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Esule dal paradiso


di Luca Baumer


RUNNING

Sta fuggendo da molti giorni. Di corsa, sempre di corsa, in mezzo alla nave, verso nord. Sa di essere inseguito. Non si è mai voltato indietro, non ha visto ombre scivolare alle sue spalle, non ha udito rumore di passi, ma sente che qualcuno è sulle sue tracce, ne è sicuro.

Guarda fisso davanti a sé, le altre direzioni non contano, non esistono. Il suo campo visivo è bianco, sempre bianco. Cime di alberi schiacciati dal peso della neve spuntano come stalagmiti dal pavimento di una caverna. Una collina, salire e poi scendere, una gola sinuosa da attraversare, il corso ghiacciato di un fiume su cui far scivolare la slitta, per affaticare meno i cani che la tirano dalla sponda. La slitta è troppo piccola, lui non ci starebbe: la segue pazientemente, e sembra infaticabile. Sulle salite con le racchette appesantite dal ghiaccio rappreso, e poi giù con gli sci, zigzagando fra gli alberi, uno slalom abile e senza premi.

Ora scivola sul ghiaccio, coi pattini impolverati dai cristalli scintillanti, tutti uguali e tutti diversi. Spingere col piede destro, scivolare, spingere col sinistro, scivolare, uno, pausa breve, due, pausa lunga, uno, pausa breve, due …

Non ci sono suoni intorno, solo il sibilo delle lame che incidono il ghiaccio, e l'ansimare delle bestie quando la sosta tarda.

La donna seduta nella slitta non parla più. Lui, forse, non le ha mai detto una parola. Anch'ella guarda fisso davanti a sé, senza pensare, forse senza neanche vedere; ma cosa c'è da vedere? Ogni tanto si scuote, guarda in alto, il cielo sempre grigio. Cerca d'immaginare cosa voglia dire avere un cielo azzurro sopra e intorno a sé, cosa si provi a fissare un sole troppo luminoso, e sentirne l'arcano calore che penetra la pelle. Tutte cose che le hanno raccontato, di cui ha letto, cose del passato. Un passato perduto, lontano, irrecuperabile, fatto di folle caotiche e convulse, quando per definire l'umanità si potevano usare tanti termini sgradevoli, ma non la parola 'letargo'. Quando c’era un pianeta che ruotava velocissimo su sé stesso, e divorava i chilometri, a migliaia, a milioni, correndo nel vuoto assoluto dello spazio intorno ad una stella calda, insieme ad una stella calda.

Il periodo precedente alle nubi. eterne nel cielo che impediscono la vista delle altre nubi immense di polvere, nello spazio, che offuscano la vita dal sole.

La donna pensa spesso a queste cose, ma non ne parla più.

Chiude le palpebre sulle pupille infossate, il biancore svanisce, e lei riesce a dimenticarlo. E sogna, sogna di essere su un'automobile rossa, che corre sull'asfalto nero, sogna di sentire il frusciare delle gomme, e di rabbrividire per l'aria ancora fresca della primavera. Sogna che al volante di fianco a lei ci sia un uomo, legati da un sentimento reciproco.

Amore. Un sentimento caldo, dicono. Ma il calore è scomparso, assorbito, risucchiato da ogni molecola dell'ambiente circostante, disperso nel ghiaccio liquido che scorre nelle vene.

Vagava sperduta, nella prima luce di un'alba invisibile, confusa; non sapeva chi era, né come, né dove, quando o perché. Lui l'aveva trovata seduta nella slitta, e l'aveva presa con sé, senza chiedere, senza discutere. Era un uomo in fuga e lei diventò la sua compagna, automaticamente una donna in fuga. Lui aveva dei motivi per scappare, un luogo ed un inseguitore dietro di sé, una meta da raggiungere; lei non aveva niente di tutto questo.


FLASHBACK

L'avevano appena lanciato. Che strana sensazione, cadere lentamente, nel silenzio più completo, nel buio, senza il soffio dell’aria che scivola intorno al volto, dentro nei vestiti; senza avere coscienza del proprio peso. Nessun senso, nessun nervo che invii messaggi al cervello. Quando non si avverte il peso, quando non si è coscienti del corpo, è facile dubitare di esistere veramente. Forse la morte è una condizione simile.

Rabbrividì. La morte non è un soggetto cui pensare serenamente, quando la vita è sorretta solo da un invisibile raggio.

