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Nel grande mare


di Andrea Bellizzi


La villetta era poco distante dal mare, non più di cinque minuti di strada a piedi.

Ere una piccola villa dalle linee semplici e squadrate, circondata da quattro mura ricoperte di rampicanti e chiusa da un cancello privo di fessure, che nascondevano alla vista dei passanti tutto il piano terra ed il giardino, lasciando scorgere solo i colori spenti, consumati dalla salsedine, del primo piano e della terrazza sul tetto piatto.

Di fronte e intorno alla casa crescevano disordinatamente ciuffi di erbacce ricoperte di sabbia; dietro, ad una certa distanza, si allargava una pineta, arroccata su colline simili a dune.

Tra il mare e la villa correvano parallele la strada, che portava alla città, e la spiaggia, per un lungo tratto libera da ombrelloni e cabine, ma sporca e scura.

Il mare, per l’ora tarda, era grigio come il cielo, e placido e maestoso; il sole quasi lo toccava, ormai, truccato d'una strana tinta accesa, e pareva di vederlo scivolare.

Quando suonai al campanello della casa. mi venne ad aprire un uomo magro, sulla sessantina, dalle spalle larghe, i capelli lisci e corti ed il viso inespressivo.

- Buonasera - dissi.

- Buonasera - ripeté lui.

- Sono Valestri. Sono arrivato pochi minuti fa. Ho voluto vedere un attimo il mare.

- Si, certo. Entri, prego, signor Valestri. Io sono Di Verde. Venga a bere qualcosa dentro casa.

- Grazie, molto gentile.

Di Verde era il proprietario della villetta. Avevo parlato con lui per telefono, per rispondere ad un annuncio pubblicato da un quotidiano. Egli offriva in affitto il primo piano di una piccola villa vicina al mare, a condizioni che sembravano convenienti. Per cui avevo chiesto di poter vedere la casa e il posto, ed era stato invitato per questo pomeriggio.

Attraversammo il cortile, cosparso di ciottoli e sassolini.

- Se fosse venuto prima forse avrebbe potuto farsi un'idea più chiara della casa - osservò Di Verde, mentre salivamo pochi gradini di dislivello tra un giardino e. una veranda al piano terra.

- Si, ha ragione - ammisi - Mi dispiace d'essere arrivato a quest'ora. Non vorrei averla disturbata. Forse lei cena presto.

- Oh, non. si preoccupi per questo. Lo dicevo per lei. Con un po' più di luce avrebbe visto meglio ogni cosa.

Entrammo in una sala arredata semplicemente, con pochi mobili discreti, qualche quadro alle pareti chiare ed una grande tavola ovale, disposta parallelamente al lato dalla veranda.

Sopra la tavola, coperta da una. tovaglia avana, erano posate delle carte da gioco per un solitario ed un alto e stretto vaso di vetro, con fiori dal lunghissimo gambo. La sala era illuminata da una tenue luce elettrica, proveniente da alcune delle lampade infisse alle pareti, mentre il soffitto era vuoto.

- Prego, si sieda, signor Valestri. Io intanto faccio un po' più di luce - disse Di Verde, indicandomi una delle sedie disposte intorno alla tavola ed accendendo, intanto, le lampade ancora spente. Mentre sedevo, mi chiese anche se desideravo un liquore od un’altra bevanda, e qualcosa da mangiare.

- No, grazie. Da mangiare niente, grazie. Accetto volentieri un vermouth, se possibile.

- Un vermouth? Si, certo. Ora glielo prendo. - Aprì gli sportelli di un armadietto e ne tirò fuori una bottiglia mezza piena e due bicchieri.

- L'appartamento serve solo a lei, signor Valestri? - mi chiese, mentre versava il liquore.

- Sì, soltanto a me. Non sono sposato -·sorrisi - E non credo che riceverò visite. Vorrei passare un po' di tempo lontano ·dalla confusione, e spero di riposarmi, qui.

- Se ama la tranquillità si troverà benissimo. Mia moglie ed io viviamo da soli, e questo è un posto abbastanza appartato. Non vi sono cabine ed impianti, che attirino gente. Gli stabilimenti organizzati sono più distanti, in direzione della città. - Mi diede il mio bicchiere e si sedette. – Nell’appartamento che affitto vi è anche la cucina, signor Valestri. Lei è scapolo, e forse le piacerà cucinare.

