Qualcuno doveva venire, dopo
di Lorenzo Iacobellis
Nel suo momento di massimo fulgore, Bascombe aveva contato otto milioni di abitanti. Attualmente si aggiravano per le sue strade non più di seimila persone.
Fu progettata e costruita secondo criteri nuovi. La sua immagine complessiva era quella di un immenso cerchio. Al centro si addensavano gli alloggi per abitazione e il centro commerciale. Quindi seguiva una fascia circolare, larga tre chilometri, adibita a parchi, giardini e boschi, infine la fascia industriale automatizzata, larga un chilometro, recintata e percorsa solo dai tecnici della manutenzione. Dietro ancora la campagna coltivata da macchine automatiche si allargava in immense distese di orti, frutteti, oliveti e vigneti.
Dal centro una miriade di strade a raggiera metteva in comunicazione le tre zone circolari della città, tra loro e con il mondo esterno. Questo in teoria, perché Bascombe non aveva bisogno del mondo esterno per poter prosperare. Era autonoma da tutti i punti di vista.
L'improvviso calo dell'incremento demografico e poi il blocco totale della natalità, causato dal cosiddetto Morbo di Spilotros che aveva compromesso alle radici la fertilità umana, causò il rapido spopolamento e la definitiva decadenza di Bascombe.
Renato Adriani stava ritornando a casa. I suoi passi echeggiavano come fantasmi di rumore.
Aveva passato l'intero pomeriggio alla Colonia. Gli era parso un lasso di tempo sterminato e privo di senso come certi incubi che non hanno mai fine. Era pentito d'esserci andato; avrebbe dovuto resistere ai pressanti inviti di Heffner, al suo atteggiamento paterno e protettivo.
Nel grandioso appartamento di Geisel s'erano riunite almeno un centinaio di persone. La maggior parte illustri sconosciuti. Da quando era morta Petra, in quello stupido incidente, era la prima volta che si trovava in una così nutrita compagnia.
- Guarda chi si rivede! - l'aveva salutato calorosamente Geisel, osservandolo sornione con i suoi occhi a spillo, straordinariamente vivi nel viso incartapecorito devastato dalla vecchiaia.
- Mettiti comodo, Adriani. Stasera ti divertirai senz'altro. C'è un mucchio di gente brillante sparsa qua e là nella mia magione.
Gli aveva messo un bicchiere in mano, poi aveva preso Heffner per un gomito e l'aveva portato via, lasciandolo solo.
Adriani, a disagio, incominciò ad aggirarsi da una stanza all’altra. Gente che parlava, si dimenava, sorrideva. Visi conosciuti e visi sconosciuti si susseguivano sotto i suoi occhi.
Si sentì profondamente fuori posto.
Buttato su un divano, già desiderando di andarsene, vagava con lo sguardo sui grandi quadri appesi alle pareti, sugli strani trofei. Talvolta, senza che lo volesse, brani di conversazione penetravano nella sua coscienza.
- Vi assicuro, - stava dicendo un uomo robusto, pelato, con une folta barba - che qualcosa di grosso sta bollendo nella fascia industriale automatizzata. Là dentro sono anni che gli impianti chimici ed atomici fanno acqua da tutte le parti,
- Ma via - intervenne un tipo dall'aspetto lugubre e dai capelli nerissimi e lisci - cosa potrebbe mai succedere? Al massimo, saltiamo tutti in aria.
- Tu, Tomchek, - disse una donna anziana, -·sei un lurido cinico. Non riesco a capire perché non dovremmo essere preoccupati per un eventuale deterioramento della fascia industriale. Almeno finché Bascombe è abitata.
- Questa è bella. - sogghignò maligno Tomchek. - Fra trent'anni al massimo nessuno di noi esisterà più. Anno prima anno dopo, che importanza può avere se saltiamo tutti in aria?
Adriani guardò con un moto di simpatia il lugubre Tomchek. Naturalmente quell’uomo aveva ragione. Ma il fatto che egli avesse esposto con tanta disinvolta brutalità le paure che tutti cercavano di tener nascoste persino a sé stessi la rendeva odioso agii altri. La conversazione cadde di. colpo.
Irritato, col suo bicchiere in mano, Adriani si trasferì in un’altra stanza.
- … nella zona giardino, proprio a ridosso della fascia industriale. - Era una donna giovane, sulla quarantina, quella che stava parlando. Adriani la conosceva di vista. Si chiamava Mary Lapointe. Lavorava, con un'altra decina di irriducibili fedeli della scienza, all'Università. - Tutta la vegetazione, da quelle parti, sta assumendo degli aspetti, come dire, fantasmagorici.
- Siete dei pazzi, ad avventurarvi in posti così pericolosi. - sentenziò un vecchietto magrissimo che esibiva un ossuto collo di gallina spennata,
- L'altra volta, - riprese Mary Lapointe, fingendo di non aver udito - siamo incappati in un ammasso vegetale oltremodo straordinario. Si, ammasso vegetale, non potrei definirlo meglio. Sulle rive del Lagoscuro. Originariamente, credo, doveva trattarsi d'un semplice olivo. La massa lignea del tronco si è sviluppata enormemente, fino ad assumere una forma vagamente piramidale. Dal tronco si sviluppano grossi rami, con foglie e frutti d'olivo. Da questi ultimi, però, s'innalzano rami di pesco. Da questi rami di betulla e così via. È una concrezione vegetale maestosa. Per arrivare al piedistallo ligneo che sorreggeva l'intero albero abbiamo dovuto inoltrarci per un buon centinaio di metri in un intrico straordinariamente compatto di rami che a causa del loro peso calavano a terra. Insomma, da quelle parti ci deve essere una gran confusione nei normali processi d'impollinazione.
