Lucy in the space with diamonds
di Annalisa Chiari
Nelle dolci serate di Warszawa, piccolo mondo minerario, nero buco del culo della galassia luccicante di sfarzosità, i minatori salivano dagli oscuri cunicoli nelle viscere del pianeta per cercare sollievo nelle solite bettole calde di umanità. Stanchi e sporchi, gettavano i loro attrezzi davanti ai locali e si tuffavano in quei ventri protettivi.
Questa è la storia di un giovane minatore, del suo passato, del suo presente e dei suoi sogni.
I suoi compagni lo chiamavano il Pallido Duca Bianco, un soprannome forse un po' altisonante, ma suo padre una volta aveva avuto fortuna in una miniera, nei bei vecchi tempi dei pionieri e degli asteroidi, per lui e suo figlio era stata una breve ma felice e intensa estate di lussi e piaceri, presto terminata con l'esaurirsi dei soldi e con gli intrighi delle grosse compagnie minerarie. Fu durante quella breve estate, in uno dei molti viaggi fatti, che si prese un'infezione che gli ha lasciato quel colorito albino sulla pelle, un pallore che neanche lo sporco lavoro giù in mina riusciva a nascondere. Suo padre ora non sapeva neanche dove fosse, non gli aveva lasciato nulla, a parte quel soprannome e il ricordo di quell'estate di piaceri e viaggi coi quali stupiva e intratteneva i suoi compagni.
Ma se cantare le glorie passate in un primo momento fa rivivere la felicità, fa anche tramutare quest'ultima in nostalgia.
Quella sera era molto nostalgico, a Suffragette City i giorni passavano sempre uguali e non aveva voglia di parlare con nessuno di quei giorni sempre nuovi e sorprendenti che aveva passato con suo padre. Entrò in fretta nel "Beauty and the beast" per ripararsi dal freddo, la serata era tranquilla, l'incrociatore "Space Oddity" era appena partito con il suo carico di spaziali, turisti e commercianti, sarebbe ritornato tra una settimana. Nella taverna erano rimasti i pochi abitanti ed i minatori appena risaliti. In un angolo, Tony, il suo migliore amico, stava discutendo con un giovane e con Lady Stardust, il complesso sul fondo suonava in maniera alquanto scadente la vecchia e magnifica "Rock'n’roll suicide", solo uno spaziale seduto in disparte fumava calmo e rompeva la monotonia della clientela. Sarebbe stato interessante andare da lui a discorrere dei lunghi viaggi nello spazio, qui non molti sapevano cos'era l’ebrezza della PVL, ma non era la serata adatta.
Chiamò una ragazza, si fece servire un Alexander e chiese dell’acido. Gli fu portato immediatamente. Centellinò l’Alexander ascoltando attentamente la musica.
"Oh no love you're not alone", la melodia gli accarezzava la mente con la morbidezza di una soffice seta, era bellissima.
Appena finì la canzone, si guardò intorno cercando qualcuno, non aveva voglia di restare solo, ma non c'era nessuno. Prese l’acido.
Quando era con suo padre no, non era mai solo, la sera gli raccontava grandi avventure, sembrava Vince Drake sull’asteroide d'oro, e lui era suo fratello Vernon. Suo padre si che era un vero minatore, doveva combattere da solo, senza attrezzatura adeguata, con il rischio di vedersi soffiare tutto dai pirati. Ed invece s’era fatto fregare tutto dalla Mineral Extractive Intergalactic, le stesse persone che lo avevano sfruttato quando, povero minatore, doveva vendergli quel poco di oro che trovava a prezzi stracciati, e quando era riuscito a· trovare un buon filone e a far fortuna, con cavilli legali ed una buona dose di corruzione gli avevano rubato tutto. Altro che grandi e liberi pionieri, erano degli imbecilli quelli come suo padre. La testa gli girava. La musica lo cullava dolcemente, poggiò la testa sulle braccia appoggiate al tavolo. Suo padre era un'imbecille.
In quel momento una mano scosse vigorosamente la mia spalla. Intorpidito com'ero ci misi qualche minuto per alzare la testa, ero stanco e tutto intorno a me era confuso, annebbiato, come se guardassi attraverso dei veli neri, poi, poco a poco, i contorni delle cose tornarono nitidi. Di fronte a me stava un uomo anziano ma ancora vigoroso, i lunghi capelli bianchi tirati a lato di una fronte spaziosa erano tenuti fermi da un laccio rosso poco al di sopra di due grandi occhi azzurri. Le sue labbra si mossero piano.
