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Leggende al crepuscolo


di Alessandro Paronuzzi


" … lo scopo della sua vita adesso riluceva davanti a quegli occhi umidi, commossi: riluceva immacolato, più radioso di ogni fantasia. Eppure, invece di sentirsi appagato, invece di provare la serena soddisfazione che succede al conseguimento della più elevata ambizione, il Templare si avvertì inondato da una profonda tristezza. Aveva inseguito un disegno impossibile, di mondo in mondo, per tutta la sua interminabile esistenza; adesso, quel sogno tramutato in realtà, era per lui la fine. Che altro gli rimaneva, ora?

E l'uomo pianse, pianse amaramente."


Ti sei già addormentato, fratello pellegrino.

Il tuo corpo stanco, ed il cielo stellato di Cerere hanno avuto facilmente la meglio sul mio racconto. Ti capisco, fratello pellegrino; anch’io sono stanco; come te. Chilometri di sentieri, di salite scoscese, di pantani umidi hanno vergato il midollo delle mie ossa. Ed i miei occhi - come i tuoi, del resto - hanno conosciuto in quest'ennesima giornata di viaggio forre desolate ed anguste, boschi intricati e selvaggi, borghi dimenticati dalle carte incomplete ed imprecise che mai riusciranno a descrivere i labirinti del nostro inesauribile pianeta.

Sono stanco anch'io, fratello pellegrino. Ma pure non riesco a prendere sonno. Guarda queste stelle: sono così vive, che sembra vogliano confidare qualcosa alla terra, nel mistero profondo della notte. Forse sono loro, a rendermi ciarliero; loro, ed il mosto che poco fa ho diviso con te e che ha reso la mia lingua più vivace del solito.

Ti voglio raccontare la mia storia, fratello pellegrino: una storia vecchia di anni, forse già secoli, che il mio animo porta dentro incisa a sangue, dai tempi remoti della mia gioventù.

Tempi felici quelli, quando ancora non avevo conosciuto l'amore. Mio padre Golo, girovago per tradizione, se ne andava di contrada in contrada con il vecchio carro sconquassato, le ruote incerte e cigolanti, con la sua voce arrochita di astuto alchimista e d'inveterato imbonitore, a vendere per oro ed argenti gli oggetti più disparati, quotidiano frutto dei suoi esuberanti baratti commerciali.

Singolare corte dei miracoli, la nostra. Mio fratello Wunder, abile giocoliere e cantastorie, conquistava signore attempate e bambine con il suo bizzarro occhio di gatto di cui lo aveva dotato madre natura. Vedeva nella notte, Wunder; puoi giurarci, fratello pellegrino. Infine, mia sorella Evita, strega figlia di strega, sempre vestita a lutto per la morte violenta di un cognato che non ho mai conosciuto, faceva le carte e imbastiva il futuro del prossimo; e per farsi capire, muta dalla nascita, le sue mani intrecciavano nell'aria una danza che il vento subito portava via con sé.

Non ti nego: anche in me, il sangue di mago aveva voluto lasciare la sua personale impronta. E la confusa telepatia che brancicava orfana nel mio cervello, orfana di sposa intendi, mi permetteva di sbalordire il prossimo e di bene tenere il bordone a tutta la compagnia.

E così si viveva, improvvisando; una vita vivace e a volte pericolosa, ma la noia era bandita. Bambini con occhi di gatto, che Wunder si rifiutava di riconoscere, inseguivano con le madri innamorate le tracce fangose del nostro carro.

Allora, giovane ed incosciente, mi burlavo di quelle donne; non potevo apprezzare le crepuscolari virtù di mia sorella che, memore di dolori analoghi, con le sue immaginose misture riusciva spesso a cancellare le piaghe che mio fratello senza scrupolo alcuno generava.

Del resto, alcuna cosa aveva importanza.

Mio padre, giullare paludato da re (o viceversa?) rideva sempre, una risata grassa e sorniona, riuscendo sempre a sfuggire miracolosamente agli attentati della gente inviperita e troppo facilmente abbindolata dalla sua agilità verbale. Vivere era fuggire. Senza soluzioni di continuo, le stagioni felici si susseguivano veloci ed uguali su Cerere. Veloci ed uguali, finché – senza alcun sogno premonitore - un giorno conobbi Crisalide.

Accadde così.

Quella sera avevano bevuto tutti e due più del necessario; mio padre e il conte Beruch. Golo conosceva il conte da sempre; animale sanguigno e imprevedibile, di carattere lunatico, eccessivo, difficile da controllare anche per un domatore di animi qual’era mio padre. Ma Baruch era ricco e stupido, due qualità sufficienti a giustificare qualsiasi rischio. Andava assecondato, soprattutto essere insensibili alle sue efferate minacce, e ridere in coro delle sue spacconerie; e poi, si concludeva l’affare.

Quella sera Baruch, ricordo, era rimasto affascinato da uno specchio barocco che mio padre aveva arpionato in non so quale fiera di paese, conscio del reale valore. Lo costurava una cornice di legno scuro, riccamente intarsiata, e nel legno vi era incisa una storia d'amore e di morte.

- Ti sei sempre approfittato di me, mercante da quattro soldi - aveva abbaiato il conte tra una birra e l'altra, sfoderando il suo ghigno di pescecane- Perché sono generoso, lo sai; e tu ne approfitti. Non sta bene, Golo.

Mio padre taceva.