- E le forme di vita animale? Stanno subendo mutamenti anche quelle? - chiese Geisel.
Geisel era un vecchio asciutto, ancora in possesso di tutta la sua intelligenza. Doveva aver superato il centinaio d'anni. Era un uomo che ormai viveva nel mondo solo come osservatore curioso e goloso di cose nuove. Probabilmente, pensò Adriani, si diverte come un matto. Aveva vissuto i primi cinquant'anni della sua vita ai tempi della gloriosa Repubblica, e i secondi cinquant’anni li aveva passati ad osservare la decadenza e la scomparsa della sua nazione. E forse, pensò, se è per questo anche della stessa umanità. In un certo senso, la sua vita si era estesa in un arco di tempo estremamente ricco e significativo della storia umana.
- Per quelli - disse Mary Lapointe - è più difficile raccogliere informazioni. Sicuramente qualcosa sta accadendo anche nel mondo animale. Ma fino a questo momento non siamo riusciti a catturare un solo esemplare. Sanno nascondersi.
Evitano gli uomini.
- Hanno ragione, ad evitarli! - ridacchiò Geisel, tutto contento della sua battuta.
- E saranno questi ... come li chiamate?
- Neozoi - disse Mary Lapointe.
- Allora saranno questi Neozoi, dunque, ad ereditare la Terra? - chiese un settantenne panciuto ed ubriaco, con gli occhi lacrimosi. - Dio, che fortunati!
Il vecchio si mise a ridere sgangheratamente, chissà per quale motivo.
Adriani si alzò disgustato. Possibile che quella gente potesse essere così cinica? Fu preso da un senso di oppressione, di soffocamento. Un dolore acuto, all'altezza del fegato, gli martellava il ventre. Non era più abituato ad ingerire una tale quantità di liquori forti, come aveva fatto quella sera.
Decise di andarsene. Voleva lasciare dietro di sé, dimenticare al più presto, quella massa di fantasmi parlanti, di simulacri vuoti di vita, che ormai attendevano con indifferenza la loro fine. Non erano altro se non dei cadaveri inconsapevoli.
Anche lui del resto, da un po' di tempo si era accorto che ogni giorno di più faceva fatica a vivere. Specialmente da quando Petra era caduta dal balcone del loro appartamento del decimo piano.
Il suo corpo sfracellato ritornava ogni notte nei suoi sogni.
Possibile che fosse stato un incidente? No, si disse con innaturale lucidità. Certe cose non avvengono per caso. Per quanto gli avesse fatto comodo continuare ad illudersi, adesso, passato tanto tempo, gli appariva chiaro ed evidente che non era stato un incidente.
Petra si era buttata giù. Voleva, semplicemente, morire.
E da quel giorno anche Adriani aveva incominciato a morire. Il mondo che lo circondava s'era fatto sempre più vago ed irreale. Persino gli incubi notturni si erano diradati ed erano scomparsi dai suoi sonni.
Quegli incubi, lui lo sapeva, erano i gelidi, inevitabili compagni notturni di tutte le persone che ancora portavano a spasso i loro corpi per le strade della morente Bascombe. Come efflorescenze malate, fiorivano nelle loro menti simboli fino a quel momento estranei all'inconscio collettivo umano. S'imponeva in essi la potenza di una morte diversa, totale.
Erano incubi di morte. Incubi che presagivano non solo la morte delle persone, ma anche, con ineluttabile chiarezza, quella dell'intera razza.
Senza che nessuno lo degnasse di uno sguardo o di un saluto, Adriani raggiunse la porta ed uscì fuori.
Era passata circa una settimana da quel giorno.
Come ogni sera Adriani percorreva velocemente e con un senso di angosciosa paura il tratto di strada che separava il posto di lavoro dalla sua abitazione. Doveva assolutamente essere in casa, quando, tramontato il sole, un'oscurità informe e sussurrante s'impadroniva degli sterminati quartieri deserti.
Poi, col cuore che gli batteva e le tempie che gli pulsavano di paura, saliva i dieci piani che lo portavano al suo appartamento, in cima allo stabile. Quando finalmente chiudeva dietro di sé la porta dell'appartamento, tirava un sospiro di sollievo. Una tenue spruzzata di sudore freddo gli copriva la fronte e il labbro superiore.
Era da un anno che la sua situazione psicologica peggiorava. Si rendeva conto che queste sue reazioni erano esagerate, abnormi, ma il capirlo non serviva per niente ad eliminarle, o attenuarle.
Si liberava freneticamente dei vestiti, indossava un paio di vecchi pantaloncini corti, si preparava la cena e andava sul suo balcone del decimo piano. Avendo alle spalle il suo appartamento sicuro, il rifugio totale di tutta la sua giornata e di tutta la sua vita, finalmente poteva distendersi.
Consumava la cena, ubriacandosi lentamente di vino ghiacciato.
Oltre la distesa spettrale di caseggiati immensi e deserti che lentamente cadevano in rovina, a qualche chilometro di distanza, tutt'attorno a lui ardeva la bolgia infernale della fascia industriale automatizzata. Una corona circolare larga un chilometro, con un raggio di otto chilometri, dove erano concentrate tutte le industrie chimiche, metallurgiche, meccaniche e di trasformazione dei prodotti alimentari.
