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Pesce d'aprile


di Antonino Fazio


"Quando per una data azione ci viene offerto un motivo rispettabile, dobbiamo ciononostante sospettare che ne esista un altro?"

(Erving Goffman: Interazione strategica)


Un bambino privo di genitori sviluppa meno complessi di colpa di un bambino normale. Questo almeno è quanto sosteneva il mio robo-insegnante, con l'incrollabile sicurezza conferitagli dai propri circuiti integrati. Non sapevo se fosse vero, ma indubbiamente mi sentivo in pace con me stesso, mentre procedevo ad andatura moderata verso il vivaio delle trote.

Nell’aria c’era profumo di primavera. Lungo il sentiero che costeggiava il torrentello, una macchia rossa si staccò dal verde di un cespuglio. Era il vestitino di Paoletta, detta Biancaneve, a causa della sua carnagione color latte.

- Ciao, Tad - mi apostrofò - Come intendi festeggiare il decennale dell'Annessione?

Non avevo idea di che cosa stesse parlando, ma la cosa non mi preoccupava molto.

- Andando a pescare - risposi allegramente.

- Mi sembra un buon sistema. - annuì Paoletta con serietà.

Paoletta non possedeva il senso dell'ironia. Forse dipendeva dal fatto the aveva solo dieci anni. Poteva darsi che le si sviluppasse con l’età, insieme al seno e alle altre cose.

Poco più avanti incontrammo Alessio, soprannominato il Dotto. A tredici anni, uno meno di me, era riuscito ad accumulare nel proprio cervello una quantità incredibile di nozioni.

Fece un gesto di saluto a me, e sorrise a Paoletta. Lei si spostò rapidamente alla mia destra, in modo de evitare di passargli accanto. Alessio teneva sempre un serpente vivo arrotolato attorno alla vita, e Paoletta badava ogni volta a rimanere a rispettosa distanza da lui.

- Oggi e il decennale dell'Annessione - annunciai in tono vivace. Come prevedevo, Alessio reagì prontamente, quasi avessi insinuato che egli potesse non esserne al corrente.

- Certamente - annuì. - Il primo aprile dell’anno 2.004 dell'Era Cristiana, i rappresentanti dei dieci più importanti governi terrestri firmavano, insieme a tre ambasciatori extraterrestri, il trattato d'Annessione alla Lega Galattica. L’importanza di questo avvenimento …

- Stacca la corrente. - ridacchiai. - Come sempre, conosci la lezione a puntino.

Nel frattempo eravamo giunti al vivaio, che era un limpido aghetto ai margini del bosco. Un ragazzotto sui dodici anni, con capelli rossi e grossi incisivi da roditore, stava sguazzando allegramente nell’acqua bassa.

- Ehi, Pensecco! - gridai. - Mi spaventi le trote.

- Via, Pescatore, lasciami divertire - protestò lui. Il suo nome era Gioacchino, ma lo chiamavamo Pansecco a causa della sua abitudine di rosicchiare continuamente pane raffermo. Mi aveva chiamato Pescatore, naturalmente, e non Taddeo, perché Paoletta è l’unica che non ha l'abitudine di usare soprannomi.

Mentre Gioacchino usciva a malavoglia dal laghetto, mi misi a preparare la lenza, innestando i vari pezzi l'uno nell'altro. Agganciai l’amo, attaccai l’esca, e lanciai. Gioacchino, per farmi dispetto, aveva preso a tiare sassi nell’acqua.

Gli diedi un’occhiataccia, per farlo smettere, e lui cominciò a far capriole sull'erba.

Alessio, nel frattempo, stava tentando di attuare una complessa manovra d'aggiramento per riuscire ad accostare Paoletta, ma senza eccessivi risultati, perché lei lo teneva d'occhio. Nonostante l'enorme mole di dati immagazzinata, il suo cervello di tredicenne non si rendeva evidentemente conto delle più comuni repulsioni femminili, nonché del possibile significato di certi aspetti della mitologia ebraica.

Personalmente sono convinto che, se si tiene eccessivamente d'occhio la lenza, i pesci non abboccano mai. Così aspettandomi uno strattone da un momento all'altro, osservavo Gioacchino che andava in cerca di quadrifogli camminando sulle mani. Sembrava un metodo buono più che altro per un equilibrista dalla vista un po' corta, ma secondo lui portava fortuna.

Naturalmente non coglieva i quadrifogli si limitava a contarli.

Un improvviso strillo di Paoletta mi fece sobbalzare, proprio mentre una trota di rispettabili dimensioni era risalita a pelo d'acqua e stava facendo il filo alla mia esca. Era successo semplicemente che Alessio era riuscito ad avvicinarsi a lei qualche metro di troppo. Paoletta sgattaiolò via, ed Alessio mi venne lentamente accanto, un po' imbronciato.

- Non capisco perché quella pupattola mi sfugga - brontolò. - Sarà forse per via del mio odore.

Immaginavo che, più che per il suo, fosse per quello del serpente. Ma non glielo dissi, perché si sarebbe sicuramente offeso.

- Prova ad usare un deodorante - suggerii. Alessio scosse il capo.