- Il guaio è che sono affezionato a te e alla tua banda di avvoltoi che hai generato. Quello specchio lo voglio e lo avrò, Golo, comunque, mettitelo bene in testa. Però voglio anche avere la prima e l'ultima parola. Sia, dunque. Centomila scudi.

- Centomila scudi?

Ci guardammo. Era più di quanto mio padre avesse mai pensato di chiedere.

- Hai sentito bene, mercante. Centomila scudi più una serva.

È la mia offerta. È il mio ordine.

- Una serva?

- Una serva, Golo! Odio ripetermi. Centomila scudi e una serva per quello specchio divorato dalle tarme.

- Perché poi, nobile conte? - insisté mio padre, allo stesso tempo visibilmente perplesso ed insospettito da quelle singolare imposizione - Che me ne faccio di una serva? Il mio carrozzone non ha spazio per altre persone.

- Non dire sciocchezze, Golo. La vendi, se non ne hai bisogno; non devo essere io a dirti certe cose. E non fare quella faccia, non voglio abbindolarti: ormai dovresti saperlo, non sono della tua razza. Una serva, niente di più. Non un'appestata. Una ragazza, che ho avuto l'infelice idea di comperare qualche tempo fa da un branco di zingari tuoi pari.

- E perché …

- Perché te ne faccio dono? Perché porta sfortuna, quella femmina. Sono superstizioso, Golo. Certe cose le sento, come quella strega di tua figlia. E quella femmina porta sfortuna.

Mio padre non era convinto. E gli occhi di Evita erano irrequieti.

- Proprio perché ti credo, Baruch, ti faccio una controproposta. Novantamila scudi. Novantamila scudi e niente serva. Non c'è posto sul mio carrozzone per un'altra persona.

- Non metterti a discutere con me, Golo. Ho detto centomila e la serva, e così sarà. - tagliò corto il conte, con voce alterata e tale da non ammettere repliche. L'eco di quelle parole si confondeva minaccioso con il trepestio del caminetto. Gli occhi di Baruch si erano fatti più piccoli, quasi crudeli; e sul suo volto, un sorriso da basilisco mummificato non concedeva alternative.

- Ti consiglio di sbarazzartene quanto prima. - aggiunse subito dopo, con voce questa volta singolarmente gentile.

Lo udimmo tuonare un ordine, secco; e di lì a poco tra la perplessità di nostro padre e la nostra curiosità, fu condotta nel salone un'esile figura, avvolta da una tonaca, la testa celata sotto una cappa abbondante. Sembrava un monaco, di quelli dell'ordine di Ruth.

- Questo è il tuo nuovo padrone - articolò il conte alla ragazza, che ancora non riuscivo a distinguere con precisione: - Comportati bene e ti troverai bene. Sei stata fortunata; ed io con te sono stato fin troppo generoso in tutto questo tempo. Non ti ho mai frustato. Ed ora portatela via, non la voglio più vedere.

- Come si chiama? - intervenne allora mio fratello; e già il suo occhio di gatto si era fatto concupiscente.

- Non sono riuscito a saperlo. - Baruch adesso era di buon umore - Matta. Semplicemente Matta, la chiamano le altre serve. Parla poco o niente. Dietro quella ragazza si nasconde un mistero od una fattura. Forse tu Wunder, con le tue arti di seduttore, riuscirai a scoprirlo. Però stai attento, graffia.

- Anch'io - replicò mio fratello, divertito - Anch'io. E tra gatti ci s'intende.

Evita, naturalmente, non disse niente. Ma quando lo sguardo interrogativo di mio padre la interpellò, già allora vidi prender forma nei suoi occhi la nebbia della preoccupazione.

Centomila scudi e Matta: quello era stato l’affare di mio padre, per quella sera.


Sotto quella tonaca si nascondeva il corpo ancora acerbo di una giovanetta: corpo esile e puntuto dove le curve dei seni, appena accennati, poco valevano a conferire femminilità. Il volto di Matta era sottile e lungo, ancor più pronunciato dagli zigomi sporgenti, la bocca poco più di una fessura, la fronte alta e spaziosa. Non raffinata dei capelli, tagliati corti ed irregolari, Matta non era bella. Però i suoi occhi, schivi, grigi - crepuscolari: ecco, crepuscolari - nascondevano una indefinibile malia. In quel volto, c'era molta tristezza.

- Come ti chiami? - le aveva chiesto Wunder, il giorno dopo, mentre il nostro carrozzone nomade ci trasportava verso altre avventure, e lei, niente.

- Come ti chiami? - le aveva chiesto Evita con il linguaggio silenzioso delle mani e con il suo sguardo profondo e chiaro. E lei niente.

- Come ti chiami? - domandai infine io, mentre la mia mente indiscreta rovistavo nella sua intimità, cercando di rubare una risposta che altrimenti' non avrei ottenuto. E lei, niente.

Mentii ai miei fratelli, scotendo deluso la testa.

- Sei proprio Matta - concluse Wunder, irretito da quella ostinata reticenza, mentre la mia mente sconcertata oscillava ancora indecisa su quel nome che aveva ritrovato, nei meandri confusi ed ostili di quell'abbozzo di femmina.

Crisalide.

Crisalide. Così sapevo io si chiamava la ragazza. E dietro quel nome, così insolito, così tenero e promettente, avevo potuto percepire una comunione di sentimenti - angoscia, terrore, desiderio: sì, anche desiderio - ed una necessità di riserbo che non mi sapevo spiegare.

