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Dona


di Paolo Mompellio


Si chiamava Dona. La incontrai alla Stazione dei Recuperanti, mentre piegato oltre il bordo scrutavo al di là dell’Orlo del Tempo. Non c'era molta gente, quella volta; pochi turisti curiosi di assistere ad un casuale fenomeno di recupero storico, e una trentina di "pescatori" come il sottoscritto, scaglionati, naturalmente, a distanza l’uno dall’altro, poiché la corrente per quanto soggetta a variazioni imprevedibili ha di norma uno spessore di parecchie miglia. Parlo com’è ovvio, del suo lato esterno, quello che fluisce lambendo la Stazione; all’interno del flusso principale, misurato ipoteticamente in parecchi parsec, nessuno osa avventurarsi. Chi ci ha provato non è tomato a raccontare le sue impressioni: i gorghi improvvisi, le rapide travolgenti (che anche dall’Orlo si possono intravedere) non perdonano. Il Tempo abbia pietà di chi vi si è immerso, per accidente o deliberatamente, e non ha più raggiunto la riva.

Mi voltai e la vidi lì, china sopra la ringhiera che corre lungo il bordo, gli occhi intenti all'incassante mutare dell’orizzonte. Furono proprio gli occhi a colpirmi per primi: limpidi, profondi come mai mi era capitato di incontrare, aureolati di azzurro. Poi, il volto: i lineamenti regolari e delicati, del colore della sabbia dorata, esprimevano un'armonia che mi è difficile definirei e alla consapevolezza del proprio fascino univano un senso di forza interiore, di elevato potenziale psicodinamico. Se questa descrizione non vi basta, ricordatevi che sono soltanto un "pescatore", e che non ho mai avuto particolare dimestichezza né con il canto emotivo né con le proiezioni telepatiche di massa: non sono il mio mestiere, dunque faccio quello che posso con il mio limitato vocabolario unificato galattico.

La fissai negli occhi a lungo, e credo che avrei insistito oltre il limite della discrezione tanto ero attratto dal suo sguardo, se nell'iride non avessi visto a un tratto delinearsi la sagoma incerta di un relitto, che scendeva lento a poca distanza dal margine. Mi girai di scatto, dimenticando nell'eccitazione del momento l'insolito specchio in cui avevo effettuato l'avvistamento. Un oggetto che non riuscivo ad identificare si muoveva ora vorticando leggermente sulla superficie ora affondando per qualche istante, ma sempre parallelamente alla riva. Immediatamente armai il braccio mobile e calcolai la distanza approssimativa del lancio. Le maglie della mia rete sono più delicate di quella di un ragno, ma resistenti come solo può esserlo il filo tessuto dagli indigeni di Doradus XIII°. Regolai il dispositivo automatico su un getto di cinquanta braccia e su una forza di trazione di 0,50.

Qualunque cosa fosse, da come galleggiava e si sbilanciava alternativamente sui due lati non sembrava pesante. Mi disposi ad attendere i pochi secondi necessari perché arrivasse alla mia altezza: giusto lo spazio - pochi battiti del cuore - che un pescatore ha per immaginare di avere incrociato qualcosa di favolosamente raro, il cui recupero lo sistemerà per tutta la vita. Dopo, il ritrovamento si rivela in genere di scarso valore, appena di che ricavare una volta vendutolo ad un adunco rappresentante della Corporazione degli Antiquari, l'equivalente della cena di due o tre giorni e di una bevuta ristoratrice nel turno di riposo.

- È un reperto interessante? - La voce di lei era cadenzata, musicale. La guardai in tralice: - Non sono ancora in grado di dirlo, signorina. Prima devo agganciarlo.

Arrossì leggermente, o almeno così mi parve giudicando con la coda dell'occhio: - Mi scusi, sono stata importuna. Eppoi ho fatto una domanda sciocca.

- Non fa nulla - borbottai mentre mi preparavo a schiacciare il pulsante.

"Ora!" pensai, e il meccanismo proiettò la rete secondo l'arco prestabilito. Cadde qualche metro avanti l’oggetto e si spalancò per accoglierlo. Questo vi si impigliò dritto dritto, senza che fossero necessarie manovre di riallineamento. Lentamente, con delicatezza, lo trassi a me. Quando potei distinguerlo da vicino, constatai che non era poi così fragile: il materiale in cui era lavorato si chiamava legno, e la linea arcaica ne faceva un manufatto all’incirca del secondo millennio del Primo Quadrante: una … qual’era il termine esatto, ecco, una sedia e dondolo.

La ragazza la guardava affascinata, come fosse quella la prima pesca a cui assisteva.

- Può toccarlo, se vuole. Non c'è pericolo che si sgretoli o che so io ... - Risi a voce alta - Nessun pericolo per lui. Per lei, piuttosto; se non calza guanti come i miei, si brucierà le mani fino all’osso.

Di scatto le ritrasse, portandole lungo i fianchi: - Scotta?

- Al contrario. Il flusso del Tempo è gelato, simile ad ammoniaca ghiacciata. Qui tutti portano i guanti, e solo qualche turista sprovveduto si gioca l'epidermide. Comunque, - conclusi - a Finis Terrae c'è un’ottima clinica specializzata in chirurgia plastica.

Mi guardò dubbiosa: - Scherza? Ho quasi esaurito i miei crediti per arrivare fin qui.

Mi strinsi nelle spalle: - E come spera di ripartirne?

- Resto.

- Intende dire: per sempre?

