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Articoli Vecchi

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Rondo Hatton blues


di Giorgio Placereani


Il Center aspettava. E in su, in giù, ai lati, al centro, come un balletto di libellule, le forme ovali dei taxi planavano dolcemente, e il tramonto le arrossava; i fari già accesi all’avvicinarsi del buio, i taxi scorrevano in un'ordinata fiumana fra le moli fredde dei grattacieli; con impazienza ordinata, il traffico aereo marciava lungo la James Dean Avenue profilandosi da una lontananza indistinta nel pulviscolo chiaro, verso l'enorme obelisco rossastro del Rondo Hatton Center.

E si convogliava in un gorgo intorno alla grande struttura dell'anello pensilina per poi ripartire in avanti - scaricati i passeggeri - più stancamente.

A basso le vecchie auto impolverate dei grattaterra si dividevano svogliatamente le quattro corsie della strada, e la simmetria del movimento silenzioso in alto fra i grattacieli era come insultata da quell'affaccendarsi di topi, scisso in due corsie a due velocità. Non molte auto terrestri si fermavano al vecchio parcheggio del Center, sfidando la disapprovazione muta degli inservienti. I loro proprietari, vestiti con l'eleganza dei poveri, dovevano raggiungere gli ascensori di ottone passando per la gelida distesa dell'atrio, scarsi e forse vergognosi.

Al centro dell'atrio, Offissa Pop troneggiava al posto d'onore come una balena fuor d'acqua. Per novantanove anni aveva sopportato la massa di grasso che annegava le sue ossa, premeva sulle gambette rachitiche imprigionandole, e gli pesava sul respiro. Aveva perso il conto degli anni che era rimasta lì, esposto come un gioiello nell'atrio del Center, nudo, a stupire gli spettatori con la vista del suo corpo immenso lucido di sudore, quasi una vaga anticipazione di quello che avrebbero provato dopa - ma ormai erano sempre più rari gli spettatori che passavano per il salone. Quelli della pensilina sfrecciavano direttamente verso il basso nei loro ascensori d'argento. Offissa Pop si gettò can fatica in bocca una manciata di caramello whisky e latte e scrutò con benevolenza con gli occhietti infossati lo sguardo timido di uno spettatore.

Guardò gli ultimi affrettarsi e scomparire, rigirando nella mente, con un'ostinazione senile, la vecchia canzonetta di cui aveva dimenticato le parole, e ne inventava ogni volta di nuove: "Arrivano i reporters e non c'è nessuno. La polizia dice: non è successo niente. Niente di nuovo al Rando Hatton Center."

Intanto dall'alto della pensilina continuava a riversarsi negli ascensori una folla multicolore di stracciacolorati e pelle nuda vivacemente tatuata. Invadeva ridendo i corridoi.

Sciamava nella grande sala gettandosi con strilli di eccitazione sulle poltrone-divano. Passava intorno ai grattaterra, sempre più puntuali, e guardava con disprezzo i tessuti pesanti, le lobbie1950, di moda dieci anni prima, che solo quei paria osavano ancora portare. L'onda brillante si frantumò in gruppetti e le poltrone si riempirono a poco a poco.

Lo spazio di un metro fra una poltrona e l'altra impedì a molti grattaterra e gente bene il fastidio reciproco della vicinanza.

Nel frattempo (ma questa è un'altra storia) un veicolo da clown sbuffava traballando lungo la corsia più lenta della strada. Pareva che stesse per sfasciarsi, e i poliziotti si sarebbero vergognati a degnarlo di una seconda occhiata, il che era ottimo, perché era uno degli ultimi taxi terrestri.

Il massiccio rosso del Rondo Hatton Center si stagliava in aria fra i grattacieli. Ma la sua base si fondeva con gli altri edifici in un unico blocco, dove negozi di lusso e vecchi bar aprivano sulla strada le loro vetrine. Fu davanti al più antico di questi bar che il taxi illegale si fermò. Non ne scese Groucho Marx, Katie, col suo fiocchetto sui cappelli neri, e Iggy, infagottato nei suoi vestiti troppo grandi, scivolarono fuori, allungarono qualche dollaro al vecchietto del taxi e sparirono nel bar. Katie sospirò al pensiero degli ultimi soldi che se ne andavano con il vecchietto. Restavano solo quelli delle consumazioni.

La grande sala del Rondo Hatton Center misurava due chilometri per uno. Dove i treni del metrò di New York si erano fermati col loro sibilo oscuro fino a un secolo prima, vomitando il loro carico di pendolari, là le macchine dei costruttori avevano sventrato e scavato, avevano ricavato quell'immensa caverna, rigidamente squadrata e coperta di stucchi neri, che ora si era riempita a poco a poco. Le piccole telecamere volanti del circuito interno ronzavano per l’aria come mosche affamate. Nell'ufficio del gran capo, più povero di quel che ci si sarebbe aspettato, Fatty bloccò la sua camera personale su un gruppo che gli parve particolarmente ridicolo e contemplò la scena con una serie di risolini. I suoi due quintali potevano farlo somigliare al fratello minore della meraviglia nell'atrio, ma in lui erano disciplinati e distesi da una vita di cure. La telecamera saltò velocemente da un gruppo all’altro, stessi vestiti, stessi visi. Come diceva Offissa Pop, niente di nuovo.