- Si, abbastanza. Sono abituato a cavarmela da solo, in effetti. Eventualmente, ho visto che c’è una specie di tavola calda, non troppo distante da qui. Andrò lì, quando non avrò voglia di cucinare.

- Si, certo. Non è lontano - confermò Di Verde, senza più sembrare molto interessato alla cosa. La sua mano destra giocherellava col bicchiere, e lui era assorto a contemplare il liquido che vi ondeggiava dentro.

- Comunque, nella cucina vi è tutto il necessario per cucinare e servire in tavola – disse ancora, prima di portare il bicchiere alle labbra.

Sorrisi in segno di assenso, ma il mio ospite non vi badò, lo sguardo appannato da altri pensieri.

Non me la presi; era capitato anche a me d'essere sorpreso soprappensiero mentre mi trovavo in compagnia. Per cui ripresi a sorseggiare il mio vermouth senza dir nulla. Bevvi con calma, per dar tempo a Di Verde di ricordarsi di me; ma quando posai sul tavolo il bicchiere vuoto, lui continuò a fissare il vuoto e a centellinare appena, di tanto in tanto, il suo liquore.

Finché l’atmosfera si fece di colpo bizzarra.

- Mi scusi, signor Di Verde - Mi decisi a dire, allora, sentendomi stranamente imbarazzato - Se vuol farmi vedere l'appartamento che intende affittare, per favore …

Voltò il capo verso di me a piccole tappe successive, come se ognuna di queste gli fosse necessaria per tornare appieno alla realtà. Quando mi guardò, i suoi occhi erano ancora curiosamente trasognati, ma mi rispose.

- … Sì, certo … Venga. Ora le faccio vedere il piano di sopra - disse, e posò il bicchiere non ancora vuoto. Uscimmo nuovamente in veranda e girammo su un fianco della villetta, dove era fissata una scalinata stretta e diritta, che portava sul retro del primo piano, tutto percorso da un corridoio-balconata. Sopra di noi la scaletta continuava, girando a chiocciola, fino sul tetto.

- Di sopra si va su una terrazza, vera? - chiesi, mentre Di Verde apriva una porta sul corridoio.

- Si. Potrà prendervi il sole, se vorrà. Comunque vi è un balcone abbastanza grande anche nel suo appartamento. - Oltrepassò la porta e lo seguii. Una per una accese le luci delle stanze, e lasciò che guardassi ogni cosa con agio.

Il salotto, il bagno, la camera da letto, il piccolo studio e la cucina erano arredati e conservati con la stessa essenziale semplicità della sala al piano terra. Un balcone, spazioso quanto bastava per contenere uno sdraio e un tavolino tondo con due sedie, si affacciava sul giardino e sul mare.

Non ci fu molto da dire. Di Verde confermò la cifra di fitto indicata sul giornale, e dal prossimo lunedì mattina avrei abitato lì.

Scendemmo al cancello della villa in silenzio. Accanto a me, il mio nuovo padrone di casa pareva immerso di nuovo nei propri pensieri. Ad ogni modo, prima che andassi via mi domandò se desideravo fermarmi a cena da lui. Lo ringraziai, ma preferivo non rincasare troppo tardi, e non insistette.

Mentre guidavo la mia auto, sulla via di casa, pensai che doveva essere il tipo di persona più abituata a vivere da sola, che in compagnia, per la facilità con cui sembrava perdersi dietro riflessioni personali ed anche per la sua cortesia da manuale, impersonale e distratta.

Mi chiesi solo che donna potesse essere la moglie e se fosse in casa, quella sera. Se c'era, o aveva preferito non farsi vedere o l'aveva preferito il marito. O ancora più probabilmente nessuno dei due si era posto minimamente la questione, ed io ero più impiccione di quanto credessi.

Quindi accasi la radio e la smisi di pensar male.