E se ci fosse un guasto? Se il raggio si spegnesse? Erano passati molti anni dall’ultima volta che era stato controllato, ed è un tragitto così lungo, giù, giù, fino alla superficie del pianeta. Abbassò gli occhi ed ebbero di nuovo senso "l’alto" e "il basso". La sfera verde e azzurra, quella era "sotto" di lui.

Verde? Azzurra? Dove erano andati i colori che componevano quello spettacolo così bello da farlo quasi piangere, la prima volta che l'aveva visto? Ne era rimasto qualche sprazzo, delle macchie disperse qua e là, buttate negli angoli e circondate, quasi annegate, nel bianco sporco dei ghiacci polverosi, fra le nuvole grigie. Distolse lo sguardo, e cercò dall'altra parte, sopra la testa. La stazione era ancora visibile, un dischetto fiocamente illuminato.

Là dentro, dopo i rapidi addii, i pochi amici non potevano già più scorgerlo, se non attraverso i sensori degli apparecchi di controllo del raggio. Una traccia elettronica, tutto quello che rimaneva di lui. Un blip sullo schermo radar, un nome ed una storia illusori, tracciati da un fascetto di elettroni sul video, che spariscono al tocco di un tasto per nascondersi nella pellicola del microfilm o nella memoria del computer, invisibili per mesi, per anni, nascosti per sempre. Se qualcosa non avesse funzionato, il blip si sarebbe spento, e lui avrebbe cominciato a cadere sul serio.

Il vento gli avrebbe urlato nelle orecchie, e alla fine avrebbe nuovamente sentito, solo per un attimo, tutto il suo peso. Colto da una morbosa curiosità, richiamò alla mente dalle lezioni di fisica le leggi del moto rettilineo accelerato, per calcolare quanto tempo avrebbe impiegato a cadere da un'altezza di mille chilometri, e con che velocità sarebbe arrivato in fondo. Poi ricordò che a mille chilometri il sottile cilindro d'aria intorno a lui si sarebbe dileguato istantaneamente; lui sarebbe morto quasi senza accorgersene e non avrebbe neanche avuto il tempo per gustare il suo volo. Allora ripeté il calcolo per un'altezza di soli dieci chilometri.

Tanto, uno, cento o diecimila, l'effetto finale era sempre lo stesso.


RUN

Proseguono insieme verso il nord. Durante le soste, durante gli squallidi pasti, la donna chiacchiera: speranze e allucinazioni, sogni e deliri, ricordi pescati a caso, rimestando in una memoria disorganizzata e scomposta. Molte osservazioni banali.

Lui ascolta sempre in silenzio, senza sorridere, e annuisce. Non si sono mai presentati: un fuggiasco deve nascondere la propria identità, e una pazza non ne ha una da rivelare. E poi, quando si è in due, i nomi non servono: ogni parola ha un solo possibile destinatario.

Ora sono fermi, seduti sulle sponde della slitta. I cani si riposano, accucciati vicini, quasi gli uni sugli altri, cercano di costruirsi intorno un guscio coi vapori del loro alito, che il vento inesorabile frantuma e disperde. Ancora una volta la donna parla, e l'altro tace.

Lei ha un raro momento di lucidità, e vi si rivolta contro. Lo usa per protestare, in tono sommesso, senza gesticolare; le mani guantate riposano sulle ginocchia.

- Sono con te da tre giorni. Non so chi sei, non so dove vai. Tutto il giorno corriamo in silenzio, e la notte dormiamo nello stesso sacco a pelo. Ho sperato di amarti, ma non è realtà; non è neanche sesso, nemmeno una ginnastica fatta per scaldarsi. Ci muoviamo scoordinatamente l'uno sull'altro senza volerlo veramente, senza sapere perché, forse solo perché è abitudine che succeda. E dopo continuiamo a fuggire, anche l'uno dall'altro, ognuno nei propri sogni. Io, lo so, vivo nel ricordo di me stesse, tu nella tua fuga. Siamo su due pianeti diversi, a che scopo restare insieme, fingere di essere insieme?'

Le ultime parole le ha solo marmorate, per sé stessa. Sulle pupille sta già calando un sipario traslucido: lacrime congelate, oppure la barriera che la protegge dal mondo.

Lui la guarda negli occhi, gli angoli della bocca si stirano sotto la barba incolta, forse è un accenno di sorriso.

Annuisce più volte, con decisione, e va ad agganciare la muta; è ora di ripartire. E via, nel nevischio che ha ricominciato a cadere leggero.