E mentre Offissa Pop cercava nuove parole per la sua canzone, Katie ed Iggy si avvicinavano timidamente al banco del bar. Il barista robot scivolò verso di loro senza pregiudizio per i loro vestiti, assurdi, perfino per dei grattaterra ben educati.

- Fuori di qui o chiamo la polizia, - ringhiò. Poi i suoi circuiti polverosi si resero conto di avere iniziato l'incontro con l'ultima frase nella scelta di quelle programmate anziché con la prima. La lucetta azzurra dello scusa-correggo ammiccò due tre volte. Poi il barista chiese con voce gentile:

- Che vi servo, ragazzi?

- Sangue al pepe, - ordinò Iggy per tutti e due. Katie lo guardò male. Il barista portò i due cocktail rossastri e rimase lì facendo lampeggiare la lucetta verde dell'aspetto-beh?

Iggy infilò nella fenditura il loro ultimo dollaro, e il barista, lampeggiando la luce rossa del grazie-okay, rotolò via e si dimenticò di loro.

- E dovevi proprio ordinare questo schifo?

- Hai bisogno di qualcosa di forte.

- Oh senti, coniglio, non sono io quella che ha paura.

- Beh … vedi che avevo ragione sul barista?

- Si, modello vecchio.

- Vecchio? - saltò su Iggy. - Non si sogna nemmeno che esistiamo. Finisci il tuo cocktail o lo prendo io?

- Né l'una né l'altra, - sorrise Katie.

- Eh?

- A me fa schifo, e tu è meglio che non bevi troppo, visto il lavoro da fare. Andiamo?

Si infilarono nella toilette maschile. Un bar più moderno avrebbe avuto le fotocellule-moralità per impedirlo, ma il padrone del "Buck Roger's" aveva centosei anni ed era piuttosto conservatore rispetto all'arredamento. Non incontrarono difficoltà a introdursi in un cubicolo.

- Proprio qui? Sicuro?

Iggy consultò una piantina e poi batté sul muro a una certa altezza. Suonò di vuoto.

- Il vecchio aveva ragione.

- E allora perché non lo ha fatto lui?

- Perdio, è un brutto lavoro quello che dobbiamo fare, sai? Non ce l'avrebbe mai fatta. Piuttosto, sicura che la porta è chiusa bene?

- Non dire sciocchezze, e comincia.

Un mini trapano uscì da sotto la giacca di Iggy e cominciò a tormentare la parete con un basso sibilare. Il gabinetto si riempì di una nube di polvere bianca.

In quel momento, a non più di cento metri in linea retta, ma molto più in basso nella terra, le luci della sala delle sessioni del Rondo Hatton Center si abbassavano, lentamente fino a sfumare in una luminosità azzurrina. E il sipario di velluto nero saliva, rivelando il minaccioso gruppo di macchine puntate verso il pubblico. I tecnici in camice bianco tempestato di lustrini si mossero fra i macchinari con grazia di danzatori. Il maestro di cerimonie apparve vestito da Pierrot. Sulla sua faccia biancata un occhio brillava all'interno di una macchia nera. Esibì una lingua tinta in azzurro e salutò gli spettatori.

Fatty, nel suo studio, non s'interessava all'alza sipario.

Leggeva il rotolo della telescrivente con le ultime informazioni sulla sua fortuna. Si asciugò una lacrima al pensiero di quello che ne avrebbe fatto: nel mostruoso deserto desolato dell'India pochi milioni di superstiti affamati dipendevano solo da lui. E ancora una volta li avrebbe salvati lui: Fatty, il benefattore, si sfregò contro la poltrona come un dio benigno. Accese la radio, l’unica stravaganza costosa che si permettesse senza sentirsi in colpa per il denaro speso.

E sul palco i macchinari puntavano scintillanti propaggini sugli spettatori, alieni come un insetto. Sembravano ronzare ancor prima di essere in funzione. Una donna nuda depilata e tatuata attraversò lentissimamente il palco; il pubblico rabbrividì, non di desiderio, ma perché quell'interminabile passaggio rappresentava il tramite tra due mondi, la sessione iniziava, e quella donna sarebbe stata l'ultimo momento di bellezza per loro prima di uscire nel freddo dell'alba per tornarsene a casa. La donna si muoveva così lentamente da sembrare ferma. Droghe scorrevano nel suo sangue per aiutare la lentezza dei movimenti. Un uomo approfittò dell'implicito invito a pentirsi di essere venuto, si alzò di scatto, corse fuori e l'inserviente dovette rincorrerlo per rimborsargli il biglietto, attraversò l’atrio di corsa sotto lo sguardo indifferente di Offissa Pop (niente di nuovo al Rondo, niente di nuovo sotto il sole). Quell’uomo andò in un bordello e si ubriacò, quella notte.

Quando la donna sparì nel buio fra le quinte, ci fu un sospiro generale e la sessione inizio. Le macchine risuscitarono e si trasmisero silenziosamente un brivido di solidarietà meccanica. Le punte diritte sugli spettatori, ruotando su sé stesse, divennero accecanti. Luci rosse brillarono negli angoli.

Un filo si torse come un serpente. Il cuore di quarzo di un riflettore scintillò. E la prima attrazione entrò nella sala.