Accennò di sì con il capo. Gli occhi sembravano due pozze di mare, i capelli ondeggiavano nel vento che spazza in continuità la Stazione.

Prima ancora di rendermene conto, mi ero sbilanciato: - Se po6sso esserle utile, disponga pure di me. - Poi mi sarei morso la lingua, ma ormai il suono delle parole era arrivato alle sue orecchie,

- Grazie. Può indicarmi un albergo non troppo caro? Sono arrivata da poco.

- Può provare al Rifugio dell'Orlo. Ci sto io, e attualmente non è al completo. Non ha bagaglio?

- Oh, solo una borsa. Quella - disse indicando una sacca gettata a pochi passi sul liscio granito della pavimentazione.

Intanto, avevo posato la sedia al mio fianco e avevo estratto il walkie-talkie per chiamare Tycho. Tycho è il mio socio, colui che divide con me gli scarsi profitti e le molte perdite di questo mestiere. Dopo qualche istante, vidi profilarsi il suo trasporto a tre ruote sul fondo della pianata. Feci le presentazioni, ma Tycho sembrava unicamente interessato a valutare il prezzo cha avremmo potuto spuntare dalla cessione dell’oggetto.

- A Twinkie potrebbe anche piacere, - sussurrò con la sua voce abitualmente afona. - Almeno una dozzina di crediti, - continuò senza badare affatto né a me che continuavo a parlare né a lei che taceva.

- Tycho, per favore, blocca per un momento quella calcolatrice che hai al posta del cervello e dammi retta. La signorina si ferma al nostro albergo. Accompagnala con il tuo trabiccolo, e presentala a Pork Chop. - Pork Chop era il padrone, un nativo di Daneb rotondo come una palla e altrettanto 'instabile. Le sue tariffe variavano a seconda dell’umore e della simpatia che a prima vista provava per il cliente.

Le strinsi la mano: - Arrivederci a questa sera.

- Si ferma qui?

- Il mio periodo di osservazione dura ancora cinque ore. Poi tocca a Tycho.

Esitò: - Le è mai capitato di recuperare qualcosa di non inanimato?

Non' era la prima volta che quella domanda mi veniva rivolta; ma la perifrasi era nuova. Brutalmente, la sciolsi:

- Intende di vivo? Un uomo, un animale?

- Sì.

- Be', tanti anni fa, quando ero molto giovane e credevo che le uniche esperienze valide fossero quelle fatte in prima persona … Effettivamente tentai; ma senza successo, mi creda. Da allora ho rinunciato.

Tycho cominciava a dare segno d'impazienza: - Buona pesca, amico. Torno al Rifugio. Ti darò il cambio al solito.

Lei salì sul trasporto. La guardai allontanarsi, e mi domandai quale motivo poteva averla spinta sull'Orlo. Poi scossi la testa, e tornai a concentrare la mia attenzione sul flusso del Tempo. Non mi pagano per fantasticare, ma per i recuperi che la mia abilità e il caso mi consentono di effettuare; dunque, dovevo guadagnarmi la giornata.

Ebbi fortuna. Due ore dopo, riuscii a tirare in secco una cassa piena di suppellettili rare, ad occhio e croce materiale proveniente dal ventisettesimo Quadrante. Tycho sarebbe stato soddisfatto. Anch’io lo ero, pensando che tra poco avrei rivisto Dona. Da troppo la mia compagnia femminile era composta da conoscenze occasionali, tutte più interessate all'esito finanziario dei miei recuperi che alla mia persona.


- Per sempre?

Scossi la testa: - Nessuno lo sa. Ci hanno provato in molti, alcuni dei migliori cervelli del Grande Universo. Finora il fenomeno è sfuggito ad ogni tipo di spiegazione scientifica: si verifica, e basta.

Gli occhi di lei - due acquemarine - mi fissavano dubbiosi: - Forse perché si sono limitati a studiarlo dall'esterno. Bisognerebbe entrare nel flusso, e vederlo agire dal di dentro. Lasciarsene compenetrare.

- Ci hanno provato, non creda. Ma chi li ha più visti?

- Forse hanno scoperto la verità, e non se ne sono più staccati.

- Suggestivo. Ma preferisco la mia limitata parte di conoscenza, ancorata a pochi, solidi fatti.

Bruscamente cambiò argomento: - Mi dica di quando ha pescato qualcosa di vivo, se non le spiace,

Aggrottai la fronte. Questo è uno dei ricordi che preferirei non avere; ma naturalmente se ne sta lì, confitto in un angolo del mio cervello, pronto ad uscirne fuori nelle notti in cui il vento soffia più forte del solito, e pochi sono i pescatori, anche i più anziani, che riescono a prendere sonno. Ora lei mi chiedeva di portarlo a galla coscientemente, deliberatamente, e di raccontarlo, facendolo rivivere in tutti i suoi dettagli. A chiunque altro lo avrei rifiutato: a lei no, avvertivo una forza d'attrazione quasi magnetica avvicinarmi a lei, e svuotarmi d'ogni resistenza.

- Bene, se proprio ci tiene ... Ma non creda sia una cosa piacevole da narrare.

Pose una mano sopra la mia. La sua palma era tiepida e asciutta, la pelle del colore del miele, - La prego ho i miei buoni motivi per insistere, davvero.

- Lo so. Lei non ha l'aria di andare a caccia d'emozioni. A una condizione, però. Che dopo non mi lascerà solo.

