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Omega


di Igino Aschieri


Di mondi la morte, di stelle la fine, prepara la mano d’agile artista; concerto di novae d’atomiche mine, galassie sinfoniche del Ser Concertista.

Molecole rotte, stasera, in tragiche trine di Cobra Regal e d'Aspide trista.

Cosmico ardor già di stelle sparso muori ancor ora come gigante riarso.


I

- È la sera. - disse Mog rivolto a coloro che siedevano insieme con lui attorno al tavolo del consiglio.

Tutti lo sapevano assai bene. Di cosa si trattava lo si sapeva ormai da gran tempo. La morte era vicina, così vicina che ognuno di loro avrebbe potuto toccarla, essendo sopra e sotto di loro, fuori e dentro … ovunque. Le loro case, le loro spose, i figli, le città e il pianeta intero; tutto era avvolto da un'atmosfera scura, mielosa, nauseante e terribile.

Inutilmente avevano cercato di impedire l'assurda carneficina che si sarebbe compiuta; i saggi avevano scosso la testa canuta accasciandosi nei loro inutili scranni della saggezza, i giovani si erano rinchiusi in un mondo troppo irreale per poter reagire; ma loro, gli uomini maturi, il Governo, gli Scienziati, i Generali, cosa avevano potuto o saputo fare? Nulla anch’essi.

L'olocausto si sarebbe compiuto malgrado tutto e tutti: in nome del Potere.

L'ora dell'orgia del potere stava per scoccare: un immenso magma vivente sarebbe rimasto a guardare, impotente, il compiersi del destino.

Le cariche atomiche in grado di scatenare la reazione a catena del nucleo centrale incandescente del pianeta erano state poste in modo tale da impedire qualunque intervento. Troppo tardi. Non c’era più tempo per fare nulla. Gli stessi elaboratori elettronici, dopo aver assunto i dati, le informazioni, le istruzioni operative, non avevano potuto fare altro che precipitare in overflow non potendo trovare la risposta della salvezza. Sembravano impazziti come gli uomini che li avevano progettati e costruiti.

Uomini come Mog.

- Malgrado tutto, - insisté Mog, - non posso ancora credere che l’Imperatore possa giungere ad ammettere una tale crudeltà che, oltre a non avere precedenti nella storia del genere umano, è assolutamente fine a sé stessa. Cinismo all'ennesima potenza.

- La rabbia è inutile. Il potere si giustifica da sé. Tu lo sai come ognuno di noi lo sa. - gli fu risposto.

Mog giaceva privo di energie sul suo scranno, a capo chino. Chi aveva risposto? Ma era poi una risposta? Sì, era una risposta: fredda, inesorabile, ma pur sempre una risposta.

Non gli importava, non voleva saperlo.

Per quanto ne sapeva, nelle condizioni mentali in cui si trovava, poteva benissimo essere stato egli stesso a rispondersi. E perché no?

Lo aveva sperato fin dal primo momento: diventare pazzo. Subito. Senza stupidi indugi. Morire dentro per non vivere la propria morte fisica. Il numero di coloro che manifestavano alienazione mentale era cresciuto paurosamente negli ultimi tempi, e Mog non avrebbe saputo dar loro torto se non alla luce di un’ultima speranza.

Il pianeta poteva esplodere ed annientare tutto, in un attimo; ma nulla gli avrebbe impedito di vedere la morte attorno a sé, dentro di sé: lampi abbacinanti avrebbero bruciato le sue retine, infinite schegge avrebbero dilaniato il suo corpo mentre l’aria sarebbe sfuggita per l’ultima volta dai suoi polmoni cotti dalla vampa infernale. Quell'ultimo alito avrebbe portato con sé l’ultimo grido, ormai inudibile poiché nel frattempo l'atmosfera del pianeta sarebbe scomparsa disperdendosi nello spazio.

Un grido che avrebbe riecheggiato solo nel suo cranio sfondato.

Questo pensiero esplose nella sua mente e si disperse in tutto il suo essere.

