Selene
di Giorgio Giorgetti
Cap. 1 o del compiacimento
Il belvedere di granito sprofondava morbido in un velo di crepuscolo azzurro. Nella grande sala della villa, dove la festa bruciava le ore, l'aria era spuma di champagne.
Uscii piano, senza farmi sentire, dalla vetrata spalancata sul belvedere. Scesi i pochi gradini al ritmo della musica e degli odori, che il vento spazzava via man mane che procedevo.
L'aria fresca filtrava tra le maglie del vestito sudato, spegnendo i calori delle luci e dell’alcool. Appoggiai la coppa effervescente sulla balaustra grigia, alta quasi come un muretto.
I secchi accordi d'un pianoforte, assopiti in un sassofono ovattato, si diluivano circolarmente nell'aria immobile.
Nei miei occhi il sole stava morendo, dilaniato dalla porpora e dall'ocra; nuvole sfilacciate si rapprendevano pigre
in ombre viola.
L’orizzonte era una linea incandescente, il cielo solcato da lingue di colori infuocati, che avvolgevano nubi immense in un'inondazione di luce vermiglia. Il profilo delle Montagne Nere, combuste dal riverbero giallo, vibrava intensamente nell'alto ancora azzurro, raccontando le rughe profonde delle rocce.
Il tramonto stava volgendo al termine: il disco rosso del sole veniva succhiato lentamente dalla terra, i toni d'azzurro s'incupivano ghiacciandosi nei blu neri della notte.
Un raccoglimento mistico.
Sentii estraneo dietro di me un rumore di passi che tentavano di scendere silenziosi la scala.
Indovinai chi era dal battito dei suoi sandali sul granito, dalla ventata del suo profumo, dal tepore del suo corpo, dal respiro caldo sulla mia nuca.
- Sei qui! - disse.
Mi voltai incontrando i suoi occhi di giada.
- Non ti vedevamo più, e siamo tutti in giro a cercarti. - Però io sapevo che tu eri qui! - aggiunse.
- Guarda, Ambra, guarda prima che scompaia! - dissi alla ragazza.
Nel cielo la battaglia era finita: il sole stanco veniva inghiottito sempre più dai boschi scuri ai limiti dello sguardo, i vermigli accesi si coagulavano in macchie porporine attorno ai bordi delle montagne e delle foreste, i gialli verdastri apparivano e scomparivano. Sopra le nuvole opache bordate d’oro complottavano oscuri gli azzurri della notte trapunta di stelle.
La luna grande era apparsa magnifica in cielo, stendendo la sua luce di ghiaccio tra le alture e gli strapiombi.
Uno stormo d'uccelli simili a rondini saetta improvviso nel cielo, tuffandosi tra alberi lontani, dove ormai appariva la luce fosforescente della Cascata di Ghiaccio.
Le nostre occhiate barocche.
Toccai il collo di Ambra, umido e appiccicoso lievemente.
- Ti sei versata addosso lo champagne!
Ella chinò il capo sorridendo, i capelli corvini guizzarono dl violetto tra le ultime luci dell'orizzonte.
- Ho voluto stappare la bottiglia! -scostò con le mani sottili il tessuto bagnato che le s'attaccava al seno.
- Non importa - concluse - Ne ho un altro uguale!
Intanto stavano arrivando gli altri, festosi e brilli.
Finalmente vi ho trovato! - grido Claudio.
- Sono nascosti qui! - disse ai cinque che lo seguivano.
Prese Gloria per mano e ci corse incontro.
- Senza di voi abbiamo smesso di ballare e siamo andati a passeggio! - fece Gloria.
- A cercarvi! - corresse Claudio.
- A cercarvi! - sorrise Gloria.
E giunsero Clara e Simona, accompagnate da Alfredo ed Alessandro, inebriati ancora dai fumi della festa.
Nacque in un bisbiglio un notturno d'archi tiepido e lontano, tessuto sottile nell'aria.
Le poche nubi erano scomparse; la sera era limpida e tesa come una corda di violino, il firmamento una cascata di scintille, la luna maggiore brillante come un diamante.
Ad una ad una le luci del parco s'accesero automatiche nella notte tra le siepi e i tronchi, le molte stanze della villa s'illuminarono rincorrendosi di corridoio in corridoio, bagliori lucenti tessevano le bianche gonne delle nostre amiche nella prima brezza.
- Dove andiamo? - chiese Ambra.
- Già, adesso cosa si fa? - chiese Clara.
- Possiamo andare alla Cascata di Ghiaccio, fare un volo sulle Montagne Nere: dove voi volete! - risposi.
- Andiamo al Prato delle Crisalidi! - propose Gloria.
- I desideri della mia dama sono i miei desideri: va bene per me! - sentenziò Claudio.
- Preferirei andare alla Cascata di Ghiaccio! - fece Ambra.
Facciamo così - ordinai - Selene non è ancora apparsa! Chi vede per primo Selene, sceglie la meta per tutti!
- Cerchiamo, cerchiamo la piccola Selene. - invitò Claudio.
Tutti si sparpagliarono lungo il belvedere; alcuni salirono sui sedili di roccia affiancati alle siepi, altri scrutavano le chiome delle foreste schizzate come macchie più scure sul paesaggio rimanente.
Solo Ambra m'era rimasta vicina.
- Dove sorgerà Selene? - chiese.
Le, dissi: - Vuoi essere la prima a trovarla?
- Si! - rispose.
La presi per le spalle e la girai verso un’altura mezzo nascosta dall'angolo della villa.
- Guarda da quella parte! - feci - Guarda tra la casa e l'altopiano: quando vedrai i primi bagliori, grida senza esitare!
L'altopiano sembrava saturo d'inchiostro, l'angolo della casa biancheggiava nella luce d'una finestra vicina.
Un riflesso rossastro disegnò improvviso il profilo seghettato dell’altura, tanto tenue da essere scambiato ancora per il chiarore che usciva malvolente dalle tende opache delle stanze.
- Ora! - le dissi - Presto, grida ora!
- L 'ho trovata! - gridò Ambra - Ecco la piccola Selene!
Tutti gli occhi guardarono dove lei puntava l'indice, là dove la casa e le rocce si trovavano in angolo retto.
Il bagliore rosso divenne più intenso, un vermiglio fece capolino tra le rocce.
- Ambra l’ha vista per prima! - dissi - Tocca ad Ambra decidere dove dobbiamo andare.
- Si, tocca a lei! Dove vuoi andare Ambra? - chiese Gloria.
- Alla Cascata di Ghiaccio! - rispose, gli occhi ancora fusi nel rosso di Selene.
- Alla Cascata di Ghiaccio! - e corsi veloce all’hangar, seguito a ruota dagli altri.
Scesi i gradini illuminati debolmente da una luce tra le siepi ed aprii la porta di lamiera.
L'autorazzo ebbe un guizzo metallico alle lampade abbaglianti che lampeggiarono.
- A bordo, presto! - incitai.
Salimmo in fretta sul veicolo. La piattaforma circolare girò su sé stessa, le luci dell'hangar si spensero in un soffio, la pesante porta d’acciaio si divise davanti a noi ed il cielo inondò le pareti di chiarore notturno.