Sembrò più divertita che adirata: - Devo intenderla come una richiesta esplicita di trascorrere la notte con lei?

Annuii: - È così.

Non ci pensò su per molto; mi fissò negli occhi, come se volesse per quella via farsi un'idea complessiva di me che compensasse con la profondità dell'intuizione la brevità dell’osservazione, poi rispose con voce piane e priva di inflessioni: - Sta bene.

Mi ero quasi penti to del mio impulso, ma ormai non potevo più tirarmi indietro. Perciò mi schiarii la voce, accesi con finta disinvoltura un sigaro di alghe fosforescenti di Ekinodermon, e cominciai.

- È stato tanti anni fa … quindici, per la precisione. Ero arrivato a Orlo del Tempo da pochi mesi. Fu un caso, il classico caso del principiante. Naturalmente avevo già sentito narrare da altri di pesche fuori del comune, ma non prestavo fede a quelle che consideravo dicerie adatte a spaventare gli inesperti, inventate appositamente per privarli di rari colpi di fortuna. Le attribuivo, insomma, a gelosia di mestiere. Del resto, tutto qui - se ne accorgerà presto - assume un aspetto diverso, a poco a poco s'impara a valuta e gli avvenimenti con un metro differente da quello in uso in tutto il resto del Grande Universo. Resti per qualche settimana e capirà ciò che dico. Bene, allora non avevo fiducia che in me stesso, nella mia capacità di cavarmela in ogni circostanza. Fu così … Tacqui per un istante, assalito da un ricordo vivido e presente quanto la realtà che avevo vissuto.

Nuovamente avvertii la sua mano sopra la mia. - Immagino quanto possa costarle ciò che sta per. dire. Ma io devo sapere.

Infastidito dalla mia stessa esitazione, ripresi quasi con rabbia: - Non so più che giorno fosse, non ha importanza. La 435, quella che qui chiamiamo la Stella dell'Orlo, stava per chiudere il suo ciclo quotidiano. Improvvisamente vidi scendere lungo la corrente una fila di figure, alcune a piedi, altre montate sopra cavalcature animali. Dimenticai ogni consiglio di prudenza, ogni rispetto per chi era stato - chissà dove e quando - simile~~ me e a lei, ora: vivo. Volevo una sola cosa, con tutte le mie forze: impadronirmi di una di quelle creature, realizzare un'impresa che a pochissimi era riuscita, e con esito a quanto pareva negativo. Dunque aspettai, con la pazienza del cacciatore in agguato, che si avvicinassero alla riva. Intanto predisponevo il braccio mobile per il lancio, ne calcolavo con la massima accuratezza possibile la distanza e la forza.

Il primo, probabilmente il capo, guidava il gruppo e procedeva staccato dagli altri. Decisi che quella sarebbe stata la mia preda. Era avvolto in un mantello svolazzante e cavalcava guardando fisso in avanti, la schiena non più eretta ma piegata sul collo dell'animale, come vinto dalla stanchezza.

Gli altri arrancavano faticosamente sgranati dietro di lui, come dopo un viaggio di giorni e giorni senza interruzione.

Non sapevo a quale epoca e a quale terra appartenessero, ma la cosa non m'importava. Lo avrei scoperto presto.

Verificai ancora una volta le coordinate del lancio. Non potevo sbagliare. Ora! Il braccio scattò e la rete cadde a pochi passi dal cavaliere. Trascinato dallo slancio, vi cadde in pieno. Subito cominciai a trarlo a riva, prima che il seguito potesse reagire. Mentre il flusso del tempo li conduceva oltre la mia postazione udii, nitido, un nome: - Aléxandros! - ma già le ultime sillabe si erano perse nel vento incessante. Una figura lottò inutilmente più delle altre per cambiare direzione, e accostarsi alla sponda. E questa volta non ebbi dubbi sul grido - quasi un singhiozzo - che uscì dalla gola dell’uomo impigliato nella rete: - Roxane! - Qualcosa mi scattò nella mente, ma sul momento non riuscii a collegare i nomi ad un ricordo preciso. Fu solo più tardi, dopo qualche ricerca nella biblioteca dell'Orlo - una delle più fornite di quest'angolo del Grande Universo - che compresi chi avevo strappato, suo malgrado, alla corrente senza fine. Certo lei ricorda Alessandro, re dei Macedoni e dei Persiani, signore della Grecia e dell'Oriente, morto a trentatre anni in circostanze misteriose a Ecbatana, su Terra, tre secoli prima di Cristo. È storia del Primo Quadrante, che lei conoscerà meglio di me.

Mentre lo trascinavo a riva, il suo volto, già segnato, parve preda di una stanchezza mortale, che gli alterava progressivamente i lineamenti. Era giovane, ancora bello.

Tentava di parlare, ma la voce sembrava mancargli. Ora so che non si può sopravvivere al passaggio dal Tempo al suo esterno.

La pelle, abbronzata dal sole dell'Egitto e dell'India, divenne grigia, cinerea. Presto cessò anche di dibattersi dentro le maglie che l’avviluppavano. Quella che trassi a riva non era che un'ombra, destinata a svanire completamente in pochi minuti. Io, capisce? Io forse avevo causato la morte del figlio di Filippo, considerato un dio in terra, laggiù, decine di migliaia di anni nel passato … Da allora non ho più tentato di recuperare nulla di vivo. Ma non ho mai potuto dimenticarlo, e credo che non dimenticherò mai.