- A lui non piacerebbe - replicò. - "Lui" era, naturalmente, il serpente. Ignoravo se fosse di una specie velenosa, ma ero convinto che Alessio, nell'intimità, lo chiamasse per nome. Dio solo sa quale.

Dopo la sua rapida fuga, Paoletta stava intanto tornando indietro, in compagnia di un ragazzo appena più grande di lei, con due grandi occhi da pesce piantati quasi lateralmente sul viso aguzzo. Era per questo che lo chiamavamo Luccio, anziché Carluccio. Paoletta aggirò Alessio, e si venne a mettere vicino a me.

- Carluccio ha scritto una poesia. - annunciò con una punta di orgoglio. - L'ha scritta per me, e s'intitola: "Biancaneve e i sette nani".

Carluccio arrossì leggermente.

- Biancaneve e i cinque nani - la corresse.

- Giusto. - disse Paoletta. - Ce la fai sentirei, per favore?

Carluccio acconsentì con un cenno del capo.

- Ne ho trovati tre! - esclamò trionfante Gioacchino, sopraggiungendo alle sue spalle e facendolo sobbalzare lievemente.

- Di che cosa? - chiese Alessio.

- Di quadrifogli - rispose Gioacchino. Ne avrei trovati ancora, ma mi si sono stancate le braccia.

- Zitti. - ordinò Paoletta. - Carluccio deve recitare una poesia.

Carluccio attaccò con la sua vocetta cantilenante;

Biancaneve e i sette nani

se ne vanno per il bosco

ma di colpo il cielo fosco

la tempesta manda giù.

Al riparo son scappati

si ritrovan nella rada

due smarriscono la strada

ed in cinque son restati.

Biancaneve e i cinque nani

vanno in cerca per il bosco

l'aria è cupa il cielo è fosco

non li troveranno più.

È bella - applaudì Paoletta. - Bravo.

Un po' triste - commentai, volgendo verso i miei compagni uno sguardo circolare. Mi era sembrata una filastrocca piuttosto simbolica.

- Non ci sono rade nel bosco - precisò Alessio, sempre un po' pignolo. - Solo radure. Le rade sono in mare.

- Non hai detto chi dei sette nani si è perso. - osservò Gioacchino.

Carluccio ci osservava coi suoi inespressivi occhi rotondi, enormi e privi di ciglia.

- Qualcuno di voi ha visto Mattone? - domandò improvvisamente.

Mattone, il cui vero nome era Matteo, sbucò proprio in quel momento alle sue spalle, facendolo sussultare. Sembrava che tutti avessero l'abitudine di arrivargli dietro le spalle.

- Che succede? - chiese Matteo. - Non ti tornavano i conti?

Senza rispondere, Carluccio si rifugiò dietro le gonne di Paoletta. Matteo sorrise. Era un ragazzo robusto, di quasi sedici anni. Il più grande di noi.

Alessio stava spiegando a Gioacchino che, ogni qualvolta faceva un passo, metteva in movimento cinquantaquattro muscoli.

Gioacchino non sembrava molto interessato.

Matteo mi venne vicino. Ostentava l'aria falsamente divertita di quando aveva qualcosa per la testa.

- Pescato qualcosa?

Scossi il capo, con un grugnito di disgusto. Non me ne fregava niente se i pesci non abboccavano. ma mi andava di fare la scena, Mi sarebbe spiaciuto se mi avessero cambiato soprannome. Non si sa mai che razza di nomignolo possono affibbiarti. Qualcuno avrebbe potuto ricordarsi che ero completamente calvo, per esempio. Ed ero certamente in grado di pensare ad eventualità anche peggiori.

- Ho chiesto al robo-insegnante che cosa producono alla Fabbrica - disse Matteo. - Ma sostiene di non saperlo. Secondo me è programmato per non rispondere a certe domande.

Mi decisi a tirar su la lenza, per cambiare esca.

- Credi che il robo-insegnante sappia tutto? – obiettai. – E poi non riesco a capire perché ce l’hai con la Fabbrica.

- Non fare il tonto - s'inalberò lui. - Quella è sicuramente una fabbrica degli Extra. È senz’altro importante. Io sono certo che lì dentro si produce qualcosa di pericoloso. Ed è a due passi dal nostro residence.

Ributtai la lenza in acqua, un po' più avanti di prima.

- Secondo me - dissi, - sei solo ammalato di xenofobia.

Matteo si sedette accanto a me. Mi sentivo un po' nervoso, ma cercai di non darlo a vedere.

- Visto che sei così tonto - sospirò Matteo, - mi vedo costretto a darti una lezione di politica, o di storia, che è quasi la stessa cosa.

Non replicai.

- Devi sapere - disse lui - che nella seconda metà del secolo scorso esistevano sulla Terra paesi ricchi e paesi poveri. I paesi ricchi avevano le fabbriche, i paesi poveri no.

A volte però i paesi ricchi andavano ad impiantare le fabbriche nei paesi poveri, con la scusa di portarvi un po' di benessere. In realtà, il vero motivo era il basso costo della manodopera locale, oppure la pericolosità degli impianti.