Come stabilito, tornai alla villetta la mattina del lunedì seguente, in una giornata molto assolata, ma rinfrescata da un vento piacevole. Fermai la macchina di fronte al cancello, scesi e suonai il campanello. Venne ad aprirmi di nuovo Di Verde, indossava larghi pantaloni grigi e camicia bianca a righine scure. Dal piccolo colletto aperto s’intravedeva la punta di una canottiera. Mi guardò con i suoi occhi disattenti.

- Buongiorno. signor Valestri.

- Buongiorno. Le dispiace se entro con la macchina, così potrei scaricare più facilmente un po' di bagagli>?

- Oh sì, certo. Faccia pure. Ora le apro il cancello.

- Grazie.

Rimontai in auto ed entrai nel cortile, facendo scrocchiare il fondo acciottolato. Mi fermai vicino alle scalette che portavano al piano superiore, sul lato sinistro della casa, dirimpetto al cancello, e riscesi.

- Ha molti bagagli da scaricare? - mi chiese Di Verde, mentre aprivo il portellone posteriore.

- Un paio di valige e alcuni libri - risposi - E qualcosa da mettere sotto i denti - aggiunsi, ma mi accorsi di non essere ascoltato. Tirai fuori le buste con i libri, e il resto, e portammo tutto di sopra. Poi parcheggiai l'automobile sul retro della casa, come m'indico Di Verde, sotto una tettoia che copriva l'angolo destro del cortile. Quindi ricevetti le chiavi dell'appartamento e del cancello d'ingresso.

- Ecco le sue chiavi - disse Di Verde - Questa è per aprire la porta del suo appartamento, e questa è per aprire il cancello del giardino. - Gli occhi incori attesero un assenso.

- Va bene - risposi - Ho capito.

Annuì leggermente col capo e smise di prestarmi attenzione, come ormai sembrava solito fare.

- Ora mi scusi, signor Valestri, ma avrei alcune cose da sbrigare, in casa.

- Prego, faccia pure.

Annuì ancora, più che altro a sé stesso, e si girò per andarsene. Fatto un passo, però, si voltò di nuovo verso di me.

- Ah, signor Valestri … Se le dovesse servire qualcosa, mi chiami. Non uscirò oggi.,

- Va bene, grazie.

- Mi troverà dentro casa o nel giardino - aggiunse, e lo ringraziai ancora con un cenno del capo, mentre stava già voltandosi per andare via davvero.

Piuttosto esasperante, come tipo, considerai. Non si poteva dire che si curasse molto di chi e di cosa lo circondava. Ed il suo ripetere ogni volta il mio nome aveva l'aria di una specie di espediente per rammentare a sé stesso chi fossi più che di un atto di riguardo. Tuttavia, esistevano persone dai modi ben più irritanti, e mi limitai a sorriderne.

Entrai nella mia nuova casa, passando il resto della mattinata a dare una prima sistemazione alla mia roba e a prepararmi qualcosa da mangiare.


Dopo mangiato uscii sul balconcino dell'appartamento, e mi distesi sulla sedia a sdraio, un cappelletto in testa per ripararmi dal sole e un amaro ghiacciato ed un libro a portata di mano.

Sotto la luce intensa, il mare era diventato d'argento, luccicante di miriadi di riflessi, con file continue di piccole onde che lo attraversavano con la massima delicatezza possibile. Tra il cielo e il mare, la linea dell'orizzonte dava più del solito l’impressione di segnare un confine estremo.

Chiusi gli occhi e mi rilassai, lasciando che il sole mi scaldasse il cuore e la pancia.

Ero quasi sul punto di appisolarmi, quando qualcuno, sotto il balcone, scese i gradini della veranda, calpestando i ciottoli del cortile. Non volevo addormentarmi, e mi alzai per vedere se non fosse, per caso, la moglie del padrone di casa.

Scorsi Di Verde, invece, solo, e chino su una delle piante allineate a ridosso del muro di recinzione, impegnato ad esaminarne le foglie. Sulla strada, una macchina passò con qualcosa fissata sul tetto; poi un ciclista solitario, che seguii con gli occhi finché non divenne troppo lontano.

Di Verde controllava con pazienza ogni pianta, i movimenti lenti e misurati di chi non ha alcuna fretta di concludere quel che sta facendo.