Il motore atomico confermò con una spia rossa la sua piena efficienza. Tirai la levetta verde ed il nostro autorazzo, l'Astor, partì leggero come una piuma.
Si lasciò ben presto alle spalle la casa illuminata, unico faro nella notte nera come pece. La scura foresta piena di bagliori effervescenti s'avvicinava sempre più.
cap. II o del sogno e della favola
L'Astor atterrò nella piccola radura ai limiti della foresta illuminata a giorno.
C'incamminammo lungo un vialetto di ghiaia pallida.
Crepe d'ombre balzavano terribili ai nostri occhi, inondati di luce verdastra.
Il silenzio della notte viene sommerso dal fragore della cascata.
Le vibrazioni riempiono le nostre orecchie fino ad ordinare una musica strana, nota ed aliena.
La Cascata di Ghiaccio scorga possente dai macigni di roccia nera, sommersi dalle fronde degli alberi.
E ci avviciniamo piano, accorgendoci con stupore di riservare al luogo un silenzio reverenziale.
Chiara mormora: - È magnifica!
La cascata erutta tonnellate di luce verde giada, del colore degli occhi di Ambra.
Lo scroscio enorme diviene nella mente di tutti la musica d'archi che ancora fluisce.
- Sembra un sogno - esclama Ambra, i suoi occhi giada nella giada.
- È un sogno! - rispondo - Il mio sogno!
- Allora - splende - Non ti svegliare più!
La cascata esplode in luce fosforescente, gettando materia che pur essendo liquida non è acqua, ma cosa cristallina, vetrosa e lucente come ghiaccio.
Il fiume ribollente di splendore percorre sinuoso la foresta per gettarsi in chissà quale mare od in chissà quale abisso
- Il nostro poeta ora declamerà una poesia. - dice Claudio.
- Questa è la mia poesia - rispondo - Questa è tutta la mia vita!
Rimanemmo ancora delle ore in quel luogo incantato: io a contemplare la bellezza del mio sogno, gli altri estasiati dall'incanto del posto.
Chiacchierammo a lungo di tutto ciò che avevamo fatto durante la giornata, di quello che era successo alla festa, d'Ambra che si era macchiata il vestito di champagne.
La ragazza sorrideva: le piaceva fare la figura da stupidina, assumere quell'aria infantile che maliziosamente la rendeva più donna.
Infine Gloria chiese: - Perché non racconti di nuovo la leggenda di Selene?
- Perché e sciocca ed insensata: l'ha inventata lui! - rispose Claudio.
- Non l'ho inventata io. - mi difesi – l’ho trovata su un vecchio volume.
- Non perdere tempo - m'incitò Ambra – Racconta questa storia.
Diedi un colpo di tosse, assunsi contegno retorico e m'improvvisai narratore: Molto tempo fa vivevano su Talor due amanti felici: Selene ed Astor. I due s'amavano d'un amore profondo, d’un amore che più che sentimento era ragione di vita: l'uno viveva perché l'altro l'amava; senza questo amore le loro sarebbero state esistenze senza senso.
Selene amava Astor, Astor amava Selene: niente sembrava turbare il loro idillio.
La strega Sesa, dall'alto della luna grande, guardava il loro amore odiandoli.
Ella mal sopportava i sentimenti; non credeva si potesse amare così tanto.
Fece un incantesimo e chiuse Astor in una torre di cristallo, prigioniero senza via d'uscita.
Inutilmente Selene si disperò, picchiando contro i muri trasparenti, pregando con tutta la sua voce la perfida maga: Sesa, dall'alto della sua luna li osservava e rideva.
Selene implorante le chiese: - Perché t'accanisci contro il nostro amore?
Sesa rispose: - Perché l'amore che voi dite non esiste! Guarda il muro di cristallo che vi separa: esso è trasparente come l'aria, vi potete vedere come se non ci fosse: eppure vi divide. Così nell'amore sempre qualcosa v'impedirà d’essere vicini. Quando conoscerai Astor o lui ti conoscerà completamente, questo vi separerà.
- Niente mi separerà dal mio amato! - rispose Selene.
- Niente, eccetto lui stesso. Ogni uomo è diverso più di quanto sospetti. I suoi pensieri più nascosti d'una notte macchieranno di nero le pareti della torre! - concluse Sesa.
La mattina dopo Selene non andò a controllare se la profezia fosse risultata esatta; ella si gettò dalla più alta rupe delle Montagne Nere.
Dal suo sangue il Dio degli Spazi fece sorgere una seconda luna, rossa e disperata: Selene!
Enfatizzando l'ultima: frase, conclusi la storia.
- È bella, ma triste, - fece Ambra.
- Io più la sento e meno mi piace! - disse Claudio.
- Perché? - chiese Ambra.
- Perché è scialba, retorica, priva di senso; come spieghi il comportamento esageratamente drammatico di Selene o le parole di Sesa sui pensieri più segreti, ad esempio?
- Ma dai, Claudio, è una favola - disse Gloria.
Il mio silenzio sintetizzò come malvolentieri offra spiegazioni di ciò che dico: Claudio è simpatico e allegro, ma anche terribilmente logico: non mi piace discutere con certi "individui".
Pensò Ambra a sostituirmi: - Forse la mia interpretazione sarà errata, non sono molto abituata a dare giudizi; d'altronde credo che questi avvenimenti si possano intendere così: Sesa, riferendosi ai pensieri nascosti di Astor, potrebbe riferirsi al suo subcosciente, ai traumi ed alle frustrazioni lì depositate e zittite nei canti segreti della mente.
Queste immagini vengono poi liberate durante la notte attraverso i sogni: magari attraverso quelli che non ricordiamo mai. Chissà quali immagini storpiate, ingigantite, terribili sogniamo ogni notte senza rendercene conto. Le antiche frustrazioni che si scatenano nel cervello tornano torbide a galla: nei meandri della mente siamo tutti potenzialmente sadici, masochisti, omosessuali, narcisisti. Tutto questo senza che ce n'accorgiamo, senza nemmeno immaginarlo. Selene s’uccide perché lo comprende, perché ha paura d'essere troppo debole di fronte alla nudità dell’amante e preferisce così la morte alla sua tentazione di rinnegarlo.
- Dunque s'uccide per amore - disse Claudio - A parte questo fatto, che fa intendere come sia una favola inventata da lui, la storia è troppo piena di simboli e troppo sdolcinata per i miei gusti. I suicidi per amore hanno finito d'attirarmi: ho il Werther sepolto in biblioteca da anni. Perché non dici la verità, Roberto: questa storia sostiene la tua causa sentimentale.
Stavo tremando nei miei pensieri; la lettura di Ambra era stata così esatta da spaventarmi: quale uni verso di nefandezze custodiva segreto la nostra mente? Se lei soltanto immaginasse ciò che mi stava succedendo, non mi avrebbe guardato con gli occhi di sempre.
- Il nostro sbaglio - borbottai quasi tra me. - È stato quello di credere che nessuno ci potesse essere indispensabile. Gli amori, gli odi: tutto all'acqua di rose, senza passione nell’incontro, senza sofferenza nel distacco. La vita ha perso ogni colore.