Levavano le loro luci verso il cielo, alimentate da impianti atomici e tutte completamente automatizzate, tranne i lavori di riparazione e di manutenzione che un tempo venivano effettuati da uomini.
E nonostante che ormai da cinquant'anni nessun tecnico andasse a riparare i guasti che inevitabilmente si verificavano, nell'immenso organismo industriale continuavano a prodursi le solite reazioni chimiche. Gli impianti atomici, sul punto di esplodere, continuavano a produrre energia per la città spopolata e per le stesse industrie, i camion automatici, carichi di prodotti finiti, continuavano ad inserirsi sulle superstrade che giravano tutt'attorno alla zona industriale e sfociavano verso l'esterno, verso le altre città dell’antica Repubblica ormai in rovina, andandosi a perdere chissà dove.
Ogni sera, dopo cena, lui e Petra avevano l’abitudine di passare un po' di tempo su quel balcone da cui si dominava tanta parte della città. Parlavano molto, ma evidentemente, pensò Adriani, non si dicevano davvero tutto. Almeno lei, Petra, gli aveva sempre tenuta nascosta una parte di sé.
Mai infatti, lui aveva percepito, seppure confusa, la sua volontà di suicidio.
- Ho l'impressione - diceva spesso lei, negli ultimi tempi, - che tra le tante civiltà terrestri, la nostra sia quella che si sta spegnendo più silenziosamente. Quasi dignitosamente. Senza sussulti, senza guerre orribili, senza stragi e sangue.
Lui ascoltava, sempre con sorpresa, simili considerazioni. In realtà non gli importava niente che tutto stesse andando in rovina. A lui bastava Petra, quel corpo e quella mente di donna da cui non si stancava mai di trarre nuove gioie, nuove conoscenze, continue illuminazioni sulla realtà.
Talvolta, ascoltando le riflessioni e le divagazioni di sua moglie, pensava di essere un individuo molto limitato.
Forse era vero, ma era anche vero che ciò non gli dava alcuna noia.
- Vedi - diceva - a me va bene di vivere in questa epoca. Non mi sarebbe mica piaciuto tutto quel casino dei tempi andati, quando, per vivere, bisognava lottare giorno per giorno.
Petra sorrideva e diceva, dopo un po'.
- Certo. Adesso, però, bisognerebbe almeno lottare per non morire.
Ora, ripensandoci, Adriani s'accorgeva di non aver mai pienamente compreso le sue parole. Ed ogni sera veniva su quel balcone a ripercorrere con la mente i ricordi di lei.
Dall'alto dal suo osservatorio serale, mentre si stordiva lentamente col vino ghiacciato, osservava la fascia ardente della zona industriale, concentrica a quella buia dei giardini e al territorio esterno dei campi ancora intensamente coltivati da macchine dall’aspetto pauroso.
Nella baraonda di luci sanguigne, nubi azzurre di gas misteriosi, sfuggite dagli impianti chimici ormai deteriorati, erravano come fantasmi sbrindellati, fino a perdersi nella zona buia della campagna.
I grandi fumaioli, le torri metalliche ardenti di luci, i silos acquattati nell'intrico delle condutture, si succedevano nella luce bianca e spettrale come formidabili bestie, forme dormienti ma ignote e minacciose.
Al Reparto Rifornimenti Alimentari, dove lavorava Adriani, tutto ciò che doveva fare consisteva nell'attendere, seduto nel Magazzino, l'arrivo dei camion automatici provenienti dalle industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, farli scaricare dai nastri trasportatori, e una volta riempito quell'unico magazzino, attendere gli altri camion e inserire nel blocco di guida la piastra metallica contenente l'ordine di tornare indietro e di distruggere la merce, ormai eccedente.
I camion obbedivano e nessuno si preoccupava di sapere che fine facevano quelle migliaia di tonnellate di merce.
Quando si trovava nella stanza che funzionava da ufficio, seduto dietro la sua scrivania, Adriani si chiedeva il perché continuassero ad annotare con tanta pignoleria i carichi accettati e quelli rifiutati. Forse la burocratizzazione degli atti umani era un bisogno ereditato dal passato e in quanto tale capace di dare sicurezza. O forse qualcuno pensava ancora che quegli sterminati schedari sarebbero serviti un giorno agli eventuali, improbabili discendenti dell'uomo come significative testimonianze di quella che era stata un tempo la sua vita. A queste riflessioni si faceva prendere dalla tristezza e divagava col pensiero. Talvolta si confidava con l'altro suo collega, Heffner.
- Da un po' di tempo - diceva - questa processione di macchine ottuse mi fa paura. Non riesco più a stabilire un nesso logico fra tutto ciò che mi accade qua dentro durante la giornata.
- Sciocchezze! - diceva Heffner. Sempre la stessa risposta, ogni sera, alla stessa considerazione. - Del resto, mi sembra che da un po' di tempo a te tutto faccia paura. Ti fanno paura le macchine, ma ti fanno paura anche le persone.
Adriani taceva, irritato. Gli dava fastidio che qualcun altro frugasse con tanta facilità nel suo intimo, tirasse fuori qualche aspetto doloroso della sua personalità e glielo mettesse sotto gli occhi con la massima indifferenza.
Gli sembrava immorale che si potesse leggere in lui con tanta chiarezza.
