Il fuoco del cielo
di Marco Radice
Quale dei due?
L'uno e l'altro;
e niente d'entrambi.
Il mio nome era Saimon Lart, ma la gente non mi chiamava mai così, non da quando vivevo lassù perlomeno; ed erano venti anni. In compenso avevo una miriade di soprannomi, di tutti i generi, per tutte le occasioni della vita e dell'umore. Alcuni erano scherzosi, altri amichevoli, talvolta erano garbatamente offensivi, oppure timidamente rispettosi; uno, sopra tutti, brillava per la sua sottile ironia; era "il profeta".
La gente li usava tutti, indifferentemente, sia quando mi salutava passando per caso sotto la mia catapecchia, sia quando, nascostamente, veniva a barattare cibo e vino in cambio dei miei semplici manufatti.
Solo quando facevo le mie antiprediche nessuno mi rivolgeva mai la parola: si fermavano, ascoltavano muti per un poco, come per dimostrare un gentile interesse, poi scomparivano, semplicemente, senza mai attendere la fine.
Era della brava gente, non c'era dubbio, ed io vivevo della loro carità cristiana: ma credevano in Dio, e questo non potevo sopportarlo.
Non avevo potuto sopportarlo fin dall'inizio, fin da quando era scoppiata quella infausta crisi di misticismo generale, quella smania di credere, (di vera fede, direbbe un religioso) che aveva colpito tutti e ovunque, trasformando l'umanità in un solo popolo di Dio.
Tentai di integrarmi, ma se quella società inzuppata di amen e di preghiere non mi rifiutava, io non accettavo lei, non mi vedevo miscredente e battezzato per convenienza in un mondo di pii.
Ormai non avevo che una soluzione, che era anche un atto di sfida e di ribellione, un modo per poter dire, almeno, che io non ci stavo.
Così lasciai il mondo per mia scelta, per cominciare, beffardo, come un certo ironico nomignolo, il mio eremitaggio.
I risvegli della mia vita erano freschi e tranquilli.
Ogni mattina la brezza fredda e tesa del nord soffiava sotto il mio nido; una capanna di plastica e legno appollaiata alla biforcazione di un traliccio in disuso. Dieci metri più in basso, sulla terra, gli omini si svegliavano confusi e preoccupati per il nuovo giorno da affrontare.
Presto la messa del mattino avrebbe rinfrancato le loro anime, donando nuova fede, nuove energie per un nuovo giorno.
Ma perché non subito? Perché il loro Dio li obbligava a quel rito disperante, quando poteva stringerli subito a sé, infondendo loro la fede prima del canto del gallo?
Questo dicevo loro nelle mie antiprediche, e poi parlavo dei miei risvegli tranquilli, del giusto sonno dell'ateo.
Ed ero sincero, perché tutte tranquille furono le albe della mia vita; tutte ... tranne una.
Le campane che annunciavano messa non suonavano più; stavo seduto sul traliccio, le gambe penzoloni nel vuoto, col braccio serravo il freddo metallo, nella mano libera stringevo la mia colazione: una mela matura.
Improvvisamente notai un movimento, un agitarsi di teste e di voci in direzione del paese. Gettai il torsolo alla campagna e mi arrampicai un po' più in alto.
Una turba di bambini veniva verso di me.
Quei monellacci, avevano nuovamente disertato la messa!
I bambini erano la mia speranza, ma anche la mia disperazione. Erano più attenti, più desiderosi di domandare, oltre che di ascoltare; ma erano anche più cattivi, terribilmente più scontrosi ed offensivi. L'ultima disputa teologica era degenerata in una rissa verbale, poi in una vera piccola battaglia.
Mi massaggiai il bernoccolo che avevo sulla fronte, frutto di un lancio ben mirato e di calibrata violenza. Sorrisi, non serbavo rancore. Un sasso non avrebbe certo incrinato i nostri rapporti; presto loro avrebbero dimenticato, ed io completamente perdonato. Comunque, e per il momento, era meglio evitare ogni possibilità di scontro; volteggiai giù lungo il traliccio ed entrai nella mia capanna, li avrei osservati ugualmente attraverso una fessura della parete.
I ragazzi ormai erano vicini, avevano superato la collinetta ed erano completamente visibili, avanzavano giocando e gridando, correndo sui prati. Ma c’era qualcosa di strano; non erano soli. Dietro di loro un uomo, poi un altro, e ancora … l'intera popolazione del paese stava salendo il pendio.