- Tomàs Vallejo - sussurrò il presentatore, - 42. Undici missioni sui pianeti, ma poi: parassiti nel midollo spinale, contratti sul terzo di Alpha. Senza ibernazione, due anni di vita.

Il tecnico capo ruotò piano la manopola. Le macchine vibrarono e fecero le fusa, mentre assorbivano come vampiri quel tormento rosicchiante che copriva la faccia di Vallejo di un velo lucido di sudore. Quel tormento scorse per i fili e rotolò nelle bobine, minuscoli cristalli lo disintegrarono e lo inghiottirono, un laser lo ricompose. Quel dolore riempì le trasmittenti, pronto a sprizzare.

- Vai, - disse una voce nell'auricolare del tecnico capo.

Lui annuì e mosse una leva. Le punte scintillanti nell’aria distillarono il dolore goccia a goccia sugli spettatori.

Uomini e donne nell’immensità della sala si agitarono piano.

Nell’oscurità interiore del loro corpo sentivano, appena accennato, e ora più forte ora più debole, il grattare metodico di piccole cose inumane dentro l'umidità segreta della spina dorsale. Amebe verdastre, piccoli ragni neri, orrori informi immateriali; ondate di veloce dolore percorrevano le strade dei nervi e si scaricavano nel cervello in un pulsare arroventato. Gemiti si alzarono qua e là; ma erano soprattutto gemiti di paura, perché il processo era severamente controllato da una mano che ruotava una grossa manopola alzando e abbassando il dolore secondo astuti calcoli, tempi precisi.

Ancora una volta il tecnico capo pensò con una certa amarezza che era lui il deus ex machine della sessione: lui, non il presentatore con la sua maschera bianca, che ora si torceva lentamente parodiando la sofferenza sul suo podio di gesso, né il capo, che ora nel suo ufficio stava certamente ascoltando la radio, e forse gettava ogni tanto un'occhiata distratta allo schermo personale.

Il tecnico accarezzò il bordo zigrinato della manopola e desiderò di ruotarla fino al massimo del volume, 1:1, rapporto di parità fra dolore captato e dolore trasmesso. Allora quello stesso dolore che piegava in due Vallejo, sorretto da invisibili raggi forza, avrebbe spezzato in due gli spettatori, li avrebbe fatti rotolare dalle poltrone, e gemere e sbavare … Ma lui era tecnico capo proprio per impedire che qualcosa del genere potesse succedere. Controllò la manopola: 0.4. Era tempo di abbassare un po', e la tenne a 0.2 per venticinque secondi. Poi la alzò a 0,3 per pochi secondi, la abbassò subito, diede un'altra scossa e riabbassò.

Intanto, lontano di lì, nel gabinetto del bar la polvere si era depositata su ogni cosa, e forse ne era anche uscita fuori, ma quello era un rischio. Una larga porzione rettangolare di muro era stata staccata e posata a terra, rivelando - con muto sollievo dei due - il buco scuro del cunicolo.

- È un passaggio di emergenza dimenticato - spiegò Iggy con aria d’importanza - e risale al secolo scorso, al tempo dei grandi attacchi terroristici. Hanno tolto gli appigli di ferro, come prevedevo, ma poi l’hanno murato senza pensarci più. Secondo il vecchio dovrebbe correre lungo la parete e poi curvarsi in su.

Iggy guardò quell'oscurità stretta. Era largo abbastanza per loro due ma lui inghiottì e lanciò a Katie un’occhiata dubbiosa. Lei gli sorrise debolmente e accennò col mento al condotto. E Iggy entrò nel passaggio, la pila accesa in cocca a fargli luce, e cominciò a strisciare. Katie salì dietro di lui - anche lei inghiottì, con lo stomaco che si stringeva, e tenne un metro circa di distanza fra loro.

Il Rondo Hatton Center durante le sessioni sembrava un palazzo deserto. Gli inservienti si muovevano poco e nervosamente, come temendo di farsi notare, e che dalla sala schermata salisse fino a loro uno spasimo di quel dolore che i clienti del Center pagavano per soffrire. Attraversavano in silenzio, quando dovevano farlo, il grande spazio lucido. Ma in genere passavano il tempo guardando la televisione, con gli auricolari nelle loro stanze.

Immobile nell’atrio, Offissa Pop guardava con occhietti neri la calma immobilità dei riflessi chiari sul pavimento. Osservava i tendaggi in lontananza. Contava le colonne. Una volta era ammirato dei visitatori per la sua carne flaccida, strabordante. Ma ora, abbandonato come un monumento, non poteva far altro che sognare la sua canzoncina idiota. Niente di nuovo.

Il cunicolo svoltava e cominciava a salire. Iggy sbuffò e, a prezzo di un paio di lancinanti colpi al gomito, si applicò alle mani le due potenti ventose elettriche che aveva comprato - e quanto care. Katie fece lo stesso, bestemmiando sottovoce. Si arrampicavano con fatica, accendendo e spegnendo la ventosa a ogni spostamento della mano. La frustrazione claustrofobica del budello chiuso li prendeva alla gola. Iggy avrebbe voluto piangere, Katie urlare; andavano nei loro vestiti impolverati, le tempie pulsanti, la gola chiusa. Pendevano in giù - ora il budello era assolutamente verticale - reggendosi alle ventose, e ormai quando ne spegnevano una per spostare la mano dovevano incastrarsi col corpo fra le pareti curve per non precipitare. Una volta Iggy scivolò in basso, ma Katie aveva già pensato ad aumentare la distanza fra loro. Altrimenti avrebbe preso un calcio in pieno viso.