E con tanta indifferente sicurezza, Heffner non aveva neppure alzato gli occhi dagli elenchi che stava minuziosamente controllando per l’ennesima volta.
Heffner, dopo qualche minuto, terminò. Si tolse gli occhiali e li lucidò a lungo con un fazzoletto piuttosto sporco. I suoi occhi scialbi fissarono Adriani.
- Vuoi un consiglio? Smettila di passare le serate trincerato nel tuo appartamento, a ubriacarti in solitudine sul tuo balcone solitario. L’ho fatto anch'io per un certo tempo e ti posso garantire che è peggio. Quella distesa di palazzi vuoti e la fascia industriale che arde di chissà che cosa.
Nascono pensieri sgradevoli di fronte ad una visione del genere. È come se in una casa di cinquanta stanze, dove prima abitavano cinquanta parsone, uno venga a trovarsi improvvisamente solo. Le stanze vuote riecheggiano le sue parole e i suoi pensieri. Bascombe è lo stesso. Una casa di cinquanta stanze dove tu sei solo. Non è una cosa che faccia piacere.
Adriani non rispondeva e si sforzava addirittura di non ascoltate le parole, sempre le stesse, di Heffner.
- Devi imparare a stare con la gente. Anche con quelli che non ti piacciono. Vieni ad abitare nella Colonia. Ormai ci siamo trasferiti lì tutti quanti. Non sempre divertente, ma almeno si sta insieme parecchio tempo.
Adriani taceva. Odiava quel tipo di discorso. Odiava le persone che gli dicevano con tanta autorevolezza quel che doveva fare e quel che non doveva fare. Gli venne il desiderio di alzarsi e di andarsene subito dall'ufficio, di correre a rifugiarsi nel suo appartamento.
Heffner si accese la pipa tranquillamente.
- Pensa un po' - disse - che due secoli fa c'erano veramente dei villaggi che contavano non più di cinquemila abitanti. E pare che vivessero anche bene, stando almeno a quel che si legge sui libri. Però, caro Adriani, quella era gente mentalmente e culturalmente attrezzata a vivere in un gruppo sociale così ristretto. Noi, invece, no. Ecco perché a noi pesa tutta questa solitudine. Per stare bene, abbiamo bisogno di muoverci tutto il giorno in un oceano di gente.
Si fermò e rifletté un attimo.
- E invece, l'ultimo censimento della popolazione di Bascombe ha fatto contare cinquemilatrecentosette persone. Un rigagnolo di umanità in cui ci sentiamo affogare. È triste continuare a diminuire in questo modo di anno in anno.
Heffner restò immobile e silenzioso, con la pipa in mano e gli occhi scialbi e senza vita fissati nel vuoto. Sembrava veramente dispiaciuto.
Un suono di clacson proveniente dal piazzale antistante il Magazzino lacerò l'aria senza rumori dall'esterno.
- Un altro camion! - sobbalzò Heffner. A quest'ora poi. Stanno parecchio sfasati, ormai. Mandalo indietro. - disse ad Adriani.
Renato prelevò una lastra metallica e uscì fuori. Il camion, dotato di pazienza meccanica, attendeva. Adriani inserì nel blocco di guida la piastra. L'ottuso camion si rimise faticosamente in moto, girò con ampia manovra e ritornò indietro.
S’era fatto buio. All'orizzonte, si levava un immane alone di luce riflessa. Sembrava che un'orrenda alba stesse sorgendo contemporaneamente da tutte le parti dell’orizzonte.
La fascia industriale cominciava ad invadere della sua luce spettrale tutta la città.
Abbandonato sulla sedia a sdraio, Adriani contemplava il cielo e le stelle. Pensieri pigri, sonnacchiosi, gli fluttuavano nel cervello. Qualcosa comparve d'improvviso davanti ai suoi occhi, ad oscurare le stelle. Un battere pesante d'ali massicce e un volatile di notevoli dimensioni avvinghiò le sue zampe sulla ringhiera metallica del balcone.
I suoi occhi erano due piccoli cerchi di fuoco. Il suo becco splendeva come se fosse di freddo levigatissimo acciaio. Il piumaggio e le zampe erano neri come l'inchiostro.
Gli artigli contratti mandavano bagliori ai pallidi raggi della luna. Insieme al becco rapace davano l'impressione di una forza malvagia pronta ad esplodere e a colpire.
L'uccello fissò Adriani intensamente, con rapacità. C'era consapevolezza nei suoi occhi infuocati.
- Bene - disse Adriani, per nulla scosso Perché aveva già bevuto parecchio e si sentiva perciò leggero e socievole.
- Tu sei un corvo, vero? Uno di quei neri uccellacci della morte che un tempo svolazzavano sui cadaveri. Adesso che fai? Ti diverti a svolazzare sul corpo in coma dell'intera umanità, eh?
Ridacchiò sommessamente, ci pensò un pochino e poi riprese.
- No, non sei un corvo. Sei troppo grosso. E poi sarai anche nero come l'inferno, ma quando mai si è visto un corvo con un becco d'acciaio e occhi che mandano bagliori come carboni ardenti? Quindi non devi essere un corvo.
Si versò un altro bicchiere di vino gelido dalla brocca.
Era ottimo e scendeva giù che era un piacere.
- Ci sono! - disse esultante dopo qualche minuto. - Tu devi essere uno di quei Neozoi, animali nuovi o qualcosa di simile, di cui parlano tanto nella Colonia, da un po' di tempo a questa parte.