- La vita è oggi molto più comoda, molto più pratica. Tu non riesci a capirlo perché vivi fuori dal tempo. perché sei legato ad un passato per sua natura insensato: ti attacchi a dei sogni e ti ci crogioli dentro! Guarda il presente e vivilo! - replicò violento Claudio.
"Sono un sognatore" pensai "sì, sono solo un sognatore."
- Vita senza colori - continuai deciso - Senza un'emozione, un’esperienza che valga. Solo la logica che mira al comodo ha un valore. Se la vita fosse solo logica, ragione, potrei dedurre il mio futuro. Ma non posso farlo: la vita è illogica, piena di sorprese: per questo vale la pena d’essere vissuta! La vita è sentimento caparbio, forte emozione, emozione che va mantenuta anche a costo di soffrirne. La vita non dev’essere comoda, il comodo tende al quotidiano, il quotidiano al grigiore, il grigiore all'angoscia esistenziale.
Tu mi dici che sono anacronistico, attaccato ad un passato irrecuperabile; io ti dico che un dottore non è obbligato ad avere le malattie che cura. Vedo i malanni del mio tempo molto più profondamente di te, di te che non li concepisci come male. Io li conosco e tento di curarli come posso, almeno riguardo la mia persona; tutto quello che ho fatto, che ho scritto, è stato unicamente per questo scopo.
- Non mi va di discutere - disse Claudio, stringendosi vicino Gloria - Almeno per stasera finiamola qui!
Gloria gli sorrise ed Ambra concluse: - Si, non litighiamo, stasera!
Mi alzai da sedere.
- Ho sonno e si è ormai fatto tardi: torniamo a casa.
S'alzarono tutti gli altri.
Simona e Alessandro uscirono da dietro un albero, ridendo.
Ci dirigemmo all'autorazzo.
Ambra, come lo notasse per la prima volta, osservò che il nome del velivolo era Astor, l’amante di Selene.
Partimmo in un fruscio di foglie incontro alla notte.
La luna grande, che ormai tutti chiamavano Sesa, era tramontata e Selene dominava tutto il cielo.
- Roberto - mi fece Gloria.
- Dimmi.
- Non possiamo andare su Selene?
Non risposi subito.
- No, Gloria, non possiamo! - dissi infine - La piccola luna è radioattiva: se atterrassimo sulla sua superficie moriremmo.
- Capisco_- rispose.
Da lontano il parco della villa, illuminato da decine di lampade, richiamava il riposo ai nostri occhi.
cap. 3 o della coscienza
La sveglia suonò di buon’ora.
Mi stiracchiai più volte: dalle vetrate il sole bruciava come fosse mezzogiorno.
La filodiffusione nella casa cantava i primi rumori dell'"Alan's Psychedelic Breakfast".
Aspettai che il caos di Alan in cucina cessasse.
M'alzai solo quando i suoi fiammiferi accesero la musica nella stanza.
Vicino allo specchio del bagno stava a bella mostra un biglietto in inchiostro nero:
"Le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui
Va-t-il, nous déchirer avec un coup d'aile ivre
Ce lac dur oublié que hante sous le givre
Le trasparent glacier des vols qui n'ont pas fuit!"
P.S. Anch'io conosco le lingue classiche.
Claudio
"Esibizionista" pensai.
Mi lavai e mi vestii.
M'affacciai alla finestra ed appena comprendevo nella sonnolenza cosa stessi cercando lungo i bordi degli alberi.
Anche quella mattina nessuna traccia dell’incubo notturno: il filtro esterno funzionava bene, grazie a Dio!
Se si fosse potuto eliminare lo scarico, tutto questo sarebbe stato meraviglioso!
Scesi in sala da pranzo, moltiplicata nel soffitto e nel pavimento da due specchi enormi.
Il giorno era velato dalle grandi tende grigie che cadevano soffici sulle vetrate.
Tutti m'aspettavano per cominciare la colazione.
- Finalmente ti sei deciso! - disse Claudio, e si gettò vorace sul piatto.
Gli oggetti ed i gesti che uscivano dalla superficie della tavola, sospesi tra specchio e specchio, si moltiplicavano migliaia di volte in quello spazio che sembrava infinito.
- Mirrors and fatherhood are abominable - pensai ad alta voce.
- Perché moltiplicano e divulgano lo spazio - concluse Claudio, fiero della sua erudizione.
- Io non ho capito niente - fece Ambra - Cosa hai detto in Anglo, Roberto?
- Queste donne! Fanno gli studi moderni e poi vogliono conoscere le lingue classiche! Un po' d'arabo, un po' di cinese e vi promuovono tutte! - sentenziò Claudio.
- Ho detto: - risposi - gli specchi e la paternità sono abominevoli; è Jorge Borges! Sono abominevoli perché, lo ha detto Claudio, moltiplicano e divulgano lo spazio che è pura illusione!
Ambra riprese a mangiare, più perplessa che soddisfatta.
D'altronde sapeva, conoscendo il mio carattere, che non conveniva insistere oltre.
Passò qualche minuto; tirai fuori dalla tasca il biglietto con la strofa di Mallarmé e lo porsi a Claudio.
- Grazie. - dissi.
- Puoi tenerlo! - mi rispose.
Lo rimisi in una tasca diversa.
Il pensiero del sogno che avevo fatto non mi usciva ancora di mente. Era stato di certo rigettato dallo scarico, come tutti gli altri. Ma non era certo svanito, questo lo sapevo!
Ci stavo camminando sopra, lo sentivo pulsare ad ogni passo! Sarei dovuto andare a vederlo. La curiosità malsana m'inacidiva il petto.
Feci tintinnare le chiavi che tenevo in tasca: la più piccola era dei sotterranei.
Mi tolse bruscamente dai miei pensieri Alessandro.
- Prima di venire su Talor lessi qualcosa riguardo un apparecchio chiamato "Dream Machine", - buttò sulla tavola.
- Anch'io - sopraggiunse Simona, lieta d'aver afferrato la palla al balzo per una conversazione che rompesse il silenzio insostenibile. - Anch'io ricordo d'averne sentito parlare; sembra essere una macchina eccezionale!
- Certamente eccezionale - riprese Alessandro - Tanto da poter materializzare i sogni del proprietario, a quanto si dice.
Maledetta combinazione! Combinazione che veniva a gettare ancora legna sopra il fuoco della mia angoscia!
Bisognerebbe studiare meglio le coincidenze; forse è nostro padrone un dio bizzarro che si diverte a tormentarci in questo modo, a far cadere tutte le gocce proprio sulla pietra cui stiamo pensando.
- E come funzionerebbe questa macchina? - chiese Alfredo, che interveniva raramente nelle discussioni.
- Non ne so molto! - rispose Alex - È il guaio di chi compie studi umanistici. Comunque mi pare sia sintonizzata sulle onde mentali del proprietario: queste vengono percepite dalla macchina che le vaglia, le mette a fuoco e le realizza, attaccandosi ad uno scheletro già esistente. Per esempio, se io sognassi una tavola d'oro, intarsiata di figure, la macchina realizzerebbe quest'immagine su una tavola qualunque, ma che apparirebbe identica a quella sognata.
- So che quest'apparecchio è anche in grado di creare forme autonome da ogni tipo di supporto – fece Simona.