Alle loro spalle, molti chilometri più a sud, l’Inseguitore smonta da cavallo. È partito con ritardo, ma tutti i mezzi che può usare per catturare il fuggitivo sono a sua disposizione, e li ha sfruttati il più possibile. Ha iniziato l’inseguimento in treno, finché la monorotaia non è giunta al capolinea, inghiottita dal lento avanzare di un nuovo ghiacciaio. Poi ha proseguito con un grosso gatto delle nevi, assaporando la sensazione di potenza data dalla guida del poderoso, instancabile panzer, fino all'Avamposto della Gola.

Nella Gola del Silenzio, confine dell'umanità, non si può entrare con un mezzo meccanico; il rumore del diesel è un irresistibile richiamo per le maggiori slavine, che si slanciano' ad abbracciare e sommergere gli imprudenti. Per oltrepassare la Gola si può attingere forza solo dai muscoli degli uomini e degli animali; al di là di esse si è soli, senza la possibilità di soccorsi rapidi, senza pattuglie, senza telefoni. Soli, l'uomo, il cavallo, e la neve.

In breve si stabilisce un legame, ci si accorge di essere simili: un uomo ostinato, il cavallo paziente, la neve, come spesso la chiamano, addirittura eterna. L’uomo sul cavallo dentro la neve. La neve sopra all'uomo sopra al cavallo.

L'Inseguitore non lo sa, ma se portasse una giacca rossa al posto del pellicciotto beige, sarebbe molto simile ad un Mounted. Anch'egli, come gli antichi poliziotti della leggenda, ha un solo scopo, un’unica prospettiva: prendere il proprio uomo. Sempre. I Mounted prendevano sempre il loro uomo.

Non ha dubbi sull'esito dalla caccia. La situazione è classica, da manuale: il fuggitivo è appesanti.to dalla refurtiva: (il Mounted non sa della donna, perché le tracce durano solo poche ore); la vittima ha avuto abbastanza fiato da sussurrare la destinazione del suo assalitore, e l'assassino lo ignora; l'efficiente cavalcatura, coi ferri chiodati da ghiaccio, è più veloce dei pigri cani da slitta.

Il risultato è sicuro, e forse la gara terminerà prima di arrivare alle montagne.


FLASHBACK

Aveva avuto fortuna: la sua vittima non era stata più abile di lui, nel destreggiarsi in quel mondo sconosciuto ed ostile, e nel caos di quel che rimaneva delle imponenti amministrazioni non era ancora riuscita a trovare la persona giusta a cui rivolgersi. Johanis aveva vanamente cercato di interessare le autorità al suo bottino, ma era sempre stato bloccato da un muro d'incredulità, e spesso si era sentito trattare apertamente da visionario. Si era allora rivolto all'indaffaratissimo ambiente dei tecnici e degli scienziati, riuscendo dopo molte insistenze ad ottenere un appuntamento con persone che avrebbero potuto capire il valore di quello che aveva da offrire. Però non aveva potuto parlare chiaramente (ormai aveva imparato: chi gli avrebbe creduto?) e quindi il segreto era ancora tale.

Ceco l'aveva trovato in un albergo che consumava la sua attesa camminando nervosamente; e aveva anche riscoperto il tabacco, che il lontano mondo di lassù era riuscito ad escludere nettamente. Forse fu questo a dargli la spinta finale, la sicurezza di cui aveva bisogno: vedere come un breve periodo di permanenza fra quella gente avesse già riportato Johanis a vizi che credeva dimenticati. E poi la presenza stessa di quel pianeta era la ragione che l'aveva spinto a tradire. Ora Ceco poteva quasi vedere una crudele giustizia nella sua missione, e la necessità che egli stesso violasse le regole di tutta una vita.

Non esitò; non poteva permettersi di lasciar passare quel momento di ispirazione. Sapeva che se l'altro avesse detto una sola parola, sarebbe riuscito a spegnere il fuoco sacro (piccola precaria scintilla) che ora lo animava.

Estrasse l'arma e sparò, più e più volte, distruggendo il mobilio della stanza e i visceri dell'uomo col tremito della sua mano.

Ecco, era fatto. Aveva ucciso un uomo, lui, ucciso.

UCCISO. La grazia era perduta per sempre. Le pesanti porte del Paradiso non si sarebbero mai più aperte per lui.

Per un momento si sentì simile a Cristo. Era disceso su un raggio di luce, e si era "fatto uomo", assumendone le capacità di compiere questi orribili crimini. E si era sacrificato, rinunciando ad una ascesa al cielo, imprigionandosi su un pianeta corrotto e morente, scegliendo l'esilio per non contaminare gli altri con l'odore del sangue. E Giuda, chi era? L'uomo agonizzante davanti a lui, traditore dell'utopia ormai quasi realizzata? O non era invece un Messia, che muore nel vano tentativo d! salvare tutta l'umanità? E la Terra?

