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Il labirinto


di Ade Capone


Bianco. Lucido. Liscio. Il soffitto della stanza è la prima cosa che vedo aprendo gli occhi. Esso è attraversato da una riga nera che lo divide in due parti distinte per tutta la sua lunghezza. La stanza è larga. Non ha porte. Né finestre. Davanti a me essa si restringe per diventare un lungo corridoio. Le pareti della stanza sono come il soffitto. Bianche. Lucide. Lisce. Il pavimento sul quale sono coricato è freddo. Per qualche attimo resto fermo a fissare la luce al neon sopra di me. Una luce fredda. Poi mi alzo. Non faccio fatica a farlo.

Non sono stanco. Non ricordo dove mi trovo. Né perché ero coricato.

Non ricordo nulla. Sto in piedi immobile. Mi guardo intorno cercando inutilmente qualcosa che mi faccia capire dove e perché sono qui.

La stanza è vuota. Nuda. Mi metto a camminare nel corridoio. Il rumore dei miei passi rompe il silenzio. Cammino lentamente. Tutto è bianco, lucido, liscio. La mia mente è vuota. Non so chi sono. Ho solo la consapevolezza di me stesso. La consapevolezza di esistere. Cogito ergo sum. Che significa? Cogito ergo sum?! Cartesio!! Cartesio?! Chi è Cartesio? Continuo a camminare. Il corridoio è molto lungo. Giungo ad una biforcazione. Altri due corridoi: uno a destra, uno a sinistra.

Mi fermo un attimo. Poi ne scelgo uno a caso. I miei passi sul pavimento fanno sempre lo stesso rumore. Un rumore ritmico. Guardo in alto.

La luce al neon si riflette su un soffitto lucido, solcato nel mezzo da una riga nera. Guardo le pareti ai miei fianchi. Guardo il pavimento davanti ai miei piedi. Dove sono? Cerco inutilmente la risposta dentro di me, nella mia mente, nei miei ricordi. Non ho ricordi. continuo a camminare ritmicamente. Finalmente il corridoio s'allarga. Diventa una stanza. Una stanza uguale alla precedente. Vuota. Nuda.

Perché sono qui? Mi fermo. C'è silenzio, rotto solo dal mio respiro. Mi appoggio con la schiena alla parete. Trattengo il respiro. Ascolto il battito del mio cuore. La stanza continua in un altro corridoio, simile al precedente. No, non simile. Il soffitto è un poco più basso.

Il pavimento è in leggera discesa. L’andatura è più veloce. Proseguo.

La in fondo il corridoio fa una svolta. Forse dopo di essa arriverò in qualche posto. Forse troverò qualche indicazione. Giungo alla svolta.

Nulla. Il corridoio prosegue. Lucido. Bianco. Liscio. Il pavimento ora è in leggera salita. Ormai è un po' che vado avanti. Il tempo esatto non lo so. Non ho orologio. Chissà che ore sono. Chissà che giorno è. Neppure il mese, ricordo. Né l'anno. Devo proseguire. Quando giungerò alla fine di questi corridoi mi sarà tutto chiaro. Affretto il passo. Ho fretta di arrivare. Dove non lo so. Ma da qualche parte arriverò pure. Il pavimento diventa di nuovo piano, mentre il corridoio sbocca in una stanza. Identica alle altre. Solo, il soffitto un po' più basso. Mi appoggio con le mani al muro. Le braccia tese, la testa reclinata. Guardo fisso davanti ai miei piedi. Ripenso a Cartesio. Chi è Cartesio? Che sia io Cartesio? Meglio andare avanti. Cammino velocemente. Il nuovo corridoio è bianco, lucido, liscio. Ha una riga nera che solca il soffitto nel mezzo. In essa sono disposte, in modo regolare, lampade al neon dalla luce bianca e fredda. Il soffitto si è ulteriormente abbassato.