- È vero, - le rispose sempre Alex - Ma queste strutture sono di gran lunga inferiori confronto alle prime. Alla Dream Machine potrebbe capitare di dover realizzare un sogno per il quale non esiste alcuna struttura portante. Essa allora lo realizza autonomo: tridimensionale, colorato, emettente radiazioni che stimolano i nostri sensi, facendoci così credere di toccarlo, d’annusarlo, di gustarlo. L'illusione sarebbe anche in questo caso totale, se non che su una tavola del primo tipo si potrebbe comodamente mangiare, su una del secondo, essendo i piatti oggetti senza alcuna percezione da ingannare, le stoviglie cadrebbero a terra inevitabilmente.
- Certo che possedere una macchina così sarebbe bello. - disse Gloria.
- Per quanto so ne sono stati costruiti solo tre esemplari; naturalmente i loro prezzi sono altissimi. Uno è stato acquistato da un ricco texano, che ha pubblicizzato l’avvenimento fino a nauseare. Si è rintanato ora su un suo pianeta privato e si diverte a giocarci come vuole. Le altre due macchine non so proprio chi le abbia comprate.
Mi cadde il cucchiaino di mano.
Nella sua traiettoria gli specchi crearono milioni di spazi e di tempi rimbombanti all’infinito.
- Però - fece Claudio, mentre ero chinato a raccogliere il cucchiaino - È facile immaginare che le altre due siano state usate in modo analogo: acquistate da due individui ricchissimi, sono state portate su qualche pianeta ed usate per ricostruirlo interamente. Non può essere così, Roberto?
Preso di contropiede, sbocconcellai qualche parola: - Sì … certo, penso di sì.
- Magari tu stesso - continua - Tu stesso sei uno dei proprietari della Dream Machine. Magari Talor è interamente frutto d’un tuo sogno.
- No - risposi inviperito - no, non è così. Talor è sempre stato così, ancor prima che arrivassi!
Fradici e immoti gesti
stanno
bevuti
da luce e da ombre
succhiati
dal raggio
violento
del tempo …
Ti ricordi questa? - mi fece maligno.
Il Prato delle Crisalidi! Avevo scritto una poesia del Prato delle Crisalidi! E risaliva agli anni del liceo, quando ero ancora tanto giovane ed ancora non vivevo su questo pianeta! E Claudio la ricordava terribilmente dopo tanto tempo!
- Una coincidenza - replicai - Una coincidenza e una fortuna aver trovato qualcosa nell’universo che possa sembrare creato da me!
Mandai giù l'ultimo boccone e m'alzai di scatto.
- Ora ha da fare per un po' - dissi e corsi via, prima di dare a Claudia il tempo di continuare.
Uscii veloce all'aperto.
L'aria fresca mi tonificò.
Non valevo andare nei sotterranei, nonostante sentissi imperioso il desiderio di recarmici.
Il malato non poteva resistere senza guardare ogni minuto la piaga che lo affliggeva?
Dovevo vincere una simile tentazione!
Corsi all'autorazzo e lo puntai a tutta velocità verso il Prato delle Crisalidi. Vi giunsi dopo pochi minuti.
La zona era una vasta radura circondata a semicerchio da sempreverdi e tagliata nel diametro da una roccia ripida e piatta. Solo adesso mi accorgevo come geograficamente il paesaggio fosse improbabile, così pieno d'alture e foreste sorte senza alcuna logica naturale, artificiosi simulacri ad una mia adolescenza classicheggiante.
Ai piedi della roccia stava un lago di fango color scarlatto.
Feci atterrare l'Astor e m'inoltrai tra le file d'alberi, fino alla vasta pianura erbosa.
Sul laghetto, quasi una piattaforma per commedianti, bollivano i fanghi silenziosi.
Ad un tratto, come a sfidare agni legge fisica, una bolla s'ingrossava e s'innalzava, tanto d'assumere una parvenza quasi umana. Poi un’altra ripeteva lo stesso rito, un'altra ed un'altra ancora.
Le figure iniziavano così - fradicie ed immote - una danza, una strana rappresentazione - bevute/da luce e da ombre - come crisalidi, le figure muovevano le loro membra - succhiate/dal raggio/violento/del tempo - sensificando ogni azione - voci scarlatte/nate e morte/nel silenzio - nella distruzione.
Ma ora dovevo riflettere!
Portare delle altre persone in questo paradiso era stato uno sbaglio! Avrei fatto meglio a non dividerlo con nessuno, a tenerlo tutto per me!
D'altra parte che cosa avrebbe potuto valere un'opera simile, create per essere guardata ed ammirata?
Plasmare la materia dei sogni era stato difficile, ma che risultati! E che timori, la mattina appena desto, affacciarsi alla finestra terrorizzato ed estasiato da ciò che trovavo davanti ai miei occhi!
Ma non avevo alcuna ragione di temere: il filtro funzionava bene!
Incubi, paure, sogni che non ricordavo; niente di tutto questo appariva nel panorama di volta in volta ricreato
Però gli incubi non svanivano, non si dileguavano con le ultime ombre della notte. Ogni perversione, ogni angoscia prendeva forma là dove lo scarico della D.M. finiva: nel profondo dei sotterranei della villa.
Dio mio! Dio mio! Svegliarsi ogni mattina e sapere che l'incubo che appena appena ricordavi era vivo e palpabile sotto i tuoi piedi, e che ti aspettava, e sapeva che saresti andato a vederlo perché non potevi fare niente contro la voglia insaziabile di guardare l'altra faccia del tuo essere!
Mi calmai. Ne avevo bisogno.
Le figure inconsistenti danzavano al ritmo dei vapori sotterranei, morendo e nascendo ininterrottamente, per l'eternità.
Per un'illusione d'eternità!
Un sogno, una parvenza.
Ma perché dev'essere realtà solo ciò che esiste ancor prima della nastra nascita, un’unica realtà per tutti gli uomini e per tutti i tempi. Questo pianeta non si può forse toccare, guardare, sentire come qualsiasi altra cosa "reale"?
Che differenza c’è, allora?
Quest'illusione è la mia realtà, una realtà che mi sono creato su misura! I sogni d'ogni uomo sono le proprie realtà, le verità del reale sublimate dalla vita di sempre.
Forse l'universo non è che il gigantesco sogna di un dio addormentato e le nostre vite tante nenie affinché non si svegli, cancellando ogni cosa.
Mi decisi a ritornare solo nel tardo pomeriggio. Mangiai frugalmente con le provviste dell'Astor. Le lingue di cielo colorate erano indemoniate come le streghe d'un sabba.
Sognavo sempre tramonti violenti ed infuocati come una danza tzigana.
L'Astor partì rapido, sfrecciando come un uccello nero sulle tempere dell’orizzonte.
Quando arrivai, la casa pareva disabitata.
Solo le note d'una sonata di Scarlatti, evocata dalla filodiffusione, sgorgavano dalle finestre aperte, sciogliendosi nell'aria fluida.
Salli sul davanzale di granito; la terra e le piante aprivano le loro linfe profumate alla sera intrisa di frescura.
Il profumo si diluiva ovunque, torbido di muschio e di humus.
- Sei tornato! - sentii dire dalla sua voce tanto cara.