Tacque, aspettando che io dicessi qualcosa.

- Ma adesso non esistono più paesi ricchi e paesi poveri - obiettai debolmente.

- Certo - ammise Matteo con voce aspra. - Sono stati proprio gli Extra a livellare la curva di distribuzione del reddito internazionale. Ma forse è meglio non dimenticarsi che fra noi e loro esiste un enorme "gap" tecnologico. Si ripresenta la stessa situazione, ma in forma ampliata.

Mi era passata la voglia di pescare, ma tenni duro, con la canna tra le mani.

- Può darsi che tu abbia ragione - dissi alla fine. - Ma non vedo che cosa ci possiamo fare.

Egli si tirò su, con uno sguardo di trionfo.

- Qui ti volevo - esclamò. - Se i miei sospetti su quello che si produce dentro la Fabbrica sono esatti, quella roba dovrebbe esplodere con la massima facilità. Basta innescarla con qualcosa.

Tirai su la lenza, e sbattei la canna per terra.

- Sciocchezze - dissi in tono irritato. - E in che modo pensi di riuscirci? E poi, a che cosa servirebbe?

Matteo mi osservava con molta tranquillità.

- Sarebbe un'azione di sabotaggio politico - spiegò. - io e Dotto abbiamo già un piano.

Mi girai a guardare la magra figura di Alessio, con quello strano gonfiore sotto la maglia, all'altezza della vita.

- Che piano - marmorai. -Non avrete mica intenzione di usare il serpente?

Matteo mi diede una strana occhiata.

- Non dire cazzate - protestò. - Riempiremo di polvere pirica il sottomarino teleguidato di Luccio.

- Polvere pirica? - Ero un po' frastornato.

- Si - disse lui. - Una miscela esplosiva a base di zolfo, povere di carbone e nitrato di potassio. La innescheremo col mio accendino elettrico. Dotto ha costruito un timer con il suo cronometro. Se abbiamo culo, possiamo fare un bel po' di casino.

Molto ingegnoso - ammisi. - Ma come pensate di fare arrivare quella roba dentro la Fabbrica?

- È semplice - disse Matteo. - Tu sai che uscendo dal laghetto, il torrentello va a finire proprio dentro la Fabbrica, attraverso un tunnel scavato alla base del muro perimetrale esterno.

- E allora? - obiettai. - È troppo stretto per lasciar passare qualcuno di noi, quel budello. E poi è protetto da una rete metallica, e da una grata d'acciaio, per tener lontani i pesci.

Matteo sorrideva, quasi con dolcezza.

- È il sottomarino cha deve passare, non noi. La grata non è un ostacolo, e la rete si può bucare.

Malgrado la sua convinzione, mi sembrava tutta una scemenza.

- Senti - dissi, - non può riuscire. È sufficiente che dall'altra parte del tunnel ci sia un’altra rete, o un ostacolo qualsiasi.

Matteo mi fissava con sguardo un po' esaltato.

- In questo caso useremo il sottomarino come un ariete, facendolo esplodere per liberare il passaggio. Poi gli manderemo dentro delle bombe molotov, oppure penseremo a qualcos’altro.

- Santo cielo. - mormorai. - Bottiglie incendiarie per far esplodere una fabbrica della Lega. Siamo dei selvaggi, che vogliono combattere i fucili con le cerbottane.

- Non sarebbe la prima volta - sibilò Matteo. Non sapevo se lo chiamavano Mattone perché era fisicamente massiccio, o mentalmente squinternato. Ci fissammo per alcuni secondi.

- Al diavolo - imprecai alla fine, muovendomi con improvvisa decisione.

- Un momento - esclamò Matteo. - Dove stai andando, Pescatore?

Mi voltai a fronteggiarlo.

- Vado al Residence. Voglio parlare col robo-insegnante.

Mi accorsi che anche gli altri mi stavano fissando. Mi sentii prudere la sommità della testa, ma non osavo grattarmi.

- Non avrai mica intenzione di spifferare tutto, vero? - chiese Matteo con voce minacciosa.

- Sta' tranquillo - lo rassicurai. Mentre mi avviavo verso il residence, sentii che mormorava: - Se quel coglione non fa stronzate, fotteremo quei bastardi.

Feci finta di niente. Poco più avanti, ad una curva del sentiero, trovai Paoletta ad aspettarmi. Doveva essere corsa avanti, passando attraverso gli arbusti.

- Se vai ad interrogare il Profio - disse, - potrebbero farti comodo le mie conoscenze di psico-cibernetica.

Annuii. Mi chiedevo se fosse stata mandata a spiarmi dagli altri. Ma non era quello che mi preoccupava.

- Se l'aggressività è prodotta dai sensi di colpa, come ha fatto Mattone, ad accumularne così tanta?

La domanda era rivolta più che altro a me stesso. Non mi aspettavo una risposta da parte di Paoletta, ma lei parlò ugualmente.

- Dimentichi - disse, - che anche la frustrazione produce aggressività.

- Frustrazione? - chiesi, - Che frustrazione?

Paoletta scostò con la mano un rametto che sporgeva sul sentiero.