Strinse le mani fino a conficcarsi le unghie nei palmi; e pianse …


Morte e dolore nutron l'umor del Potente,

ch’assiso al vertice dello scranno regal

fa corte d’onori alla fanatica mente

che compose il concerto di sinfonia mortale.

Pentagramma di nebulose planetarie note,

morte e vita schiave della tastiera digitale.

Cosmico ardor già di stelle sparso

muori ancor ora come gigante riarso.


Appena uscito dalle calde coltri del letto regale, Cobra sbadigliò alla luce del primo mattino che si affacciava dalle finestre. Il servitore di camera gli si avvicinò pronto come sempre ai suoi cenni.

La smorfia stampata sul volto dell'Imperatore non prometteva nulla di buono ed il servitore si guardò bene dal provocare una violenta reazione chiedendo se aveva riposato bene: era fin troppo evidente che no, non aveva riposato bene; forse non aveva neppure dormito. Già, era un po' di tempo che il Sign…

- Bestia! Non rispetti più, dunque, il tuo signore e padrone? Non t'interessa sapere come ho dormito? - urlò Cobra, fraintendendo il silenzio del servitore.

- Mio Signore, - rispose il servo, - dal vostro volto ho capito che avrei dovuto tacere. Vostra maestà non è mai molto di buon umore di primo mattino. -

- Vattene, idiota - interloquì Cobra interrompendo le melense sviolinate del servo.

Il suo sguardo rimase a lungo fisso sulla porta che si era richiusa rapidamente, ma silenziosamente.

Ahimè, pensò, se è vero che il buon giorno si vede dal mattino … e questa sera sarà impegnativa: tutta la corte assisterà al concerto e vorrà vedermi radioso ed austero come sempre.

Quanto può essere scomodo il potere: ci sono cose che devi fare indipendentemente dal tuo umore, dai tuoi desideri, cose odiose, come far finta di non sapere.

Aspide lo rifiutava limitandosi ad interpretare il ruolo di moglie felice solo quando si trovavano entrambi alla presenza dei Potenti. Ma soprattutto le piaceva giocare all’Imperatrice ed era solo il fatto di esserlo che le impediva di abbandonarsi completamente all’unico mestiere che sapeva fare: la baldracca.

La freddezza della consorte lo angustiava più per la sensazione di impotenza che gli ispirava che non per quello che nascondeva: una fitta trama di tradimenti amorosi. I concubini di Aspide non si contavano più. E d'altronde egli non era da meno. Il potere corrompe non solo il fisico, ma soprattutto la morale di un individuo.

Ma Cobra di grossi problemi morali non ne aveva mai avuti; si limitava a pretendere obbedienza e assoluto servilismo: la sua morale non gli interessava. La sua morale era il suo stesso potere e proprio come quest’ultimo, non ammetteva limitazioni di sorta.

Solo nel momento di addormentarsi, quando la porzione cosciente del cervello lascia le redini della mente, solo allora i dubbi lo assalivano.

Neppure i continui risvegli notturni gli permettevano di fuggire le ansie, i timori, perché la sua stanza gli appariva continuamente popolata di ombre furtive mosse come marionette dalla paura.

Anche ora aveva paura.

Il Concertista lo dominava ed egli lo sapeva, purtuttavia non sapeva fare a meno della sua musica, delle sensazioni che sapeva ispirargli. Era ormai schiavo di quella musica. Cosa gli sarebbe costata questa sudditanza?

Fino a quel momento gli era costata l'ultima speranza, se ancora ne aveva, di riallacciare rapporti meno freddi con Aspide. Ma non gli sembrava troppo importante: Aspide non era mai stata in grado d'impensierirlo sul piano del potere ed il Concertista era ancora troppo giovane: neppure uniti potevano preoccuparlo …

Le congiure di palazzo abbisognano di centri di potere alternativi per potersi attuare e né Aspide né tanto meno il Concertista avevano avuto il tempo sufficiente. La fitta ragnatela che difendeva il suo trono era solida, ma estremamente elastica; il ragno che ne costituiva il centro, lui, Cobra, poteva permettersi di aspettare la morte dei suoi nemici.