- Ambra, tu mi trovi sempre! – risposi.
Ella s'avvicinò lentamente.
Io la guardavo avanzare nel suo vestito bianco, prigioniero della brezza capricciosa.
"Ambra" pensavo "Ambra, non vorrei sbagliarmi, ma io ti amo! Oh, si, ho provato questo sentimento tante poche volte e tanto intensamente, da non potere non riconoscerlo!
Mi si accostò a destra, abbagliata dal tramonto rutilante.
L'osservavo come non l'avevo osservata mai prima d'ora: il profilo perfetto, i neri capelli cosparsi di briciole di vento, gli occhi profondi e canori, le mani tenere e nervose: un bassorilievo nel giallo pulito del cielo.
- Sei stato via molto! - disse senza distogliere gli occhi dal sole.
- Si, parecchio - risposi, immergendomi con lei nella luce esplosa.
- Hai mangiato qualcosa?
- Avevo dei viveri sull'Astor.
- Non hai bisogno di niente?
Le sorrisi. – No, grazie!
Lei abbassò gli occhi, raccogliendo il mio sguardo.
Appoggiò le mani sulla balaustra scintillante di piccoli cristalli vetrosi.
Fermai i miei occhi sulle sue mani candide e morbide.
- Dove sono gli altri? – chiesi.
- T'abbiamo aspettata tanto, a pranzo. Poi, vista che non ritornavi, sono andati tutti un po' a zonzo.
- Perché non sei andata con loro?
- Avevo da fare!
- Cosa?
Non rispose. Posai la mana sulla sua. Ebbe una leggera scossa a quel contatto.
Osai chiedere: - Si rimasta ad aspettarmi?
Si soffermò un attimo prima di rispondere; soppesò i suoi pensieri ed analizzò dove avrebbero condotto le sue parole.
Infine si decise: - Si, sono. rimasta ad attenderti.
Si girò, aspettando un mio sguardo come risposta.
Mi girai anch'io, succube di quegli occhi carichi di sensazioni.
- Io - mi feci coraggio - Io ti amo!
Sentii la stessa scassa nelle sue dita, ma molto più intensa. Anche se non fece un movimento, capii che voleva reagissi per ambedue.
La baciai.
Abbandonò le sue spalle, il suo volto alle mie mani rese folli dal desiderio.
Presi a baciarla come un forsennato: sulle labbra, sulle guance, sul collo. Ad ogni bacio biascicavo ininterrottamente: - Ti amo, ti amo! - Tutte le cellule del suo corpo dovevano conoscere il mio sentimento!
Il sole moriva in uno strascico viola.
Finalmente l'avevo per me solamente!
E non solo come amica, ma come compagna!
Quella serata meravigliosa le dissi tutto!
Tutte la verità su questo pianeta, di come tutto fosse illusione, sogno materializzato da un’apparecchiatura umana, labile finzione mortale.
- Non dirlo a nessuno, Ambra - la pregai - Non farne mai parola con nessuno. Loro non potrebbero capire, loro non l'accetterebbero mai. ·Se venissero a sapere che tutto questo è sogno, disprezzerebbero ciò che finora hanno ammirato!
- Non devi dire così - mi rispose, padrona ormai della rivelazione, anche se poco turbata, quasi sospettasse già da molto tempo ogni cosa. Non devi dire così. Vedrai che sapranno accettare questa situazione.
- No, non credo più alla logica, alla bontà ed alla ragione umana. Sai bene come è la "realtà" laggiù, tra gli uomini logici e razionali; troppo logici e troppo razionali! Questo mio pianeta non è stato una fuga, ma un esilio!
Anche se uno splendido esilio!
- Non ne parliamo più - disse - La sera è tanto bella!
Le sera è tanto bella!
"Come mi somiglia" pensai "Sa che tutto è sogno ed ha accettato ogni cosa solo perché è bello!
- Facciamo l'amore. - e si sdraiò sull'erba.
La sera era un po' umida e l'erba sembrava germogliata da poco. M’inginocchiai presso le sue gambe, lambendo la gonna appassita sul prato, seguendo la linea del suo corpo; le caviglie, le gambe, le cosce, i fianchi morbidi ed incavati.
- Io non so niente - le dissi - Insegnami tu!
Fu la notte più belle della mia vita!
cap. 4 o della malattia
Non feci alcuna parola dei sotterranei; il segreto che doveva custodire era già trappo grande per lei, troppo da lasciare spazio ad un altro ancora più grasso.
Non volevo che sapesse niente di ciò che si nascondeva tra le fondamenta della casa, di ciò che si celava nei canti più oscuri della villa.
La notte passata così meravigliosa sbocciò in un'alba che prometteva gioie e colori inaspettati.
Ambra ed io ci accorgemmo stupiti del luogo dove avevamo consumato il sonno: sdraiati sul prato, addormentati come bambini stanchi d'amare sotto un abete frondosa.
Il luogo insolito ai nostri corpi permise di svegliarci prima che gli orologi nella casa suonassero il mattino.
Tornammo ciascuno ai propri letti, ambedue pronti a recitare la commedia dei "bei addormentati" al primo trillo della sveglia.
A colazione nessuno fece accenni alla sera precedente.
Forse immaginarono fossi tornato molto tardi e che Ambra, stanca d'attendermi, si fosse recata a dormire prima del loro rientro. Oppure che fra noi due fosse successo qualcosa, forse addirittura ci videro dormire abbracciati sotto l'abete e non ne fecero parola per educazione.
Pensassero comunque quello che volevano, mi dissi, io ero felice e questo mi bastava!
La colazione fu breve e silenziosa: nessuna parola toccò il tasto che il giorno prima m'aveva fatto scattare, così violentemente. Ripensandoci, maledissi la mia stupidità, la mia impetuosa azione che certamente aveva rinforzato il tarlo del dubbio nelle loro menti.
Quanto sarebbe potuta durare questa guerra fredda? Quanto ancora m'avrebbero assecondato in quella che loro avrebbero bollato come pazzia? Quanta tempo doveva trascorrere prima che essi decidessero "umanamente" di staccarmi a quella droga meccanica che mi "soggiogava"?
Inoltre, se avevano già subodorato qualcosa - o tutto addirittura! - si comportavano proprio da attori consumati. Non un gesto, non una parola fuori posto davanti a luoghi che, per la loro stessa assurdità, adesso riempivano me stesso di meraviglia.
Nonostante tutto, la più spensierata, la più felice ed ingenua del gruppo rimaneva Ambra.
Mi somigliava tanto!
Si stupiva d'ogni cosa e poca importava cosa fosse o se ad altri non facesse lo stesso effetto: a lei piaceva e questo chiudeva ogni discussione!
Quando leggevo Mallarmé in francese, ella non capiva neppure una parola! Eppure la sua sensibilità carpiva il suono e la cadenza d'ogni frase, d'ogni costruzione ardita.
Proprio perché non poteva afferrarne il senso, ella comprendeva ciò che realmente Mallarmé era: il musicista delle parole.
A volte s'atteggiava al ruolo d'Erodiade, pronunciando con enfasi la sola frase che ricordasse a memoria: "Oui, c'est pour moi, pour moi, que je fleuris, desérte!"