Questo è tutto, - conclusi bruscamente.

- Grazie. - La sua voce era calda, quasi affettuosa. Mi vergognai della promessa che le avevo estorto.

- Non dicevo sul serio, prima. Quando le ho chiesto di farmi compagnia stanotte. Volevo metterla alla prova. Cancellato, okay?

Non sembrava imbarazzata, ma soltanto divertita, Prima che potessi riflettere, avevo già ricominciato a parlare:

- Però sarei felice, se a lei non spiacesse troppo.

- Mi sono impegnata, no? Non torniamoci sopra: Piuttosto mi ordini qualcosa da bere.

Schioccai le dita in direzione di Weenie, la rigeliana dell'epidermide verde smeraldo che serviva in quel locale sperduto ai margini dell'universo da più anni di quanti ricordassero gli avventori più affezionati. Il vento spazzava sibilando i vicoli e le banchine, fuori, mentre la Stazione galleggiava in una notte sfiorata da correnti e figure senza età, in un lento pellegrinaggio verso chi? verso dove? - che non aveva fine.

Finì che bevvi più di quanto avessi intenzione. Non tanto, tuttavia, da dimenticare gli occhi di Dona quando si chinò su di me per baciarmi. Mantenne la parola. Dopo, sognai sogni inquieti, fino a quando Tycho non venne a bussare alla porta per avvertirmi che era il mio turno.


Furono giorni strani. Probabilmente fu quello uno dei periodi più felici della mia esistenze. Vedevo Dona ogni mattina e ogni sera e, naturalmente, ogni notte. Lavoravo sodo, prolungando i miei turni anche più del dovuto, Scherzavo con Tycho come nei primi tempi della nostra amicizia, e ridevo alle battute degli altri pescatori nei confronti di Pork Chop come se ne apprezzassi ancora l'umorismo logoro e scontato.

Ma bevevo anche molto, e ciò era la spia del disagio che nel profondo mi opprimeva. Più volte, in seguito, ho tentato di razionalizzare quel sentimento ambiguo e indefinibile, arrivando alla conclusione che derivava dal desiderio di possesso frustrato.

Certo, Dona era affettuosa, mi dava il suo corpo e il suo sorriso che erano divenuti per me motivo di vita. Ma anche quando mi era vicina fisicamente, avvertivo che una barriera sconosciuta si frapponeva tra noi e impediva che Dona provasse per me quello che io sentivo, pienamente e continuamente, per lei. Ne mai mi disse in modo esplicito che mi amava, pur facendomi capire che la mia compagnia le era cara e il mio attaccamento gradito. Se si escludono i momenti in cui facevamo l'amore, il suo comportamento era più da amica che non da amante. Quest'incertezza mi pesava, e spesso m'interrogavo sui suoi sentimenti senza avere il coraggio di porre la domanda a lei direttamente. Temevo, dentro di me, che la sua risposta fosse tale da compromettere la felicità che avevo faticosamente guadagnato, ma che sentivo fragile e precaria.

Molti furono giorni belli: orgogliosamente le mostravo i risultati della mia pesca, oggetti noti e ignoti di ogni parte del Grande Universo, e di epoche ora remote ora vicine nel tempo se non nello spazio. Una volta recuperai un diadema di materiali preziosi di barbara bellezza, e gliene feci dono acquistando da Tycho la metà che gli spettava. Godetti della sua sorpresa quando glielo presentai: - È splendido e insieme non so, lo definirei crudele, se la parola potesse attagliarsi ad un prodotto inanimato.

- Errore, - risposi, - come ogni pescatore sa, anche il più sprovveduto, tutti gli oggetti hanno un'anima. O, se preferisci chiamarla diversamente, una loro caratterizzazione profonda, che è determinata dalla qualità e provenienza del materiale, dalla tecnica di fabbricazione e quindi dagli eventi che vi si sono sovrapposti. Se sei una sensitiva, probabilmente sei in grado di percepire questa somma di fattori.

Non rispose. Subitamente capii che mi stavo accostando al cuore della verità, e ne ebbi paura. Tacemmo entrambi, mentre il metallo raro e le pietre con cui era stato lavorato il diadema brillavano nella luce gialla della Stella dell'Orlo. Lo pose sui capelli, e per un attimo mi parve di avere di fronte una sconosciuta: non più Dona, ma una creatura proveniente da un passato ignoto e minaccioso e dal futuro altrettanto incerto e drammatico.

Feci un passo indietro, continuando a fissarla negli occhi, e finalmente le rivolsi la domanda che, fin da quando l'avevo incontrata per la prima volta, avevo sempre accuratamente evitato.

- Perché sei venuta qui, a Orlo del Tempo? Se non vuoi non sei tenuta a rispondere.

- Ci tieni proprio a saperlo?

- Come posse continuare a starti vicino ignorandolo?

- Forse non ti piacerà.

- Non importa. Anche così non mi piace.

Si tolse dalla fronte il diadema e me lo tese: - No ho chiesto il tuo amore.

La sua bocca era tesa, lo sguardo incupito.

- L'hai accettato, però.

Scosse la testa: - Non voglio litigare con te. Anch’io a mio modo, ti voglio bene. Se parlo, qualcosa dentro di te non sarà più come prima.

- Correrò il rischio.

Si appoggiò al parapetto e guardò l'orizzonte, dove le nebbie del Tempo ne velavano le correnti, che fluivano e si intersecavano ora pigre ora veloci, simili a un mare alternativamente calmo ed agitato che contenesse nel suo seno tutti i naufraghi dall'inizio dell'universo.