Decise che quella sera si sarebbe veramente goduta la sorpresa musicale che aveva preparato il Concertista ed iniziò, non senza aver richiamato il servitore di camera, la fase della vestizione.


Muori tu sol, o comune mortale,

cadi tu sol a saggiare il tuo sangue,

al Potente non tocca tua sorte fatale

e Cobra non vede il suo poter che langue.

Viver gli basta suo tenore totale

pur se ver lui porgi il tuo volto esangue.

Cosmico ardor già di stelle sparso

muori ancor ora come gigante riarso.


III

L’atmosfera, nell’enorme anfiteatro, era greve d’attesa ed i Potenti, coloro che detenevano e godevano di un caduco potere all'ombra della maestà di Cobra, discutevano su quello cui avrebbero assistito di lì a poco. Il concerto stava per avere inizio, anche se occorreva attendere che si riempissero gli ultimi scranni.

Dopo mesi e mesi di preparativi destinati ad approntare le ultime strutture necessarie all'esecuzione musicale, finalmente era giunta la sera destinata.

C'era molta attesa per questo concerto, sia perché pareva si trattasse dell’ultimo che avrebbe eseguito il Concertista, sia perché erano annunciate sensazioni straordinarie per il pubblico dei Potenti.

Si diceva che tutto quanto sarebbe avvenuto durante il concerto era realtà e forse avrebbe trovato spiegazione la costruzione di quell'enorme anfiteatro che si andava lentamente riempiendo.

Certamente sarebbe stato uno spettacolo unico nel suo genere e decisamente unico in tutta la storia del genere umano. Ma quale fosse l'unicità, nessuno lo sapeva.

Lo strumento era là, in tutta la sua drammatica e cupa solennità; la delicata cunetta che ne ospitava la massa sembrava creata dall'enorme peso del monocristallo che costituiva il blocco centrale. Le canne che lo sovrastavano apparivano evanescenti al confronto del corpo polarizzato dello strumento.

Sembrava un organo con tanto di canne, ma il Concertista aveva anticipato di non farsi suggestionare dal suo aspetto sostanziale. In realtà si trattava di uno strumento appositamente studiato per l'ultima sinfonia: quello strumento dava la morte.

La morte di chi?

Le gradinate erano ormai quasi al completo e gli operatori alle luci già stavano approntando i proiettori per la prossima entrata dell'Imperatore Cobra, Signore Assoluto della Galassia e Dominatore Totale della Confederazione delle Cento Galassie Esterne, e della sua affascinante consorte Aspide.

La platea dei Potenti si azzittì di colpo mentre si udivano le prime note dell'inno imperiale. Fra uno stridore di note distorte il moog imperiale annunciò l'entrata nell’anfiteatro del Sommo Signore.

Cobra percorse i pochi metri che separavano l'entrata riservata dal trono con incedere regale e rivolgendo a tutti i Potenti sguardi compiacenti, in special modo rivolgendoli a coloro che, a prezzi esorbitanti, erano riusciti a procurarsi posti vicini all'area del trono.

Dappresso lo seguiva Aspide, leggermente più indietro, come prescriveva il severissimo rituale, con passi pacati e con lo sguardo fisso al consorte. Più indietro veniva tutta la corte più stretta e da ultimi i consiglieri dell'Imperatore.

Giunto allo scranno regale, Cobra allargò le braccia come a voler con esse avvolgere tutto lo spazio occupato dal consesso. e si sedette. Aspide lo imitò subitamente e così fecero tutti i componenti del seguito.

Ancora qualche istante di silenzio e poi, sempre lentamente, l'Imperatore si levò in piedi e, dopo un breve sguardo ai suoi sudditi, azionò il laser del suo anello che mise in funzione il relè del proiettore che sovrastava il trono.

Un fascio di luce accecante tagliò l'oscurità, che nel frattempo era stata lasciata cadere nell'anfiteatro, ed illuminò il portale alla base delle gradinate.