Quale migliore alleata nella custodia del mio segreto, quale migliore prova vivente che questa illusione potesse divenire qualcosa in più d'un semplice sogno!
La vicinanza del suo amore e della sua persona affastellavano la mia voce e la mia mente delle più consuete e banali figure retoriche. M'abbandonavo con lei all'enfasi, all'invocazione, alle più trite sdolcinatezze; ella valorizzava ogni mia sillaba, eternava ogni mio accento.
La felicità inondava finalmente ogni attimo della mia vita!
Tre sere dopo la nostra prima notte d'amore, Ambra volle mangiare quei peperoni che un piccolo astrocargo aveva portato da Eltro Di Antares IV al nostro pianeta. Non valsero le insistenze mie e degli amici per levarle dalla testa quel proposito; eppure sapeva benissimo anche lei che quei peperoni troppo saporiti le bloccavano la digestione!
In verità nessuno di noi era corazzato contro le resistenze d'una donna, specialmente di una come Ambra, che ci guardava come un'eterna bambina dagli occhioni lacrimosi di capriolo.
- Fai come vuoi! - le dicemmo.
Fece come volle e si sentì male durante la notte, naturalmente!
La mattina dopo era troppo sbattuta per uscire.
- Vuoi che rimanga con te? - le dissi.
- No, vai pure con gli altri. - rispose stanca - Qui c’è tanto da fare e da vedere: saprò far passare il tempo.
Mi dispiaceva lasciarla a letto da sola, con davanti un intero pomeriggio di noia.
- Allora vado - conclusi a malincuore.
Non volevo insistere troppo!
Gli altri potevano sospettare qualcosa tra noi. Ma che m'importava? Perché non volevo lasciar trapelare nulla?
Non lo capivo!
Forse vedevo il nostro amore così grande ed intenso che mi sarebbe parso macchiato, se altri l'avessero interpretato come una semplice avventura passeggera.
Avviato l'Astor, ci recammo verso quella parte del pianeta che ancora non avevamo visitato, quella parte dove la D.M. aveva sistemato i nuovi paesaggi che estraeva dai miei sogni: delle torri d'alabastro rosa, due fila d'alberi parallele fine all'orizzonte, tre montagne aguzze come denti.
II tutto accostato con un gusto piuttosto discutibile.
Mi aggiravo sospettoso tra i pilastri di rosa sbavati di sole. Guardavo i gesti d'ogni mio compagno in attesa d'un palese tradimento.
Claudio soprattutto!
Lui sapeva ogni cosa, ci avrei giurato! Conosceva la verità da quando era arrivato, forse già pregustava la gioia di spazzar via tutte queste pazzie dalla mia mente, convinto d'agire per il mio bene.
Si, avrebbe distrutto il mio mondo ed il mio affetto per Ambra! Ci avrebbe pensato lui a guarirmi dal "mal d'amore"!
M'avrebbe fatto diventare un vero "duro", come i veri uomini!
Un vero "duro" io, io che potevo contare i miei veri amori sulle dita di una mano! Io che dissipavo mesi dietro ad un'unica ragazza, sperando comprendesse la mia devozione! Io che avevo rifiutato ogni amicizia troppo semplice, ogni facile accomodamento perché i rapporti diventassero più sofferti e più profondi!
Io diventare un "duro"?
No, nessuno mi staccherà da Ambra!
Il sole colava rovente sulle torri svettanti, pedine d'una scacchiera ciclopica. L'aria bollente, prigioniera delle insenature rosate, fluidificava il tessuto degli alberi e delle rocce.
Erano più di quattro ore che stavo lontano da Ambra; tentai di placare il mio desiderio in tutti i modi, ma non c'era niente da fare. In verità non volevo placare un bel niente!
Non visto salii sull'Astor e lo avviai. Avrei inserito il pilota automatico appena arrivato a casa: il piccolo razzo sarebbe tornato indietro a prendere gli amici.
Ma io dovevo vedere Ambra, subito!
A bordo del velivolo cominciai a calmarmi: l’Astor bruciava chilometri e chilometri in un batter di ciglia.
Dopo un quarto d'ora giunsi in vista del tetto enorme della villa; ancora qualche secondo e sarei arrivato.
Atterrai veloce nell’hangar, aprii la serranda e feci di corsa le scale del giardino.
La casa viveva in un'atmosfera di tiepido silenzio, nessuna vibrazione sonora giungeva alle mie orecchie; immaginai che Ambra dormisse.
Percorsi il largo corridoio dalle pareti argentate, salii piano le scale che portavano alla sua camera; la stanza era vuota ed il letto intatto, come se nessuno vi si fosse coricato. Dunque s'era alzata ed ora di certo stava da qualche parte nella casa. La cercai per tutto il primo piano inutilmente, quando mi colse alla foce delle scale un pensiero orribile.
La mano destra cercò istintivamente la tasca della giacca.
Ma non avevo giacca!
Ero uscito in maglione!
Corsi veloce in camera mia, al secondo piano. La porta era appena accostata, la giacca riposta con cura sul letto.
Frugai tutte le tasche interne ad esterne: le chiavi non c'erano più!
Ambra doveva averle prese per visitare meglio la casa.
Certamente le avrebbe poi riposte senza dirmi niente. Una curiosità infantile ed innocente, che non avrebbe danneggiato nessuno, normalmente. Ma questo non era un caso normale.
Ambra non doveva entrare nei sotterranei, non doveva vedere ciò che nascondevo dietro la porta ferrata.
Corsi a perdifiato le rampe di scale che portavano nel sottosuolo, furioso Barbablù pronto a tutto pur di salvaguardare i propri segreti.
Qualcosa mi diceva che sarei arrivato troppo tardi. Le scale sembravano interminabili. Nella corsa cercavo ogni scusa per tranquillizzarmi: le chiavi erano tante, perché avrebbe dovuto prendere quella e cominciare proprio da lì?
L'incertezza ed il timore s'infiltrarono con la logica nella mia mente: e se Ambra fosse rimasta colpita da quella porta, sempre chiusa ed ora stesse provando tutte le chiavi nel tentativo d'aprirla?
Vidi con terrore il portone spalancato.
M'affacciai sull'entrata. L'impressione di vastità era indefinibile: pareva che quell'antro da tregenda s'estendesse per chilometri e chilometri fino ad un orizzonte nero e minaccioso.
L’acqua trasudava dalla roccia, formando rivoli e docce, patine gialle e rossastre. Sembrava il vestibolo dell'oltretomba. Avanzai sorretto solo dalla disperazione e dalla speranza d'essere ancora in grado di trattenere Ambra.
Avanzavo e sempre più il terrore mi mozzava il fiato.
- Ambra, Ambra - continuavo a chiamare in preda all’apprensione.
Percorsi qualche metro e mi trovai all’interno di una grotta illuminata. L'acqua non ristagnava più, la roccia s'era fatta secca e sabbiosa. La caverna era trafitta decine e decine di volte da spade insanguinate, dall'impugnatura di diamante. Il sangue sgorgava a fiotti dalle ferite della roccia, macchiando il pavimento e le pareti, colandomi addosso dalla volta maciullata come carne viva.