Tacqui, dunque, la mia scoperta senza un motivo preciso, proponendomi di studiare e di capire il mistero che certamente si nascondeva dietro la ragazza. Gli zingari avevano detto la verità.

Passavano i giorni senza che accadesse alcunché di particolare. Matta, così infatti continuavano a chiamarla Wunder e mio padre, era stata sistemata alla meno peggio all'interno del carrozzone, accanto al letto di Evita. E durante la giornata, chiusa nel più assoluto silenzio, tuttavia aiutava mia sorella nei quotidiani lavori di cucina.

- Sta cheta, figliola - le aveva intimato mio padre, con tono bonario - Sta cheta: aiuta Evita, per il momento. Ed in seguito vedremo di sistemare anche te in qualche maniera.

In quelle parole era sottointesa l’intenzione di venderla o di barattarla alla prima occasione.

Alcunché di particolare, fratello pellegrino. Ricordo però alcuni avvenimenti, quasi delle sfumature, che assumono un altro significato alla luce di quanto in seguito mi è successo.

L'occhio felino di Wunder, per esempio, aveva fatto cilecca.

- È ancora una bambina - mi aveva detto mio fratello, una sera. Io avevo capito benissimo che il suo orgoglio era rimasto ferito; ed in ogni caso era la prima volta che gli capitava di commettere un errore di valutazione così macroscopico. Matta, per conto suo, cercava di ridurre al minimo i contatti con lui, ed il rapporto tra quei due era certo poco armonioso.

Mia sorella, che quando non leggeva le carte o non preparava fatture d'indubbia efficacia - si trovava più di noialtri a contatto con la ragazza, studiava Matta e cercava di capirla con l'intuizione animalesca che solo lei possedeva.

E qualcosa di certo doveva aver percepito se una mattina brumosa, mentre mi lavava alla sponda di un rivo nei pressi del quale avevamo pernottato, si avvicinò a me col passo felpato che ben conoscevo; e la danza delle sue mani mi ammonì a guardarmi da quella femmina senza nome.

Quale pericolo poteva rappresentare per me Crisalide? Così infatti continuavo a chiamare tra me e me, la ragazza. Molte volte il nostro destino è racchiuso nel nome delle persone che conosciamo, fratello pellegrino, più che nel nostro.

Questo mi è stato dato di capire.

Ricordo.

Non farmi perdere il filo della narrazione, fratello pellegrino. Il tuo silenzio è per me motivo d'inquietudine.

Ricordo pure molto bene la sera in cui Crisalide pianse.

Era una sera d'estate. C'eravamo accampati in una piana secca e deserta; con un'altra compagnia di zingari girovaghi. Scorreva l'acool a fiumi: io giocavo a monete con i ragazzi più giovani, mi divertivo a stupirli baloccandomi con il mio potere; Wunder danzava freneticamente con le gitane del gruppo, mentre mio padre confabulava con un vecchio rugoso, che probabilmente doveva avere qualcosa da barattare.

Nel cielo, improvvisamente, s’era raggrumato il temporale.

E subito aveva cominciato a piovere violentemente, a graffi, sotto le sferzate del vento che s'era levato. Avevamo preso riparo nel tendone. L’umore non s'era alterato: e lì Wunder s'era impossessato di una chitarra, intonando con voce baritonale una delle sue composizioni:

La gente del paese sospira

Un'ombra sul crinale è stata vista

Corre voce che il Templare s'aggira

Il Templare senza pace s’aggira

Forse nessun altro se ne accorse. Ma io vidi che i suoi occhi, quegli occhi vaporosi e arcani, andavano invetrandosi di lacrime; il pianto delle donne, sommesso, modulato.

E come Wunder continuava nella sua ballata, sempre più affannoso si faceva il pianto, sino a costringerla a ritirarsi silenziosamente da quel variopinto uditorio femminile.

Umore di donna, conclusi banalmente quella volta. Senza pensare a quanto mio fratello andava cantando.

No! non ci pensai.

Del resto, subito dopo giunse il solstizio d’autunno; e con quello la notte degli amarstilli.

Rispettando una tradizione troppo remota, perché la mia mente ne local1izzi 1e origini, per quella occasione il nostro carro si sistemò con abbondante anticipo nella piana di Kloster. Come eravamo soliti.

Scusa, fratello pellegrino. Dimentico che Cerere è grandissima, e le sue meraviglie sono infinite. Troppe cose do per scontate. Tu forse non hai mai udito il nome Kloster; non sai degli amarstilli e della loro musicale morte, che non tutti possono ammirare. Forse non ti sei mai trovato dalla parte orientale delle regioni del Nord, verso la taiga, dove d’estate soffiano i caldi monsoni migratori; e che se ne vanno creando una leggenda.

Perché gli amarstilli sono il parto dell’estate che muore.

Se non sai queste cose ti compiango, fratello pellegrino.

Quella sera dunque eravamo lì; in attesa della trasmutazione.

La piana brulicava di gente di tutte le razze e di tutti i tipi: indigeni soddisfatti per il ricco mercato, ladri, gitani, poeti in cerca d’ispirazione. E scettici impenitenti, giacché ne esistono ancora e fanciulle smaniose di nuova verginità. E c’erano naturalmente maghi e stregoni e ciechi graziati dal miracolo notturno capaci di partecipare all’evento col nuovo senso fortunato.