Si concentrò un attimo. Tutta la faccenda gli sembrò d'improvviso estremamente importante. E poi si trovava bene a conversare con quell'animale dall' aspetto diabolico.
Cercò di ricordare quanto aveva sentito dire la sera della festa, lì alla Colonia. Avevano parlato delle indagini che il gruppo di biologia dell'Università stava conducendo nella zona giardino, quella a diretto contatto con la fascia industriale. Avevano confabulato di mutazioni genetiche che si stavano verificando tra le piante e gli animali. Avevano ipotizzato, pur senza averne mai visto uno, di nuovi tipi di animali basati su un metabolismo atipico, capaci di nutrirsi quasi di tutto. Avevano osservato che le loro feci erano talmente acide e corrosive da dissolvere il cemento e praticamente tutti i metalli e ogni altro tipo di manufatto umano.
Ed ora, uno di questi introvabili Neozoi, un animale del futuro, era venuto a trovare lui, Adriani caduto nel vortice senza ritorno della solitudine.
Si sentì in dovere di essere gentile.
- Bene, corvo o giù di lì, cosa posso fare per te?
L'animale lo fissò ancora per qualche attimo con i suoi occhi di bragia, poi saltò giù dalla ringhiera. Saltellando, le sue zampe emettevano rumori metallici.
L'uccello, grosso quanto un tacchino ma con una struttura fisica ben più potente e rapace, raggiunse un vaso da piante vuoto in cui da tempo immemorabile Adriani aveva gettato un mucchio di stracci, e ci saltò dentro. Poi cominciò a muovere tutto il corpo, e quando ebbe trovato una sistemazione soddisfacente, si immobilizzò. reclinò la testa sotto le ali e i due cerchi di fuoco degli occhi scomparvero.
- Ma guarda - rise Adriani. - Un nido. Vuoi solo un nido. Bene, è tuo! Sono contento di poter soddisfare i tuoi desideri.
Rise scioccamente nel silenzio e continuò a bere.
Quando andò a letto aveva già dimenticato il corvo e il suo nido.
Il mattino seguente, quando uscì sul balcone per respirare un po' d'aria fresca e far svanire gli ultimi fantasmi del vino, Adriani notò qualcosa di strano. Nel grosso vaso di terracotta non c'era più il solito mucchietto di stracci sporchi. Il fondo del vaso era invece tappezzato di schegge di metallo e piccoli pezzi di roccia scabra su cui riposavano quattro uova dalla scorza dura come vetro opaco.
Stupito, Adriani si chinò per raccoglierne uno ed esaminarlo da vicino ma un urto tremendo, come se fosse stato colpito alla schiena da un blocco di ferro, gli fece mancare di colpo il fiato e lo mandò a battere contro il muro, senza che avesse potuto sfiorare il nido.
Alzò gli occhi. Avvinghiato strettamente alla ringhiera del balcone, il 'corvo' lo fissava ferocemente.
Sbigottito, Adriani ricambiò lo sguardo per qualche attimo. Poi vagamente impaurito entrò in casa, chiuse le porte finestre e stette a guardare, al riparo più che altro psicologico delle vetrate, lo strano evento.
Il 'corvo', tranquillizzato, saltò giù e andò a sistemarsi nel vaso. Stava covando le uova. Ecco perché si era dimostrato tanto aggressivo, pensò Adriani.
Restò lì ad osservarlo almeno per una decina di minuti.
Ogni tanto il 'corvo' beccava l'orlo del vaso di terracotta.
Grosse schegge volavano via.
- I Neozoi? - chiese Heffner
La giornata di lavoro era trascorsa con incredibile rapidità. -Ora stavano seduti dietro le loro scrivanie a completare il riepilogo delle merci.
- È un fenomeno interessante! - riprese a dire. - So che il gruppo di biologia dell'Università, sotto la guida di Mary Lapointe, sta procedendo ad un lavoro di classificazione delle nuove piante che si stanno evolvendo nella zona giardino e che adesso pare che si stiano infiltrando anche nella zona industriale. In quanto ai Neozoi, però, mi risulta che tu sia il primo essere umano ad averne visto uno!
Adriani era di nuovo ritornato lucido. Il disagio immediato, scaturito dall'incontro con quell'animale, era scomparso.
Ma un disagio più profondo, di dimensioni più vaste, lo turbava in modo elusivo, sfuggente.
- Non trovi pauroso tutto questo, Heffner? Forme di vita che si evolvono, che magari già si sono evolute, al di fuori di ogni nostro controllo? Addirittura al di fuori di ogni nostra consapevolezza?
Gli occhi scialbi di Heffner guizzarono.
- No. Lo trovo divertente, interessante, affascinate, ma pauroso no. Se tutto ciò che sfugge al nostro controllo o esula dalla nostra consapevolezza dovesse terrorizzarci, temo che non riusciremmo ad avere mai un attimo di serenità. Nella vita di ciascuno di noi, sempre, il novanta per cento di ciò che ci accade, ci piove addosso contro la nostra volontà. Non ne sei convinto?
Si accese la pipa e si mise a fumare placidamente.
- Bisogna essere elastici, caro Renato. Mai preoccuparsi di ciò che non possiamo determinare, ma solo di ciò che possiamo ragionevolmente prevedere, guidare, manipolare. Vuoi un esempio? La mia pipa! Essa rappresenta una piccola fonte di continua felicità per me, perché non sfugge mai al mio controllo. Io sono padrone assoluto di questa pipa. La curo, la pulisco, e lei non mi tradisce mai. E non mi fa affatto paura.
