La pozzanghera
di Dario Tonani
La manica, arruffata attorno al polso, terminava in una tasca ampia e profonda, sul fianco dell'impermeabile chiaro.
In fondo, da qualche parte, doveva esserci la mano di un uomo libero. Non più di quanto lo fossero molti altri. Grossa e segnata, quasi il lavoro ne avesse alterato i lineamenti per renderla più insensibile alla fatica. Se ne stava immobile come il ragno su di una tela deserta. Anche Oliver se ne stava immobile, fissando lo sguardo verso la baia, Piacque o no, era la sua baia; quella dove era nato; dove in qualche modo si era creato la propria vita. Forse avrebbe dovuto sentirsi almeno stanco ... distrutto; ma si limitò a sorridere.
Riprese a camminare e, muovendosi, maledisse il momento in cui si era fermato …
Anno di Grazia 1784: una locanda marinara dell'Alta Bretagna.
Si guardò le mani; non era poi tanto nervoso. O forse lo era senza che le mani glielo dicessero. Non ritenne di dover scegliere. Il gettone scomparve nella fessura e, immediatamente la macchina si riempì di luci; mille occhi che lo stavano fissando in chissà quali "mormorii" di pensieri, comunque occhi. Oliver ne era certo. Provò a dirsi che le cifre che si accendevano e si spegnevano erano solo cifre ma non riusciva a leggere nessun numero, né davanti a sé, né oltre la macchina.
Quando il gettone fu risputato fuori dalla fessura, Oliver provò quello che si sarebbe potuto chiamare "un forte senso di sollievo"; se lo ricacciò in tasca e si diresse verso un tavolo vuoto nell'angolo della sala. Era un uomo sulla quarantina, i capelli brizzolati e gli occhi di un grigio metallico, sottilissimi a dare al suo sguardo un'espressione più interlocutoria di quanto gli desse la parlata goffa e insicura. Non era per la sua pronuncia vagamente straniera, quanto per via dell'enfasi con la quale sottolineava certe parole.
Quando le sue gambe si ritennero pronte a sobbarcarsi il peso di quella posizione scomoda, Oliver "consegnò" la stampella al bordo del tavolino.
- Vorrei un whisky - sentenziò al cameriere assestandosi la camicia. Trasse fuori dal taschino della giacca un minuscolo taccuino e una matita; annotò nervosamente qualcosa e depose il tutto davanti a sé. Non bestemmiò né imprecò mentre il cameriere gli rovesciava addosso il suo whisky; ma dimostrò solamente una sollecita attenzione a salvare matita e notes.
E anche verso la giacca, completamente inzuppata, non rivolse che un'occhiata fuggevole.
- Altri al vostro pasto avrebbero perso la calma - proruppe improvvisamente un vecchio che se ne stava seduto davanti alla quinta bottiglia di birra, poco di scosto dal tavolino di Oliver - e non solo per il whisky che vi hanno recapitato sui pantaloni. È tutta la sera che vi sto osservando e sono giunto alla conclusione che, o0 siete un codardo incallito o un chierichetto inglese.
- Fate voi - rispose Oliver facendo un cenno all'oste.
Vi spiace se mi siedo al vostro tavolo?
- Se non vi annoiate.
- Mi chiamo Francois Dumas ma a me piace più "Dionisio" - disse nella difficile arte di mantenersi ritto su due gambe che non volevano saperne.
- Allora salve Dionisio; il mio nome è Oliver Dynmire e, grazie a Dio, lo trovo molto musicale.
- Avete dello spirito, giovanotto; ma sarei pronto a giurare che non avete mai visto quei dannati aggeggi sino ad ora - indicò le macchine in fondo al locale con una punta di distaccato disprezzo.
- Posso chiedervi se siete un indovino?
- Non vi risponderò - ribatté il vecchio con un sottile sorriso negli occhi.
- Okay, non le ho mai viste; non sono un chierichetto inglese e vorrei offrirvi da bere - si rivolse di nuovo al cameriere e ordinò due birre.
- E va bene: sono un indovino. Diciamo quanta basta per distinguere un cappello da una testa.
- E io che cosa sarei?
- Vediamo … voi siete entrato qui con un mantello e una stampella … - fece finta di ricordare - … ma non ha visto cappelli.