L’aveva appesa ad una croce di ghiaccio usando le pallottole come chiodi. Qual'era il ruolo dei terrestri e dei suoi ex-compagni in quella parodia di recita sacra?

Riuscì a scuotersi e a tornare al presente. I recenti studi di storia delle Mitologie e delle Religioni lo avevano evidentemente troppo colpito; ma quello era un corso che non avrebbe mai completato.

Ora doveva laurearsi in Sopravvivenza, e prima ancora, esaurire la sua missione; se avesse preso il posto della sua vittima, tutti quanti sarebbero diventati dei perdenti. Avrebbe poi avuto tutta una vita, per i dubbi e i rimorsi.

Si caricò della pesante cassa e cominciò a fuggire.


RUN

Luce e tenebre, e ancora luce, e di nuovo tenebre.

Poi, finalmente, l'alba. I cani sono stati liberati e nutriti, abbondantemente; per loro, è l’ultimo pasto. Non servono più, perché non riuscirebbero a far superare gli ultimi cumuli in cui si affonda fino al ginocchio anche con le racchette.

Forse riusciranno a ripercorrere la strada fino alla Gola del Silenzio, dove qualcuno potrebbe prendersi cura di loro; probabilmente si perderanno e moriranno di fame nella vana ricerca di una preda inesistente, già estinta.

Loro invece, gli esseri umani, andranno avanti, sempre avanti. Spingendo e tirando, trascineranno la slitta e la cassetta costata tante ricerche e tante illusioni. Uno zaino in spalla, e il resto dei bagagli resta sparpagliato come gli avanzi di un picnic interrotto da un’improvvisa nevicata.

Sono in piedi, fermi, a guardare l'imboccatura dell’alta caverna, un cunicolo dalla perfetta geometria. Quando l'uomo aveva capito che per resistere nel suo nuovo, bianco mondo avrebbe dovuto rifugiarsi nelle profondità, fra scure e calde pareti di rocce, aveva creato un complesso sistema di gallerie per i trasporti nelle viscere delle più solide montagne, scavando con perforatrici ad ultrasuoni ed aspiratori; levigando perfettamente le pareti. Era poi stato scacciato più a sud dal freddo e dai terremoti, ma le gallerie sarebbero rimasta per sempre: forse con gli sbocchi ostruiti dalle frane e della neve, o interrotte da improvvisi gradini, da dislocamenti orizzontali, forse perdute e non rintracciabili, ma sarebbero rimaste.

Via, ora, via. Non c’è più tempo per paure e meditazioni.

Bisogna arrivare all'ingresso, cadendo ad ogni metro sotto la slitta come sotto la croce, riempiendosi gli occhi e la bocca di neve e di fango, strisciare, bestemmiare e rialzarsi. Entrare nella galleria grande, percorrere carponi o sdraiati sulla schiena ciò che resta dei passaggi di comunicazione, trovare la diramazione più piccola, l'unica esatta, azzeccare nell'intricata ragnatela tessuta da un ragno ubriaco quel particolare filo che unisce il passato al futuro.

I binari ci sono ancora: due sottili linee che convergono nell’oscurità, leggermente scavate e riempite di ghiaccio, che ancora portano i segni dell’ultima turboslitta in fuga.

Anche la galleria ha una mente; degli occhi, una voce.

Vede l'uomo, riconosce il fuggiasco in lui e gli urla: sei l’ultimo, sei in ritardo, sbrigati. No. non di lì, stai andando dalla parte sbagliata. È nell'altra direzione il sud, la salvezza, la gente. STAI ANDANDO DALLA PARTE SBAGLIATA!

Ma l'uomo non dà retta a quel linguaggio di fievoli scricchiolii, finge di non capirlo. Installa con cura la slitta dentro ai binari, fa sedere la donna sulla cassetta. Scivola con leggerezza; non si fatica a spingere. E via partire; mentre le voci del vento e della montagna si spengono dietro le sue spalle, a passo veloce nei corridoi scuri che già puzzano d'antichità.


FLASHBACK

Camminava a passo veloce nei corridoi illuminati della stazione. I tre anziani l'avevano mandato a chiamare d 'urgenza.