Eravamo soli. Gli unici pescatori visibili sulla nostra destra erano lontani due punti affacciati sull'infinito. A sinistra nessuno. I raggi della 435 vicina al tramonto proiettavano le nostre ombre sul granito della pavimentazione.

- È stato otto anni fa. - La voce era bassa, le parole pronunciate a fatica. - Lui era imbarcato a bordo della Admiral Karas. Era una nave da trasporto veloce: snella, affusolata, di costruzione recente. Il suo secondo viaggio. Partì da Epsilon Eridani diretta a Velitas. Non è mei arrivata.

-Si è persa nello spazio?

_ Non se ne è più saputo niente, come se fosse stata inghiottita da un buco nero o da un vortice di gas e polvere stellare.

Tacque, e io la sollecitai a continuare, ansioso di risuscitare quell’ombra del passato per misurarne la presa su di lei. - Avanti. Ora che hai cominciato, liberatene una volta per tutte.

- Che vuoi che dica. Ci conoscevamo da due anni. Non ho mai incontrato un altro come lui, né prima né dopo, Non l'ho mai dimenticato, anche se ho cercato, con tutte le mie forze, di vivere la mia vita. Non è giusto lasciarsi condizionare l'esistenza da un … - esitò a lungo: - Da un morto. Ma forse non è veramente morto, - aggiunse in tono appena udibile.

Guardò fissamente il flusso irregolare che si stendeva a perdita d'occhio, come se, esaurita ogni altra, contenesse l'ultima inconfessabile possibilità di speranza.

- Non farti strane idee, ribattei subito. - Non saresti la prima a trascorrere qui i suoi anni nella vana attesa di qualcosa che non può accadere. Ascoltami bene: primo, è contrario ad ogni legge della probabilità che, tra miliardi e miliardi di creature che sono vissute dall'inizio del Tempo, proprio quella che ti sta a cuore transiti qui, davanti a te, in questo ristretto lasso temporale. Anche la teoria di Aynwollemberg sui nodi del Tempo ti è contraria. Secondo: quando anche, per un azzardo inconcepibile, avvenisse quello che ti aspetti, e cioè che tu lo avvistassi in questa distesa incommensurabile: LUI, QUI DAVANTI A TE, sul bordo dell’Orlo del Tempo, ebbene, non credere che sarebbe lo stesso che hai conosciuto allora. Non fa più parte della tua dimensione, è entrato in un ciclo che non ti appartiene: non puoi sottrarvelo, ti si sfalderebbe tra le mani. In più avresti il rimorso di averlo fatto morire una seconda volta.

Feci una pausa, per studiare l'effetto delle mie parole sul suo volto. Immobile, gli occhi ostinatamente rivolti alla confusa linea dell’orizzonte, non dava segno d'avermi udito.

- Ricordi ciò che ti ho raccontato della mia unica esperienza in tal senso? Parla con chiunque altro, qui, e, se riuscirai a farti rispondere, potrai convincerti che ti ho detto la pura e semplice verità.

Finalmente si girò verso di me, e mi dedicò un sorriso incerto: - Hai ragione. Sono pazza ad attendermi qualcosa …

Ma è più forte di me. Ti dico questo: io darei tutto, capisci, tutto ciò che ho avuto da allora per rivederlo, parlargli, toccare le sue labbra.

Annuii: - Dentro di me, in qualche modo oscuro, già sapevo. Ti sentivo distante anche quando mi eri vicina. Ma non volevo rassegnarmi, speravo di poterti cambiare; di riportarti alla realtà del presente.

- Niente può riempire il vuoto che si è formato tanti anni fa. Di questo sono certa, ora come in futuro. Grazie, comunque, per ciò che mi hai dato. Resteremo ancora insieme, vuoi?

Risposi di sì, perché mi sentivo affondare alla prospettiva di giorni a venire privi della sua vicinanza, del suo calore. Dona. Stavo per perderla, e in certo modo me l'aspettavo. Ma non così presto e in circostanze così sconvolgenti.

In fondo a me stesso, anche se non osavo sottoporre quella minuscola luce al vaglio della ragione, speravo che, con la pazienza ed il Tempo, sarei riuscito a ricondurla a me.


I segni premonitori della tempesta erano nell'aria fin dal giorno prima: raffiche di vento gelido sferzavano la stazione, costringendo i pochi che osavano sfidarle a procedere allacciandosi con cinture mobili ai corrimani di acciaio che bordavano i lati esterni degli edifici. Nel cielo brillava, giorno e notte, una luce azzurrina simile a quella dell'aurora boreale; e gli oggetti, le persone, tutto era circondato da un alone fosforescente che procurava brividi e vertigini febbrili. Gli orologi parevano impazziti: i minuti e le ore avevano perso ogni ritmo e successione, accavallandosi convulsamente gli uni alle altre e accelerando e rallentando senza alcun motivo apparente; solo il capriccio delle correnti impazzite guidava il fenomeno, e per convenzione il tempo era considerato neutralizzato fino all'esaurirsi di questi uragani. I periodi di sospensione venivano chiamati "pause", e non erano conteggiati a nessun effetto: impossibile, d'altronde, misurarne entità e durata se non in base a sensazioni puramente soggettive, e pertanto legalmente valide.

