Vampiro è bello
di Renato D'Aquino
Nulla può fermare un vampiro nella notte fosca e tenebrosa. Le sue ali si tendono nel gelido vento portando con sé incommensurabili terrori primordiali.
Questi erano i pensieri di Emos, l'ultimo dei vampiri, mentre si aggirava nelle vallate circondate da alte cime innevate della Transilvania in cerca di teneri colli in cui immergere gli affilati canini. Lo spettrale chiarore lunare lo guidava mentre sorvolava casolari immersi nel sonno; un coro di guaiti di cani terrorizzati faceva eco alla sua satanica risata. Una luce alla finestra di una cascina attirò la sua attenzione: una buona fanciulla, in camicia da notte, guardava con espressione romantica la luna, del tutto ignara del terribile pericolo cui stava per andar incontro. Uno spaventoso ruggito di trionfo emerse dai polmoni del vampiro mentre si tuffava in una vertiginosa picchiata. Simile ad un orrido avvoltoio, scoprì i canini pregustando il dolce sangue.
L'allarme elettronico anti-vampiro lo colse a dieci metri dalla casa del tutto impreparato: pestilenziali zaffate d'aglio scaturirono da sotto le grondaie asfissiandolo mentre i riflettori piazzati in giardino spandevano la nociva luce solare; quindi a tutte le finestre scattarono le croci in lega d'argento dandogli il colpo finale. Come un'aquila percossa da un fulmine, precipitò sul prato antistante la casa investito da un getto nebulizzato d'acqua benedetta. Il duro impatto col suolo gli fece perdere del tutto i sensi.
"Adesso basta Signor Conte!" esclamò il baffuto brigadiere sbattendo l'incartamento sulla scrivania; i mozziconi di sigarette schizzarono via dal posacenere ricadendo sul mantello del depresso vampiro che ascoltava a capo chino la sfuriata.
"In un mese è già la nona volta, e non mi venga a dire che stava facendo la solita innocua passeggiata notturna. I valligiani sono furibondi, la vogliono impalare e decapitare secondo il buon vecchio costume. Sul mio tavolo c'è una montagna di denunce a suo carico per tentata aggressione, violazione di domicilio e schiamazzi notturni. Ed io sono stufo - urlò - di essere svegliato alle due di notte per rianimare un fottutissimo vampiro!".
Questa volta l'incartamento fu sbattuto con maggiore forza inondando di cenere, lapis e timbri il sempre più ingobbito vampiro.
"Ah, se il Ministero per la Cultura Popolare non mi legasse le mani! Ma l'avverto, se non la pianta di piombare come un falco sulla gente, le assicuro che farò del mio meglio per farle togliere la sovvenzione che prende dalle "Belle Arti" per il suo castello, e la faccio ricoverare per tutto il resto della vita in un manicomio criminale. Chiaro?".
"Per Belzebù, che serataccia!" sospirò Emos sedendosi su di una poltrona nella fornita biblioteca del suo castello. Accostò alla bocca il pesante boccale di bronzo e sorseggiò con rassegnazione il disgustoso sangue dell'agnello che aveva poco prima macellato. L'indomani mattina il camion della macelleria comunale avrebbe ritirato i quarti dell'animale lasciando nella cassetta delle lettere il solito assegno. Giù nel cortile il suo gregge di pecore dormiva in attesa del pastore a cottimo per la mungitura.
Era costretto a far da sé tutti i lavori domestici da quando Sergey, l'ultimo della dinastia dei suoi servi, si era sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica per togliere la gobba, trasformandosi così da ributtante storpio in un biondo aitante; adesso era con una spedizione esplorativa su di un pianeta del Cigno in qualità di speleologo.
Il suono del batacchio del portone lo scosse dalle tetre malinconie nelle quali era immerso; riassettandosi il pigiama e la vestaglia, ciabattò rumorosamente con le pantofole andando ad aprire. La sorpresa gli tolse il fiato: la stessa ragazza bionda che aveva cercato di aggredire era lì, con le mani pudicamente in grembo ed un timido sorriso sulle labbra. Alla cintura la scatola dello schermo anti-vampiro faceva bella mostra di sé.
"Scusi se la disturbo Signor Conte, ma volevo chiederle se aveva per caso visto Nicola".
"Nicola chi?" domandò Emos.