Ora è pochi centimetri sopra la mia testa. La mia testa! Il mio volto! Com'è il mio volto? Non ricordo. Mi fermo. Guardo intorno a me cercando uno specchio. Intorno a me ci sono le solite pareti. Non ci sono specchi. Provo a ricordare. Non ci riesco. Guardo le mie mani. Il mio corpo. I miei piedi. Ho addosso una tuta aderente che mi avvolge ogni parte del corpo. Tranne la testa. La tuta è bianca. Come le pareti. Bianca, lucida, liscia. Bianca come la luce al neon che illumina il corridoio. Riprendo a camminare. L'andatura è veloce. Sono stanco di restare in questi corridoi. In queste stanze. Un'altra svolta. Forse … No, nulla. Penso che mi piacerebbe vedere qualcosa di colorato. Qui è tutto bianco, tranne che per quella riga nera nel soffitto. Un’altra svolta. Proseguo. Il pavimento è ora piano, ora In salita, o in discesa.

Là in fondo c'è qualcosa. Il corridoio si allarga. Delle scale.

Guardo verso l'alto. Sono tantissime. Non riesco a vedere dove conducono.

Sono stanco. Mi corico a terra. Forse il soffitto. Quella riga nera. La luce bianca. Chiudo gli occhi. Vorrei riaprirli e trovarmi in un altro posto. Li riapro. Come è lucido il soffitto. E le pareti. Come sono lucide le pareti. Sto coricato per un po', senza pensare a niente. Gli occhi fissi alla riga nera sopra di me. Mi rialzo. Comincio a salire la scalinata. Bianca. Lucida. Liscia. Sembra non avere fine. Ogni tanto mi fermo per riprendere fiato. Il mio passo si fa sempre più lento. Mi guardo indietro per vedere di quanto sono salito. Il corridoio è ormai lontano. Continuo a salire. Lassù le scale terminano. Finalmente. Percorro rapidamente gli ultimi scalini, ignorando la stanchezza. Con un balzo supero gli ultimi tre. Un'altra stanza. Il soffitto si è fatto ancora più basso. Ora mi sfiora la testa. Mi da un pizzicotto. Sono sicuro di non star sognando? Tutto è bianco. Nessun colore. La c’è un altro corridoio. Dove sono? Ci sarà pure un punto d'arrivo. E se non ci fosse?

Se stessi girando in tondo? Se stessi tornando al punto di partenza?

Una punizione! Potrebbe essere una sorta di carcere. Ma che ho fatto?

Quale crimine ho commesso? Chi sono? Vado avanti. Sono stanco ma cammino rapidamente. La stanchezza non ha importanza. Una svolta. Perché il soffitto, ad ogni corridoio, si fa più basso? Un'altra svolta. Una stanza.

Come le altre. Stavolta non mi fermo. Anzi affretto ancora di più il passo. Comincio a correre. Sono stanco. Avanti, forza. Corri! Corri! Il soffitto del nuovo corridoio è ancora più basso. Corro a testa bassa, guardando il pavimento davanti ai miei piedi. Non ce la faccio più.

Questo corridoio sembra non avere fine. Innumerevoli svolte e biforcazioni. Mi fermo per riprendere fiato. Ho fame. Non ho nulla da mangiare. Mi lascio scivolare a terra. Appoggio una guancia contro il freddo pavimento. Chiudo gli occhi esausto. Respiro profondamente. Poi non penso più a nulla ...

Devo essermi assopito per un po'. Un sonno leggero. Senza sogni.

Vuoto. Come la mia mente. Ora mi sento abbastanza riposato. Più calmo.

Abbastanza rilassato. Mi rialzo. Riprendo a camminare, senza fretta. Tenere la testa bassa, per via del soffitto, è molto scomodo. La fame è sopportabile. Meglio comunque che non ci pensi. Non posso farci nulla.