Crisalide non aveva mai saputo degli amarstilli, presumibilmente, e non poteva capire. Sembrava comunque stupita dell’eccitazione di Evita, le sola tra noi in grado di godere quella magia, e che già preludeva l'orgasmo notturno, dimentica della sua abituale compostezza.

Il vento aveva cominciato a soffiare, caldo; ed i profili del maniero di Kloster si erano fatti più marcati, nella notte incipiente. Il vento aveva cominciato a soffiare, e qui già le parole mi vengono meno, fratello pellegrino, in questo penoso tentativo di descrizione. Gli amarstilli, raccolti nella piana, avevano preso a modulare le loro corolle trasparenti secondo un ritmo segreto, rive1ato a pochi iniziati.

Noi comuni mortali si godeva di riflesso, fratello pellegrino.

Accanto a me, Evita sembrava in estasi; e probabilmente già lo era, il corpo teso a seguire l'armonia di quei movimenti quasi invisibili e suggeriti dal monsone migratore. Assieme ad Evita, disseminati nella piana, il coro di altri umani dal sangue di strega accompagnava lo spettacolo della stagione finita,

Fu allora, in quei secondi che si consumavano interminabili, che mi accorsi del fragile corpo di Crisalide, quasi deposta ai miei piedi; del suo fragile corpo improvvisamente pervaso da sussulti incontrollabili.

Mentre le ali del vento avevano iniziato a falciare il disegno vegetale, Crisalide mi appariva sempre più sconvolta ed in preda ad un'agitazione superiore a quella di Evita, ormai già completamente assente e beata. Sì, assente e beata.

La fanciulla adesso, sotto i miei occhi stupiti, s'era sollevata, quasi passivamente; e sul suo volto infantile andava dipingendosi, dopo il primo subitaneo smarrimento, una gioia nuova, nuova anche per me. Le sue labbra sottili avevano preso a muoversi, accennando una musica che lei sola poteva udire, in perfetta sincronia con i tempi di Evita e di tutti gli altri spiriti eletti, ai quali quel miracolo veniva partecipato,

Colti da1 monsone gli amarstilli si staccavano; e morivano. Questo, banalmente, mi era dato di vedere. Ed è già molto, fratello pellegrino. Morivano: ma prima di morire, i loro gambi inventavano nell'aria magici pentagrammi, superbi nella loro effimera bellezza, subito dileguati nel vento creatore.

Dovevo seguire due spettacoli, ma questo mio imbarazzo non durò molto: perché avvenne il miracolo, fratello pellegrino. E se ne avvidero anche mio fratello e mio padre, inaspettatamente coinvolti nella magia degli occhi perduti di Crisalide. Perché in quelle pupille dilatate, come non so ma era così, mi era comunicata per la prima volta la realtà di quella morte dorata ed autunnale: in quelle pupille dilatate potevo vedere gli amarstilli nella loro fosforescenza, potevo vedere la linfa morente - ed erano lacrime - calarsi dalla bocca delle corolle, e disegnare nell'aria un'altra grana di fili non più invisibili che concretava gli svolazzi del monsone, aggiungendo magia alla magia.

Era uno spettacolo dolce e struggente. E dolce e struggente mi apparve Crisalide quella notte: fu allora, probabilmente, che ebbe inizio la mia perdizione.


Fu qualche giorno dopo la notte degli amarstilli.

Il sole autunnale vigilava alto nel cielo, sopra la brughiera secca di piogge: io, beato d'ozio, andavo consultando le pagine fascinose e consunte di uno dei manuali di stregoneria, che appartenevano ad Evita: mia sorella, assieme a Wunder ed a mio padre, s'era recata nel paese vicino a fare acquisti.

Ero solo, o quasi.

- Tu mi devi aiutare.

Mi crederai se ti dico che la frase mi aggredì come una pugnalata, fratello pellegrino. Alla porta del carro era apparsa Crisalide, e mi stava parlando, per la prima volta; e le sue poche parole senza senso avevano un senso, si, avevano un senso ed un tono così imperativo da non ammettere dubbi. Crisalide mi stava parlando.

- Tu mi devi aiutare. - credo di averla udita ripetere, dopo qualche secondo, con identica fermezza, frantumando il silenzio nel quale s'era impastato il mio stupore.

La chiamavano Matta; ma io sapevo che non era così. L'avevo saputo sin dal primo momento. E di fronte a quella sorprendente ma in fondo attesa e desiderata incursione, avrei potuto reagire con mille domande. Mille domande. Ma dalla mia bocca stupefatta, uscì solamente la parola più logica ed istintiva.

- Perché?

Non sapevo niente di lei, fratello pellegrino. Ed ero già suo schiavo.

Rabbrividii, quando il suo corpo bambino venne ad accostarsi accanto al mio. Rabbrividii quando accantonò il libro che tenevo e mi strinse la mano, con disinvoltura.

Lei mi rispose.

- Perché devo fuggire prima che tuo padre decida di vendermi a qualcun altro, e prima che tua sorella indaghi sul nostro futuro. Perché i tempi stringono, e la notte della mia maturità si sta avvicinando. Perché adesso siamo vicini alle Terre del Nord. Alle mie Terre. Perché … perché non devo mancare all’appuntamento del sangue che mi cerca. Ma soprattutto … Crisalide si fermò, rubando in quel secondo i miei occhi con i suoi, ed arpionando il mio pensiero con il suo sino ad arrestare il tempo – Ma soprattutto mi devi aiutare perché non hai altra scelta. Tu sei la mia guida, questo è stato scritto. Io lo sento come lo senti tu.