- Diamond, non mi riconosci Diamond? - mi chiese l'uomo.
Il suo volto non mi era sconosciuto, lo stordimento però mi rendeva faticoso riconoscerlo, e poi era tanto che nessuno mi chiamava con quel nome.
- No … cioè sì, ti conosco ... ma non so chi sei. - La voce era spezzata, non stavo molto bene.
- Sono tuo padre, Diamond, davvero non mi riconosci?
Quell'uomo aveva una voce calda, amica, tutto nel suo atteggiamento dimostrava amore e calore. Ma sì, come avevo fatto a non riconoscerlo! Era lui, mio padre Wierd, dopo tanto.
- Dove sei stato fin’ora? - gli chiesi, mentre un nodo mi prendeva alla gola - Avevo bisogno di te, lo sai. – Scoppiai a piangere, singhiozzando e tremando forte. Mio padre mi si sedette di fianco, mi abbracciò e stette così a lungo accarezzandomi la testa.
- Ora è tutto finito, Diamond. - mi sussurrò mio padre. - Sono venuto a prenderti, ho qui con me Lucy, ed insieme a lei potremo correre per lo spazio, insieme, come una volta.
Andremo alla ricerca di vecchi asteroidi d'oro, passeremo dal cerchio stellato di fuoco, scivoleremo sotto la cascata di Venere, ce la spasseremo un casino e tutti un giorno canteranno le gesta di Wierd e di suo figlio Diamond.
Annuii lievemente col capo, mi alzai, asciugandomi le ultime stupide lacrime da bambino e, sempre abbracciati, uscimmo dal locale incontro alla fredda notte di Warszawa. Ci cacciammo per i tristi vicoli di Suffragette City, camminando piano. senza fretta, verso l'astroporto dove ci aspettava Lucy.
Subito Lucy mi ricordò l'aria di casa, le morbide linee aerodinamiche, che mi ricordavano i vecchissimi aerei a reazione del ventesimo secolo, erano più sensuali di qualsiasi donna, l'odore di combustibile liquido, necessario per uscire dall'atmosfera, era la più dolce di tutte le essenze, l'interno di lucido metallo indeteriorabile conferiva una sensazione di solidità e d'immortalità a tutto l'ambiente ed alle persone che vi vivevano, il contatto con il gelido acciaio seppe creare in me una gamma di brividi e sensazioni più vasta dell'immaginabile. Tutto era come l’avevo visto l'ultima volta, la mia stanza era immutata, i miei libri, il poster di Bakunin, i miei arnesi di lavoro, la mia collezione di dischi di rock’n'roll e new wave, c'era perfino la stessa aria profumata della mia giovinezza. Pà mi raggiunse poco dopo.
- Ho già avvisato la stazione di controllo - disse - partiremo tra poco, preparati.
- Dove andremo, Pà? - gli chiesi con grande eccitazione.
- Non lo so di preciso. - rispose - mi sembra di avere visto un grappolo di asteroidi poco lontano di qui.
- Tanto per incominciare possiamo andare là. - aggiunse dirigendosi verso la cabina di pilotaggio.
Un breve e veloce salto ed eravamo già fuori dall'atmosfera di Warszawa. Le stelle giravano veloci intorno a noi, ed io tornai a sentire la vecchia e sognante melodia dello spazio, fatta di silenzi e di ombre, il "concerto delle stelle" non è necessariamente un'esperienza dei sensi, è del tutto interiore, bisogna volere e sapere ascoltare queste composizioni cristalline, devi accettare ed aprirti allo spazio, lui ti ricompenserà sempre. Molto mistico, non è vero? Ma lo spazio è per gli astronauti quello che il mare è per i pescatori: fonte di vita e unico amore, Lo spaziale costretto a terra è un uomo distrutto e mutilato, chi ne ha il coraggio preferisce togliersi la vita.
Ecco là gli asteroidi! - gridò mio padre, allontanando dalla mia mente quella musica del silenzio. – Se tutto va bene, dovremmo sistemare entro la notte.
Che buffo; quando ero bloccato su Warszawa la parola notte aveva un senso, ma qui nello spazio non c'era nessuna palla di terra a contarti le ore.
Era passata una settimana dal nostro arrivo, quando trovammo l'oro. Quella sera organizzammo una piccola festa per due da Lucy, ci ubriacammo e danzammo per tutta la notte. Ero molto felice, mio padre mi voleva bene e le cose stavano andando nel migliore dei modi. Ero tornato a vivere nello spazio e stavo diventando ricco, non si può voler chiedere niente di più dalla vita.