- Naturalmente - concluse con un lampo sornione in quei suoi occhi che ad Adriani erano sempre sembrati così insignificanti - si tratta solo di una pipa.
Quella sera, Adriani non uscì sul balcone, non si preparò la cena, non bevve il vino ghiacciato. Dette un'occhiata, al di là dei vetri, al nero uccello accovacciato nel vaso e abbassò di colpo gli avvolgibili.
Uscì per le strade buie e andò a trovare Mary Lapointe.
La trovò che abitava in un grande appartamento nella Colonia, tutto pieno di moquettes e di tappeti. Dai muri pendevano antichi arazzi di dolorosa bellezza, prelevati da musei abbandonati. Stese a terra, come accovacciate ed ancora alitanti di vita, c'erano le pelli sontuose di strani animali. Dall'ingresso s'intravedevano altre stanze, nude, zeppe di armadi metallici per schedari.
Lei era una donna nel complesso bella, ma non molto alta, con i capelli corti e il corpo asciutto e quasi virilmente muscoloso. Nessuno di questi particolari colpì favorevolmente Adriani.
Fu accolto con gentilezza. Si sedettero su comode poltrone, si riempirono le mani di bicchieri e sigarette per darsi un contegno e cominciarono a parlare. Ambedue erano stranamente imbarazzati perché, pur conoscendosi di vista, non si erano mai presentati.
Adriani le raccontò quanto gli era accaduto.
Le descrisse l'animale.
- Cerchi di ricordare i particolari se possibile. – lo pregò con voce calda Mary Lapointe.
Quella voce così intensa procurò un sottile piacere a Renato.
- È un qualcosa fatto di ossa, di carne e di metallo. - disse.
Lei sembrava ascoltare con concentrato interesse, quasi con voracità.
- Dunque, è vero! – commentò quasi tra sé. - Non mi ero sbagliata. Metabolizzano anche i minerali.
- Il becco e gli artigli sembravano d' acciaio. -rammentò Adriani.
- Le dispiacerà - chiese lei - se uno di questi giorni vengo a casa sua a dare un'occhiata al 'corvo' e al suo nido?
Adriani restò interdetto. Non aveva mai invitato nessuno a casa sua da quando era morta Petra. Gli sembrava che non sarebbe mai riuscito a sopportare che un'altra donna si aggirasse per quelle stanze.
Però si accorse con stupore che la cosa non gli avrebbe dato alcun fastidio. Anzi gli avrebbe fatto piacere. Quella donna, con la sua equilibrata serenità, incominciava a piacergli.
- Ma certo, quando vuole! - disse.
Sorseggiò dal bicchiere un liquido caldo e forte. Qualcosa si muoveva dentro di lui, mentre osservava Mary Lapointe.
- Ma, in definitiva, cose sono questi Neozoi? - chiese dopo un po'.
Cosa sono i Neozoi? - ripeté lei lentamente. - beh, fino a questo momento erano solo un'ipotesi biologica. Creature che dovevano necessariamente esistere, ma che non avevamo ancora avuto la fortuna di vedere o di catturare. L'esemplare che lei ha visto è il primo. Per quel che se ne sa, potrebbe anche essere l'unico, per quanto io ne dubiti fortemente. Ad ogni modo, all'Università abbiamo sviluppato delle teorie su questo nuovo fenomeno biologico. Teorie che avrebbero bisogno di molte conferme.
- E cosa dicono queste teorie? - chiese Adriani, che non viveva da anni un momento così piacevole.
Beh, innanzitutto, che i Neozoi potrebbero anche essere un normalissimo gradino nella evoluzione delle specie animali di cui, non lo dimentichi, fanno parte anche gli uomini.
Naturalmente il concetto di evoluzione lo deve intendere come adattamento alle condizioni dell'ambiente, non necessariamente come progresso verso una forma di vita superiore. In questo processo di evoluzione, la natura non si ferma mai. Procede inarrestabile. Non deve dar di conto a nessuno nel suo continuo tentativo di riequilibrare l’intero sistema ecologico, in definitiva il proprio equilibrio.
- Allora, l'origine delle mutazioni non è da ricercarsi nel calderone chimico e atomico della fascia industriale automatizzata?
- Io, personalmente, credo di no. Anzi sono convinta che questi processi abbiano avuto inizio parecchio tempo fa, e che solo ora stiano assumendo un andamento più veloce.
- Sarà anche come dice le. - commentò Adriani - Però la natura si evolve in modo tanto lento da risultare impercettibile per molte generazioni successive di uomini. Gli attuali cambiamenti sono invece visibili, eccome!
- Giusto. - disse Mary Lapointe. - Ma le devastazioni che l’uomo ha inferto al sistema ambientale negli ultimi tre secoli sono state sconvolgenti. Ora, la natura, insomma il sistema ecologico nel suo complesso, a devastazioni sempre più rapide ed accelerate e tali da provocare danni quasi irreversibili al suo equilibrio, ha dato risposte altrettanto rapide e tali da permetterle di continuare ad esistere.
Tacque e si accese un’altra sigaretta.
- Non mi chieda come ciò possa accadere, perché né la biologia, né alcuna altra scienza sarebbero in grado di dare una risposta adeguata. Ma una cosa è certa, che la natura, senza che noi ce ne fossimo accorti, aveva già da tempo dato inizio al processo di riequilibrio, colpendo l'agente provocatore delle disarmonie ambientali, cioè l'uomo.