Oliver si guardò attorno e, protendendosi in avanti, ridusse la sua voce a poco più di un bisbiglio - Quanto riuscirei a sorprendervi se vi dicessi che dalle mie parti nessuno porta il cappello?
- Non più di quanto mi sorprendereste confessandomi che venite dal futuro.
- Okay - rispose Oliver facendo nuovamente cenno al cameriere - La vostra perspicacia val bene una birra.
Fuori la nebbia cominciava a calarsi sulla baia, fondendosi con il quieto brontolio del mare e Dionisio ebbe un cenno per la Madame of Spring il cui albero maestro segnava a chiunque la via del cielo.
- Bandiera di ogni marinaio c'è sempre l’albero della propria nave; quello che non si perde mai scomparendo nella nebbia.
- Il più alto - ribatte Oliver issando il bicchiere.
- Il più alto - sottolineò Dionisio con la mente lontano.
Insieme, e per diverse vie, tornarono al fragore delle tempeste superate, alle bonacce riempite di voti, alle promesse fatte e dimenticate. Furono in coperta valorosi capitani e nelle stive mariti e padri solitari. Furono nel ricordo la candela accesa di nascosto appena tornati a casa.
- Siete un marinaio anche voi? - riprese improvvisamente Dionisio maneggiando con la pipa.
- Sono molto meno – disse Oliver.
- Molto meno di un marinaio? Siete una nave, forse?
Le dita di Oliver si chiusero nuovamente sul boccale di birra.
Nessuna con l’albero che indichi le stelle.
Nessuna nave allora
Nessun marinaio e nessuna nave.
- A Oliver, allora - aggiunse il vecchio alzando il bicchiere.
- A Francois Dumas che ha un bellissimo nome.
Dionisio si lasciò cadere sullo schienale della sedia e la sua barba prese a luccicare con i riflessi del lume. - Avete detto che venite dal futuro.
- La cosa non mi pare vi sorprenda particolarmente.
- Potrei raccontarvi che ieri ho pescato un tonno da mille libbre … e voi mi credereste: qui, tra uomini di mare, non fa nessuna differenza. Realtà o fantasia, non ci importa gran che.
Le mani di Oliver presero a correre nervosamente sul bordo del bicchiere - Sono un matematico; uno di quei pazzi che buttano via gran parte del loro tempo a giocare con formule che nessuno capisce - scosse la testa portandosi il bicchiere alle labbra - e raccontano alla gente brutte storie sul fatto che due più due non può che fare quattro.
- Non mi sorprenderebbe se lo facesse veramente - ribatté il vecchio con un risolino sottile.
- E ne esistono migliaia di storie come questa - incalzò subito Oliver stando al gioco - come quella che mi ha fatto arrivare sin qui … - provò un cordiale senso di imbarazzo a non conoscere il significato del termine "qui" - Vi spiacerebbe dirmi in che secolo siamo?
- Credo nel Diciottesimo, ma la notizia è attendibile almeno quanto chi ve la dà.
In fondo non ha molta importanza; vi dicevo del fatto che sono capitato dove sono ora grazie ad una di quelle leggi che si chiamano entropia. Oh, prendetelo per buono senza chiedere a voi stessi di pronunciarlo.
- Non lo farò … "entropia" avete detto? - rimuginò tra sé Dionisio aspirando dalla pipa.
- Qualcosa che vi somiglia molto; viaggi nel tempo, universi paralleli … roba del genere.
Lo sguardo di Oliver tornò alle macchine quasi le sue parole fossero destinate a loro - Sapete da dove vengono?
- So a che cosa servono.
- Vi dirò che non è la stessa cosa; ma non vorrete farmi credere che non sapete come sono arrivate in una locanda … - si guardò intorno per cogliere una risposta dagli oggetti che lo circondavano - … "francese" del Diciottesimo secolo.
- "Magic"; non chiedete a voi stessi di pronunciarlo - disse arcuando le sopracciglia - Magia, "trick".
- Non vi siete mai chiesto chi possa essere stato questo geniale mago? - sottolineò con enfasi la voce un po' roca di Oliver.