Mi sentivo intorpidito dal caldo e dal sonno, per cui recuperai il libro e bicchiere e rientrai dentro casa.

Mi buttai sul letto, per risvegliarmi più di due ore dopo.

Rimasi a lungo sdraiato a guardare il soffitto, aspettando la voglia di alzarmi, poi feci una doccia e mi cambiai per uscire; volevo fare quattro passi almeno prima che venisse l'ora di prepararmi la cena.

Mi affacciai in balcone per vedere se Di Verde fosse ancora in giardino, ma non lo scorsi. Sperai che fosse in veranda, nascosto della tettoia che sporgeva sotto il mio balcone; non mi andava di uscire senza aver scambiato con lui nemmeno una parola, però avrei preferito incontrarlo mentre scendevo, piuttosto di doverlo cercare in casa.

Fortunatamente lo trovai proprio in veranda, occupato a voltare le carte di un solitario. Sentendomi arrivare alzò il capo e mi salutò.

- Salve - risposi, e indicai con la mano l'appartamento di sopra - Questo pomeriggio non ho fatto altro che restare in camera a dormire. Era parecchio tempo che non mi capitava di avere tanto sonno, dopo mangiato.

- Sì- ammise lui - in questi giorni fa molto caldo e viene voglia di dormire, il pomeriggio.

- L'ho vista curare le sue piante, oggi. Le piace il giardinaggio? - chiesi, pensando che fosse un argomento a cui teneva. Istintivamente guadò le file di piante sotto i muri, e i fiori ai piedi della veranda.

- Il giardinaggio? Oh sì, abbastanza … È un'occupazione rilassante. Lei s'intende di piante, signor Valestri?

- Veramente no, ne so ben poco - confessai, e gli chiesi il nome di alcuni fiori, che non conoscevo. Si limitò a citarmeli senza addentrarsi in spiegazioni, o mostrare un particolare entusiasmo, cosicché in breve l'argomento fu esaurito.

- Bene - tagliai corto, quando fu chiaro che il silenzio si sarebbe prolungato - Se permette, io vado a farmi una passeggiata. Del moto mi farà bene, prima di cenare.

- Sì, certo. Arrivederla, signor Valestri - approvò Di Verde, abbozzando un sorriso di cortesia.

- Arrivederla - salutai a mia volta. Raggiunsi il cancello con un certo sollievo; decisamente, il mio ospite non era tipo di molta compagnia.


Tornai alla villa dopo le otto, con due lattine di birra, prese alla tavola calda. Nonostante l'ora non tarda, per strada non incontrai nessuno. Nessuna auto o passante, nessuno nel cortile della villa e sul corridoio del primo piano, nessuno all'interno del mio appartamento. Mi sentii un po' solo.

Misi la birra in frigorifero e cercai della musica alla radio. Il sole, a galla sul mare, era tondo e rosso sangue. L’avrei fotografato, prima o poi; se fosse venuto bene ne avrei fatto un bell'ingrandimento.

Chi sceglieva la musica, alla radio, doveva aver deciso di immalinconirmi, perché le note delle canzoni divennero sempre più tristi. Non mangiai molto, ma per essere in tono con la serata mi finii tutte la birra.

Sulla strada, ogni tanto l'occhio di un lampione illuminava una fetta d'asfalto. Oltre, non si distingueva il nero del mare da quello del cielo. Se fossi uscito in balcone avrei sentito le onde e visto le stelle, ma preferii tenermi tutto in serbo per i giorni a venire.

Quando un disc jockey più allegro sostituì bruscamente il precedente ne fui scandalizzato· Spensi la radio e decisi che sarebbe stato meglio andarsene a letto.

Prima che prendessi sonno, tuttavia, mi parve di udire dei passi sul brecciato del cortile. O Di Verde aveva trovato modo di passare meglio di me la serata, in giro con la moglie o senza, oppure soffriva d'insonnia.

Fui più propenso alla seconda ipotesi.


La mattina venni svegliato presto dalla luce del sole. Avevo ancora sonno, ma mi alza ugualmente perché intendevo trascorrere la mattinata in spiaggia. Poi prima dell'ora di pranzo, avrei preso la macchina per andare a far rifornimento di cibo.

