimenti! Ormai la vecchiaia gli era addosso ed un tremore continuo ed ossessionante gli devastava tutto il corpo.
Adesso sempre più spesso pensava ad Antonio Leonetti.
Desiderava rivederlo e parlare con lui dei vecchi tempi.
Così, un giorno d’autunno, piano piano si recò allo stabilimento in cui lavorava Leonetti.
Gli dissero che non si presentava sul posto di lavoro da oltre due anni. Gli dissero anche che, sospettando attività illecite, avevano avvertito il Servizio Contronatura. Ma neanche loro erano riusciti a rinvenire la minima traccia di Leonetti. Avevano perquisito la sua casa senza trovarvi nulla di sospetto.
Poi ne avevano sigillato le porte.
E Schironna immaginò Antonio Leonetti. Lo vide nella sua mente, basso e grosso, silenzioso e triste, mentre come una talpa cieca scavava sotto la città, errava nei suoi pazzi ed inutili cunicoli, affondava le dita nella sabbia, spingeva le sue mani sempre più nel profondo.
Con rabbia serena cercando la sua ultima meta.
Un'intera città, una città di schiavi, sarebbe stata la lastra funeraria della sua tomba. Sarebbe stato il suo monumento inconsapevole.
Un monumento indegno per tanto uomo.
Ed anche Schironna adesso, arrivato a settant'anni, pur vivo ed ancora lucido, scorgeva l’inutilità di quarant'anni di attività rivoluzionaria e recava con sé la disillusione di un’intera generazione di ribelli formata da due soli uomini. Perché nulla era cambiato e quelli di adesso. che erano i figli di coloro che primi intravidero e permisero la dittatura, erano ancora più schiavi dei loro padri. Certo due soli uomini non potevano cambiare un intero sistema sociale, ma era vero pure che quel sistema sociale non aveva permesso che ci fossero più di due ribelli.
Così, pensò Schironna, ora la palude è completamente immota. Gli ultimi due sassolini sono stati definitivamente inghiottiti e i loro cerchi concentrici sull'acqua si sono definitivamente spenti.
da "The Time Machine" n. 5/‘79
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