Negli ultimi cinquant'anni le pause erano state trentasei, con una media statistica di 0,7 l'anno. Tuttavia i loro cicli tendevano a concentrarsi o dilatarsi in maniera irregolare: era frequente il caso di due o tre perturbazioni nel giro di pochi mesi, mentre passavano talvolta anche tre o quattro anni senza che il tempo subisse alcun salto.

In queste occasioni l’attività dei pescatori era sospesa, non per regolamento ma per autodisciplina spontanea: i pochi che non avevano voluto tener conto dei rischi connessi con le condizioni anomale in cui veniva allora a trovarsi Orlo del Tempo, erano scomparsi senza lasciare traccia, divelti dalle loro fragili postazioni sulla riva dall'infuriare degli elementi. Solo due erano i casi di pescatori salvati in extremis dalla loro stessa temerarietà: ma ambedue erano stati recuperati in uno stadio di totale confusione meritale, da cui non si erano ripresi nonostante le cure tentate. Il presente, il passato e il futuro non avevano più alcun senso per i loro cervelli sconvolti; si muovevano in uno stato di perenne incertezza tra cose e persone pur famigliari, cercando appoggio dove era il vuoto o rivolgendosi a volti che loro solo vedevano in quell'istante, mentre nella comune realtà appartenevano ad altri momenti, trascorsi o0 ancora a venire: veri e propri ciechi temporali.

Quel giorno la tempesta si annunciò come particolarmente violenta: durante la notte nessuno era riuscito a chiudere occhio, e al mattino gli sguardi, aureolati da una livida luminosità, si affacciavano spettrali alle finestre per studiarne l'evolversi. La mia camera era all'ultimo piano dell'albergo; ed essendo l'edificio più alto degli stabili circostanti, era possibile vedere una parte della banchina deserta. Dona era incollata al vetro, in silenzio, completamente assorbita dallo spettacolo. Rispondeva appena ai miei tentativi di conversazione. finché, scoraggiato, tacqui. Né volle cibo fino a sera quando, vinta dalla stanchezza, accettò di scendere nella sala dove gli ospiti di Pork Chop consumavano i loro pasti.

Fu una strana cena mentre, assediati dal Tempo, attendevamo che il salto si avviasse al termine e il flusso riprendesse il suo corso normale.

- Scusami per oggi.

- Di che? Una pausa mette a disagio anche un vecchio pescatore, figuriamoci chi la vive per la prima volta.

Annuì: - È vero. Ma non si tratta solo di questo.

- Che altro c'è?

- Nulla. Sai che ogni tanto mi faccio delle idee …

Non insistetti. Avevo imparato che volerne forzare la confidenza era peggio che inutile, controproducente. Dona si chiudeva in sé stessa, e l'argomento sarebbe rimasto tabù per molti giorni.

- Sei stato gentile con me, in questi mesi.

- Grazie. Ma perché me la ricordi proprio ora?

- C'è forse un momento speciale per farlo?

La guardai negli occhi: - Non dovrebbe. Ma credo che questo lo sia.

Sorrise: - la tempesta è riuscita a scuotere anche i tuoi nervi.

- Se non vuoi non ne parliamo. Ma non prendermi in giro.

Mi sfiorò una guancia con un bacio: - Hai ragione, come sempre. - poi cominciò a mangiare, e ci unimmo alla conversazione generale. Gli orologi segnavano un’improbabile mezzanotte (i minuti scorrevano come impazziti per poi bloccarsi in una stasi di agonizzante tensione) e circolavano le consuete battute sul Grande Orologiaio e i suoi eccessi di malumore quando la porta si spalancò e, insieme al vento gelido, entrò un pescatore stravolto per la corsa.

- Arriva! Non ho mai visto un’onda così alta! - si fermò per raccogliere il fiato, quindi allargò le braccia in un gesto d’impotenza: - È enorme, nasconde più di metà del cielo. Spazzerà via tutto!

Non ci fu nessuna domanda. Ci alzammo e ci precipitammo in strada, mentre le sedie rotolavano sotto i tavoli. Fuori. la notte mi sembrò la più fredda mai conosciuta alla Stazione; ghiaccioli si formarono istantaneamente intorno alle barbe, e i capelli parvero irrigidirsi incrostati dal gelo nonostante i violenti spostamenti d'aria. Non riuscivamo quasi ad aprire la mascella per parlare, la gola bloccata in una morsa di dolore. Arrestarsi avrebbe significato la paralisi.

Per combatterla, corremmo battendo gambe e braccia in rapidi movimenti; e tentammo di esorcizzare la paura del Tempo, che ci sovrastava tutti, urlando richiami e frasi senza senso.

Sentivamo, confusamente, che strani eventi stavano preparandosi; ma nessuno ebbe il coraggio di alzare gli occhi a cercare gli astri. Arrivati lungo il bordo, trovammo una folla di pescatori e turisti intenti a scrutare l’orizzonte. Allora fu giocoforza guardare, e pensare che quella che stava avvicinandosi era, con ogni probabilità, la fine del mondo; o almeno del nostro mondo. Nel silenzio completo della folla e degli elementi (anche il vento era improvvisamente cessato) una muraglia immane avanzava da nordovest nascondendo le brume del Tempo e più di metà dell’emisfero boreale.

Le stelle sparivano a grappoli dalla notte limpidissima, inghiottite dall’onda generata da chissà quali forze scatenate dal Tempo nel suo corso: fenomeno unico nella memoria dell'Orlo, e di cui attoniti ci domandavamo quale fosse stata l'origine, quale sarebbe stato l'esito.