Mentre scendevo le scalette, vidi Di Verde, con una bicicletta al fianco, oltrepassare il cancello d'ingresso, chiuderlo e pedalare via. Feci gli ultimi gradini pensando che avrei potuto approfittarne per fare la conoscenza della moglie; con la scusa di salutare potevo bussare alla porta della veranda ed aspettare che lei mi invitasse ad entrare. Mi frenò però l'idea che oltre alla possibilità che ella si rivelasse una donna giovane e attraente, tenuta nell'ombra dal marito più anziano per timore di eventuali seduttori, vi era la più probabile eventualità che si trattasse invece di un'attempata signora dai modi ostili, troppo cordiali o anche glaciali. E l’idea di avere a che fare con una copia del signor Di Verde non mi garbava affatto.

Così preferii non farne niente e proseguire per la, mia strada, deciso a lasciare ai padroni di casa oppure al fato il compito di completare o meno le presentazioni.

Ciò non toglie che attraversai il cortile con la spiacevole sensazione che qualcuno mi spiasse dalla casa.


Lasciai la spiaggia prima del previsto. Avevo preso troppo sole, sudato troppo e nuotato troppo, anche se in realtà avevo fatto solo poche bracciate. Ero decisamente fuori allenamento e fuori fase.

Mi trascinai fine alla villa senza incontrare nessuno, nemmeno in cortile. Mi sciacquai la faccia con l’acqua fredda e bevvi fine a riempirmi lo stomaco; poi vegetai sul divano per un quarto d'ora, guardai l'orologio, mormorai qualche malaparola inoffensiva e riscesi con le chiavi della macchina Feci manovra, uscii, comprai molte cose in buona parte inutili e ritornai.

Scaricare la roba, parcheggiare l'auto e fare le scale mi costò parecchia fatica, soprattutto per via del silenzio e dell'atmosfera di abbandono che mi circondavano. Mangiai in compagnia della musica e digerii insieme ai miei pensieri. Lugubri.

Ero fuggito dalla Città perché ultimamente m'ero sentito saturo di facce, discorsi, impegni e svaghi quotidiani, consumati con moltitudini ugualmente indistinte di presunti amici, conoscenti, colleghi, parenti e passanti. Ma per lasciare indietro il cattivo odore delle abitudini avevo bisogno di tempo.

Non era facile passare da una città agitata e piena di estranei rumorosi ad una casa isolata che nemmeno sembrava abitata, affacciata su una grande spiaggia vuota: dovevo prima "disintossicarmi".

Andai in balcone e spiai il mare, in cerca d'ispirazione.


Passa tre giorni di abulia, quasi sempre sdraiato a prendere il sole sulla spiaggia, la mattina tardi, e a guardare il mare, la strada ed il lavoro di giardinaggio di Di Verde, il pomeriggio, dal balcone. La sera, sul divano o sul letto, cercavo di leggere libri tutti uguali.

Ogni mattina presto, invece, il padrone di casa prendeva la bicicletta e se ne andava in giro per un paio d'ore; poi rimaneva dentro casa per il resto della mattinata, curava le piante il pomeriggio e la sera immaginavo che passasse il tempo a fare solitari o cose del genere. La moglie non s’era vista mai e ormai dubitavo che abitasse veramente lì, come aveva detto lui.

Però, la terza notte, che ero andato a letto più tardi per finire le ultime pagine di un libro, sentii di nuovo il rumore di qualcuno che camminava nel cortile, così distintamente che pensai subito che Di Verde non fosse solo e che qualcuno - la moglie - doveva accompagnarlo.

Non mi alzai perché ero stanco, e prima che fossi stato in piedi non avrei trovato più nulla da vedere. Ma mi ripromisi d'indagare.


Il giorno dopo mi svegliai di umore migliore. Feci colazione con un certo gusto e percepii con piacere l'aria fresca del mattino. Andai alla spiaggia come al solito, ma passai maggior tempo in acqua, nuotando con più convinzione.