Una tonaca nera svolazzante, un prete era coi primi, ed ora accelerava affannosamente il passo per portarsi alla testa del gruppo. Si fermarono sotto di me. Guardarono in alto, videro la sagoma sfuggente del traliccio stagliarsi contro il cielo azzurro, una piattaforma aerea deserta, la mia casa protesa sul vuoto … nessun segno di vita … silenzio.
Il prete si guardò attorno, superò quel momento d'incertezza creato dalla mia apparente assenza, poi alzò di nuovo il capo verso il cielo ed urlò:
- Saimon! Saimon!
Eccomi! Chi mi vuole? - risposi, ed avanzai lentamente sulla piattaforma. La folla si era disposta a semicerchio, occupava tutto il prato; duecento, duecentocinquanta anime, forse di più.
Il prete era al centro, proprio sotto di me; non lo conoscevo, non lo avevo mai visto prima di allora. Lui mi guardava fisso, con un'espressione strana, un misto di sorpresa e delusione.
- Allora, uomo di Dio, - dissi - non ti piace la mia faccia? 0 forse ti aspettavi un mostro, con le corna del Maligno ed altri attributi diavoleschi?
Pensavo che alle mie domande si scuotesse, risvegliandosi bruscamente da quel suo apparente torpore, invece cominciò semplicemente a parlare, senza mutare la sua espressione, ma solo trasformandola 1entamente mentre dava vita alle parole:
- Non è certo l'aspetto a fare il demonio, come non è l'abito a fare il santo, ma solo le opere, le nostre opere ci trasformano agli occhi di Dio, e della Chiesa … E, le Tue opere, non ti fan certo santo!
- Le mie opere? - risposi divertito - compio opere io, da quassù!
- Tu … tu corrompi i bambini, con le tue false prediche! - urlò, puntandomi addosso un enfatico indice accusatore. - Tu neghi l'esistenza di Dio, predichi l'ateismo, esorti ad abbandonare la fede e la speranza; ogni tua parola è un invito alla disubbidienza, disubbidienza alle leggi della Chiesa e alla parola di Dio! Non possiamo tollerare la tua presenza, ormai sei il simbolo di una società atea e corrotta, che speravamo dimenticata; non puoi restare. Tu sei un attentato alla fede dei più deboli, e noi abbiamo il dovere di difenderli!
Il prete si interruppe; continuava a fissarmi, nei suoi occhi piccoli ma profondi c’era decisione, non odio, la calma decisione di chi sa di aver fatto le cose secondo coscienza. Feci un passo indietro: ero confuso. Da sempre spettavo un contatto, qualche parola, anche una semplice reazione provocata dalle mie antiprediche, ma ora quella reazione rischiava di travolgermi, di porre miseramente fine alla mia eroica ribellione.
- Io non credo nel vostro Dio - dissi, e trovai forza nelle mie parole - e la vostra morale non è legge per me, non è legge dettata dalla fede. Per me è naturale questo, come per voi è naturale credere. Io non infrango una norma, seguo semplicemente la mia. Voi dite che corrompo i bambini, esseri deboli ed esposti alla mia influenza; ma non li corrompete voi forse ogni giorno, quando parlate loro del Padre e di Cristo, e portate loro la Bibbia ad esempio? Non piegate forse le loro giovani menti al vostro volere?! Voi siete i veri peccatori! per la mia morale. Voi rappresentate un mondo da dimenticare! per la mia morale. Come vedete le nostre situazioni si equivalgono. Non avete alcun diritto di scacciarmi.
Il prete si guardò un po' attorno, come per vedere quanto i suoi parrocchiani fossero rimasti impressionati dal mio discorso.
Come seppi poi, era appena arrivato in paese e cercava disperatamente popolarità, forse, il suo sguardo deciso di poco prima, non era dettato solo dalla coscienza, ma anche da un intimo desiderio di successo.
Comunque, dopo averci pensato un po' su, mi rivolse nuovamente la parola:
- La nostra fede ci impedisce di scacciarti con la forza; e questo tu lo sai. - sorrise maliziosamente - Non ci resta che un'arma quindi, l'arma di nostro signore Gesù Cristo, l'arma della predica. Accetti di confrontarti con me in una disputa sull'esistenza di Dio?
- Non chiedo di meglio - risposi - Ma ti assicuro prete, che, dovessimo anche continuare per giorni e notti intere, nessuno di noi due cambierà minimamente idea.
- Confido nello Spirito Santo, - disse lui - che forse verrà ad illuminarti.
Tutti i paesani, ora, stavano seduti sull'erba; ci osservavano con curiosità.