La pipa esalava perfetti cerchi di fumo che si perdevano qua e là con delicata armonia - Non ricordo bene … ma vi fu qualcuno, tempo addietro, che sembrò molto "interessato" alla venuta di quelle macchine. Fu quattro o cinque anni fa.
- Avreste di che sorprendervi se vi dicessi che il primo di questi aggeggi comparirà nei bar americani fra un paio di secoli. E che quello nonostante la vostra "Magic" ne farà il posto più adatto.
- I nostri scambi commerciali con il nuovo continente prevedono merci alquanto inconsuete.
- Ah, non fate lo spiritoso - ribatté Oliver lasciando che le sue parole superassero il brusio di sottofondo. Chi sarebbe stato quel qualcuno di cui avete detto?
- A quanto ne so io, un profeta; le macchine arrivarono dopo qualche tempo.
- Comparendo per incanto in una notte di nebbia?
- No! In una notte stellata - rispose il vecchio senza scomporsi - il boccale ricadde silenziosamente sul tavolo … vuoto come quando era stato riempito la terza volta.
Oliver sorseggiò il contenuto con più calma, per evitare che qualcosa oltre la serata gli finisse per traverso - Ricordate nulla di quella notte?
- Solo che andammo a dormire come tutte le sere e ci svegliammo con qualcosa che era arrivato da chissà dove.
- Sembrate tutti molto poco eccitabili, qui - disse Oliver imponendosi la calma.
- Almeno quanto voi e quel tizio lo siete parsi a noi - e con questo sembrò aver detto quello che pensava.
- C’è un mistero in ogni cosa ovvia, così come esiste del banale in ogni segreto; fa parte della vita quanto voi ed io, quanto la curiosità che ci spinge ad essere stupidi.
Il silenzio, se potesse parlare, vi direbbe che non ha nulla da raccontarvi salvo quelle splendide "favole" che sono i nostri pensieri. Vi siete mai chiesto che forma possano avere i nostri pensieri? Quale sarebbe la più adatta per esprimere un concetto come quello di "grande" o di "bello"? E il tempo, poi, come ve lo immaginate il tempo? Una linea retta? Potrebbe essere una sfera o una pozzanghera nello spazio … una buccia di banana che ci "trasferisce" dall'oggi al domani.
Dionisio guardava il bicchiere con occhi pensosi, i capelli arricciati sulle tempie.
- Ma nulla per cui non sia possibile procedere in direzione opposta - riprese Oliver lasciando le sue mani gesticolare nel vuoto - si tratta di infilare la porta giusta. È quella che un marinaio chiama fortuna e un matematico chiama statistica. Due modi di ragionare di fronte ad una porta aperta.
- Preferisco la parola "fortuna".
Oliver sorseggiò di fretta l’ultima goccia dal boccale vuoto.
- Dovrei fare dei calcoli ma non ho gli strumenti adatti per farli, qui. Ritornerò.
- Tornerete nel futuro? - chiese Dionisio osservando la macchia sulla giacca dello straniero.
- Qualcosa di simile a quello che sta al di là della pozzanghera.
- Come si chiama la vostra nave?
- Se mi permettete le darò il vostro nome: "Dionisio", perché si ricordi la strada del ritorno.
- Come farò ad aspettarvi?
Oliver tornò ad accigliarsi; la mente, esausta, ebbe un sussulto di stizza - Non lo so; potrei tornare "ieri" o "due mesi fa". È difficile spiegarsi. Potrei non ritrovare il punto di partenza.
- Seguirete la corrente fino a Perros-Guirec - interruppe il vecchio con gli occhi che brillavano.
- È una buona idea.
- Saranno i gabbiani a guidarvi.
- Saranno i gabbiani - ripeté Oliver sorridendo.
Dionisio corrugò la fronte per un attimo - Quel giovanotto - riprese - … quello delle macchine … ricordo che mi disse: "Dionisio, un giorno ti offrirò da bere". Può avere importanza.
- Ne avrà per voi; bevete alla mia salute.
- Alla vostra, marinaio - aggiunse quel vecchio ubriaco nella piccola locanda francese, vicino alla banchina del porto, ai margini di una grande "pozzanghera".
Anno di Grazia 1779: Perros-Guirec sulle frastagliate coste bretoni.