"Vede, Signor Conte, Nicola è il mio ragazzo. - disse d'un fiato la ragazza arrossendo - Stanotte mi ero affacciata per vedere se arrivava, quando lei è caduto all'improvviso, e temo che Nicola sia scappato. Sa, mio padre non vuole, è così all'antica! - esclamò arrossendo ancora di più - Non è che per caso, scendendo, ha visto un ragazzo alto e bruno correre via?"
"No, non ho visto nessuno." - Sospirò il vampiro confuso da quel torrente di frasi e deluso nell'amore proprio senza sapere perché.
"Be' pazienza." Delusa, la ragazza si avviò verso il suo mini-jet. Poi, quasi ripensandoci, ritornò verso il Conte che continuava a guardarla sbalordito:
"Senta, Signor Conte, non è bello ciò che lei fa; non penso che lei lo faccia per cattiveria, ma piuttosto perché non è inserito socialmente. Non deve essere molto soddisfatto della sua vita, e poi non ha amici. Perché non cerea un lavoro che la realizzi? Adesso è tardi, devo andare. Mi scusi se mi sono permessa e arrivederla".
Cercare un lavoro, rimuginava Emos. scendendo le scale che portavano nella cripta, non è poi tanto male come idea. Ma quale lavoro? Regolò il termostato interno della sua bara sui 15 gradi, aggiustò il cuscino di velluto nero e si sdraiò, supino, in attesa che il sonno giungesse a liberarlo da quell'odiosa realtà che ogni giorno di più lo feriva, continuò a pensare alle parole della ragazza. Cercare lavoro.
"Certo che si può fare, il suo problema è molto facile da risolvere. - L'endocrinologo si tolse gli occhiali dando loro una pulita col suo camice - Una bella cura a base di ormoni sintetici e lei potrà vivere normalmente di giorno anziché di notte".
"Ma questa cura avrà degli effetti secondari, dottore?" domandò Emos abbottonandosi la camicia.
"Nessun inconveniente caro Conte; le costerà un po' salato, questo è vero, ma pensi alla soddisfazione di poter vivere normalmente. Indubbiamente perderà le capacità di potersi trasformare in animale, ma pensi al sole, alla gente, al fatto di non dover più temere l'acqua: potrà persino specchiarsi, L'unica sua limitazione consisterà nel fatto che dovrà continuare per un po' una dieta liquida, ma non di solo sangue però. Nel caso poi non sia soddisfatto della nuova vita, le basterà prendere queste compresse per ritornare com’è ora. Per la mia parcella ... "
"Non ci sono difficoltà - disse il Conte aggiustandosi aristocraticamente il nodo della cravatta - credo che questo monile sia sufficiente".
Il dottore annuì prontamente esaminando il pesante monile in oro massiccio. Tra le sue mani, senza saperlo, c'era l'ultima ricchezza del casato dei Dracula.
"Questa è la ricetta: due capsule prima di ogni pasto per venti giorni. Un'iniezione di queste al giorno nell'ultima settimana di cura e poi basta. Benvenuto nella società, Signor Conte".
Poca gente stamattina, pensò Donatella misurando con occhio esperto la coda davanti al suo sportello dell'ufficio di collocamento; altri quindici e ho finito.
"Avanti un altro." - Gridò con la voce nasale di prammatica in tutti gli uffici. "Enos Dracula" lesse esaminando la domanda di lavoro e chiedendosi dove mai avesse udito quel nome.
"Emos, con la emme, signorina".
Donatella alzò lo sguardo ed inarcò le sopracciglia: il distinto signore sulla trentina in doppio petto grigio che le stava davanti la incuriosì. La corta barbetta a punta faceva risaltare un viso aperto e piacevole, anche se un po' pallido. I suoi occhi verdi la guardavano con attenzione. Interessante, pensò sorridendo ed aggiustandosi meccanicamente i capelli, chissà se è sposato.
Emos si sentiva imbarazzato: non tanto perché fosse il Conte Emos Dracula, Boiardo di Transilvania, discendente in linea diretta di Attila e di tanti altri individui tanto famosi quanto poco raccomandabili; no, il vero motivo era che per la prima volta stava facendo la coda insieme ad altra gente e temeva il ridicolo che poteva destare. Ma sino a quel momento nessuno pareva essersi accorto della sua presenza. Sembrava che l'unica preoccupazione della gente che lo circondava fosse quella di ignorarsi a vicenda. Tutti lo avevano semplicemente ignorato, tranne quella signorina senza trucco che lo fissava al di là dello sportello; ora gli sorrideva addirittura!