- Di qualsiasi genere; sessuale, per esempio. Matteo non si allontana mai da qui, nessuno di noi lo fa. E da queste parti non esistono ragazze della sua età.

- Se tu avessi quattro o cinque anni di più - bofonchiai, - il suo problema si potrebbe risolvere.

Paoletta non raccolse l'insinuazione.

- Pensi che potremmo? - chiese meditabonda.

- Potremmo cosa? - mormorai. distrattamente. Le lanciai un'occhiata. Il suo sguardo era assorto.

- Andare via di qui, se volessimo.

Mi sentivo piuttosto perplesso.

- Non lo so – risposi. - Da un orfanotrofio si può anche fuggire, immagino.

- Credi che questo sia un normale istituto? - obiettò Paoletta.

- Beh - osservai. - Non mi. pare che siamo particolarmente sorvegliati.

- Forse non ce ne accorgiamo - ipotizzò lei. - Magari questa è in realtà una specie di riformatorio. Una prigione. Oppure un manicomio. Una gabbia per matti giovani.

Il suo tono freddo mi dava i brividi.

- Ti sembra che noi si sia col cervello cotto? - domandai, sinceramente spaventato.

- Come faccio a saperlo? - disse Paoletta. - Forse siamo solo sub-normali. Oppure si tengono in quarantena perché siamo malati. O magari facciamo parte di un progetto governativo ultrasegreto. Può darsi anche che ci siano di mezzo gli Extra.

Cominciai a rilassarmi. Il suo mi sembrava più che altro un gioco.

- Tutte queste ipotesi - osservai, - non escludono quella di partenza, che noi siamo innanzitutto degli orfani. Anzi si tratta di supposizioni che non si escludono affatto fra di loro.

Al di là della boscaglia, era apparsa la struttura funzionale del Residence. Ci dirigemmo verso l'aula scolastica.

Al nostro ingresso, il robo-insegnante, avvertito della nostra presenza da una delle sue spie elettroniche, entrò in funzione con un lieve ronzio.

- Buongiorno, ragazzi - declamò con la sua voce bassa, quasi raschiante.

- Dobbiamo consultare la biblioteca - dissi. - Vogliamo notizie sull'Annessione.

- Fate pure - disse il robo-insegnante usando una formula più benevola di un asettico: "Ricevuto".

Mi sedetti alla consolle, e battei la richiesta. Sullo schermo catodico cominciò ad apparire il capitolo della Storia Contemporanea dedicato all'episodio dell'Annessione.

Il testo era corredato da fotografie. In una di esse apparivano i rappresentanti della Lega Galattica che avevano firmato il Trattato. I tre extraterrestri possedevano aspetto umanoide, per quanto apparissero un po' strani. C'era da pensare che fossero stati scelti come ambasciatori proprio a causa del fatto che fisicamente non differivano molto da noi.

Esaurito il capitolo, mi resi conto che le notizie date non erano soddisfacenti.

- Il Trattato d'Annessione - chiesi al robo-insegnante in tono inquisitore. - prevede la possibilità che la Lega impianti fabbriche di sua proprietà sulla Terra?

- Certamente - rispose il computer. – L'articolo decimosettimo, secondo paragrafo, stabilisce che …

- Che tu sappia - lo interruppi, - è già successo?

- Questo non lo so - disse lui., - Nella mia memoria non esistono registrazioni in proposito.

- Siamo bloccati - mi stizzii. - Eppure sono certo che l'informazione c'è. Ci vorrebbe un codice d’emergenza.

- Esiste sicuramente - affermò Paoletta. - Si tratta solo di scovarlo.

Estrasse un piccolo cacciavite dalla tasca, e cominciò ad armeggiare attorno ad una placca d’acciaio, che portava inciso il numero di serie del robo-insegnante.

- Che cosa intendi fare? - chiesi incuriosito.

- Cerco la chiave sotto la zerbino - rispose lei. La sua frase piuttosto sibillina mi sembrò priva di senso.

- Che cosa vuoi dire?

- Chi ha costruito il Profio - spiegò Paoletta, - ha senz'altro segnato da qualche parte la sigla del codice d'emergenza. È una regola elementare. Se possiedi una cassaforte, puoi fidarti della memoria per la combinazione. Ma se "costruisci" casseforti, non puoi farlo.

Finì di smontare la placca, e la rigirò. Il metallo era liscio. Senza scoraggiarsi, prese a svitare una piccola targhetta, sulla quale erano incisi alcuni dati tecnici. La rosea punta della sua piccola lingua le faceva capolino di tra le labbra. Tolse l'ultima vite, ed osservò il retro della targhetta.

Le sfuggì un piccolo grido di trionfo.

Il robo-insegnante era rimasto silenzioso. Paoletta si sedette alla consolle, e batté la sigla del codice d’emergenza.

Poi ripeté la domanda che la avevo fatto prima.

Il computer rispose con una scritta sullo schermo: "Codice riservato. Esiste sulla Terra un numero imprecisato di fabbriche della Lega.

- Una di esse - chiesi, - si trova qui vicino?

- Non lo so - disse il robo-insegnante.

Paoletta batté la sigla d'emergenza. Lo schermo s'illuminò: "Codice riservato. Affermativo."