La lampada mandava una luce fioca così che le pareti del locale erano coperte di ombre silenziose. Oliver accennò un passo insicuro sostenendosi con la stampella: poteva sentire la stanchezza incedere lentamente verso l'origine dei suoi pensieri, la mente contorcersi in un ultimo spasimo di lucidità.
"Le macchine" pensò cercando nella penombra della sala "sono scomparse … "
Svanite laddove nessun "presente" avrebbe potuto osservarle.
- Devo aver sbagliato - urlò Oliver a sé stesso mentre la sua mano si chiudeva in un pugno impietoso - Devo essere tornato troppo indietro - si sentiva la mente annebbiata e le parole, trovò, gli uscivano con insolita difficolta.
- Ma verranno - disse, prorompendo in un grido soffocato - Diavolo, saranno qui. Torneranno … - guardava fisso dove una parete, vuota, stava riflettendo la luce tenue di una candela.
Qualcuno si voltò a guardare Oliver con distaccato interesse; come se lo sguardo fosse stato rivolto ad un profeta bugiardo …
- Torneranno, buon uomo - gli sussurrò un giovane con la barba rispondendo allo sguardo severo dell’oste - È probabile che l'attesa non sia poi così lunga.
- Non mi credete, vero?
- Certo che vi crediamo; chi state aspettando potrebbe tardare per via del mare - Oliver sentiva il braccio pesante del marinaio guidargli la spalla verso la porta.
- Lasciatemi - strillò cercando ora di liberarsi dalla morsa soffocante di quelle mani.
- Vi lascerò solo quando l’aria fresca del crepuscolo vi avrà rinsavito.
Il corpo di Oliver ricadde pesantemente al suolo, sobbalzando sulla stampella miracolosamente intatta. La testa, già abbastanza "stazzonata" si astenne dall'esprimere giudizi in merito alla "diplomazia" degli uomini di mare; e fu un vantaggio perché i suoi occhi ebbero modo di soffermarsi sull’ombra silenziosa di un vecchio, accanto all'uscio della locanda.
- Dionisio· - sussurrò tra sé correndo rapidamente al dramma di non poter essere riconosciuti - Ehi, Dionisio - urlava con le poche forze che non lo avevano abbandonato - … un giorno ti offrirò da bere - Vide l'ombra svanire oltre lo stipite della porta e la sua voglia di vivere subì una grossa menomazione.
Era solo, in un tempo che, ricordava, doveva essere un paio di secoli distante dalla sua nascita; solo, per tutti quegli anni che avrebbe dovuto attendere prima del ritorno …
- Se aspettassi che un giorno, un matematico con un mantello e una stampella si presentasse in questa locanda a farsi rovesciare un whisky sui pantaloni - rimuginò fra sé e sé riassettandosi l'impermeabile - … che razza di individuo incontrerei al suo posto?
Provò a camminare verso la baia illuminata, gli occhi lucidi e lo sguardo lontano.
- E se avessi un incidente per mare e facessi naufragio in un'isola deserta … - guardava la Madame of Spring e il suo albero che indicava le stelle - … avrei mentito a Dionisio? - concluse la sua mente recalcitrante.
- E le macchine - riprese Oliver in uno sfogo di rabbia - Diavolo, quanto dovrò aspettare prima che arrivino? Avrei potuto fare questa maledetta domanda a Dionisio!
Alzò lo sguardo alla notte di quel luogo lontano.
- Potrebbe essere una questione di ore o trattarsi di anni.
Le stelle, alte nell’oscurità della baia, stavano probabilmente guidando qualche marinaio nel porto. "Come i gabbiani" pensò Oliver infilandosi la mano grossa e segnata nella tasca dell'impermeabile … Forse avrebbe dovuto sentirsi almeno stanco … distrutto; ma si limitò a sorridere, Riprese a camminare e, muovendosi, maledisse il "momento" in cui si era fermato …
Si guardò le mani; non era poi tanto nervoso, o forse lo era senza che le mani glielo dicessero. Non ritenne di dover scegliere. Il gettone scomparve nella fessura e, immediatamente la macchina si riempì di luci …
da "The Time Machine" n. 1/‘80
[ Indietro ]
Racconti e recensioni fanzine Copyright © di IntercoM Science Fiction Station - (18 letture) |