Capii che era in gioco la mia popolarità, quella semplice, velata ma sincera stima che tutti loro mi avevano dato, al di là della fede, al di là della chiesa. Non potevo perderla, vivevo di quella.
- Avanti prete, a te per primo la parola. Tua l'idea, tuo questo diritto. - Se lui parlava per primo, avrei potuto facilmente ribattere e contraddire ad una ad una le sue affermazioni. Consideravo questa la tattica più vantaggiosa.
Il religioso non si fece pregare; cominciò:
- Saimon, tu con decisione neghi l'esistenza di Dio, in te qualcosa da la forza e il coraggio di affermarlo, questa cosa è l'orgoglio della ragione; tu pensi, comprendi, ti senti grande, e per questo non puoi concepire che esista un’entità superiore, una entità che non puoi completamente capire, ma solo contemplare, tu accetti come reale solo ciò che puoi toccare e studiare, e che per questo ti è inferiore; per orgoglio, neghi ciò che non capisci, con orgoglio ti consideri il dio pensante di questo pianeta! Saimon! La tua stessa mente ti può portare alla conoscenza di Dio, basta che accetti l'umiltà. Guarda l'universo che ti circonda, considera la sua immensità, e, al confronto, la nostra miseria. Pensa alla sua perfezione, alla sua bellezza; solo Dio può essere artefice di tutto questo! - Accolsi queste parole con una smorfia, non pensavo di dover ascoltare argomentazioni così infantili. - … e se rivolgi il tuo sguardo a questa terra, a queste colline, a questo cielo, capirai che solo Divina può essere l’origine della forza che le ha create. È Dio che crea, che dà forza e vita alla materia, che governa le sue leggi, così come governa le nostre anime.
Il prete slanciò le braccia verso l'azzurro, limpidissimo cielo che ci sovrastava, io tornai a guardar giù, dopo essermi distratto per un momento. Era facile, troppo facile il mio compito:
- Le tue accuse sono vuote. - dissi - ci sono mille cose che non comprendo, e che pure accetto come reali. Non mi sento superiore a nessuno, perché non faccio confronti. L'unico mio orgoglio è quello di esistere, e, semmai, sei tu l'orgoglioso, visto che ti ritieni oggetto dell'attenzione di un così grande essere quale il tuo Dio! E in quanto alle forze che tengono in piedi il mondo non ti sembra un tantino eretico divinizzare in tal modo le interazioni elettrostatiche e gli orbitali molecolari?
Un mormorio si levò dalla folla; probabilmente non avevano capito molto di quanto avevo detto, ma l’accusa di eresia rivolta contro il loro prete li aveva colpiti profondamente, ora si aspettavano che lui replicasse, che confermasse la sua fede, la sua ortodossia ... e forse lui non sarebbe stato capace di farlo.
Il prete mi squadrò con rabbia, mi fece capire che considerava le mie ultime parole come una vile pugnalata alla schiena, e, forse, non aveva torto.
Ora camminava sotto di me, a passi brevi e per un breve tratto. Avanti e indietro, nervosamente.
Finalmente riprese a parlare, lentamente, un tenue vibrato tradiva la sua emozione:
- Tu sei istruito, eri un uomo di scienza. un tempo, lo so, come conosco il tuo nome … - Da quel momento sospettai che alti funzionari della chiesa lo avessero inviato lì apposta, proprio per me, per convertirmi. Lo sospetto ancora oggi, non ne ho mai avuto conferma.
- Tu certamente sai quanto sia imperscrutabile la realtà delle cose; ma questa realtà esiste, al di là delle illusioni e degli inganni della materia. Esiste una realtà ultima, una verità, un'essenza che da forma e corpo a tutto ciò che vediamo e tocchiamo, anche attraverso l'illusione. Non accetti neppure questo, Saimon? O lo eredi anche tu? rispondimi.
Esitai, quella domanda nascondeva certamente un inganno, ma, stavolta, volevo essere onesto:
- Si, credo anch'io in quanto hai appena detto, ma solo questo, non in quello che dirai!
La gente rise divertita, il prete la guardò stizzito.
- Silenzio! - urlò, e il silenzio venne. Lui tornò a volgersi verso di me.
Scossi il capo, non accettavo la sua autorità, anche nei confronti degli altri.
- Tu sei un re, non un pastore, - dissi, sottovoce, ma in modo udibile.
Lui fece finta di non avermi sentito; sommerse l'impercettibile eco delle mie parole con il rombo delle sue:
- Vedi, tu ammetti l'esistenza di questa essenza, di una vera e unica realtà delle case. E non è forse quest'essenza che agisce sulle cose e le trasforma, che le fa buone o malvage? Questa essenza è Dio, Saimon, esiste, e tu come noi devi rispettarlo, devi avere fede in Lui.