Sono sudato. Fa caldo. Fra l'altro, in questo ambiente chiuso, mi manca l'aria. Via via che vado avanti, fa sempre più caldo. E il soffitto si fa sempre più basso. Sono gli unici cambiamenti dell’ambiente in cui mi trovo. Per il resto tutto è silenzioso, senza colori. Le svolte ora si fanno più frequenti. Anche le biforcazioni. E se fosse una prova di fortuna. E io avessi sbagliato corridoio? Provo ad immaginarmi decine di corridoi e di biforcazioni. E una sola via per uscirne. Chi non la trova è destinato a rimanere qui in eterno. L’idea mi spaventa. Meglio che non ci pensi. E che vada avanti. Avanti. Avanti. Avanti. Avan …

Santo cielo! Sento il pavimento aprirmisi sotto i piedi. Mi sento cadere. Sono in una specie di tubo. Bianco. Lucido. Liscio. Sto scivolando dentro di esso verso il basso. Velocemente. Troppo velocemente.

Cosa troverò in fondo al tubo? Se arrivo a questa velocità mi sfracello.

Dicono che a un uomo che sta per morire passa davanti agli occhi tutta la vita passata. Ma qual'è la mia vita passata? Non ricordo nulla. Nella mia mente c'è solo angoscia. Perché tutto questo? Dove sono? Quando? La mia mente è un turbinare di domande senza risposta. Scendo sempre più velocemente. Chi sono? Dio, aiutami! Dio. Che significa, Dio? Questa parola mi dà un senso di speranza. Di fiducia. Che significa, Dio? Non ricordo. Cerco di fermarmi. Non ci riesco. È tutto inutile. Grido disperatamente, chiedendo aiuto. L'eco del mio grido rimbomba nel tubo.

All’improvviso, esso si fa meno ripido, e curva fino a diventare quasi piano. Mi trovo a scivolare a grande velocità, coricato sulla schiena, su un bianco, lucido, liscio pavimento in un bianco, lucido, liscio corridoio. Un lunghissimo corridoio. Vado avanti, scivolando per parecchi metri. Poi, per attrito, mi fermo. Non capisco più nulla. La testa mi gira all'impazzata. Tutto intorno ruota. Non devo svenire, devo resister. Ecco, ora va meglio. Sì, meglio. Riesco a guardarmi intorno, seppure ancora un po' sbattuto.

Il soffitto è molto basso. Non posso alzarmi in piedi. Dovrò procedere a carponi. Che caldo! Le gocce di sudore mi colano lungo tutto il viso. Mi passo una mano sulla fronte, per asciugarmi il sudore. Aspetto di essermi ripreso del tutto poi cerco di andare avanti. È scomodo procedere a carponi. Mi fanno male mani e ginocchia. E questo corridoio sembra non finire più. Ma ormai non mi scoraggio. Nonostante la stanchezza e la fame sento dentro di me una determinazione nuova a proseguire.

Capisco che non mi arrenderò più per nessun motivo. Dovunque io mi trovi.

Vado avanti. Mi faccio coraggio. Devo farcela. Per sentire meno la fatica, ripenso a Cartesio. Chissà chi è. Mi sforzo di ricordate. E poi, quelle strane parole "cogito ergo sum". Chissà. che significano. Mi piacerebbe sentire della musica. Qui è tutto silenzioso. Provo a ricordarmi qualche motivo musicale. Vorrei canticchiare. Fischiare. Non ricordo nulla. C’è silenzio anche nella mia mente. Le mie ginocchia. Che male!

Che fatica! La in fondo. Finalmente. Una stanza. No, non devo illudermi.

Magari continua in un altro corridoio. Infatti! E il corridoio è ancora più basso. Dovrò strisciare. Ho paura. Paura. Mi lascio cadere pesantemente a terra con il corpo. Guardo verso quello che ormai è un vero e proprio cunicolo. Mi rendo conto di essere arrivato al punto cruciale.

Devo andare avanti. Ma se alla fine del cunicolo non troverò nulla?

Se troverò un muro?! O se tornerò al punto di partenza!? L’idea del cunicolo mi soffoca. Mi schiaccia. Ho paura. Ma devo andare avanti. Senza pensare a nulla. Mi riposo un attimo, poi comincio a strisciare. Faticosamente, contro il pavimento freddo. Mi sento schiacciare. Ho paura.