Un corridoio nero squarciava un cumulo di massi grigiastri; all'interno, prigioniero nelle tenebre, si coagulava un biancore di velo. Gli corsi incontro.
- Ambra - gridai.
Il suo corpo mi precipitò senza vita tra le braccia, la camicetta strappata sul petto ed un pugnale conficcato selvaggio nel ventre.
Una macchia di sangue si disegnava sulla gonna come un fiore infernale. Era solo un incubo, niente qui dentro poteva uccidere una persona!
Scagliai a terra quel corpo irreale e corsi fino alla fine del tunnel. Mi scontrai contro una porta di legno, antica e grezza come quella di un castello medioevale.
Una fioca fosforescenza cerulea illuminava la serratura, piccola poco più d’una mosca, decorata all’intorno da un triangolo capovolto, tutto segni e linee sbalzate nel metallo, indecifrabili tanto erano ingarbugliati e minuti.
Tastai la parete ed il pavimento in cerca d'una chiave.
Toccai qualcosa che sembrava un tubo d'acciaio grosso e massiccio. Percepii chiaramente l'impronta d’una chiave troppo grande per una serratura tanto piccola. Ma dovevo tentare!
M'accorsi che non riuscivo neppure a sollevarla, tanto era pesante. M'inchinai, facendo forza con tutte le due mani.
I muscoli si tendevano allo spasimo, il sudore mi colava dalla fronte.
Quella chiave doveva alzarsi!
Nello sforzo il pensiero mi portò ad Ambra che era al di là della porta, al bisogno di spiegarle tutto, di farle comprendere ogni cosa! La chiave s’alzava piano piano ad ogni strattone che le davo.
- "Per Ambra, per Ambra" pensavo. "Solo per Ambra!"
Ormai ero quasi riuscito ad avvicinarla alla toppa, che sembrava spalancarsi come una bocca per ricevere il grosso stelo.
Riuscii finalmente a farvela penetrare fin quasi all'impugnatura. M'alzai e cominciai a farla girare. Il meccanismo strideva come se non fosse stato usato da qualche secolo. Alla fine ci fu uno scatto; forse all'interno si era rotto qualcosa. Un filo di polvere rugginosa fluì lieve sul pavimento. La porta s'apri lentamente. Una lama di luce tagliò l'aria accecandomi.
Dopo alcuni secondi m'accorsi che la luminosità era sopportabile. Il fumo acre del carbone acceso mi fece lacrimare gli occhi. Varcai la soglia e le mie orecchie furono sommerse da andate di urla e di grida, di ghigni e respiri affannati.
Ciò che apparve ai miei occhi poteva appartenere solo ad una bolgia dantesca. Il sotterraneo riprendeva la sua forma originaria, ma diventava sotterraneo di tortura e sofferenza.
Uomini e donne legati alle colonne, appesi nudi alle pareti, inchiodati o costretti a terra subivano i supplizi più inauditi dai loro persecutori, che a volte avevano le loro stesse sembianze. I volti di quelle persane mi sconvolsero; vi trovavo il mio, quella di Ambra, di Claudio, di Simona, di decine di persone che conoscevo.
Là tagliavo con una forbice i capezzali di Ambra appesa ad una fune, là violentavo Gloria con una sbarra incandescente, là Alessandro masturbava Simona con un rasoio affilato.
In un angolo oscura Claudio mi castrava feracemente con una lama acuminata.
E le scene di sadismo si moltiplicavano disumane ai miei occhi attoniti.
Appesa ad una colonna Ambra sembrava svenuta fino a quando io non le infilai la destra nella vagina, sfondandole l'utero, raggiungendo le ovaie per poi spremerle come una spugna.
Cominciò a lanciare urla selvagge, gli occhi sembrarono uscirle completamente dalle orbite.
Estrassi il braccio coperto di sangue raggrumato.
La calai dalla fune e la sbattei a terra, boccheggiante di dolore. Presi una lama e le aprii una ferita nel ventre, della grandezza di una vulva. V'infilai il pene e cominciai a montarla in uno sciabordio di sangue e di sperma.
Vedendo ciò, lo stomaco mi si rivoltò come un guanto.
- Ambra - gridai sconvolto dalla nausea.
Ma quante Ambre, quante Glorie e quante altre ed a1tri si distruggevano l'uno con l'altro in una furia falle e selvaggia.
Corsi disperato, corsi lontano da quelle donne sodomizzate con ferri roventi. Da quegli uomini castrati con lance termiche.
Corsi alla cieca per un nero corridoio, impaurito, angosciato, terrorizzato più per Ambra che per me.
Lei dov'era? Perché non la vedevo? Possibile si fosse spinta tanto avanti?
Il cunicolo nero sembrava non finisse mai, ad ogni passo le pareti succhiavano le mie energie come sanguisughe assetate.
Le gambe cominciavano a cedermi, quando vidi sulla parete lontana un bottone chiaro; la fine del tunnel! Un passo ed il bottone divenne moneta, un altro ancora e la moneta fondo di bicchiere, un altro ancora ed il fondo di bicchiere una larga e levigata apertura.
La luce sembrava assopita attorno al buco come tendine di seta opaca. Avanzai e la mia prima impressione fu di serenità e di calma, serenità che non avevo mai provato prima d'ora e che si stendeva pietosa sul mio animo sconvolto.
La seconda sensazione fu come uno scatto nel mio cervello: io conoscevo quel posto!
Questo era il Luogo! Il Luogo perfetto ed ideale dove si rincorrevano selvaggi e impudenti i miei sogni d'amore.
Istintivamente feci il gesto di scostare la cortina opaca che mi si parava dinnanzi, ma non c'erano tende. Un crepuscolo bianco incipriava l'aria densa, che si rarefaceva ad ogni passo, scostandosi dai lati come manciate di nuvole candide.
Mi colpì l'apparente immobilità del posto. Pareva che le ore vi stagnassero, formando una palude melmosa.
L’atmosfera densa sembrava tempo rappreso, un tempo chiuso in un ripostiglio ed impossibilitato a trascorrere, un tempo troppo solido per essere scandito dalla macina dei comuni orologi.
Finalmente quel crepuscolo soffice si diradò del tutto, scoprendo di nuovo le forme rosso mattone del sotterraneo, questa volta silenzioso.
Cominciai ad intravvedere corpi accovacciati per terra in mucchi di due o tre. Man mano l'aria si rarefaceva, nei contorni delle figure riconoscevo gli atteggiamenti tipici di diversi rapporti sessuali. In quelle figure mute vidi i volti dei miei conoscenti ed il mio e quello di Ambra, come elementi fissi d'ogni arabesca composizione che quei corpi assumevano alla ricerca disperata d’un piacere più intenso.
La strana serenità che m'avvolgeva, pensai derivasse dal fatto che questi sogni erano i miei e che mi concedessero un senso di calma e di tranquillità; diversamente sarei stato sconvolto dall'accozzaglia di relazioni, naturali e no, che vedevo passare sotto i miei occhi.
Mi fulminò la mente lo scopo che m'aveva portato qua.
- Ambra - chiamai - Ambra!
Sentii un colpo di tosse un po' più avanti, presso un ultimo ristagno di biancore.
Corsi. - Ambra!