- Non barare! - esclamai, e mi lanciai in avanti, sporgendomi pericolosamente oltre l'orlo della piattaforma.
Non c'è niente di ragionevole in quanto dici. Prima hai parlato di una verità, di un'essenza delle cose, ed io l'ho accettata; ma ora tu la trasformi in qualcosa di pensante ed attivo, in un Dio capace di agire sulle cose, per Sua volontà, un Dio capace di decidere e di disporre. Non accetto questo tuo ragionamento, prete, non è … - stavo per dire valido, ma mi corressi in tempo: - non è logico, e neppure ragionevole.
-·Basta! - urlai - Fede, fede; solo di fede sai parlarmi.
Ma la fede, senza prove, è un inganno, un'illusione!
- Creduloni - gridai alla gente - che motivo avete per aver fede? Forse che un così grande Dio si è mai degnato di darvi una prova, la certezza della sua esistenza? 0 si è mai verificato un miracolo? e quante volte, sul letto di morte di un vostro caro è stata mai esaudita la vostra preghiera? - mi interruppi, lasciando sospese quelle domande, sottili dubbi ghiacciati, nel gelido vento del tramonto. Ero stanco.
- Sono stanco. - disse il prete - stanco di questa disputa, non c'è parola che possa convincerti, questo è chiaro: ma tu stesso hai indicato una soluzione, solo l’intervento diretto di Dio può smuoverti, accetti. Un giudizio Divino?
- No! - esclamai impulsivamente, memore di certe usanze medioevali.
- Lo rifiuti? - incalzò il prete.
- ... dipende – dissi, riguadagnando quel metro di piattaforma che di scatto avevo abbandonato. - Che genere di giudizio mi proponi?
Il prete sorrise, consapevole di aver stuzzicato le mie paure, poi mi rispose:
- Invocherò un segno, un segno inconfutabile, biblico, che· dimostri per sempre la Sue esistenza e la Sua onnipotenza.
Questa volta fui io a sorridere, mi stava regalando un’insperata vittoria.
- Accetto - dissi, - ma definiamo in anticipo il segno.
Lui annuì, io alzai con noncuranza gli occhi al cielo:
- Visto che lo vuoi biblico che ne dici di un bel fulmine a ciel sereno?
Il prete non mi rispose, distolse semplicemente lo sguardo da me, e cominciò la sua invocazione:
- Dio, ascoltami! Un infedele pretende un segno come prova della tua grandezza. Mostra il tuo potere! manda il tuo fuoco divino contro di lui, cancella la sua empia persona, pericolo per le nostre anime!
Si inginocchiò, cominciò a pregare sottovoce. Credeva di spaventarmi? O era veramente convinto che il fulmine si sarebbe abbattuto su di me? Ecco fino a dove poteva arrivare la fede, ecco quanto poteva ingannare un uomo.
Improvvisamente il prete raddrizzò il busto, levò lo sguardo al cielo, ed esclamò:
- Signore, sia fatta la tua volontà!
E in quel momento l'orizzonte cominciò ad oscurarsi, immense nubi condensarono, nere e rosse alla luce del tramonto: venivano veloci verso di noi.
Io rimasi impietrito a guardarle, ammirato; stupito e sconvolto. No, no! non era possibile, non poteva esistere un Dio! un Dio che ascoltasse un uomo, un Dio pronto a risolvere le nostre misere discordie!
Eppure quelle nubi si formavano, esistevano.
Ebbi paura. E mi resi conto che anch’io, fino ad allora, avevo avuto fede, fede nell’inesistenza di Dio: ma una fede! comunque.
Le nubi erano vicinissime, ormai, e il mio mondo crollava.
Che potevo fare?
Aspettare con dignità il giudizio Divino?
Volevo farlo, ma qualcosa dentro di me vacillava, si spezzò. Nessuna fede è perfetta, una parte di noi dubita sempre.
Ed io mi lasciai andare alla paura, piegandomi su me stesso, inginocchiandomi.
Non lo so, forse pregavo.
E il fulmine venne, in un bagliore accecante.
Il bagliore si spense, trasformandosi nella penombra del crepuscolo, il tuono si smorzò, nel brusio della folla.
Mi rialzai a fatica, barcollai.
Il cielo era di nuovo sereno, d'un cupo cobalto pronto a ricevere le stelle.
Guardai in basso.
Del prete non era rimasto che un mucchietto di cenere.
da "The Time Machine" n. 6/’79
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