Entrò dalla porta spalancata dell'ufficio arredato con terminali e mobilio prettamente funzionale. Il suo sguardo scivolò rapidamente sui pochi quadri appesi ai lati della porta per andare a fermarsi sulla gigantografia del Mahatma, seduto a gambe incrociate; che campeggiava isolata sulla parete più lunga. Lo attendevano in piedi sotto di essa: Godfleius e Nicholaus, completamente canuti, e il taciturno Jonatha, con la barba a punta ancora nera, elevato al rango di Amministratore dopo la recente morte della decana Amina.

Godfleius prese la parola e venne al dunque senza preamboli né saluti:

- Ci troviamo in una crisi gravissima, Ceco: Johanis Magdasson si è impadronito dei progetti e del modello del distorsore ed è sceso sulla Terra. Ritiene che gli scienziati terrestri possano riuscire a perfezionarlo in tempo per salvare il pianeta.

Stupefatto, Ceco lo interruppe: - Ma l’ultima assemblea non aveva decretato …

- Hai toccato il punto - rispose Nicholaus prendendo da un tavolo un voluminoso fascicolo - L'ultima assemblea ha decretato che non avremmo fatto nessun tentativo per impedire la catastrofe. Così avremo la possibilità di attendere che il clima ritorni normale per poi scendere sulla superficie del mondo cui apparteniamo, trovandolo finalmente ripulito dall'umanità selvaggia. Ti rileggo uno degli interventi: "Quado i nostri avi si fecero esiliare quassù, speravano che fosse una situazione temporanea, e che bastasse attendere qualche anno perché tutti gli uomini diventassero abbastanza maturi da unirsi a noi nella realizzazione della società della non-violenza. Ormai non ci possiamo più sperare: è necessario ammettere che l'unica possibilità che ci resta di rendere universale la nostra utopia è quella di ricolonizzare un mondo deserto. Oggi il caso e la natura ci offrono un'occasione irripetibile." Te l'ho ricordato perché voglio che tu ben comprenda la criminalità del gesto di Johanis.

- Certo, mi rendo conto che è un comportamento senza precedenti, ma non state esagerando la gravità della situazione? Se anche Johanis avesse successo, tutto quanto tornerebbe come prima … ma poi, è impossibile! Il distorsore è poco più di un'astrazione matematica, e le più elementari leggi della quantistica dimostrano che sarebbe impossibile controllare un modello più potente del giocattolo che Johanis ha portato con sé.

- Questo lo sappiamo noi come lo sai tu, ma a quanto pare Johanis non ci crede molto: altrimenti non avrebbe neppure tentato. E lo crederanno i terrestri, disperati come sono?

- Comincio a capire: quando si accorgeranno di non poter riuscire, verranno qui a cercare gli inventori, per costringerli a realizzare un miracolo impossibile. - Fu percorso da un brivido. - Forse … potrebbero perfino arrivare ad usare la forza.

- Esatto, ma potrebbe anche esserci di peggio. Ce ne siamo stati zitti e buoni per decenni, e laggiù si sono completamente dimenticati di noi. Ma ora … credi forse che ci permetteranno di restare al sicuro qui mentre il loro pianeta muore? Ci costringeranno a condividere la loro sorte, mascherando la rabbia e la vendetta dietro la speranza che i nostri scienziati riescano all'ultimo istante a tirar fuori un coniglio dal cilindro ... e sarà la fine di tutto - concluse, con la tragedia già incisa nei lineamenti.

La domanda "ma che cosa possiamo. fare?" si presentò spontanea, di riflesso, nella mente di Ceco, che ricordando solo allora di essere stato appositamente convocato la modificò, e chiese: - E io che cosa ci posso fare?

I tetri volti dei tre Anziani si fecero per un momento ancora più cupi, e poi – incredibile! - arrossirono. Superato un breve ma evidentissimo imbarazzo, l'Amministratore Godfleius rispose con voce sicura:

Devi inseguire Johanis sulla Terra, e, ucciderlo.


RUN

L'Inseguitore. Non lo insegue più. Sa che non riuscirebbe a far passare la sua cavalcatura nei pertugi semi ostruiti che conducono alla galleria in cui corre la preda. Ma ha il vantaggio della velocità, e può permettersi di fare un giro più lungo.

Sta percorrendo a trotto serrato la Grande Pianura. Una volta era la regione dei Cinquantamila Laghi; ora sono tutti riuniti, coperti da un un’unica lastra di ghiaccio, su cui correrà aggirando le montagne. La Preda giungerà a Piekaaamaaki, nel centro della Grande Pianura, strisciando affannosamente nel sottosuolo, seguendo la linea che viene dal sud; e lui piomberà su di essa dall'est, come un falco che precede la prima luce. Un Mounted prende sempre il suo uomo.