Iggy sibilò a Katie di fermarsi un attimo e tutti e due sollevarono le gambe, si trattennero facendo forza con le ginocchia e la schiena e si riposarono qualche minuto. Contro la loro schiena premeva un intrico di cavi e Katie si chiese cosa potevano essere. Un impianto elettrico d'emergenza, forse.

Intanto, nella penombra azzurrina della grande sala, gli spettatori respiravano affannosamente stesi sulle poltrone.

Il tecnico capo giocherellava con brevi alto e basso del dolore. Poi, dopo un paio di brevi scosse improvvise, decise di avviare il finale; gli indicatori sopra la sua testa lo informavano che Vallejo poteva reggersi ancora per qualche minuto, ma non ce n'era bisogno. Il tecnico abbassò con estrema lentezza la manopola, grado dopo grado, fino a un quasi impercettibile 0.05. Poi rialzò di scatto a 0.3. Gemiti e movimenti scomposti in sala dimostrarono che il pubblico era rimasto colpito dalla velocità della manovra. Il tecnico scese fino a 0.2 e rimase fermo a quella frequenza bassa per trenta secondi interminabili. Quindi, grado dopo grado, con la stessa lentezza metodica e crudele, cominciò a salire inesorabilmente, e gli spettatori si schiacciarono sui divani premuti da un dolore progressivo che ringhiava nella spina dorsale e infuocava il cervello, e qualcuno gridò quando la frequenza passò 0,5, e salì ancora, entrò nell'area del tormento, 0.6, e tutti gridarono, e fu allora che con una veloce torsione della mano sulla manopola il dolore scese di colpo e sparì a zero.

Fatty nel suo ufficio distolse lo sguardo dal prospetto di un sistema di alimentazione automatizzata per bambini, e guardò soddisfatto gli spettatori ansimare sulle poltrone-divano come dopo un orgasmo. Intanto Vallejo attraversava lentamente la sala aiutato da un tecnico: Fatty osservò il pubblico che si era ripreso abbastanza per salutarlo con un applauso scrosciante giusto prima che sparisse fra le quinte. Le macchine diffondevano in sala radiazioni rilassanti, che lavavano via le tracce di dolore rimaste negli angoli della memoria, e radiazioni biostimolanti, che riempivano i corpi di un nuovo benessere, in attesa del prossimo ospite. Il medico personale di Vallejo gli praticava l'iniezione anestetica. L'uomo si appoggiò ansimante alla parete e si rilassò.

Katie e Iggy avevano ripreso a salire. Ormai le gocce di sudore che grondavano dei loro carpi si staccavano dai vestiti inzuppati e cascavano giù. Ebbero entrambi un colpo al cuore quando la torcia elettrica in bocca a Iggy oscillò per un paio di attimi come sul punto di spegnersi, ma poi riprese. E ormai il cunicolo piegava di nuovo ad angolo retto verso destra, ritornando orizzontale.

Iggy appoggiò le mani sul bordo e provò a tirarsi su. Inutile; il suo corpo era intorpidito e non aveva la forza di issarsi. Allora si fermò di nuovo facendo forza con la schiena contro la parete e provò a riposarsi. Katie che non se n'era accorta continuò a salire e lo urtò con la testa facendolo barcollare.

- Cosa succede? - sussurrò.

Iggy, con la torcia in bocca, rispose con un mugolio. Poi provò ad avanzare strisciando la schiena contro la parete; di fronte a lui apparve la bocca buia del cunicolo orizzontale.

Appoggiò le mani sul bordo. Spostare il corpo in avanti, far forza sui gomiti, afferrarsi bene colle ventose. E poi tirarsi su. Avanti. Con uno scatto si gettò in avanti e poggiò le mani a mezzo metro dal bordo. Ma aveva messo male le ventose, oblique, e non aderirono; scivolò, e quando gridò la torcia gli scappò di bocca per tre quarti. Crollò giù afferrandosi disperatamente all'angolo retto dove il cunicolo si piegava; i suoi piedi colpirono con forza le spalle di Katie e la ricacciarono in giù. Lei non cadde solo perché le sue ventose erano ben salde. Iggy, tenendo con i denti un'estremità della torcia, che diventava sempre più pesante, rimase aggrappato all'angolo del cunicolo.

Nella grande sala, il pubblico votava, compilando cifre sui tasti della macchinetta attaccata alla poltrona. L'allenatore capo si avvicinò a Vallejo con un largo sorriso giallastro.

- Ti hanno votato per quasi mille dollari, Tomàs. Bel colpo.

Vallejo sorrise compiaciuto.

- Bene. Ne ho per dieci giorni almeno.

- Dico - intervenni il suo medico - per bruciarne mille in dieci giorni dovresti fare cose pazze …

- Proprio quello che voglio fare! - Sbottò Vallejo - Perdio, l’altra volta ha avuto solo tre giorni di fiesta, prima di tornare in ibernazione, ma adesso mi divertirò.