- Chiedigli che cosa si produce lì dentro - dissi a Paoletta. Lei esegui, ad io lessi la risposta sullo schermo:

"Codice riservato. L'informazione non è accessibile."

- Maledizione - esclamai. - Il normale codice d'emergenza non è sufficiente. Il robo-insegnate è programmato a non rispondere. Chissà perché certe registrazioni non sono state cancellate del tutto.

- Il Profio - disse Paoletta, - non è solo un insegnante. Il suo cervello comanda anche tutte le strutture automatiche del Residence. Deve essere in grado di prendere le decisioni necessarie, e la mancanza di certi dati potrebbe essere pericolosa. Ad ogni modo, possiamo provare ad esercitare certe pressioni su di lui.

- In nome del Cielo - protestai. - Come si fa a fare pressione su un computer?

Paoletta s'inginocchio vicino alla griglia d'alimentazione. - Si può. Se un computer è sufficientemente complesso sviluppa una certa tendenza all'auto-conservazione. Un eccesso d'energia può fargli saltare i circuiti. Proverò a minacciarlo. Può darsi che funzioni.

Avevo i miei dubbi in proposito.

- Ci saranno dei fusibili di sicurezza - obiettai.

- Sto effettuando degli allacciamenti diretti - disse Paoletta.

Per qualche minuto m'ignorò completamente. La lasciai fare.

Alla fine, mi disse di sedermi alla consolle.

In quel momento il robo-insegnante parlò.

- Credo che il vostro comportamento violi certe norme di condotta - osservò.

- Di che norme parli? - chiesi aggressivo.

- Di quelle che vi ho inculcato - rispose.

- Sono le "tue" norme - ribattei.

- Seguono una linea logica - affermò il computer. - Se voi cercate di danneggiarmi, vi mettete in contrasto con questi principi. Potreste pentirvi di aver obbedito a certi impulsi irrazionali.

- Non stiamo agendo irrazionalmente - obiettai. - Abbiamo dei validi motivi per fare quello che stiamo facendo.

- Non badargli - interloquì Paoletta. - Io credo che abbia paura. Tu fai le domande, io gli darò qualche scossa.

- Voglio sapere cosa si produce nella fabbrica della Lega. - dissi. - Non dirmi che non lo sai. Ormai hai ammesso che l'informazione esiste.

- Esiste, ma la mia programmazione mi impedisce di darla - ammise il robo-insegnante.

- Dagli una scarica, Biancaneve - ordinai.

Paoletta eseguì. Alcune luci rosse lampeggiarono sulla consolle.

- Rispondi - dissi al computer.

- Non poso - disse lui. - Se mi forzate, entreranno in azione i miei circuiti autodistruttivi di sicurezza.

Esitai, lanciando un'occhiata a Paoletta.

- Continua a fare domande. - ordinò lei. - Vedrai che cederà.

Rivolsi al computer una serie di domande, premettendo ad ognuna di esse la sigla del codice riservato. Gli chiesi se il centro fosse veramente un brefotrofio, se egli fosse stato programmato da tecnici della Lega, quale fosse l’atteggiamento degli extraterrestri nei nostri confronti.

Il robo-insegnante si rifiutò di rispondere. Il codice d’emergenza gli impediva di mentire, ma il blocco di sicurezza non gli permetteva di dare le informazioni.

Osservavo con aria sconsolata Paoletta che continuava a punzecchiarlo con scariche improvvise d'energia, quando ad un tratto il viso di lei si illuminò.

- Ho un’idea - annunciò, - Proverò ad escludere alcuni circuiti logici dell'alimentazione.

- Ma il computer non potrà più rispondere a nessuna domanda - obiettai.

- Risponderà - replicò lei, - anche se in maniera sconnessa.

- E allora? - chiesi ottusamente.

Accovacciata sui talloni, ella si dava da fare con sorprendente abilità. Ad un certo punto mi rivolse una domanda.

- Sai come fa uno strizza-cervelli a superare un blocco mentale?

Per il momento non aggiunse altro, ed io la lasciai lavorare in silenzio. Quand'ebbe finito, si sedette alla consolle, e cominciò a battere un elenco di parole. Il computer elaborò una serie verbale corrispondente.

Ad un tratto si sentì uno sfrigolio, e lo schermo si oscurò. Paoletta passò sul circuito vocalizzato.

- Qui salta tutto - osservai con un certo allarme, e qualche senso di colpa. Lei continuò caparbiamente. Alla fine, il robo-insegnante parve ribellarsi. Emise una specie di borbottio, che suonava come: "Poettarrarorincoaroac", dopo di che tacque.

- Credo che sia impazzito - gemetti. Una serie di sfrigolii e scintille fece eco alle mie parole. Le luci di controllo lampeggiarono follemente.

- I circuiti di auto-distruzione - mormorò Paoletta.

Staccò la presa dell'alimentazione, e la serpeggiante danza luminosa cessò.

- Vorrei sapere che cosa hai ricavato da tutto questo scempio - le chiesi con aria di rimprovero.