A ventotto anni Donatella era ormai conscia del fatto di essere sprovvista di quel certo non so che di cui parevano abbondare le sue amiche.
Gli uomini in sua presenza sceglievano sempre un atteggiamento formale per poi abbandonarlo immediatamente con le altre. Non era brutta, ma non riusciva a "scaldare" gli uomini al punto che voleva. E la fama di zitella e difficile da togliere … perciò decise di prolungare la conversazione con quel bell'uomo.
"Come mai per specializzazione ha scelto le scienze esoteriche?"
La domanda imbarazzo fortemente l'ex vampiro.
"Veramente è una questione di famiglia" balbettò confuso.
"Preferirebbe un lavoro qui sulla Terra o su qualche altro pianeta?" - chiese con una voce ben diversa da quella che usava di solito in ufficio.
"Non saprei, dove capita".
Alle spalle del Conte la fila di uomini rumoreggiò impaziente.
Come riscossasi da un bel sogno, Donatella azionò il perforatore trascrivendo le informazioni della domanda.
Estrasse quindi un disco di plastica lievemente inciso, grande poco più di un bottone, e finse di inserirlo nell'apposito terminale del computer dell'agenzia. Quando, ovviamente, nessuna luce si accese, si rivolse verso il
Conte porgendogli il disco.
"Senta, per il momento non abbiamo niente per lei, ma torni, vedrà che di sicuro salterà fuori qualcosa".
Lo guardò negli occhi e decise di provare a strizzargli un occhio.
Emos si allontanò con passo incerto; salì sulla sua jet-car e si guardò nello specchietto retrovisore; ciò che vide lo sconvolse: era arrossito!
Per una settimana, tutte le mattine, il Conte seguì l'identica routine: sveglia al mattino presto per contemplare l'alba, doccia, colazione e discesa in paese. Dopo aver preso il giornale, esaminava il proprio aspetto nel riflesso di qualche vetrina, ed alle undici in punto faceva il suo ingresso nell'ufficio di collocamento con una strana sensazione di ansia mai provata prima. Seguito dagli sguardi quasi invidiosi delle altre impiegate, si dirigeva immancabilmente verso lo sportello di Donatella con un sorriso piuttosto sciocco sulle labbra.
Lo stesso sorriso aleggiava sul volto di una trasformata Donatella: non era solo il trucco che la rendeva diversa da quell'essere che sino ad allora era stato più simile ad un'efficientissima macchina che ad una donna.
Tutta la sua figura si era addolcita, il passo si era fatto più leggero, gli occhi dolci e sognanti, l'allegria spontanea. Finalmente riusciva a calamitare gli uomini intorno a sé causando una marea di caustici commenti da parte delle "care amiche" che mai e poi mai si erano aspettate di doverla considerare una rivale.
Ma Donatella non vedeva negli uomini desiderosi di lei, né le espressioni acide delle amiche e colleghe: attendeva solo l'abituale ingresso mattutino di quel signore alto e sempre elegante per scambiare con lui quelle banalità che le riempivano l'anima di sole.
Il Conte, adempiuta la formalità, usciva dall'ufficio fischiettando e roteando a tempo il bastone da passeggio; guidava automaticamente la jet-car sino al castello e qui, per il resto della giornata si occupava della sua proprietà. Aveva chiesto uno speciale sovvenzionamento alle Belle Arti per far restaurare il diroccato castello.
Il pastore a cottimo ebbe così un'incombenza del tutto inaspettata:
"Ma è sicuro di volere dei fiori?" aveva domandato incredulo.
"Sei sordo? Ho detto proprio fiori. Li voglio sui cigli del fossato, e lì, togli l'edera e metti un cespuglio di rose rampicanti".
Fu così che una domenica pomeriggio Donatella si ritrovò sotto braccio al Conte deliziata dalla quieta ed impacciata corte che lui le faceva. La tranquilla passeggiata e la cena al ristorante la estasiarono; il sogno continua, pensò. Solo un piccolo tarlo, con il suo lieve ma persistente ronzio, turbava il suo intimo. Spinta da motivi che le sue amiche non avrebbero mai compreso, svelò al Conte con innocente colpevolezza il trucco del disco e del computer che andava perpetrando da quando lo aveva conosciuto. Un altro Emos l'avrebbe senza dubbio sbranata sul posto, ma quell'Emos si limitò a cingerle le spalle con un braccio, ridendo.