- Eh bene - il medico tirò su col naso - potresti anche risparmiare i tuoi soldi, di tanto in tanto.

- Merda! A cosa credi che mi serva fare il pidocchio? Quell'imbecille di Rivas sta fuori più di me, ma come un monaco, io almeno quando torno nel ghiaccio me la sono spassata. No, io mi tratto bene, amici. Lusso fin che ce n’è, amici, e poi dormire.

Katie, nel cunicolo, spingeva. I piedi di Iggy erano appoggiati sulle sue spalle e lei risaliva centimetro dopo centimetro, mentre l'uomo sopra di lei allungava le braccia cercando spazio per issarsi. Un colpo secco. La torcia era caduta sul bordo, per fortuna. Iggy la spinse in avanti con un colpo di gomito. Fece forza sui gomiti … ce la faceva. Si trovò con tutto il torace disteso sul piano orizzontale. Bastava sollevare le gambe. Alzò a poco a poco il ginocchio destro e riuscì a fargli superare il bordo, e fu fatto. Dopo un minuto era disteso, ansimante e sbuffante, un bel po' in avanti nel budello. Dietro di lui anche Katie era salita, ed era coricata senza fiato con le gambe che spuntavano un po' in fuori.

- Iggy … di, Iggy!

- Sono qui.

- Dannazione, un altro di questi lavori non me lo fai fare, sai? Hai idea di dove siamo, almeno?

- La piantina diceva che ci vogliono nove metri in orizzontale. E poi … i cessi del Newgrove!

- E i semi di pelliccia.

- Si. E i semi di pelliccia.

Strisciarono avanti come topi, ma il percorso era una strada di delizie rispetto a quello che avevano fatto prima. Katie pensò al ritorno e si sentì male. Ma quella notte potevano dire addio alla miseria, se tutto andava bene.

Mentre loro strisciavano nel buio, l'immensa mole rossastra del Center si stagliava illuminata nel cielo notturno.

Al suo interno gli inservienti se ne stavano rintanati senza nulla da fare. Il monumento di grasso nell’atrio sentiva le palpebre abbassarsi sugli occhi. L'altro grassone, Fatty, guardava corrucciato il custode nel monitor.

- Va bene, quando ha finito falla entrare.

Aveva una voce meno chioccia di quel che ci si aspettasse da un uomo della sua mole. Altri guai, sospirò, con quella matta. Non avrebbe mai dovuto prenderla ... ma in fondo era un successo.

Lei era là, sul palco, Elsa Boone, una forma complicata di anoressia. La fame attraversava quel corpo scheletrico come un pesce nuota in un braccio di mare. Piccoli coltelli, scintille elettriche per le vene. E le macchine raccoglievano e trasmettevano al pubblico quel dolore.

Ma gli spettatori ricevevano anche la consapevolezza che la sofferenza di quel corpo era solo un supporto all'odio nero, grumoso, che quel cervello distillava contro la sua stessa vita, e che il ricordo continuo di un’alimentazione forzata, di delirio, manteneva e accresceva. I capelli scuri le cadevano pesantemente sul viso magro, senza ondeggiare. Dal suo corpo arrivavano agli spettatori impulsi di dolore, ma era l'odio di sé che si agitava nella sua mente, sotto i quieti livelli del conscio, a farli torcere sulle poltrone, impauriti; e dopo le prime tragiche volte i tecnici avevano imparato a tenere basso il rapporto di trasmissione.

Quando gli indicatori scesero a zero, ed Elsa attraversò velocemente, senza sostegni, il palco, gli spettatori si asciugarono il sudore e gli applausi furono i più vivaci della serata. Ma il denaro votato subito dopo fu, come sempre, scarso; era come se un risentimento inconscio impedisse di premiare quella particolare malattia. Il tecnico capo dall'alto del suo trono si chiese se era una buona idea quella di trasmettere in sala le nevrosi, dopo che - da pochi anni - l'evoluzione tecnica lo aveva reso possibile.

Turbavano la gente nel profondo (e inoltre nevrotici e ammalati "veri" si odiavano). Ma Fatty diceva che il progresso era l'anima del Rondo Hatton Center. Il presentatore annuncio:

- Oswald Rémy, 29. Sifilide all'ultimo stadio.

Il malato entrò in sala su un carrello elettrico.

Nel budello, Iggy applicò il trapano e per cinque minuti lui e Katie soffrirono le pene dell'inferno. La polvere volava loro in faccia e riempiva gli occhi, le narici e la gola. Colpi di tosse e conati di vomito strozzati risuonarono nel cunicolo, misti al sibilare del trapano, e la claustrofobia tornò all'attacco; stavano per mettersi a urlare quando la piastra si staccò e un tenue bagliore venne a illuminarli. Era un'apertura stretta ma scivolarono fuori freneticamente e per qualche secondo non furono in grado di muoversi.

La lussuosa toilette del Newgrove era semibuia, benché a loro, dopo l'oscurità del budello, sembrasse in piena luce. Erano stesi su una moquette di pelliccia che sembrava vera; Katie l’accarezzò con un certo rimpianto, mentre il cervello di Iggy era assorbito dal pensiero di quello che erano venuti a cercare. Quando furono in grado di muoversi uscirono di lì e si trovarono nel salone. Grandi poltrone, qualche tavolino basso, vetrine piene di pellicce preziose … l'ufficio del direttore doveva essere dietro la porta che s'intravvedeva in fondo alla luce della torcia.