Il mattino dopo stavamo lavorando tranquillamente, piazzando una carica in un nuovo pozzo, quando, senza accorgercene, venimmo circondati da un gruppo di malviventi.
- Ehi, >voi due, lasciate stare la dinamite ed i laser e allontanatevi piano, tenete alte le mani! - chi aveva parlato era una bestia umana alta quasi due metri e con un fulminatore in mano.
Pà ed io facemmo come ci veniva ordinato, imprecando per la nostra imprudenza.
- Si può sapere chi siete? - domandò Wierd, senza molto tatto.
Nei caschi risuonò una voce cupa dai timbri più profondi di una bertuccia dello spazio in calore.
- Io sono Pouly Anderson, e questi sono i miei ragazzi, fate quello che vi dicono e non fate scherzi, non vi conviene; siete sotto tiro.
Cazzo! Pouly Anderson, il più famigerato dei delinquenti di tutta la galassia. Eravamo finiti proprio in belle mani.
Appena saliti sulla loro nave, atterrata di fianco alla nostra Lucy, fummo portati da Anderson. La nave era ridotta così male da far credere che fosse stata in balia per un mese intero dei Ragni di Marte, da tanta era la sporcizia e lo sfacelo. La stanza in cui si trovava Anderson non era da meno.
Appena entrati, il tanfo orrendo che ci investì ci indicò che all'incirca dalla prima volta che vi era entrato, Anderson non aveva mai lasciato la sua sala di comando, neanche per espletare i normali bisogni fisiologici. Anderson ci squadrò a fondo.
- Come minatori saprete il fatto vostro, ma come pirati fareste proprio schifo - s'interruppe per uscire con una risata sguaiata che mise in mostra due file di denti ingialliti e aguzzi. Non doveva aver bisogno di molte posate per mangiare, se non li teneva solo per bellezza.
- Neanche il più imbecille dei miei uomini illuminerebbe i propri scavi come se fossero il "Maxim" di Newark, senza installare nessuna difesa oltretutto. - Si accorse che non lo stavo neanche a sentire, tutta la mia attenzione si era fissata su quei denti da carnivoro. Sottolineò la derisione con forti sghignazzate che misero in mostra una profonda cavità che difficilmente si sarebbe potuta definire una gola, anch’essa sede di chissà quali ributtanti infezioni.
- Belli eh!, - disse, elevando tutti i centoventi chili che lo componevano da una specie di trono - Me li sono fatti fare apposta questi dentini appuntiti. Di solito ci mangio i miei prigionieri, vivi.
Sicuramente voleva spaventarci, ma non potei trattenere un tremore che si diffuse, per un istante, in tutto il corpo.
Mio padre, invece, rimase calmo e sprezzante. La sua fermezza mi aveva sempre colpito, quel suo riuscire a razionalizzare anche nei momenti più critici era un aspetto del comportamento umano del tutto alieno dal mio. Il mio primo impulso è sempre stato la ricerca di un rifugio, e quindi la fuga, in cui poter in seguito pensare con calma. Pà era solito dire che mai uno della famiglia si era comportato da codardo in una situazione di pericolo. Sarei stato il primo.
Da tutta la notevole massa di Anderson si diffuse una delicata sensazione di piacere nel constatare che la sua frase aveva avuto su di me l’effetto voluto.
- Adesso noi andiamo a cercare l’oro, - riprese Anderson - e se saremo soddisfatti forse vi lasceremo liberi. Portali in cella. - Concluse rivolto ad un suo scagnozzo. Era chiaro che non era altro che una sporca menzogna per farci tormentare dal pensiero che forse saremmo sopravvissuti a questa lurida avventura. Restammo in silenzio, ignorando anche quest'ultima provocazione.
Passarono altri due giorni in cui non facemmo altro che dormire su dure assi d'acciaio. All'alba del terzo giorno, la guardia, l'unica persona che avevamo visto fino ad allora, e non è che ce ne lamentassimo, ci disse d'uscire e di seguirlo.
Era sola
- Questa è la nostra unica occasione - mi disse di nascosto mio padre, mentre ci alzavamo, - dobbiamo cercare assolutamente di prendere delle armi dalle tute e scappare.
- Avanti, sbrigatevi. - ci zittì la guardia.
- Dove ci porta? - gli chiese Pà.
Vi vuole vedere Anderson. Sembra che con l'oro non sia andata molto bene e non andrà certo bene neanche a voi … eh, eh ... - rispose sghignazzando.