- Quello che ho fatto al Profio - rispose lei, - è una specie di "test". Non dimenticare che il suo cervello è talmente complesso da essere strutturato come quello umano.

Certo, un computer non possiede inconscio, perché la sua memoria è totale, Ma io ho eliminato alcuni collegamenti logici, corrispondenti alle sinapsi neuroniche. Certe informazioni sono state in questo parzialmente cancellate, o meglio non cancellate, bensì messe fuori dalla portata dell’unità logica principale. Per un computer, una serie di dati può risultare incomprensibile, se è discontinua e lacunosa. La sua capacità di estrapolazione consiste esclusivamente nella possibilità di sottoporre a verifica un elevatissimo numero di ipotesi. Non ha niente a che vedere con l’intuito umano, anche se qualcuno crede che la parte inconscia del cervello funzioni come una specie di calcolatore. Insomma, sottraendo in qualche modo alcune informazioni al Profio. ho fatto in modo che lui potesse darcene delle altre, senza rendersi conto di farlo.

Mi strofinai vigorosamente il cuoio capelluto, coi suoi follicoli atrofizzati.

- Vuoi dire che hai provato le associazioni libere con un computer?

Paoletta schioccò la lingua. Non aveva l’abitudine di pavoneggiarsi.

- Più o meno. Ho provveduto perché ci restasse la trascrizione. Possiamo esaminarla, e cercare di capirci qualcosa.

Adesso però è meglio cha usciamo.

Ci dirigemmo verso la porta automatica, ma la fotocellula non funzionò.

Siamo prigionieri - mormorai in tono allarmato. Paoletta mantenne la calma.

- Devono esserci dei comandi manuali, da qualche parte. - osservò con lucidità.

Li trovammo, infatti, dopo un’accurata ispezione. Quando fummo all'aperto, ci rendemmo conto che, insieme al robo-insegnante, si era bloccato tutto il resto. L'intero Residence appariva stranamente privo di vita. L'impressione era probabilmente creata dall'assenza improvvisa di ronzii e vibrazioni, solitamente impercettibili, ma onnipresenti nei pressi della costruzione. Niente più avrebbe potuto funzionare, finché non avessimo riattivato il computer.

Paoletta stava esaminando i risultati del suo insolito "test".

Dai un'occhiata - disse, porgendomi il foglio con la trascrizione. - Ho battuto vari nomi, come se fossero altrettante domande. Il Profio ha risposto collegandole a dei termini apparentemente casuali, ma con i quali esistono forse delle relazioni. Certo non possiamo sapere se il suo centro logico principale, privo di certe connessioni, non si sia limitato a pescare a casaccio nella propria memoria.

- Alla parola "Brefotrofio" - notai, è stata accoppiata la parola "Fabbrica". Se dobbiamo considerare valido il responso, i due posti sono collegati in qualche modo. Forse è perché sono vicini.

- Quando ho battuto "Extraterrestri" - continuò Paoletta, - Profio ha risposto "Simili". Voleva dire che ci somigliano, secondo te? Sappiamo già che fisicamente alcuni di loro non sono molto diversi da noi.

Probabilmente - azzardai - sono altrettanto infidi. Comunque, è stato alla parola "Terrestri" che il robo-insegnante ha cominciato a sproloquiare. Che diamine vuol dire "Poettarrarorincoaroac"?

- Mi piacerebbe poter consultare l’enciclopedia - mormorò Paoletta - Ma, per il momento è fuori uso.

- Tu credi che abbia un senso? - chiesi - Io ne dubito. Ad ogni modo, credo sia meglio raggiungere gli altri.

Lei mi fissa con aria incerta.

- Tu pensi che ho combinato un disastro, senza ottenere nulla, vero?

- Non lo so ancora - dissi, un po' a disagio. - Comunque, l’idea di interrogare il robo-insegnante è stata mia.

Mi avviai verso il vivaio. Paoletta mi venne dietro, con espressione sconsolata.

Anch'io mi sentivo depresso. A pensarci bene, c’erano motivi per sentirsi giù. Il robo-insegnante era l'entità più autorevole con cui avessimo avuto contatto diretto, e noi l’avevamo messo fuori uso, Provavo una certa angoscia al pensiero di conoscere i suoi costruttori. Ero convinto che prima o poi si sarebbero fatti vivi in qualche modo. In compenso, forte, sarebbe arrivata la risposta a certe domande importanti. Non era certo però che ciò ci sarebbe piaciuto.

Quando arrivammo alla radura, scoprimmo che non c’era nessuno.

- Li hanno portati tutti via - mormorò Paoletta, con voce un po' sgomenta.

- Per amor del cielo - mi irritai - Chi vuoi che li abbia portati via. E perché, poi?

Naturalmente, stavo solo cercando di dominare la mia paura.

Quello che gli altri stavano cercando di fare, era un motivo più che sufficiente per provocare un intervento esterno. Ed anche quello che avevamo fatto io e Paoletta, del resto.

In quel mentre, Carletto venne fuori da dietro un albero. Aveva un'aria un po' stralunata.

- Ehi, Luccio - gridai. - Dove sono finiti gli altri?