Del suo discorso ben poche cose mi furono chiare, fratello pellegrino. Tranne l'ultima. Dovevo tuttavia liberarmi dal mio stupore e della mia malcelata condizione d’inferiorità.

Lei era solo una bambina, dopotutto. O poco più.

- Crisalide. - mormorai, semplicemente. E lei annuì, sorridente.

- Crisalide - ripresi, più sicuro - Noi non ci conosciamo. Io non so niente di te; e tu hai sempre rifiutato il mio aiuto, lo sai.

Lei annuì ancora una volta.

- Anche tuo, fratello mi ha cercato.

- Non in quel modo.

- Certo, scusami. Adesso solo i tempi sono maturi, adesso o mai più: sbrighiamoci dunque, dobbiamo andare, i tuoi possono essere di ritorno da un momento all'altro. Prendi il cavallo migliore e delle coperte.

- Ora? Adesso?

- Ora. Adesso.

Obbedii, semplicemente; perché così andava fatto.

- D'accordo.

Senza parlarci, preparammo il misero bagaglio. In una sacca io riposi alcune coperte, un pesante maglione e la croce di ossidiana che mia sorella aveva benedetto al momento della mia nascita, unico talismano nel quale credessi pienamente. E null'altro. Staccai dal giogo Yor il baio, sorridendo del fatto che mio padre avrebbe recriminato più per la perdita del cavallo che non per quella del figlio; e su di un foglio scrissi poche parole:

"Me ne vado con Matta, devo riportarla a casa. Non, preoccupatevi per me: la vita è lunga, ed anche se Cerere è grande prima o poi ci rivedremo."

Non potevo immaginare di sbagliarmi. Non ho più rivisto i miei parenti da quel giorno, fratello pellegrino. Anche se ne ho sentito parlare; ma queste sono altre storie.

Se solo l'avessi immaginato, la mia decisione probabilmente non sarebbe stata così solerte e indolore; invece, mi facilitò la sensazione che Evita mia sorella fosse al corrente di tutto quanto stava succedendo; che fosse stata al corrente fin dall'inizio. E che lasciava fare al destino. Forse era proprio così.

Crisalide mi stava attendendo, già in sella; la osservai, serena e bambina, e sorrisi. Mi ricordai dell'ammonimento di Evita ed ancora una volta ml chiesi quale pericolo potesse mai rappresentare per me quel fiore nascente.

Certo, poteva nascondere benissimo un pericolo, mi risposi con sincerità. Su Cerere la morte mette nido nei luoghi più impensati, e tu forse lo sai meglio di me, fratello pellegrino; ma decisi di non preoccuparmi.

Andando incontro a Yor sapevo di andare incontro al mio destino.

Il sole era sempre lì, alto nel cielo. Nelle Terre del Nord il tempo non sarebbe stato così clemente.


Cavalcammo, non so quanto, non so verso dove.

Crisalide era la mia bussola, la mia guida, la mia unica sicurezza; sembrava possedere la memoria degli uccelli migratori, delle anguille in fregola miracolosamente capaci di risalire oceani di acque, per ritornare alla fonte natia.

Cavalcammo, ed io non chiedevo nulla. Le campagne adesso erano stinte, non più dorate; e la sera faceva freddo.

Un giorno incontrammo, sulle rive di un fango glauco, placide cicogne in sosta, dalle zampe lunghe, ed altri strani uccelli che la mia memoria non ricordava; remigavano placidi, lungo quelle spone fosche, verderame, ignorando la nostra presenza.

- Vedi, non conoscono l'uomo. Essi non sanno cos'è la paura. - mi disse la mia compagna, entrambi assorti nel silenzio del tramonto. Attorno a noi già dormivano i campi, colorati dalla genziana e dalla borraggine, cullati dal vento autunnale; lo sguardo crepuscolare di Crisalide mi trafisse una volta di più, impetrando puntualità.

- Devo ritornare a casa prima che le due lune di Cerere si accoppino. Guarda come sono già vicine.

Era vero; le due lune erano vicine, e l'eclisse era prossima.

- In quel tempo sarai a casa - le promisi, anche se non capivo - Non avere paura.

Obbedivo pienamente a Crisalide, rifiutandomi di porre domande e sapendo che prima o dopo sarebbe stata lei a confidarsi.

Attraversammo così Gelderland e Resenhild; evitammo Morbihan i cui abitanti - Crisalide ben lo sapeva - erano particolarmente violenti e riottosi. A Sadko ci divertimmo, giocando a monete: a Sadko, fratello pellegrino, il Templare fece la sua comparsa in questa tormentata storia. Non di persona, naturalmente.

- Cos'è quella croce che porti? - quasi mi aggredì l'avversario di turno, nella taverna in cui ci trovavamo, e dove io stavo dando spettacolo ricorrendo alle mie larvali capacità di telepate. È per questo che vinco sempre a monete. Il trentatre capovolto cosa significa? Non sarai mica il Templare?

- È un amuleto. - mi limitai a rispondere. Non sapevo neppure io il significato di quel numero capovolto, inciso sulla croce tra le due braccia: l'avevo chiesto ad Evita, ma lei si era limitata a rispondere che aveva un significato alchemico.