No, non devo! Devo andare avanti. Il cunicolo è lunghissimo. Bianco, lucido, liscio. Mi fermo ripetutamente. È troppo faticoso. Non ce la faccio. No!!! Devo farcela invece. Ormai non posso più tirarmi indietro, sarei condannato a morire di fame e di sete. È l’istinto di sopravvivenza che mi spinge. Mi dà la forza. Ho sete. Tanta sete. La gola è riarsa.

Sudo. C’è un caldo immane. Mi sento schiacciare. Sto per gridare. No!

Devo trattenermi! Stare calmo. Se perdo la testa è finita. Dove sono?

Perché sono qui? Chi sono? Via, via queste domande. Non devo pensate a nulla. Cartesio! Io sono Cartesio. Non importa se non è così. Mi do questo nome. Cartesio. Hai capito, maledetto labirinto? Io sono Cartesio.

Sono qualcuno. Qualcuno … mi fermo sfinito, ansimante. Guardo davanti a me, con il viso appoggiato su un braccio. Mi mordo le labbra. Proseguo. Ad ogni svolta devo fare una fatica tremenda. Il cunicolo è basso e stretto. Mi rendo conto che tornare, strisciando all’indietro, sarebbe quasi impossibile. Faticosissimo. Non credo che ne avrei la forza. Sono stremato. Ma ho ancora la speranza di arrivare. Non so dove. Ma di arrivare. La speranza mi sorregge. Continuo a strisciare. Mi manca l’aria.

Chiudo gli occhi per un istante. La testa mi gira. C’è caldo. Molto caldo. Mi prendo a sberle. No, non devo svenire! Chiudo gli occhi e respiro lentamente e profondamente. Ora va meglio. Vado avanti. Ce la farò?

Il cunicolo, quando finisce? Dio, aiutami! Ho caldo. Dio, aiutami, ho caldo. Vado avanti. Ce la farò! Ho sete. Sete. La gola mi brucia. Aria, voglio aria! Sono immerso in un bagno di sudore. Là!!! Là in fondo!! Un’apertura nel soffitto. Impiego le mie ultime energie per strisciare il più velocemente possibile verso di essa. Ho quasi paura che sparisca.

Guardo verso l’alto. Nulla. C’è chiuso. E il cunicolo è terminato. No, non può essere. Non deve essere. Guardo meglio. Vedo una fessura. Poi un’altra. Sono quattro lati. Dev’essere una botola! Compio uno sforzo per mettermi in ginocchio e comincio a spingere verso l’alto con la palma delle mani. Niente. Spingo più forte. Ancora niente. Forte … più forte ... devo … spingere… Mi appoggio alla parete sfinito. Non ci riesco.

Mi passo la mano sulla fronte. Il caldo è quasi insopportabile. E ho bisogno d’aria. E d’acqua. Pensare è sempre più difficile. Ma ora non è importante pensare. Devo solo cerare di sfondare la botola. Raccolgo tutte le mie forze. Punto le palme verso il soffitto e spingo. Spingo.

Punto contro di esso anche le spalle e la nuca. Sul viso ho una smorfia di dolore. Sono stravolto. Ma devo farcela. Chiudo gli occhi. Stringo i denti. Devo … farcela … devo … devo … devo … d … e … v … o!!!! Sento il soffitto volar via, e una folata di aria fresca colpirmi il viso.

Poi apro gli occhi. Mi ritrovo coricato sull'erba bagnata di un grande prato verde. Guardo nel cielo dei nuvoloni gonfi di pioggia mossi dal vento, mentre le gocce mi bagnano il viso.


BENVENUTI, SIGNORI E SIGNORE, RAGAZZI E RAGAZZE. BAMBINI E BAMBINE, NEL PIÙ GRANDE LUNA PARK DEL MONDO. POTRETE PROVARE LE EMOZIONI DEL GIGANTESCO OTTOVOLANTE E SOPRATTUTTO SPERIMENTARE L'ANGOSCIA DE

IL LABIRINTO DELL'OBLIO

BENVENUTI!


da "Oltre" n. 2, luglio ’79






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