L'indomani le luci del computer occhieggiarono mentre compariva la scheda di assunzione: XANET s.p.a. - Impiegato Categoria B (Sez. Fatture) - Prendere servizio da oggi stesso -.
Nei giorni successivi però, Emos imparò a sue spese che quel lavoro di ufficio non era il toccasana per le sue ambizioni. Incatenato ad una sedia, giocherellando per sei ore al giorno con schede perforate e rispondendo al videotelefono a clienti perennemente arrabbiati, si sorprese sempre più spesso a sognare le tenebrose notti delle quali i suoi avi erano stati gli incontrastati signori. Gli appuntamenti sempre più frequenti con Donatella riuscivano a distenderlo, ma quel senso di disagio, quella repulsione dall'annientarsi totalmente con la massa, erano tutte le mattine ad attenderlo dietro la scrivania.
Anche se faceva del suo meglio per inserirsi in una società dai costumi per molti versi ancora sconosciuti, qualcosa gli diceva che per quella strada l'unica cosa che avrebbe ricavato sarebbe stata un'ulcera.
Il suo morale toccò il fondo la mattina del sabato allorquando, varcato il cancello dell'industria, si vide consegnare dal guardiano la sua scheda perforata per la riscossione della Cassa Integrazione Guadagni.
"Che diavolo significa" domandò stupito da un delegato di fabbrica che stava appendendo un lungo striscione rosso al cancello.
"Significa che i padroni hanno fatto fallimento e messo in liquidazione la fabbrica".
Il Conte, sconsolato, fece per andar via, ma il delegato lo trattenne per un braccio:
"Ma dove vai? Vuoi proprio dargliela vinta? Così, senza lottare? Guarda, abbiamo occupato la fabbrica, dovranno usare la forza per farci uscire di qui. Tu naturalmente sei con noi, Compagno Dracula, vero?".
Il Conte Emos Dracula, alla parola "lottare", sentì ardere dentro di sé l'atavica fiamma. Poco gli importava se per la prima volta nella plurimillenaria storia del suo casato, un Dracula era passato dalla parte del proletariato. Non era forse un proletario ormai?
Nella strana mattinata che seguì, si lasciò trascinare dalla massa: aiutò a stampare manifestini (il computer pareva star lì per quello), dipinse cartelli di protesta, rapò a zero il suo capo ufficio e scoprì che l'occupazione di una fabbrica è del tutto priva di quella lotta che aveva immaginato. Annoiato, sedette nella sala ricreazione pensando a dove avrebbe potuto portare Donatella quella sera. Donatella ...
Ma Donatella, nel frattempo, era sconvolta: quelle forze del bene che inevitabilmente debbono sempre ostacolare e vincere quelle del male avevano seguito il loro corso. Il pastore a cottimo aveva parlato dello strano comportamento del Conte ad una sua cugina, la quale lo aveva sussurrato ad una sua comare che lo aveva riferito all'amica di un'amica di Donatella.
"Devi saperlo, cara, è per il tuo bene!".
Può una persona decidere cosa sia il bene per un'altra? Pare che i quattro quinti dell'umanità risponderebbero affermativamente in segreto alla domanda pur affermando esattamente il contrario in pubblico.
Spinto dal desiderio di rivederla, Emos uscì di fabbrica ed appena entrato nell'ufficio di collocamento capì tutto: sotto gli sguardi stranamente attenti delle colleghe, vide le lacrime di Donatella e uscì subito fuori odiando il sole, la gente e sé stesso.
Emos si aggirava furibondo nella fabbrica occupata prendendo a calci tutti gli oggetti che incontrava. L'ira lo sospingeva ad immaginare tutta una gamma di atroci vendette contro il mondo intero: dalle ceneri di quel tentativo stava per nascere un mostro tremebondo accecato dalla voglia di sangue. Ma, con un tale albero genealogico, l'ex vampiro era in possesso di un coefficiente intellettivo ben superiore alla media: ritornare ad essere quello di prima costituiva un rischio notevole per la propria incolumità. Riesaminò un'idea che nei giorni precedenti gli era balenata e che a causa di Donatella ("non ricordare, fa troppo male") aveva rinviato. Cercò affannosamente la copia di "LIFE". Eccola; l'articolo di Lev Shodez:
"Pianeta DONNERSTAG: inchiesta su di un perfetto benessere che non soddisfa".
