Giardino degli scorpioni
di Sergio Fabbri
Sono io e sono il re.
Non cercate nel cielo,
mai potrete vedere,
mai indicare il mio regno.
Non bastano mille occhi,
né strumenti o teorie;
ben altro mi nasconde
e non immaginate cosa.
Quadrato è il mio pianeta,
il recinto lo coglie tutto,
non ne esiste di più piccolo,
è "Giardino degli Scorpioni".
Fango e detriti all'interno,
fuori no, non si può guardare.
Giace nell'angolo un recipiente,
là vi porto acqua e melma,
e non è mai ricolmo di universo,
potenza del mio popolo.
Lungo il percorso m'acclamano,
gli scorpioni fedeli sudditi.
Forse ora li ho offesi,
chiudendomi alle spalle il cancello,
le mani incrostate di letame
sollevo alte, scettro regale.
Innalzano a tale gesto
i loro vessilli di guerra,
poi qualcuno sussurra:
"Bello, il tuo mestiere!"
Sono neri i miei scorpioni,
io solo riempio il recipiente,
grigio, inclinato, ammaccato
ribollente del mio potere.
L'aria è calda, appiccicosa,
un suddito mi titilla il pube,
chiaro che devo fuggire;
salgo le scale e mi barrico.
Mi circondano scorpioni bianchi,
però so che posso attendere.
IL terrore vernicia i muri,
guardo la finestra aperta.
Trionfante sul davanzale
lo scorpione nero mi saluta,
nostra è la vittoria
ed io sorrido: sono il re!
Schiudo le pesanti palpebre.
Un sogno, solo un sogno.
Ho paura di guardare oltre le mani
che fanno velo ai miei occhi,
e pure le ginocchia arrivano
a chiudere alla luce ogni via.
Poi il mio corpo traspare.
Il recipiente è lì, nell'angolo.
Mi aspetta.
da "Novae terrae speciale" n. 1, marzo '79
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