- Roberto, Roberto! - urlò una voce al limite della disperazione.
Abbracciai con forza il vestito bagnato di vomito caldo e appiccicoso.
Improvvisamente concretizzai la scena che ci circondava con i suoi occhi: le figure assumevano lineamenti demoniaci, avvinghiate in una depravata ricerca del piacere, oscene nella loro perversità.
Il ribrezzo mi fece distogliere gli occhi.
Un'ondata di sperma inondò il pavimento. A quel viscido contatto, Ambra mi vomitò sulla spalla quella poca saliva che ancora le restava.
- Via di qua, presto! - l'afferrai per la vita e quasi trascinandola la condussi verso una scura apertura nel muro.
Passammo in una caverna simile alla prima; in fondo si spalancava la porta d'uscita. Percorremmo veloci la grotta e richiudemmo in fretta il portone massiccio.
Ci ritrovammo nello stesso scantinato dal quale eravamo partiti.
Ambra non disse niente; si lavò e si cambiò.
A cena, ritornati gli amici, mangiò poco o niente.
Tutti pensarono fosse la conseguenza dell'indigestione. Io no.
Ed ora, mi chiedevo, ed ora cosa farà, cosa faremo?
cap. 5 o dello svolgimento e/o della figura allegorica
Per tutta la cena Ambra mangiucchiò fredda e distaccata, gli occhi nel piatto di brodo. Alla fine del pasto s'alzò silenziosa ed andò ad affacciarsi presso la balaustra di granito.
L'aria all’aperto era fresca ed un vento insistente vorticava nelle tenebre. La notte vibrava come una lamina di metallo. M'avvicinai piano alle sue spalle. S'accesero fra gli alberi suoni intermittenti. Posai una mano sulla sua spalla.
Come risentita si discostò di qualche passo.
- Ambra - supplicai - Dimmi qualcosa.
Si voltò e tutte le lacrime represse esplosero di botto, inondandomi le orecchie.
- È ... è … - singhiozzò - stato orribile!
- È finito tutto, non pensarci più. - le sussurrai.
Ma parlavo per convincere me stesso.
Sarà ancora capace d'amarmi, mi chiedevo, si farà ancora stringere dalle mie braccia?
La sensazione fresca del suo vestito mi contagiò le mani.
Scoprii lentamente il modellato delle sue spalle, tutto pianure ed avvallamenti.
Si lascerà ancora toccare da queste mani che ha visto agire in modo così atroce? Mi risposi di no!
- Ambra, tu non puoi più amarmi!
- Perché? - chiese, affondata nel mio vestito.
- Credo che tu non lo possa più!
Lei rimase in silenzio, lo sguardo perduto chissà dove.
- Ora ti faccio schifo! - continuai, - Ma cerca di capire che …
- Non è colpa tua! - sibilò.
- È, … un sogno, un incubo.
- Gli incubi sono solo ombre!
Ed il mondo che mi circondava era solo ombra, ma doveva essere realtà. Perché solo gli orrori dei sotterranei dovevano rimanere fantasie? La negazione d'uno dei due mondi era la negazione automatica dell'altro. Dunque ciò che i sotterranei custodivano doveva diventare realtà; realmente facevo quelle cose. No, Ambra non poteva più amarmi!
- Io ti amo ancora, più di prima! – Mi confortò teneramente. Lo disse con l'aria più convinta che avessi visto, come volesse far cadere tutta l'importanza della frase su quell'ancora forte e deciso.
La sera stessa facemmo l'amore, ma le mie mani balbettavano incerte sul suo corpo, i miei baci poco convinti e forzatamente troppo profondi. Mantenni un ritmo imbarazzato fino ad un orgasmo trattenuto e vergognoso.
M'accorsi della verità: io non potevo più amarla!
Ora non ero che un viscido animale scoperto improvvisamente mentre nel buio si compiaceva del proprio luridume.
Non potevo più amarla!
Toccarla adesso era contaminarla d'una malattia putrida e rivoltante. Ero un mostro, un porco, un sudicio maiale.
Il sonno troncò come un'asciai miei pensieri.
Sognai Ambra vestita d'un velo candido come la neve. Volteggiava leggera sopra un'erbetta tenera. Spiccava nel cielo come la luce d'un angelo.
Correva verso di me!
Anch’io correvo contro di lei, pronto ad abbracciarla appena giuntole vicino.
Oplà, e l'afferrai per la vita!
Due manate nere macchiarono il tessuto bianchissimo.
Cercavo di rimediare, ma più strofinavo più il nero si spandeva come una macchia oleosa.
Di più, di più, di più!
Nero, nero, nero, sempre più nero!
Lei cominciò a sollevarsi, a volar via.
Il sogno tremolava come sotto un rumore insistente.
Molto insistente!
Insopportabile!
Mi svegliai madido di sudore, I vetri della camera tentennavano violentemente. Tastai le lenzuola ancora calde al mio fianco.
- Ambra - chiamai.
Accesi la luce. Una saetta mi lampeggiò negli occhi cisposi di sonno.
- Ambra, dove sei? - chiamai di nuovo.
Una striscia di luce vibrò nel primo albeggiare.
- L'Astor! - gridai e mi precipitai alla finestra.
Il velivolo compì una curva prodigiosa nel cielo, poi diresse la punta verso Selene che ancora rosseggiava.
- Ma che sta succedendo? – gridai smarrito - Ambra, Ambra, dove sei?
Gli amici svegliati dal rumore scesero in pantofole sul terrazzo.
M'appoggiai smarrito al comodino.
Sopra c'era un foglio ripiegato in quattro parti. Lo spiegai veloce: "Caro Roberto,
voglio che tu sappia quanto ti ho amato e quanto ti ami ancora. Purtroppo il destino s'è dimostrato crudele verso di noi.
Io sono malata, Roberto, malata d'un male incurabile.
Ancora un anno, forse meno.
Poiché non ho potuto regalarti la vita, ti faccio dono della mia morte.
Quando sarò al centro di Selene farò esplodere l'Astor.
Così il tuo sogno sarà realtà.
Così almeno tu vivrai.
Addio,
Ambra."
Sconvolto, disperato, pazzo.
Urlai, gridai, urlai urlai urlai.
Corsi fuori in lacrime.
Tutti mi si fecero attorno.
Quello che capirono bastò.
È passato un anno da quel giorno.
Gli amici rimasero con me ancora per un mese, poi se ne andarono.
Dovrebbero giungere dalla Terra proprio oggi, farse tra pochi minuti saranno qui: li sto aspettando.
Su Talor il cielo s'avvicina già all'imbrunire.
Sesa è alta nel cielo, bianca e sferica come un'ostia.
Anche Selene ormai non tarderà molto.
Ed ora nessuno penserà più che sia tutto un sogno.
Perché Selene è il sepolcro eterno di Ambra.
Mi chiedo se il biglietto della sua malattia fosse stato vero, se Ambra non avesse recitato fino in fondo la sua parte. Ma lei non era un sogno, era la dea di questo mondo, la padrona assoluta del mio sogno.
Perché un dio deve morire per i sogni altrui? Per amore?
Tutto vive nel suo ricordo.
Ora ogni mia poesia è solo preghiera.
da "The Time Machine" n. 6/’79
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