Forse, sotto i chiodi che incidono e spezzano la lucente superficie levigata della Grande Pianura, sotto molti metri di ghiaccio compatto, duro e vibrante, sopravvive ancora una corrente fluida, un solido-liquido metastabile; ma la continua raffica d'impatti degli zoccoli può bastare a spezzare il delicato equilibrio, e in quello stesso istante l'ultima onda si pietrifica. Ma il Mounted ha una missione da compiere, non può perdersi in tali pensieri, non può voltarsi indietro a vedere la sua impronta, una scia dolcemente ricurva di lacrime cristallizzate.

Gli hanno assegnato un compito, gli hanno indicato il suo obiettivo, e un Mounted prende sempre il suo uomo.


Sottoterra, la fuga continua, nell'oscurità e nella luce giallastra della lampada legata alla slitta. L’aria è viziata e sa di chiuso, oppressa da milioni di tonnellate di rocce e di nevi.

Fino al bivio, uno dei tanti della vita, l'ultimo della fuga. Qui la coppia disunita si separa di fatto, ognuno resta solo con sé stesso e col ricordo dell'altro.

Lui deve proseguire incontro al suo destino, che non può dividere con nessuno, e la sue compagna s'incamminerà nella diramazione laterale, verso l'alto, sempre in cerca della gente e dei suoi sogni, verso il sole e le stelle nascoste, ancora una volta prigioniera della libertà di quel troppo grande deserto.

Uscirà all'aria o no, tornerà indietro o camminerà in cerchio, andando aventi e sempre ricalpestando i propri passi. O forse prenderà anch'ella la via del nord, inseguendo la strada per Pieksaamaaki, al centro della Grande Pianura, e così cammineranno di nuovo insieme; sepolti uno nelle montagne, l'altra sotto il sudario del cielo.


FLASHBACK

... ucciderlo!

- Uccidilo!

- Devi uccidere Johanis!

Ceco cade su una poltrona stroncato dalla sorpresa, e protesta: - Ma è inconcepibile! Non potete chiedermi di fare questo! - Li guarda con occhi supplicanti, che urlano "non l'avete detto, ditemi che ho capito male, che è un incubo, uno scherzo... qualsiasi cosa, purché non sia vero".

La risposta di Godfleius - Non te lo chiediamo, infatti - sembra dargli soddisfazione, ma solo per un attimo, perché prosegue: - Abbiamo semplicemente concluso che questa è l'unica soluzione possibile, che tu, di tutti gli abitanti della stazione, sei il più adatto a metterla in pratica. Ti abbiamo chiamato per sapere se, vista l’inevitabilità della cosa, vuoi offrirti volontario.

Continuò Nicholaus: - Note caratteriali, test psicologici, un fisico perfetto abile in tutti gli sport … sommando tutti i fattori, l'elaboratore ci ha dato la tua scheda.

- E allora? Tutti gli anni che ho dedicato a imparare, i precetti impartiti a migliaia di giovani, i Grandi Principi, sono tutte balle? Un cumulo di sterco?

Jonatha parlò per la prima volta: - Te ne ricordo subito una, di quelle tegole, ragazzo; sorpresa, frustrazione, amarezza … i tuoi sentimenti stanno seguendo un excursus tipico … sei a un passo dall'ira, quindi fermati subito! Come vedi, nulla è cambiato, e questa è per noi la parte più dolorosa. In altre circostanze, non avremmo mai scavalcato la fede di generazioni di antenati, neanche per salvare Paradiso stesso, ma oggi noi siamo l'unica speranza di sopravvivenza del genere umano.

Quando una razza pratica l'irrazionale violenza e malvagità, corre verso la naturale e giusta estinzione.

Nicholaus che, in apparenza distratto, seguiva col dito le linee di un dipinto sulla parete, si voltò di scatto: - E non metterti a citate.me stesso, maledizione! Se hai deciso per il no, vattene e non farci perdere altro tempo.

- E se io non accetto, cosa succede?

- Chiederemo al computer il nome del secondo sulla lista, e continueremo se necessario finché non toccherà ad uno di noi.

Lo sgomento sul volto di Ceco diventò quasi terrore.

- Un Anziano che commette un omicidio? È un controsenso, non deve succedere. No, assolutamente no, sarebbe la fine sul serio, ne usciremmo tutti distrutti. - Li guardò in faccia, uno per uno, a lungo. - Avete vinto, andrò io. Beh? Non sembrate molto soddisfatti.