Avanzava, lenta e implacabile, cancellando tutto ciò che incontrava sul suo percorso, livida, gonfia di millenni e di relitti, di destini sbriciolati come polvere e di imperi risucchiati dal nulla, retroguardia di un flusso sterminato al cui incalzare non era concesso di sfuggire.

Guardavo, e: "È come la pattumiera dell'eternità" mi dissi. "Anche i nostri ricordi finiranno lì". Tesi il braccio a cingere il fianco di Dona. Rimase immobile, staccata, prigioniera dei suoi pensieri.

- Se corre parallela alla riva, abbiamo qualche speranza di sopravvivere, diversamente ... - non terminò la frase; era un pescatore anziano, uno di quelli la cui lunga esperienza faceva testo nelle contestazioni con i mercanti d’antichità.

Continuai io per lui: - Se invece la sua direzione è obliqua e ci investisse anche di striscio, per noi è finita. Sarà il nostro turno di essere pescati, lungo le spiagge di un altro mondo. - Ebbi una rapida visione di Orlo del Tempo travolto dall'onda, di questa che ci sovrastava tutti, Dona, io, Tycho e gli altri, di noi che galleggiavamo nella marea senza fine né principio apparenti, in un'assurda condizione di atemporalità le cui coordinate ci erano ignote … Saremmo penetrati nel cuore del Tempo; ma non ero sicuro che dall’interno avremmo potuto comprenderne la struttura e le leggi, poiché noi stessi - se qualcosa di noi fosse sopravvissuto - saremmo profondamente mutati, a giudicare dalla nostra pur limitata ottica di recuperanti.

La notte era diventata cieca, tanto che qualcuno accese i riflettori collocati lungo il bordo. Alla loro luce, riflessa dalla cresta altissima dell'onda, vedemmo questa chiudersi quasi sulle nostre teste, sfiorarci per un lunghissimo istante e quindi proseguire verso sud, spinta da una necessita interna che ci sfuggiva; e per qualche attimo sentimmo le nostre menti vacillare sotto l'urto di una massa insostenibile di sensazioni, ricordi e pulsioni estranee, quasi fossero minacciate dalla follia.

Dovemmo stringere i denti e conficcare le unghie nel palmo delle mani per non lasciarci travolgere dalla marea emotiva che si riversava su di noi, per non annegare, minuscoli grumi di coscienza, in quell'oceano in tempeste che portava il caos e la dissociazione. Volti ora famigliari ora irriconoscibili, distorti della tensione di un passato sconvolto, paesaggi di pace e di terrore, istinti vitali e di morte scatenati, cataclismi molecolari e cosmici, il congiungersi e il disgiungersi di vortici sotto la spinta di forze alternative centrifughe e centripete; e, su tutto, la coscienza di precipitare senza potersi aggrappare a nulla lungo la china del Tempo, simile al panico di naufragare in un'ampiezza senza confini indotto dall'agorafobia.

Spalancai la bocca e ansimai quasi soffocassi, e automaticamente esplosi in un urlo per controbilanciare la pressione esercitata sul mio cervello. Alcuni mi imitarono, gridando fino a che il sangue uscì dalle bocche mescolato alle parole; altri si rotolarono al suolo comprimendosi la testa fra le mani per sfuggire agli impulsi autodistruttivi. Poi, lentamente, il fenomeno si esaurì, lasciandoci spossati sotto un cielo in cui, a poco a poco, le stelle riprendevano a brillare.

Fu come rinascere, dopo un parto lungo e doloroso. Un'immagine mi rimase impressa nella retina più a lungo di ogni altra: quella di Dona che, allargando le braccia, attendeva immobile l'avanzare del Tempo, come se da quell'oscuro gorgo potesse fare ritorno qualcuno che da sempre invocava.


Il mattino che seguì, fu come il giorno dopo la fine del mondo. Tutti, più o meno gravemente feriti nel corpo e nella psiche, vivevamo sotto la sensazione di essere sopravvissuti ad una catastrofe di proporzioni gigantesche; e incontrandoci ci scrutavamo per leggere nello sguardo del vicino l'identica consapevolezza, ancora fragile e incerta, del naufrago che scagliato a riva tasta la sabbia e le pietre ed ogni oggetto per trarre da questi la conferma di essere vivo.

Gli edifici e le strutture della Stazione non avevano riportato danni visibili, a parte i pochi causati dal vento; ma avevano conservato della notte precedente una sorta di alonata trasparenza, che nella piena luce del sole pareva tradursi in una vibrazione interna. Noi stessi sentivamo le nostre menti ancora scosse e i pensieri ondeggiare, come privi degli appigli razionali ed emotivi che ne costituivano il sostegno abituale.

La Stella dell'0rlo splendeva in un cielo terso come non mai, solcato all’orizzonte da venature giallo-arancio; e il flusso del Tempo aveva ripreso il suo corso regolare, disteso in correnti che a tratti s'incrociavano e frammischiavano creando risucchi stranamente musicali.

Quando vidi Dona, le mani, aggrappate al parapetto, intenta a fissare lontano, ebbi il presentimento di un mutamento decisivo, che anche il mio breve e precario rapporto con lei stava per finire di fronte al verificarsi di un evento con cui non poteva competere.

- Dona! -chiamai. Aveva teso il braccio a indicare un punto ancora troppo distante perché i contorni si precisassero chiaramente.

- È là! - gridò per tutta risposta. Era sovraeccitata, gli occhi brillanti, i capelli abbandonati al vento.