- Di ossidiana - continuai - È grazie a lei che vinco. Sempre.

- Non sei dunque il Templare? - insisté l'uomo - Sembra sia stato visto da queste parti.

- No. Non lo sono.

Vidi Crisalide trasalire: il suo volto era diventato pallido, il pallore della morte. Non feci in tempo a chiederle se stesse male, perché un altro uomo, uno sfidante in attesa di giocare, si era intromesso nel dialogo.

- Storie. La gente vede il Templare d'autunno, dopo il mosto. Sogni d'ubriaco … - E accadde che l'uomo non riuscì a terminare la frase, perché una farfalla emaciata gli era saltata addosso con violenza, sbattendo furiosamente le ali, aggredendolo selvaggiamente come le farfalle non possono fare. Quella farfalla era Crisalide. L’impossibile colluttazione durò poco più di qualche secondo, il tempo che io mi riprendessi dallo stupore e riuscissi a fermare non senza qualche difficoltà la furia della mia compagna.

- Non sai quello che dici … non sai quello che dici - andava ripetendo all'uomo, esterrefatto quanto me.

- Certo, certo, bambina. Hai ragione. - si limitò a rabbonirla lo sventurato, e guardandomi in tralice: - Non bisogna distruggere le favole.

- Andiamo via da questo posto - m'invitò Crisalide, ricomponendosi, mentre io pensavo la stessa cosa.

- Le bambine cattive vanno frustate, campione - potei udire l'uomo gridare alle mie spalle, mentre ci avviavamo all'uscita.

Fuori era notte. L'altra coperta dalle nuvole, basse di scirocco, una sola luna occhieggiava sui nostri volti; Crisalide era ancora agitata.

- Non ti capisco. - non potei fare a meno di dirle.

Ma lei non si degnò di una risposta.

Passammo la notte fuori dal paese, in una vecchia stalla disabitata, ancora pregna del secolare odore di fieno. La luce della luna filtrava obliqua attraverso gli ampi squarci della parete; e sopra di me potevo vedere che le graticciate con la malta del soffitto erano qua e là cadute, lasciando intuire le travi affumicate di castagno e di abete. Con Crisalide accanto, ero diventato osservatore, e mi era più facile inventare momenti magici. Sono queste le magie dell'amore, fratello pellegrino, anche se molte volte non ne siamo consapevoli. Le scarne luci di Sadko parevano lontane, ed il silenzio era assoluto.

Compresi che quella era la notte delle confidenze; forse, la notte della verità. Sentivo Crisalide più vicina che mai, mentre il suo corpo bambino, sotto la coperta, cercava protezione e calore nel mio.

- Quanti anni hai, piccola fata? - le chiesi, finalmente deciso a verificare se la mia sensazione era veritiera.

- Quattordici. E tu?

- Ventisei, piccola fata.

- Ti credi molto vecchio, non è vero? - continuò lei, e capivo che mi sbeffeggiava. Annuii, perché era la verità, anche se a momenti il comportamento di Crisalide m'induceva a pensare il contrario. Che tra noi due il bambino fossi io.

Comunque fosse, l'attimo propizio non doveva fuggirmi.

- Quell'uomo mi ha scambiato per il Templare. Perché, Crisalide? - decisi d'insistere, a bassa voce, nell'intimità di quelle nude pareti.

- Il trentatre sulla tua croce; è il numero del Templare, così vuole la leggenda. Ma tu naturalmente non puoi essere lui.

- Naturalmente.

Avevo paura a fare domande. Come quando ci si accosta ad un cerbiatto timido, con cautela, e si teme il minimo movimento brusco, si teme il cambiamento del vento, si teme perfino il proprio respiro ed il battito del cuore emozionato, forse sufficienti a farlo di nuovo fuggire, via per sempre; così io avevo paura a fare domande. Paura che Crisalide ritornasse nel guscio della sua fragile fanciullezza.

Rimasi dunque in silenzio, fina a quando i suoi occhi ripresero a parlarmi.

- Dimmi cosa sai del Templare - Crisalide si strinse ancor più a me, al suo angelo custode - Dimmi, tu che porti il suo numero rovesciato sulla tua croce.

Non risposi subito, naturalmente, fratello pellegrino; perché mi stava interrogando su di una leggenda. E le leggende su Cerere sono vaporose come l'arcobaleno di Hull; e si confondono tra di loro modificandosi da regione a regione.

Ed ognuno di noi conosce una storia che gli altri non conoscono; e tutte le storie probabilmente sono vere. Decisi di raccogliere i miei ricordi come meglio potevo; e non era impresa facile.

- Dunbar il cantastorie raccontava che Cerere è il centro dell'Universo. - cominciai, esitando.

- Dunbar il cantastorie non si sbagliava. Per questo è morto pazzo.

Mi resi conto che i quattordici anni di Crisalide dovevano in realtà contenere molti secoli e molti luoghi. Continuai.

- E Dunbar raccontava che per questo motivo su Cerere ci deve essere un luogo ... un punto - che è l'origine di tutte le cose. In questo luogo c'è la Spiegazione, la Parola, il Graal.

- Il Graal. Bravo.

- Ci sono anche uomini che cercano questo Graal, uomini benedetti e maledetti ad un tempo. Cavalieri senza speranza, che vivono in comunione con i loro destrieri, da questi condotti nella loro infaticabile ricerca. Dunbar …

- Vai avanti.