Carluccio parve esitare, come se non ci riconoscesse. Paoletta gli andò incontro, e gli prese la mano, per rassicurarlo. Mi avvicinai anch'io, e ripetei la domanda.

- Dove sono gli altri?

- Ho fatto un sogno - disse lui. - Uno strano sogno, Ero fuori, all'aperto, di notte, e in cielo c'erano due lune. Non so perché, ma questo mi ha molto spaventato.

- Quando lo hai sognato? - chiese Paoletta, con voce dolce.

Carluccio parve scuotersi del suo torpore.

- Poco fa - rispose in tono vivace. - Mi sono messo a dormire sotto quell'albero, ed ho fatto questo sogno che vi dicevo.

C'erano due lune in cielo, e degli strani colori. Ho avuto paura.

- Che fine hanno fatto gli altri? - chiesi per la terza volta. Carluccio, a volte, mi dava ai nervi.

- Credo che siano andati ad infilare il mio sottomarino nel tunnel che convoglia l'acqua dentro la Fabbrica. - Fece un gesto vago con la mano, indicando un punto imprecisato, oltre la radura. - Dovrebbero tornare tra poco.

- Vado a raggiungerli - decisi. - Paoletta annuì.

- Veniamo con te.

Ci inoltrammo nel bosco, seguendo il torrentello. Da questa parte della radura, non c'era alcun sentiero. Dovevamo precedere in mezzo ai cespugli, per fortuna non molto fitti.

Ad un certo punto gli alberi si diradarono, e scorgemmo più avanti il muro perimetrale della Fabbrica. Con la sua solita incoscienza, Gioacchino stava tentando di arrampicarvisi. Alessio e Matteo non gli badavano neppure. Stavano armeggiando attorno al sottomarino di Luccio.

- Un giorno o l'altro - dissi, - Pansecco si romperà il collo.

Proprio in quel momento, Gioacchino perse l'appiglio, e precipitò come un sasso. Paoletta soffocò un urlo di sgomento, mentre egli rotolava sull'erba, rialzandosi poi di scatto come una molla.

- Sei un incosciente, Pansecco - lo rimproverai ad alta voce.

Egli tirò fuori di tasca un mezzo panino, risalente ad almeno una settimana prima, e si mise a rosicchiarlo con la massima tranquillità.

- È stato il muro a buttarmi giù - affermò senza risentimento. - Mi ha scrollato di dosso come una pulce. Ho avvertito una specie di vibrazione, e mi sono ritrovato per terra.

- Sciocchezze - intervenne Matteo. - Un muro di pietra non può vibrare tanto da far perdere la presa. Diciamo che sei scivolato.

- Eppure - ipotizzò Alessio. - Forse qualche sistema difensivo …

- Sentite - l'interruppi. - Prima di fare qualsiasi cosa, non credete sia il caso di considerare tutta la faccenda?

- Che faccenda? - chiese Matteo.

Strinsi ed allargai i pugni con forza, più volte, nervosamente. Mi riusciva difficile spiegare.

- Questo posto … - mormorai. - E, soprattutto, noi. La nostra posizione non è molto chiara. Che ci facciamo qui, e chi siamo, esattamente? Solo degli orfani, come vogliono farci credere, o qualcos'altro? Perché non possiamo andare via, e com'è che non vediamo mai nessun altro essere umano?

Non sappiamo neanche chi ci porta le provviste, perché quando arrivano noi siamo a scuola. La nostra unica fonte di informazioni è il robo-insegnante, e ci sono molte cose che si rifiuta di dirci. Io e Biancaneve l'abbiamo messo fuori uso, nel tentativo di farlo parlare.

Ci fu una pausa di silenzio.

- Forse adesso - mormorò Carluccio, - arriveranno quelli della manutenzione, chiunque essi siano.

Stavo osservando il muro della Fabbrica, con espressione ansiosa. Nell'aria c'era come un ronzio, o forse era solo dentro la mia testa.

- Io ho una teoria - disse Gioacchino. - Non c'è nessuno fuori di qui. Nessun altro. Solo noi sei, e basta. Sono morti tutti. Si sono distrutti, o sono stati spazzati via da una catastrofe.

- Oppure sono stati gli Extra - disse Matteo.

Carluccio emise un urlo strozzato. Si piegò in due, accasciandosi per terra.

- Sono loro - mormorò con voce appena intellegibile, roca come un gemito. - Sono loro che vengono a prenderci …

Paoletta gli s'inginocchiò vicino, accarezzandogli la testa, e sussurrandogli parole rassicuranti, per cercare di calmarlo.

- Ehi, Dotto - chiesi rivolto ad Alessio - ti dice qualcosa la parola "Poettarrarorincoaroac"?

Alesso si volse a guardarmi, poi annuì.

- Nel linguaggio degli indigeni Yancos dell'Amazzonia, vuol dire "due".

Lo fissai con malcelata ammirazione.

- Come mai una parola così lunga?

- Per gli Yancos – disse Alessio, - il due è un numero molto elevato. In effetti, è il numero più grande che essi conoscano.

Tornò ad occuparsi del piccolo congegno esplosivo che stava cercando di mettere a punto.