- Come! - si meravigliò Adriani. - Sta forse alludendo al Morbo di Spilotros?
- Non è mai esistito nessun Spilotros e nessun morbo scoperto da lui. Da cinquant'anni invece, molto semplicemente, per cause che gli scienziati non sono riusciti ad individuare, gli spermatozoi non riescono più a fecondare gli ovuli femminili. Nel mondo animale solo la specie umana risulta colpita da questa inibizione. Tutto qui. Questa, molto, crudamente, è la verità!
- E quello che si legge sui libri?
- Motivi politici, soprattutto di ordine pubblico, consigliarono il governo della Repubblica, a propagandare a quell'epoca la versione del Morbo di Spilotros. Una malattia, per quanto terribile e sconosciuta, c'è sempre la speranza di poterla dominare. Ma in realtà le cause, che determinavano la sterilità nell'uomo non sono mai state scoperte. Inoltre in conseguenza di questa sterilità, o forse indipendentemente da questo fatto, si è potuto constatare che ogni uomo ed ogni donna vivono continuamente pervasi da un turbine di terrori inspiegabili che affievoliscono ancora di più il già tenue desiderio di vita della nostra specie.
- Non è vero. - intervenne Adriani, turbato. Non avrebbe mai pensato che i suoi sogni angosciosi, inumani, fossero comuni anche agli altri abitanti di Bascombe. - Molti – disse – non hanno di queste paure.
- Molti le nascondono bene. - rispose con un sorriso smorto Mary Lapointe.
- E i Neozoi? Cosa c'entrano in tutto questo? - chiese subito Adriani, ansioso di cambiar argomento. Non voleva che quel breve accenno ai sogni gli guastasse quella serata dolce e vellutata.
- Secondo me, loro sono i riequilibratori del sistema ecologico. Forse, una volta terminato il loro compito, sono destinati a scomparire. Essi si nutrono di tutto. Il loro metabolismo è in grado di trasformare in materia organica le materie inorganiche. Dicendo questo, penso soprattutto all'enorme quantità di manufatti umani che coprono l'intera superficie del pianeta. Esaurito il loro compito, altri tipi di animali e di piante, analoghe forse a quelle che popolavano il pianeta ai primordi della sua esistenza, ritorneranno sulle terre da loro rese di nuovo abitabili.
- Dunque - chiese Adriani, - sono solo uno strumento, efficace ma transitorio, di cui la natura si serve?
Mary Lapointe si chinò ad accarezzare la pelliccia di un antico orso.
- Alcuni - disse - sostengono che i Neozoi siano qualcosa di più!
- Che significa? - chiese Adriani incuriosito.
Improvvisamente Mary Lapointe divenne vaga, elusiva.
- Mah, è una teoria di Geisel. Una teoria, a mio avviso piuttosto fantasiosa.
Adriani capì che non avrebbe detto altro.
- Ad ogni modo - aggiunse lei - se vuole, può interrogare lo stesso Geisel.
Tacquero. Renato ebbe l'impressione che quel silenzio fosse un congedo. Ma lui non voleva andarsene. Per la prima volta il suo appartamento gli parve non un rifugio, ma il luogo dove si realizzava la sua solitudine.
Cercò di continuare la conversazione.
- Ma lei pensa che questi Neozoi siano destinati a scomparire? - chiese.
Mary Lapointe sorrise. Evidentemente aveva compreso lo stato d'animo di Adriani. E questa comprensione, invece di infastidire come al solito Renato, lo riempì d’un caldo senso di benessere.
- Per via del loro potenziale evolutivo. - rispose Mary. - È troppo sviluppato. Come specie mancano di ereditarietà stabile. S’intende questa è solo una mia opinione.
Però se nel mondo animale si sta ripetendo lo stesso meccanismo evolutivo che abbiamo visto in atto nel mondo vegetale, dovrebbe essere così. Danno, insomma, l'impressione di essere organismi sballati, a velocità eccessiva. Come se, appunto, fossero stati concepiti ed approntati per svolgere rapidamente una ben determinata funzione e poi scomparire. La loro evoluzione è rapidissima ed imprevedibile. Tra le piante abbiamo avuto modo di constatare addirittura che una specie può, nel giro di due tre generazioni, tramutarsi in ibridi che abbozzano un'altra specie, diversa del tutto da quella degli ascendenti.
- E lo scopo di tutto ciò, quale dovrebbe essere?
- Secondo me, quello di creare quante più forme di vita specializzate ma sempre in vista del riequilibrio dell'ambiente. Secondo altri … bene, tutta questa profusione di forme vitali dovrebbe avere un altro scopo.
Come già era accaduto prima, non volle spiegarsi meglio.
Né Adriani aveva nessun desiderio di stuzzicarla.
- E gli uomini? - chiese Renato.
Per noi il discorso è chiuso definitivamente. Siamo condannati alla più completa estinzione nel giro di trent'anni. - disse Mary Lapointe, con un sorriso triste e pacato.
- Tutto ritornerà come prima che l'uomo nascesse. - concluse, dopo un attimo di silenzio.
Quando si congedarono, Adriani la salutò con calore. Quel colloquio, quella serata insieme a lei, gli avevano fatto bene. Gli sembrava di essere rinato e di sentirsi eccezionalmente vivo.