- E se ci fosse un allarme su questa porta? - sussurrò Katie.

- Assurdo. Vedi, tutti i soldi che spendono gli danno l'assicurazione che qui dentro non può entrare nessuno senza far strillare i sistemi alle porte e alle finestre. Perché metterne altri all'interno?

- Ma è possibile che non abbiano pensato ai muri?

- E chi si ricordava di quell'antico passaggio? Solo il vecchio ubriacone! I muri sembravano sicuri. Guarda: adesso ti mostro che l'allarme non c'è.

Iggy spalancò la porta di scatto. Apparve l’ufficio del direttore, piccolo, elegante, la cassaforte a destra della poltrona. Katie s'avvicinò eccitata e le sue dita si mossero velocemente sulla superficie lucida, accarezzarono le ruote, meditabonde.

- E allora?

La voce di Iggy era preoccupata. Lei tirò fuori dal vestito lo stetoscopio e gli altri arnesi.

- Sì. La conosco. Vedrai che ce la faccio in poco tempo.

Intanto Elsa Boone guardava perplessa Fatty. Fatty guardava lei, con antipatia. In sala gli indicatori dicevano che il pubblico era provato: le luci si erano abbassate ancora di più, fino al più tenue viola, e la gente si era rilassata per una breve sospensione. Elsa esaminava con aria incerta le rughe madide di sudore, la grassa pelle lucida del faccione del suo datore di lavoro.

- Bene - gracchiò Fatty - non sei venuta qui per salutarmi, Hai scoperto qualche altra truffa?

- Lei non ha mai sopportato quella volta che ho creduto che … non mandasse veramente gli aiuti.

- Avevi torto. Lo hai ammesso. Sì. Tutti i soldi che posso, capisci? In India. In America Latina. In …

Elsa annuì.

- Avevo torto. Lei è una strana persona.

Fatty lo prese come un complimento. Abbassò la testa e socchiuse gli occhi. Elsa s'accorse di essere arrossita, perché quell'errore dell'anno prima le bruciava ancora. Si sentiva in svantaggio. La radio passò da Cole Porter a una rassegna di comunicati pubblicitari classici.

- Il prossimo numero dovrebbe essere Astrea, no? - riprese Elsa, e Fatty annui.

In quel momento le luci si rialzarono un po' in sala e il presentatore la introdusse.

Subito dopo, Astrea, senza altri nomi, si rotolava sul palco, urlando che un demonio la stava imprigionato fra le scapole, le correva su e giù dentro il corpo. Le macchine captavano attente, e trasmettevano agli spettatori un'orgia di crudeltà sessuale. Era il punto culminante della sessione, da sei mesi. Astrea aveva cominciato a lavorare lì come medium ma presto era venuta l’isteria della "possessione".

- Guardala - disse Elsa. - Si squarta per quei bastardi.

- Non capirai niente. Non lo fa per loro ... neanche tu.

Non potete fare a meno di soffrire, ecco. E gli spettori pagano per avere un assaggio del vostro male. Ti sembrano dei mostri? Ma guardati, anche tu con la bocca spalancata a guardarla.

Elsa si voltò e lo guardò ferocemente negli occhi.

- Sì, loro pagano per vederla soffrire, e tu l'aiuti.

Fatty spalancò la bocca e diventò rosso.

- Cosa?

- Sai che ho dormito nella camera di Astrea?

Fatty la guardò in silenzio. La sua fronte era coperta di rughe.

- Sembrava ipnotizzata. E così ho avuto … chiamala un'intuizione, e le ho chiesto di scambiarci le camere per un giorno, Così. Lei è troppo fuori per pensarci sopra.

- E cosa hai …? - chiese Fatty piano. La radio osservò:

"Un’assicurazione contro gli incendi è la garanzia per la vostra famiglia."

- Ho sentito le voci! - rispose Elsa. - oh, venivano leggere leggere, da sotto il cuscino. Ma io non prendo pillole per dormire come Astrea, e ho i sensi acuti. Acuti!

Fatty sospirò.

- E così ho sentito anch'io la voce del demonio. Sei tu il demonio, Fatty.

Sul palco le gambe nude di Astrea si aprivano e si chiudevano. Il corpo era scosso da sussulti. Gli spettatori sentivano un'oscena presenza maligna strisciare nel cervello come un’ombra. Una donna svenne, e sarebbe stata a lungo l'invidia degli amici.

Ora il tecnico abbassava lentamente a zero la manopola.

Astrea veniva portata fuori, urlante e schiumante. Gli spettatori applaudirono e votarono.

- Per quanto tempe glielo hai fatto? - chiese Elsa.

- Fin dall'inizio, - ammise Fatty. La radio parlò di chewing-gum e di birra con un rock di sottofondo, troppo violento. - La gente non veniva più come prima - continuò il grassone timidamente - e quando siete venuti voi nevrotici, perché arrossisci? È stato un successo. Lo so, non vi danno molti soldi. Ma vi vogliono. La gente è matta.

- Hai approfittato che noi non stiamo in ibernazione come quegli altri disgraziati.