- E come potremmo? Questo dimostra quanto siamo ancora lontani dall'estirpare la disposizione alla violenza dall'animo umano.

- Una prova! - È un grido di sollievo - È stato solo un test, un esame che non ho superato, un …

- NO-no-NO! È tutto vero - Godfleius parlava stringendosi con due dita la radice del naso, come per contenere un improvviso attacco di emicrania. - Ti lanceremo domani col raggio levitatore nei pressi della più vicina città, e da lì dovrai seguire le tracce di Johanis. Ti daremo una delle armi che sono esposte al museo, attrezzatura, mappe e denaro. Quando l'avrai trovato, lo ucciderai e porterai gli appunti e il modello del distorsore alla 'Casa del Guardiano'. Non ti possiamo fornire una radio portatile abbastanza potente per tenerci in contatto, quindi. azioneremo il raggio tutti i giorni all'alba finché non sarai tornato.

- E dopo? Cosa farò dopo?

- Potrai deciderlo tu, però tieni presente che riprendendo il tuo posto sulla stazione saresti un emarginato; un eroe, certo, ma un eroe infetto. Forse fra noi non potresti sopravvivere ai rimorsi. Segui il nostro consiglio: dopo aver tirato a bordo il distorsore, ti lasceremo immediatamente in un altro paese, molto lontano.

Il silenzio si prolunga forse per due minuti, poi:

- Come dire che ormai appartengo alla Terra. Ma è giusto. Allora, questo è un addio.


RUN

Il Cacciatore non giunse all'alba, ma con l'ultima luce.

Si mimetizza nell'ombra già fitta, avanza cautamente sfruttando ogni angolo in cui il buio più denso rende inutile l'acuta vista della preda, segue un percorso tortuoso fra gli alberi per avvicinarsi alla radura. La zona circolare da cui non spuntano le cime degli alti tronchi è tutto ciò che indica il luogo in cui sorgeva un antico villaggio.

Le case, sotto, ci sono ancora, semi nascoste fra la neve, in attesa di una nuova primavera che permetta loro di tornare a vivere amichevoli, pronte per il rientro degli uomini, che le troveranno intatte, conservate dal gelo meglio di un fossile nell'ambra. Un edificio può venire distrutto o abbandonato, ma la casa di un uomo è dentro di lui, viva finché lo è lui, è una pellicola di vita che può deporre su qualsiasi parete e può riprendersi per intero, senza perdite e senza interessi.

Il Cacciatore non pensa alle case sepolte, attraversa la radura calpestando il tetto sotto cui nacque suo nonno, e il padre di suo nonno prima di lui; e molti avi dei tempi dimenticati. Non è lì il suo bersaglio.

Un solo edificio è ancora visibile, e quella è la meta finale; sul ciglio di uno strapiombo in parte colmato, è circondato da un ombrello di abeti che crollando sotto il carico di anni di neve e di gelidi tifoni tropicali sembrano essersi sacrificati per proteggere l'antica baita, per rimandare la definitiva sconfitta.

Da una finestra escono una pallida luce ondeggiante e l’odore della paura, un'onda che lo chiama, che gli dice che la Preda è raggiunta, la caccia è finita. Leva il guanto dalla mano destra; estrarre l'arma, controllarla per l'ennesima volta, riestrarla. Impugnarla di nuova, più in fretta. Respira profondamente, annusando per sentire il profumo della vittoria, delicato, quasi impercettibile. Assapora con la voluttà di sempre quel raro momento, pregusta, il prossimo minuto.

Rilassarsi, mettere all'erta tutti i sensi.

È facile scalare il ripido cumulo di neve fino ad una finestra oscura, il ghiaccio si rimodella in comodi gradini davanti ai suoi piedi. Aiutarsi con una mano sola, perché l'altra resti asciutta e calda. Pronta all’uso.

Una sosta, prima di penetrare nell'ultimo rifugio; un'attesa. Nel silenzio, il sangue eccitato risacca nelle orecchie come sugli scogli; i lampi di gloria, la luce viola della vendetta non devono abbagliare i riflessi. Azione, Attack! Tora-tora-tora! Gott mit Uns!

Tuffarsi nel buio, sparire nel buio.


Dolore nella mente, dolore nel corpo, dolore nella mente.