Io avevo voglia di grattarmi la testa, ma non lo feci. Forse era così che ci consideravano quelli della Lega Galattica, dei semplici primitivi. In questo caso, le ipotesi di Matteo potevano avere un senso. C'era del marcio da qualche parte, lì attorno. Sorrisi a Paoletta. che mi stava guardando, cercando di trasmetterle un muto messaggio. Lei si alzò, e mi venne vicino. Carluccio si era calmato. Stava seduto per terra, e fissava qualcosa con occhi vacui. Matteo osservava con attenzione il lavoro di Alessio, e Gioacchino tirava sassi dentro il torrente.

- Siamo condizionati - dissi a Paoletta. – Siamo tutti condizionati. C'è qualcosa che non dobbiamo sapere, qualcosa che non vogliono che noi sappiamo.

- Chi non lo vuole? - chiese lei.

Scossi il capo, furiosamente.

- Come faccio a saperlo? Forse gli Extra. Forse …

Paoletta mi interruppe con un gesto. Carluccio stava mormorando qualcosa. Ci avvicinammo a lui, per vedere se stesse male.

- Noi ... - la voce di Carluccio era poco più di un bisbiglio sommesso, - … noi siamo i loro figli ...

- Sta sragionando - dissi.

Gli occhi di Paoletta mandavano lampi d’eccitazione.

- No disse con forza. - No, Tad. Carluccio sta dicendo la verità. Il suo è uno shock da de-condizionamento. Non capisci? La sua mente sta combattendo contro dei forti blocchi psicologici. È per questo che sta così male.

- Perché proprio lui? - chiesi dubbioso.

- Il suo cervello è particolare - disse Paoletta con foga - Carluccio è un sensitivo. I suoi contenuti inconsci affiorano facilmente. È un soggetto più difficile da condizionare, rispetto a noialtri.

Mi sentivo frastornato.

- Allora, se Luccio ha ragione, noi siamo i figli degli Extra? Mi pare incredibile. E che cosa ci facciamo qui? Se questo è veramente un orfanatrofio …

- Non conosciamo le loro leggi - disse Paoletta. - Forse siamo stati esiliati per qualche colpa commessa dai nostri genitori. O magari siamo dei privilegiati.

- In ogni caso - dissi, - qualcuno ci ha giocato un brutto scherzo. Hanno manipolato le nostre menti, calpestando ogni diritto.

- Come dicevo - ripeté Paoletta, - noi non conosciamo le loro leggi. Può darsi che, dal loro punto di vista, noi non possedessimo alcun diritto.

- Solo perché, magari, siamo dei minorenni? - Sentivo un'ira sorda nascere dentro di me.

- Voi vi sbagliate - mormorò Carluccio. - Noi siamo degli Extra adulti - concluse con un certo sforzo.

Sentii uno spiacevole brivido percorrermi la schiena. Non ero sicuro d'aver capito.

- Che cosa hai detto?

Carluccio si passò le mani sugli occhi da pesce.

- Siamo stati lasciati qui per occuparci della Fabbrica - disse con voce smorta. - È del tutto automatizzata, ma richiede dei controlli periodici. Ad intervalli regolari, alcune ore vengono rubate al nostro periodo di sonno, e noi ce ne andiamo nella Fabbrica per eseguire i controlli. Il giorno dopo non ci ricordiamo più di niente. Si tratta di controllo postipnotico. Siamo stati condizionati in maniera massiccia, e reagiamo a determinati stimoli senza rendercene conto.

- Ma perché l'hanno fatto? - domandai con rabbia.

- Non avremmo acconsentito a restare qui, altrimenti - disse Carluccio. - Così ci hanno condizionati a crederci dei bambini terrestri. Era un modo per tenerci tranquilli.

Ma come hanno potuto? … - chiesi ancora, incredulo.

- Evidentemente, anche tra loro - intervenne Paoletta, o forse dovrei dire tra noi, esistono categorie meno protette. Certo che è uno sporco tiro, quello che ci hanno giocato.

- Ricordi che cosa si produce lì dentro? - chiesi a Carluccio, indicando il muro della Fabbrica.

- Credo che si tratti di un gas - disse lui. - Un gas dalle strane proprietà. Può servire sia all'industria bellica, che nel campo delle droghe, Comunque è qualcosa di pericoloso.

Osservai Alessio che faceva immergere il sottomarino pieno di polvere da sparo.

- Ti risulta che quella roba sia esplosiva?

Carluccio annuì.

- Credo di sì.

- Bisogna che gli diciamo tutto - intervenne Paoletta. - Forse non vorranno più farlo, dopo aver saputo ...

Fece per alzarsi. Io le afferrai il braccio.

- Lasciali fare - dissi- Stavo pensando che il suo seno non sarebbe mai cresciuto.

Mi sedetti per terra, di fronte a Carluccio. Paoletta si sedette accanto a me.

Gioacchino si avvicinò. Aveva un fiore per Paoletta.

Lei lo ricambiò con un sorriso.

- Siediti qui con noi - gli disse. Egli obbedì.

Restammo tutti a sedere, in attesa.


da "The Time Machine" n. 3/‘80






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