Non aveva fatto in tempo a far sparire quel sorriso deficiente dalle labbra che pà scattò. Gli prese un braccio e glielo rovesciò dietro la schiena, un sinistro rumore non lasciò dubbi sulle condizioni di quel braccio. Un forte pugno allo stomaco gli tolse anche il fiato per gridare il suo dolore, silenziosamente si afflosciò a terra.
- Svelto, cerchiamo delle tute! - mentre si chinava a raccogliere il fulminatore. Io rimasi lì fermo come un allocco, incapace di reagire, mentre mio padre si lanciava di corsa su per le scale. Fu la mia paura a salvarmi. Era tutto troppo semplice, una sola guardia imbecille, nessuno nel corridoio.
Arrivati nel punto in cui le scale si incrociavano con due corridoi, mio padre era sempre davanti a me di una decina di metri. Fu per questo che riuscii a nascondermi quando una massa di centoventi chili, che evidentemente aveva progettato il tutto con un vero sadismo, si abbatté su mio padre. E mentre lo picchiava e lo picchiava, io mi nascosi in una saletta rimanendo a guardare dalle finestre superiori. Fu allora che Anderson affondò i suoi denti nella carne pesta di mio padre e incominciò a strapparne bocconi e a sputarli ancora sanguinanti tutt’intorno.
No, non era possibile, c'era qualcosa di sbagliato. Nelle storie che mi raccontava pà, i bravi minatori vincevano sempre sui pirati cattivi. Ma perché non accadeva niente, i buoni vincono sempre. Non è possibile, qualcuno si sbaglia in questa storia. Ma Anderson continuava a strappare carne con quelle mascelle bavose e tutto il corridoio si macchiava del sangue di mio padre.
Fu allora che incominciai ad urlare, a prendermi la testa fra le mani e a urlare forte.
Fu fuori dal "Beauty and the Beast" che gli spiegarono tutto.
Non era venuto nessun Wierd a portarlo sulla Lucy, non era stato su nessun asteroide d’oro, non c’era nessun Pauly Anderson a strappare coi denti la carne di un uomo vivo, non c’era stato neppure nessun Diamond.
C'era solo il Pallido Duca Bianco che aveva fatto un "bad trip", si, solo un brutto viaggio, niente di più. E quando aveva incominciato ad urlare e a piangere, laggiù nel "Beauty and the Beast", il complesso aveva cessato di suonare, e tutti si erano fermati a guardarlo; solo uno spaziale, un minatore che era il suo miglior amico e un giovane poeta non si erano accorti di nulla, abbagliati com'erano dal fascino distruttore di una delle tante Lady Stardust della frontiera. E quando alcuni suoi amici lo presero e lo portarono fuori e cercarono di calmarlo, lui parlava e urlava. Lui glielo disse ai suoi amici che si chiamava Diamond e non Pallido Duca Bianco, ma non gli vollero credere, e diceva loro di Lucy, dell'oro, dei denti di metallo, di suo padre, del suo sangue, tanto sangue, rosso, caldo.
Gli spiegarono che era stato un brutto viaggio, solo un brutto viaggio. E lo lasciarono solo. Questo fu un errore. Fu un errore perché lui ci credeva in suo padre, credeva che fosse il più forte, credeva ai pionieri e agli asteroidi, credeva che un futuro dorato potesse davvero toglierlo da quella vita che vita non era, che lo avrebbe ucciso, in uno dei tanti modi possibili, in pochi anni. Erano le uniche cose in cui credeva ancora quando scendeva giù in mina, là su Warszawa, credeva nella frontiera, credeva in un mondo più libero nella felicità, credeva nell'amore.
Ma quella sera a Suffragette City forse era troppo freddo perché i Nostri arrivassero a salvarlo. Girò a lungo per le strade buie e gelide sotto un cielo senza stelle. Ma i Nostri non arrivarono per lui, ed il Pallido Duca Bianco, che si chiamava anche Diamond, ma questo non lo sapeva nessuno, si fermò un attimo sul bordo di un canale di scarico a cercare una stella, ma quella sera non c'erano stelle per lui nel cielo verso cui volare con la sua Lucy, invece ce n’erano molte giù in basso, nell'acqua turbinante, che lo chiamavano e lo attiravano. L'ultima cosa che vide, prima di inseguire una stella particolarmente bella e splendente in quel liquido empireo mutevole, fu uno spaziale uscire barcollante e sporco di vomito da una stretta porticina e correre verso l'astroporto.
Dopo, Lucy volava nello spazio con Diamond per l'eternità.
da "The Time Machine" n. 3/‘80
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