- Non è vero! - gridò Fatty. La radio fece le fusa. - Ho mandato quelle maledette trasmissioni solo ad Astrea. Era … era un esperimento.

- Un esperimento.

Fatty si alzò in piedi.

- Vuoi dirlo a tutti, eh?

In piedi era massiccio come una montagna. Elsa si sentì la bocca piena di paura.

- L'ho già detto ad Astrea, mormorò. Fatty la guardò attentamente in viso.

- Non ci credo.

"Non è possibile," si disse Elsa, mentre Fatty girava attorno alla scrivania. "Qui. Al Center. È sotto gli occhi di tutti."

- Sono un uomo onesto - dichiarò Fatty.

- Non lo dirò a nessuno! - gridò Elsa. E poi Fatty l'afferrò e lei continuò a gridare.

- A lei e ai giornalisti. Perché mi odi così? Vuoi rovinare tutto!

- No! No! No! - gridò Elsa come di lontano,

- Sì, sì, sì. - disse Fatty con dignità offesa.

"Questi crackers sono buoni" cantò la radio esultante.

Ci fu una lotta e una vittima, come per caso.

Lontano da quella stanza una cassaforte scattò. Katie ed Iggy spazzarono via le carte e il danaro, poi videro che era denaro e si abbassarono ad intascarlo. Ma quello che volevano era in una scatola di cristallo; l’aprirono e presero il sacchetto di cuoio, palpando le piccole cose nere e secche che scivolavano al suo interno.

- Preziosi semi di pelliccia - ripeté Iggy con reverenza.

Katie lo prese per un braccio e strinse forte, felice. I suoi occhi brillavano.

- Andiamo via di qua, presto.

Si avviarono verso il buco nella parete. E nella mano di Iggy il sacchetto si mosse.

Al Rondo Hatton Center la sessione era alla fine. Alcuni divi erano già partiti, col medico personale a fianco, per spendere i loro soldi. Ma Elsa e Fatty erano ancora nell'ufficio, ed Elsa era morta.

- Non volevo - disse Fatty alla radio.

La radia emise l'ultimo comunicato commerciale e passò ad altro.

Fatty si asciugò il sudore e si guardò smarrito in giro.

L'inceneritore. Forse. Era così grosso, ed Elsa era così minuta …

Mentre Elsa spariva nell'inceneritore, Iggy urlò. Il sacchetto si era aperto nelle sue mani e una luminescenza gialla, accecante, era spuntata fuori come uno sciame di lucciole. Si sentì un lieve sibilo arrabbiato. Anche Katie gridò.

Il sacchetto cadde per terra e la cosa si alzò come un serpente nell'aria, minacciosa. Un filamento usciva dal sacchetto, dove, in mezzo ai semi di pelliccia, c’era il pezzo di palma aliena che le serviva da casa e da cibo. Una luce-guardia.

Fatty spinse forte, e il corpo scivolò ancora più giù nell'inceneritore. Minuscole lame lo fecero a pezzi. Meccanismi segreti cercarono di digerirlo e smistarlo alla camera d’incenerizione. Ma era troppo, e non riuscirono a distruggerlo tutto. Uno spruzzo di sangue saltò fuori, una spia rossa cominciò a lampeggiare. Lacrime scorsero lungo il viso di Fatty.

La luce-guardia allungò uno pseudopodo scintillante e afferrò la giacca di Iggy, lacerando con uno strappo secco,

Inghiottì il tessuto, come se meditasse, e poi si rialzò per prendere ancora.

Ma Katie si era buttata per terra e aveva afferrato il sacchetto. Con i denti che le battevano per il terrore, lo scagliò in avanti. Avevano lasciato aperta la porta della toilette, e riuscì a centrare col sacchetto l'apertura del cunicolo.

E ricordò subito, con un soprassalto di disperazione, che c'era il lungo tratto orizzontale … che il sacchetto non sarebbe precipitato giù in basso come aveva sperato. Vide la luce dentro il cunicolo farsi rossa: la luce-guardia aveva recepito l'attacco e dava potenza ai suoi raggi. Se fosse stata una cosa viva, si sarebbe potuto dire che era furibonda. Iggy e Katie si strinsero. A Katie balenò il pensiero che avrebbe dovuto dire una frase d'addio, ma non riuscì a parlare.

E poi la luce-guardia, gonfiandosi, bruciò i cavi neri che scorrevano lungo il cunicolo. Il muro esplose. Un antico impianto di autodistruzione semidistrutto dal tempo, entrò in funzione, e si spense quasi subito, ma intanto il passaggio era stato percorso da una fiammata sibilante che aveva distrutto il sacchetto, bruciato il pezzo di palma della luce-guardia, carbonizzato o disperso i semi di pelliccia. Per pochi secondi il budello fu una colonna infuocata dentro l'edificio. I muri saltarono e il bar, chiuso da ore, esplose.

Un'ondata di panico elettrico attraversò tutti i circuiti del complesso di edifici, che tennero consiglio e decisero di saltare insieme. Fiammelle zigzagarono per le stanze come in una casa infestata. Le serrature si aprirono. Le luci si spensero. E la mole rossastra del Rondo Hatton Center divenne una sagoma buia.