Fallimento! La tradizione infranta, la leggenda distrutta: l'uomo ha preso il suo Mounted. Eppure la stanza era vuota, mentre camminava sulla nave, vuota, quando le forti dita artigliarono il davanzale, vuota, l'istante prima di slanciarsi attraverso di essa.

Come ogni vera Cacciatore, ha un sesto senso su cui basarsi, che non l’ha mai tradito. Più preciso dell'occhio, più sensibile della visione periferica, asseriva con la massima sicurezza che nel buio del locale non si celava alcun essere umano. Però il cavo sottile e tenace che gli serra i polsi incidendo la pelle gli urla in faccia il suo errore, e il sordo, doloroso pulsare della nuca gli ricorda la sua sconfitta ad agni secondo, con la regolarità degli scatti di una grossa pendola.

È seduto appoggiato in un angolo, i pantaloni infradiciati dello strato di neve che ha rialzato di un metro il livello del pavimento. Il fuggiasco, la sua Preda (ex-fuggiasco, ex-preda) è di fianco a lui e lo guarda, ma non lo deride, non lo insulta, non si vanta. Non dà neanche a vedere di essere fiero della vittoria; solo rilassato, e - ma forse è solo un'impressione - stranamente curioso.

Siede sulla cassetta, la schiena contro la parete. Di fronte a lui, la finestra aperta sulla notte, è a metà strada, ancorato al soffitto da una corta catena, penda un largo lampadario dalla foggia insolita; una specie di mille luci in legno grezzo, tagliato grossolanamente in forme contorte, che parta come pendagli una collezione di pietre, cristalli e vetri opachi spiraliformi, tutti diversi l'uno dall'altro, dispersi sui lunghi rami in modo asimmetrico e apparentemente casuale. Un manufatto senz'altro antichissimo, sfuggito chissà come a secoli di razzie e al panico della Ritirata finale.

Una veglia silenziosa per quelle ultime, lunghissime ore. La tensione cresce nell’animo del poliziotto, mentre le sue membra s'intorpidiscono; è un uomo d'azione e mal sopporta un futuro' incerto. Un occulto e malconcio residuo d’orgoglio gli impedisce però di parlare, di chiedere, d'implorare, consigliare, minacciare. Tace fino ai primi chiarori dell'alba, ma il dolore fiacca anche lo spirito più resistente.

Per lui è una doppia resa, ma riesce ancora a mettere nella voce una nota di sicurezza, di superiorità:

- E adesso?

- Attenderò il momento in cui la luce del giorno supererà quella delle tre candele.

- … dopo di che?

- Il mio ruolo sarà esaurito. Il segreto, l'arma, è tornata nella casa del guardiano.

- Ma dove credi di poter fuggire ancora? Che vuoi fare di me?

- Di te? Niente. Non ti ho chiesto di venire. Andrai per la tua strada, e io … non lo so. - Si accostò alla finestra, si sporge, guardò versa l'alto. - Lassù, proprio allo zenith, c'è il Paradiso, sai. Basterebbe piantare qui fuori una scala a pioli, purché lunghissima, quasi infinita, per arrivarci. Alcuni si sono fatti spuntare sulla schiena le ali della libellula e hanno volato oltre l'aria fino lassù.

O almeno così dicono.

Paradiso, Grande Speranza, Ultima Thule di un'élite ristretta, i privilegiati, i chiamati, gli eletti. Il rifugio della vita e della conoscenza, la felicità così difficile da raggiungere in questi tristi anni. Dicono. In questo momento, io stesso non saprei dire se esiste veramente, ma di certo non è più il posto che fa per me. Ora ne sono sicuro.

Inutile fare altre domande. Di un folle si può avere paura ma non ci si può discutere assieme. Il Cacciatore passò gli ultimi minuti inghiottendo la sua paura e senza discutere.

- È l'ora. In quello zaino troverai qualcosa per liberarti. - Scavalca il davanzale. Mezzo dentro e mezzo fuori, si volta indietro per dire addio. Afferra la cassetta e si lancia.

Il Mounted si scuote, costringe il corpo a muoversi, i muscoli a contrarsi e a lavorare, contro il freddo, contro la stanchezza, contro il sangue e il dolore. In ginocchio, strisciando, rotolandosi, raggiunge la finestra in tempo.

In tempo per vedere la sua preda sfuggirgli per sempre, per guardarla con gli occhi sbarrati volare via veloce e silenziosa, viaggiando parallela al terreno lungo un percorso ipnoticamente sinuoso, e svanire all'orizzonte, in fuga davanti al sole.


da "The Time Machine" n. 1/‘80






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