Fu allora che la lunga, suggestiva sagoma del Concertista si stagliò nel vano del portale.

Il giovane, albino come tutti i Concertisti che lo avevano preceduto nella carica, appariva più grande e solenne di. quanto non fosse in realtà.

Un brivido attraversò il pubblico e lo stesso Cobra; un lungo presentimento invase i Potenti, forse ispirato dal nero costume di scena del Concertista.

Perché la scelta del nero?


Scocca l'ora dell'imperiale olocausto

ultima esatta per regal Cobra potere,

musica di mortale armonia, eseguirà il fato

né mai nessun potrà godere

di più tristo soldato

la morte vedere.

Cosmico ardor già di stelle sparso

muori già ora come pianeta riarso.


IV

L'attesa era stata lunga, troppo lunga.

Sarebbe impazzito se avesse dovuto attendere ancora.

Sopportare la stupida infatuazione di Cobra, l’appiccicosa vicinanza di Aspide e la snervante, vuota, impotente invidia dei Potenti; tutto questo poteva essere sopportato solo alla luce della meta finale: il Potere.

Per anni aveva combattuto, sofferto; anni in cui il ritmo era stato scandito dalle sue parziali vittorie, dalle troppe sconfitte, dalle terribili rinunce che aveva dovuto accettare. Il cammino era stato lungo, ma non aveva mai disperato. In tutti quegli anni aveva sempre più perfezionato il convincimento di poter arrivare sempre più in alto; aveva cullato questo pensiero, nutrendolo delle sue azioni, tutte e completamente volte al fine ultimo.

Alfine il momento magico era giunto.

Non più notti tormentosamente trascorse fra incubi spaventosi e dubbi amari; non più umiliazioni. Mai più. Per sempre.

Accese il monitor delle videospie che permettevano di osservare senza essere osservati. Guardò il pubblico dei Potenti che assiepava le gradinate ed assisté all'ingresso dell'Imperatore.

Cobra.

Un povero inetto cui aveva ormai quasi completamente sottratto ogni volontà, rodendo giorno per giorno la sua resistenza: aveva dovuto distruggere il condizionamento cui viene sottoposto ogni Potente Ereditario, un condizionamento ferreo, che non consente abdicazioni di potere. Giorno dopo giorno, sempre più a fondo, era riuscito a penetrare in quell’anima rosa dall'incapacità latente e dal complesso del potere; ne aveva sviscerato i più reconditi pensieri e li aveva strumentalizzati. Era finito.

Aspide.

Gli era servita egregiamente nel circuire il Signore; con i rifiuti che ella opponeva alle profferte di Cobra, rifiuti di cui egli stesso era artefice, si era rivelata la sua arma più sottile, più insidiosa, più efficace. I loro rapporti erano sempre condotti sul filo dell’incertezza che egli stesso le lasciava: era lui a dominarla o era viceversa? Ma egli sapeva la verità. Lei gli si era asservita completamente e l'aveva usata.

I Potenti.

Li avrebbe assoggettati definitivamente quella sera con il suo ultimo concerto. Aveva studiato fin nel profondo l'atteggiamento psicologico di ciascuno di loro. O almeno di coloro che era assolutamente necessario avocare alla sua causa.

Entrando lentamente nel cono di luce che lo avrebbe seguito fino al momento di sedersi allo strumento, il Concertista pensò per un attimo al costo di quanto stava per realizzare. Vite umane.

Quante.

Non importava. Non doveva importare.

Dopo un rispettoso inchino verso il trono, il Concertista salì verso lo strumento totale e si sedette. Il suo sguardo corse un'ennesima volta a scorrere sui tasti. Bianchi. Neri. Vita. Morte.

La tastiera era il Potere; il mezzo sarebbe stata una paura agghiacciante, una crudeltà senza limiti.

Le lunghe mani si adagiarono sulla tastiera: la prima nota, pensò, è Alfa Cygni.

E iniziò l’esecuzione.


da "Oltre" n. 2, luglio ’79






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