Nell'oscurità, rotta soltanto da luminescenze bluastre di circuiti che saltavano, mentre i servomeccanismi si muovevano impazziti, gli spettatori si precipitarono nell'atrio scivolando sulla saponata che i robot pulitori spargevano a piene mani. Più in alto, Fatty strisciò via come una grossa biscia.

Il Center esplodeva: un incendio nella grande sala stava arrostendo le poltrone e le tende, fondendo le macchine, calcinando i muri.

Fu, per Katie e Iggy, l'incubo di una lunga corsa oscura per corridoi misteriosi, fra porte sbarrate che si aprivano e li portavano fuori strada. Urtarono contro le pareti, correndo alla luce intermittente delle scintille, perché avevano lasciato le torce nella sala della pellicceria. E alla fine si trovarono in un vicolo cieco. Alle loro spalle videro profilarsi il chiarore di un incendio.

- Il trapano, Iggy, maledetto topo, il trapano presto! - urlò Katie. L'uomo si cercò freneticamente dentro la camicia. Sì, c'era ancora.

Iggy e. Katie si diedero il cambio al trapano spingendo come mai avevano fatto in vita loro. Alle loro spalle l'incendio mangiava la pellicceria. I peli delle pellicce pregiate nelle vetrine si arricciavano uno a uno, divenivano neri e cadevano carbonizzati. Le pellicce si trasformarono in palle di fuoco.

Il caos elettrico si propagava da sistema a sistema. Una violenta esplosione scosse la sommità del Rondo Hatton Center e dall'alto grandinarono pietre, che ammaccarono i carri blindati dei pompieri terrestri, appena arrivati, e sgombrarono subito la spiazzo dai curiosi. Nell'aria, corvette della polizia e ambulanze ronzavano intorno all'edificio, e raccoglievano gruppi di clienti o di inservienti terrorizzati dalle finestre o dalla pensilina.

Fatty fu caricato da una di quelle ambulanze. Non guardò il Center alle sue spalle, dove incendi e esplosioni illuminavano molte finestre di un giallo vivo, e si asciugò la fronte impastata di polvere bianca di calcinacci, in silenzio.

Più tardi, mentre il veicolo si allontanava, disse solo: - Il mio inceneritore sarà andato completamente distrutto.

E quelli che lo ascoltarono dissero:

- È sotto shock.

Mentre il processo distruttivo continuava, il trapano riuscì a scavare un breve varco nella parete. Katie e Iggy si stracciarono i vestiti e si lacerarono la pelle, e non poco, ma riuscirono a passare. Si guardarono intorno senza capire dov'erano, ma non avevano tempo da perdere, e si slanciarono di corsa per il corridoio che si apriva davanti a loro. Corsero e scivolarono sui pavimenti lucidissimi, al bagliore degli incendi che li sfiorarono più volte. Si resero conto alla fine di correre per i corridoi del Rondo Hatton Center.

E poi il buco scuro di una finestra, col plastivetro del tutto frantumato, apparve nella parete. I fari di un veicolo la illuminarono passandoci davanti, altrimenti forse non se ne sarebbero accorti. Dopo un minuto di angoscia un altro veicolo notò le due figure che si sbracciavano e accorse.

Era pieno di ritardatari.

- Inservienti o clienti? - chiese amichevolmente l'infermiere ai due fantasmi coperti di polvere bianca, dopo aver dato un’occhiata alle loro abrasioni e bruciature. Non risposero. Ripeté la domanda con pazienza.

- Eravamo … andati al Center per la prima volta - rispose balbettando Katie. – C’è stata l'esplosione … c'è stato un incendio … per l'amor di dio, portateci a casa!

- Impossibile, signora - rispose l'infermiere con severità. - Non vede il caos che c'è qui? Ora vi porto tutti a terra. Li riceverete delle cure.

Katie ed Iggy dovettero dare il nome, che apparve il giorno dopo sui giornali nella lista degli scampati, e questo creò loro, presso amici e conoscenti, la spiacevole reputazione di frequentatori del Rondo Hatton Center. I soldi che avevano intascato nella pellicceria si rivelarono una somma abbastanza modesta.

I danni complessivi furono incalcolabili, ma i morti in quell'incidente furono solo sei. Uno era soprannominato Offissa Pop e stava, al momento dell'incidente, nell'atrio del Center; come sempre.

Un complicato sistema di tubicini lo teneva ancorato al suo trono rifornendolo di tutto quel che gli poteva servire.

Da decine di anni il torso umano coperto di ciccia non si era mosso di lì, nutrito dalle macchine del Center. Tutti dicevano che aveva sviluppato una forma di tranquilla pazzia.

E infatti la notte dell’incidente Offisa Pop non si rese affatto conto di quanto succedeva, Vide impazzire i circuiti e i robot, vide scappare gridando la marea di clienti terrorizzati, ma rimase fermo e silenzioso al suo posto - del resto per portarlo via ci sarebbe voluta una macchina solleva pesi.

E vide esplodere i circuiti, e incrinarsi e poi crollare il soffitto dell'atrio. Quando i primi pezzi cominciarono a cadere stava ancora canticchiando la sua canzoncina stonata: "Non succede mai niente qui, amico. Non lo sperare."

E un mattone, lo colpì proprio sopra la nuca.


da "The Time Machine" n. 1/‘80






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