- Che cosa? - replicai, - Non scorgo nulla di particolare.

- Ma sì, là; - ribadì impaziente, - sei cieco?

Poi si accorse dello sgarbo e meccanicamente si scusò - Perdonami. Ma guarda dunque, là dritto al mio dito.

La voce non mi usciva di gola: - Cos'è? - A fatica mi corressi: - Chi è?

- È tornato. Sapevo che prima o poi sarebbe tornato. E dove se non qui, sulla spiaggia del Tempo?

Ricordai ciò che i vecchi pescatori sostenevano, che tutto, presto o tardi, passa lungo l'Orlo, basta attendere; anche se naturalmente una vita biologica non è sufficiente, ma occorre una vita artificiale, che abbia la pazienza dei secoli e dei millenni. Questo maledetto posto è una vera pattumiera, pensai, tutto finisce sul fondo. No, secondo le leggi della probabilità una simile coincidenza era praticamente - anche se non assolutamente in via teorica - impossibile. Eppure … La tempesta magnetica della notte prima doveva aver sconvolto il corso del Tempo al di là di ogni immaginazione, sovvertendone gli schemi e alterandone le stratificazioni.

E adesso Dona era lì, fiduciosa nell’attuarsi di un'eventualità tanto remota da costituire un assurdo.

- Ascoltami, - le dissi afferrandola per un braccio, - il Tempo non fa regali. Volta le spalle e vieni con me, a casa.

Il suo riso fu quasi un insulto: - Venire? ·Dove? No, grazie. Io resto qui, ad attendere.

- È inutile, - insistei, - non otterrai nulla. Ricorda ciò che mi accadde anni fa, quando credetti di poter recuperare una creatura vivente da questo mare. Aléxandros …

- È diverso. Per me sarà diverso.

Ritenni giunto il momento di affondare il colpo decisivo:

- Anche se così fosse - ma sono certo che t’illudi - non riuscirai mai a recuperarlo. Dal gioco delle correnti, mi pare chiaro che non arriverà mai vicino a riva, a portata dei miei attrezzi.

Mi guardò come se mi odiasse: - Che m'importa del tuo stupido sistema? Non mi affiderò ad un pescatore da strapazzo! -

Ma ancora una volta si pentì della durezza delle sue parole:

- No, sei un bravo recuperante, uno dei migliori. Ma questa volta non basta ...

- Che cosa intendi fare?

- Hai detto che non raggiungerà mai la riva?

- Esatto. La direzione della corrente è tale che …

Mi interruppe. - Non m'interessa la spiegazione. Ne sei certo?

- Assolutamente, - ribattei. Nella mia voce c'era un tono di esultanza che dentro di me non provavo.

- Ebbene; allora mi resta una sola via.

- Non c'è niente, convinciti, niente che tu possa fare.

- Ti sbagli.

Improvvisamente capii: - Pazza! - urlai, -sei pazza! Nessuno ne è mai tornato.

- Non m'interessa il ritorno, solo l'andata.

Non fui abbastanza veloce da schivare il suo gesto. Allungò una gamba dietro di me, poi si appoggiò al mio petto con tutto il suo peso e spinse, facendomi perdere l'equilibrio.

Finii lungo e disteso sul granito della pavimentazione.

Saltò oltre il parapetto e senza più voltarsi mi grido:

- Addio!

Quando finalmente, dopo un'eternità, riuscii ad alzarmi e ad accostarmi al bordo, lei era già lontana e si muoveva agilmente nel flusso, le braccia aperte per mantenersi in equilibrio.

- Dona! - gridai, - torna qui!

Non parve avermi udito. Ormai distava più di una cinquantina di metri e si allontanava velocemente.

- Dona. Perché …

Spesso, in seguito, mi sono domandato perché non scavalcai a mia volta il parapetto e non mi buttai ad inseguirla. Forse fu per paura; o, se preferite, per istinto di conservazione. Può darsi. Personalmente, però, sono giunto ad una conclusione differente: perché sapevo che sarebbe stato inutile, che non ero io quello che cercava, a cui tendeva con tutte le sue forze.

Rimasi dunque a guardarla, inchiodato nella mia immobilità, mentre si perdeva dietro un miraggio: una figura sempre più piccola che avanzava coraggiosamente nell'oceano del Tempo, fino a congiungersi con un’altra altrettanto minuscola e indistinta e a sparire inghiottite da chissà quale marea, verso chissà quale conclusione.

No, niente si conclude, e tutto scorre per ritornare. Questa almeno è la mia filosofia, certo condizionata dal mio ristretto posto di osservazione nel Grande Universo; e dal mio singolare mestiere, a metà fra il pescatore e il rigattiere.

O forse anche, livello inconscio, dalla necessità di motivare razionalmente il mio desiderio di rivederla.

Comunque sia, a volte amo immaginarla riposare in un'ansa del Tempo, vicino a chi ha avuto tanta volontà e tanta fede da ritrovare; e anche se questa visione suscita in me un profondo rimpianto e, devo ammetterlo, una trafittura di gelosia al ricordo dei giorni trascorsi insieme, il mio affetto per lei è tale che sinceramente le auguro che la sua condizione sia tale quale me la raffiguro.

Come? Come dite? Se è una storia confezionata su misura per colpire la credulità dei turisti? No, vi sbagliate. È tutto vero. Si chiamava Dona …


da "The Time Machine" n. 1/‘80






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