Col videotelefono chiamò l'ambasciata di DONNERSTAG e riuscì per puro caso a farsi passare l'ambasciatore al quale espose la sua idea.
"Si, penso che lei abbia ragione. Appena ho la risposta del mio governo la richiamo".
Per un'ora Emos consumò i pavimenti della XANET, le sue sigarette e quelle del delegato. Infine la vibrazione del videotelefono. Il volto sorridente dell'ambasciatore anticipò il significato delle sue parole:
"Tutto a posto, Signor Conte. Può partire anche subito se vuole".
La donna vide il pericolo che la sovrastava attraversando la strada. Lì, stagliata contro PARVULA, la minore delle due lune di DONNERSTAG, l'inconfondibile sagoma del vampiro in picchiata attanagliò le sue viscere in uno spasimo d'orrore senza limiti. Il grido della donna squarciò il silenzio della notte: le sue urla erano talmente alte, talmente agghiaccianti che pareva le stessero calpestando i polmoni dopo averglieli strappati di petto.
Con un inverosimile balzo all'indietro, riuscì a mettersi al riparo dei portici, sfruttando così la protezione dei loro dispositivi anti-vampiro. Appena in tempo: Dracula era quasi su di lei.
In ginocchio, senza fiato, la donna ringraziò istericamente Dio per averla salvata, mentre mentalmente ricordava a sé stessa di comprare il giorno dopo uno schermo personale anti-vampiro.
Sogghignando, Emos Dracula virò elegantemente riportandosi in alta quota. Controllò il suo orologio: l'una meno dieci, pensò, ancora dieci minuti e posso tornare a casa. Il contratto che lo legava al governo (per uno stipendio niente male in verità) andava dalle ventidue all'una.
"Tenga presente, Signor Conte, che il suo scopo sarà quello di terrorizzare, non di uccidere. I nostri cittadini sono annoiati dopo tanti anni di abbondanza di beni materiali senza il minimo sforzo per procurarseli; hanno bisogno di una rivalutazione del concetto del male. Gli uomini hanno necessita di emozioni per vivere, Signor Conte. Rischio e paura sono la migliore cura contro l'apatia e la nevrosi, ed in questo pianeta abbiamo la più alta percentuale di suicidi della galassia ... Uno status giuridico la proteggerà. Lei sarà l'incarnazione del male, il nostro Dio a contratto fisso."
Giunto in prossimità del suo castello, trasportato pietra per pietra a spese del governo dalla Transilvania, Emos ridusse la velocità dei mini-jet incorporati nel mantello ed atterrò nel cortile. Scese nella cripta, si cambiò d'abito, mise il manichino che lo raffigurava nella bara, azionò i millenari trabocchetti, integrati da moderni congegni elettronici, onde evitare i troppo curiosi, quindi imboccò il passaggio segreto che lo collegava con il parcheggio del Ministero delle Comunicazioni. Salito sulla sua fuori-serie, si diresse a casa, un villino situato nel quartiere più esclusivo di HOLCON, la capitale del pianeta.
Come tutte le sere, prima ancora che finisse di salire gli scalini di ingresso, la porta si aprì e Donatella gli fu tra le braccia.
Nella quiete del dopo cena, Emos si rilassò sulla poltrona accanto al caminetto. Donatella gli si accovacciò in braccio, posando il capo sulla spalla del suo uomo.
"Stanco?"
"Non molto."
"Chi hai spaventato questa sera?" gli chiese sorridendo.
"Solo una donna: era senza lo schermo protettivo.
Domani darò disposizione alla mia ditta di farle uno sconto speciale. Ho la sensazione che diventerà la mia migliore cliente".
"Ho visto i nuovi modelli; sono eleganti. Li hai disegnati tu?"
"Questi no; ho incaricato un creatore di moda di farli intonare agli abiti da sera. A proposito, bisogna che mi ricordi domattina di parlare col Consiglio di Fabbrica per la costruzione del centro ricreativo aziendale. Con quello che sto incassando me lo posso permettere".
"Sei felice?"
"Con te, si." Emos la strinse a sé "Sai, hai il più bel collo che abbia mai visto" e glielo baciò.
da "Sf...ere" n. 9, dicembre '79
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