Quando rientrò in casa, Adriani trovò una sorpresa. Il 'corvo' aveva frantumato le vetrate delle grandi finestre.
Gli avvolgibili pendevano distorti e scardinati. Quel senso di riposante serenità che lo aveva pervaso fino a quel momento svanì di colpo.
Entrò nella stanza, senza accendere le luci. Ud’ il becchettare violento dell'animale. Come colpi di maglio su un’incudine. Forse stava facendo a pezzi la ringhiera del balcone.
Terrorizzato, attraversò silenziosamente la stanza e andò a spiare attraverso gli avvolgibili scardinati. A terra, sul balcone, non c'erano frammenti di vetro. Anche le stecche di plastica degli avvolgibili erano scomparse.
L'animale doveva essersene nutrito!
Sbarre intere mancavano alla ringhiera. Alcune di esse apparivano storte e mozzate, come se fossero state portate via con un sol colpo.
Adriani pensò che ormai sarebbe stato bene cambiare appartamento.
Di nuovo, anche quella sera, non cenò e non bevve vino.
Anche quell'illusoria euforica serenità datagli dal vino gli era tolta. La realtà aveva fatto irruzione nella sua vita ed egli si era inutilmente sforzato di tenerla fuori dal suo tempo e dai suoi giorni.
Si barricò nella stanza da letto, ammucchiando varie suppellettili pesanti dietro la porta.
Naturalmente non riuscì a dormire.
Un terrore senza nome lo tenne inchiodato al letto, nel buio, fino alle prime luci dell'alba.
Si alzò stanchissimo. Con gli occhi pesti, la testa che gli ronzava dolorosamente, spostò i mobili che con tanta fatica aveva ammucchiato la sera prima contro la porta.
Percorse il corridoio. Entrò nella stanza, attento a non far rumore, e andò a spiare attraverso il groviglio degli avvolgibili.
Non c'era nessuna traccia del nero uccello.
Passò in cucina. L’altra vetrata che dava sul balcone era infatti quella della cucina. Cautamente si avvicinò al vaso dall' orlo sbreccato.
Restò immobile, come pietrificato, a fissare i quattro corpicini, inequivocabilmente umani, anche se su scala più ridotta. Respiravano e palpitavano. Con le minuscole mani tastavano le schegge di metallo e le pietre che formavano il loro giaciglio.
Quel metallo!
"Possibile?" pensò Adriani "Quelle piccole tacche parallele … sembrano morsi di piccoli denti!"
In preda al panico, Adriani corse nel ripostiglio, prese un piccolo sacco e ritornò sul balcone. Del 'corvo' non si vedeva alcuna traccia. era molto strano, ma non aveva tempo da perdere a pensare anche a questo fatto. Vincendo un ribrezzo infinito, avvicinò la mano ai quattro corpicini. Erano caldi, questo lo sorprese, e guizzanti sotto le dita.
Tutti e quattro, contemporaneamente, alzarono gli occhi verso di lui.
I loro occhi erano maligni cerchi di fuoco.
Occhi come questi, pensò Adriani sudando freddo, non vedono cose umane.
Rabbrividendo li raccolse e li ficcò nel sacco. Legò l'imboccatura con un filo di ferro, scese giù, saltò sull'auto che usava solo nei momenti di massima urgenza e si diresse verso la zona dei giardini.
Frenò bruscamente su un viale inghiaiato che terminava nelle acque nere e profonde del Lagoscuro. Sul fondo, presso la riva, s'intravedevano confusamente ondeggiare alte erbe che lui non aveva mai visto.
Legò al sacco un grosso macigno e lo buttò nell'acqua.
Vagamente pensò che aveva assassinato delle forme di vita, fuori dalla norma ma pur sempre delle creature viventi. Ma perché, si chiese poi, aveva provato un così istintivo e totale senso di repulsione e di odio nei confronti di quelle creature, apparentemente indifese ed innocue?
Mentre il sacco sprofondava giù nell'acqua, si accorse che aveva agito in uno stato quasi di trance. Aveva compiuto una serie di gesti automatici, dettati forse da profonde pulsioni istintuali della sua mente.
Tremava tutto. Accese una sigaretta, e restò a fissare la nera superficie del lago.
Qualcosa di rosso guizzò sotto il pelo dell'acqua.
A pochi metri da lui, ma già irraggiungibili, quattro corpicini vigorosi nuotavano armoniosamente sotto il pelo dell'acqua.
Si fermarono e si volsero verso di lui.
Otto occhi di bragia, consapevoli, lo fissarono per qualche attimo. Poi le quattro creature si girarono e presero a nuotare verso il largo, fino ad inabissarsi nelle acque del grande Lago.
Adriani gettò via la sigaretta. Ormai sereno, definitivamente pacificato con il suo destino, salì sulla macchina, mise in moto e si diresse verso la casa di Mary Lapointe.
Voleva dirle che lei aveva ragione, ma che aveva ragione anche il vecchio Geisel. I Neozoi, oltre ad essere i riequilibratori e i restauratori dell'antico ambiente naturale, erano anche qualcosa di più.
Voleva dirle che trent'anni erano un lasso di tempo eccessivo per l'estinzione della razza umana. Almeno l'attuale razza umana avrebbe dovuto provvedere molto più rapidamente alla propria estinzione.
Altrimenti ci avrebbero pensato quelli che adesso stavano crescendo nelle buie profondità di Lagoscuro.
da "The Time Machine" n. 6/’79
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