- Dunbar raccontava che quando il cavallo muore, muore anche il suo cavaliere. E viceversa. L'Ordine di questi uomini senza pace è l'Ordine dei Templari, disseminati lungo le Costellazioni che ci sono oltre le lune di Cerere; ed i più abili di loro, od i più fortunati, quelli che si avvicinano di più alla verità, arrivano qui su Cerere. Arrivano qui, dove c'è il Graal.

- E poi?

Rimasi a pensare, dubbioso. La cantata di Dunbar s'interrompeva bruscamente, lì dov'era iniziata la sua pazzia.

Ricordai però la testimonianza di un bracconiere:

- Poi basta. Un uomo però, una volta, raccontò a mio padre di aver visto di persona un Templare morente, ai piedi di un faggio, accanto al suo cavallo bianco, che nitriva disperato. Quell'uomo aveva cercato d’impossessarsi dello scudo, ma lo sguardo del Templare l'aveva fatto desistere dall'idea.

Ed i bracconieri non sono dei santi.

Crisalide mi ascoltava attenta.

- Wunder è rimasto molto colpito da quella narrazione. Tanto da comporre in seguito numerose ballate sui Templari.

- Non sai nient'altro?

- No. Non sapevo neppure del numero. Nelle regioni della mia infanzia il trentatre sono gli anni di una vita importante, e di un'infamia.

- La verità non è unica. Anche questa storia può essere autentica - sentenziò Crisalide, stringendomi la mano - Adesso però è tardi. Dormiamo. Domani ci attende una giornata faticosa; oltre Sadko hanno inizio le montagne, e forse troveremo la neve. Dormiamo.

Nascosi alla meno peggio la delusione attraverso le pieghe della mia stanchezza, ed in quelle mi avvolsi. Io avevo parlato, e Crisalide era rimasta ad ascoltarmi: senza aggiungere niente, senza dirmi niente di lei.

Quella notte mi sognai del Templare.

Ed oltre le nuvole, le due lune di Cerere quasi si baciavano.

Il mio viaggio con Crisalide si concluse tre giorni dopo; tre giorni dopo ebbe inizio il mio inferno.

È tanto che parlo, fratello pellegrino, e la mia gola è arsa. Non ti dirò della geografia dei luoghi, alti sulle cime, dove il bianco si fa imperatore e regna sovrano sulla natura sua schiava; non ti dirò delle piste desuete e serpentine che Yor fu costretto a seguire, sotto la veglia dei pineti insonni. In quei luoghi dimorava l'inverno.

- Sono stata rapita due anni fa, da predoni erranti. - mi aveva raccontato Crisalide, tirandosi il cappuccio sul volto, a coprirlo dai fiocchi di neve - Hanno ucciso mia madre, quella notte; e mi hanno rapita.

Io sapevo che l'eclisse era prossima, prossima come non mai. Le sue confidenze spontanee e la verginità di quelle regioni rendevano intuitiva la previsione di una fine.

E poi? Ricordo che mi chiesi: e poi?

E poi venne la notte dell'eclisse, puntuale ed immancabile. Dalla tranquillità di Crisalide dedussi che dovevamo essere arrivati, anche se non sapevo dove. Abeti e freddo.

Montagne e neve. Vento. Vento, fratello pellegrino.

- Io sono arrivata, mio buon amico.

Crisalide fermò il cavallo, quando la luce di quell'ultimo giorno si fece agonizzante. Era la prima volta che mi chiamava così, e quelle parole lapidarie mi ferirono. Lei non lo poteva sapere; o forse sì.

- Arrivata. Dove?

- Oltre quella gola. Dovrei congedarti, adesso. E forse sarebbe meglio per tutti e due; ma tu vuoi sapere. Non è vero?

Non risposi neppure, perché era inutile. Sapevo solo di non avere alcun potere di fronte a quella bambina; ero il suo schiavo.

- Dormirò da sola questa notte. Le due lune si accoppiano, anche se noi non le possiamo vedere: dunque dormirò sola. Perché questa è la notte mia, la notte di Crisalide.

- Sola. Dove?

- Lì sotto.

La sua piccola mano mi indicò un rifugio di legno, incuneato in un improvviso cedimento del terreno, limitato e protetto dalle grosse radici dei pini. Quasi completamente celato dalla neve, da solo non l'avrai mai notato.

- Tu avrai freddo - lei si preoccupò.

- Non ha importanza. Ma perché devi dormire da sola? - chiesi molto stupidamente.

- Perché è così. E non accorrere, se dovessi sentirmi gridare. Non mi può accadere nulla, questa è la mia notte.

Le diedi la coperta più pesante, e mi allontanai dal rifugio con Yor, di un centinaio di metri.

- Grazie - lei mi disse un'ultima volta, baciandomi con affetto sulla guancia - Grazie. - E la vidi inabissarsi in quella tana che la escludeva dalla mia vista. Stranamente, non nevicava più; ed anche il vento si era addormentato.

Quasi improvvisamente mi ero ritrovato solo in quella notte invernale che poco più in là, esclusiva, custodiva il segreto di Crisalide.

Il cielo s'era fatto sereno, come d’incanto; ed io mi preparai a quella veglia, le due lune fuse nell’eclisse, fantasticando.

Devo dirti di quella notte, fratello pellegrino?

Le mie parole, una volta di più, incespicano insufficienti al cospetto dai grandi sentimenti che ci dominano e ci guidano. Non chiusi occhio, attento a quella fessura nel terreno dove si nascondeva ·la mia acerba tenerezza. I miei sensi erano esasperati, ottusi e vigili nello stesso tempo, nell'attesa di un segno, di un grido, di un evento che la mia fantasia non riusciva ad immaginare. Ma niente infranse quel silenzio di cristallo; niente: e quelle ore interminabili in qualche modo ebbero termine, alle prime vellutate luci dell'alba, ancora addormentata nel cuscino di una bassa nebbia.

Fu tra l'ovatta della prima nebbia che mi comparve il sogno. La pelle di lei era chiara e splendente come la neve; e i capelli liberati sulla veste avevano il cupo riflesso del diamante di Or; decoro appena sufficiente allo sguardo di regina che m’inchiodava alla parete del mio stupore. Mi chiesi come mai la neve non si sciogliesse sotto quei piedi fatati, fatati e nudi. Il sogno mi parlò.

- Adesso sono diventata donna, mio buon amico. Adesso posso concepire.

E compresi il perché del suo nome.

- Oltre quella gola c’è il Graal. – continuò il sogno, ed io annuii - ed io sono la Sua custode. Come lo era mia madre. E la madre di mia madre. Al Graal … - Crisalide (ma potevo ancora chiamarla così?) esitò alla ricerca delle parole più semplici - … al Graal vengono a morire i Templari più puri, mio buon compagno, Perché non si può sopravvivere al conseguimento della Verità; non ha senso. Vengono a morire, ed a consegnare il loro seme, affinché la mia generazione non abbia termine.

Lei si avvicinò a me, ed io mi allontanai, nel timore di contaminarla.

- E adesso? - osai dire, temendo le parole che sarebbero seguite.

- Te l’ho detto; adesso posso concepire, posso svolgere il mio paziente compito di custode. La mia attesa sarà lunga o breve, non lo so; ma un giorno arriverà il Templare.

Ed io sarò lì, alla porta del Graal, ad indicargli la Verità prima; a consolarlo poi, prima della morte, nella notte che mi perpetuerà. Questo è il mio compito.

Io l'amavo, fratello pellegrino. Io l’amavo; ed in quelle parole sentivo l'amaro sapore del congedo. Annaspando, cercai di trattenerla, di fermare quella candida visione:

- Come lo riconoscerai?

- Lo riconoscerò. La sua croce profuma di comete.

- E adesso? - chiesi ancora, disperato.

Adesso me ne vado. Sì, da sola; tu lo sai che non devi temere per me. - La sua mano cercò di sfiorare la mia guancia, ma io riuscii a sottrarmi a quel profano contatto.

- Vai. E racconta la tua avventura ai venti di Cerere. È giusto che sia così.

Era giusto che fosse così, fratello pellegrino?

Non lo so, ma accadde che la visione si allontanò da me, avvolta nella nebbia dell'alba. E l'immagine di quel distacco è rimasta dolorosamente infissa in me in tutto questo tempo.

In tutto questo tempo.

Sono trascorsi diciannove anni da allora: diciannove anni di giorni, di albe, di tramonti e di notti consumati nel martirio di un ricordo e di un desiderio impossibile perché vietato.

Diciannove anni nei quali il mio cuore è riuscito lentamente a concepire un piano e a costruirsi un destino che adesso si va compiendo, per merito di questa pura croce di ossidiana, resa cruenta dalla pazienza e dall'amore del mio coltello.

E comprendo il significato di questo numero capovolto, che combina con l’età della mia visione e con l’infamia della leggenda che sapevo, e che è la mia infamia. E risponde alla tua leggenda, fratello pellegrino che tanto ti ho cercato, seguendo come un segugio le tracce del tuo profumo di cometa.

La tua croce sarà la mia; e questa mia croce, che sto per infiggerti nel cuore, sarà le tua.

Se una libertà esiste, allora Dio abbia pietà del mio gesto. Altrimenti, che il nostro destino si compia, fratello pellegrino.


Che il nostro destino si compia, fratello pellegrino. Come tu stesso hai detto.

Però non credere nella mia incoscienza; sarebbe presunzione. Il mio sonno non è sincero come non lo è stato il mosto che mi hai offerto, e che in me non ha sortito alcun effetto. Naturalmente. Hai detto che m'insegui da tempo, fratello pellegrino; e questa notte mi hai raggiunto.

Ancora una volta ti dico; non credere. Non credere di essere tu il segugio; perché se io sono leggenda, tu non sei da meno.

L'uomo che amò Crisalide. L’uomo che aiutò il Graal senza saperlo. L' uomo che amò Crisalide.

Io, che sono ignominiosamente sopravvissuto al mio destriero, io costretto a vivere con questo strazio nel cuore e con quell’altro spasimo che tu non puoi sapere, io ti ho inseguito. Ho cercato le tue suole di vento, ho fiutato il tuo dolore nella folle speranza di farti mia guida e mia salvezza.

Ci siamo rincorsi l'un l'altro senza saperlo.

Ma ora le tue parole amare e vere, amare perché vere, mi fanno capire l'unica soluzione.

Son vecchio e stanco. Infiggi dunque la tua pura croce nel mio cuore e non temere l'infamia. Cerere sa perdonare.

Sono giunte entrambe al crepuscolo, le nostre leggende; si tinga di rosa almeno la tua.

E benedici il Graal, se dovessi vederlo.


da "The Time Machine" n. 1/‘80






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