Avevo deciso che mi sarei tolto la curiosità di scoprire con chi il monotono signor Di Verde andava a spasso la notte, e, se si trattava della moglie, di conoscerne finalmente l'aspetto. Per cui la notte sarei rimasto alzato fino a vederli uscire, una volta o l’altra; un tipo come Di Verde non poteva avere occupazioni che non rientrassero in una routine ben collaudata.

Naturalmente avrei potuto soddisfare la mia curiosità rivolgendo poche innocue domande direttamente all'interessato, ma a parte il fatto che non sopportavo l'idea di dover tentare ancora una qualsiasi conversazione col mio padrone di casa, mi ero così annoiato, in quei giorni, che mi sentivo disposto a pedinare anche un gatto in amore, pur di fare qualcosa di nuovo. Tanto più che l'idea di giocare all'investigatore mi sembrava in tono col fatto di trovarmi in vacanza.

Quando rincasai, il fatto che come sempre Di Verde non fosse in cortile mi rallegrò invece di irritarmi; convalidava la mia tesi che si attenesse ogni giorno allo stesso comportamento. Cosicché, se era uscito già per due notti, (e non poteva trattarsi d'altri che di lui), sarebbe uscito anche altre notti.

Pranzai, osservai con approvazione il quotidiano lavoro di giardinaggio delia mia "vittima", scesi e me ne andai a piedi fino agli stabilimenti balneari dopo la spiaggia libera. Feci ritorno con della birra fresca all'ora di cena e salutai Di Verde che faceva il suo solitario in veranda.

Quando lo sentii rispondere col solito "buonasera signor Valestri" salii sorridendo al piano di sopra.

Mangiai, bevvi, sparecchiai ed attesi con calma in salotto, con un libro tra le mani, che arrivasse la notte. E la notte a poco a poco arrivò.


Passata la mezzanotte smisi di far finta di leggere, spensi la luce del salotto e me ne andai in camera da letto. Abbassai la serranda dell'unica finestra, senza svolgerla del tutto, e guardai fuori attraverso gli spazi tra le stecche di legno. Il cortile era scuro, ma non nero. La luce della luna permetteva di vedere quanto sarebbe bastato.

Mi sdraiai sul letto a fumare, abituandomi poco a poco al buio e al silenzio della camera. La notte stendeva il suo regno, fuori, e presto cominciò a giocare con ombre e scricchiolii fin dentro la mia camera.

Quando la seconda sigaretta finì cominciai a pensare se non sarebbe stato più saggio andare a dormire; me qualcuno si mosse, in cortile, e mi alzai per vedere.

Un uomo e una donna camminavano vicini verso il cancello: lui con un giaccone e pantaloni scuri, lei vestita d'un abito chiaro, la gonna lunga fino ai piedi.

Raggiunto il cancello l'uomo, che era Di Verde, lo aprì; aspettò che la donna passasse per prima ed uscì a sua volta, quindi richiuse. Li vidi ancora mentre attraversavano la strada, sotto la luce di un lampione, diretti alla spiaggia; la donna avanti e l'uomo a qualche passo di distanza, come di scorta, Infine il buio li assorbì e non rimase più nulla.

Pensai mille cose. Che la donna sembrava una sposa senza velo e Di Verde il padrino. Che lei camminava come un'indossatrice e certo aveva dei capelli lisci e neri. Che nessuno dei due aveva detto una parola e scambiato un gesto, e che lei era magra e forse giovane e bella. Che forse lui ne vegliava il sonno di sonnambula, e tante altre cose ancora.

Ero già vestito e misi solo una giacchetta di lana. Scesi le scalette ed attraversai il cortile cercando di non fare rumore. Aprii il cancello d'ingresso e guardai fuori; non si vedeva nulla ed uscii.

Attraversai la strada considerando che se qualcuno guardava dalla piaggia, m’avrebbe visto senz’altro ed io non avrei visto lui. Se avessi incontrato Di Verde e la moglie potevo dire che soffrivo d’insonnia, che dei rumori m’avevano svegliato ed ero sceso a vedere. Alla fine, potevo anche dire che li avevo veduti uscire e che ero sceso per scambiare due parole con entrambi, visto che era stato sempre impossibile trovarli insieme. Non avevo nulla da nascondere; Di Verde, semmai, avrebbe dovuto presentarmi da un pezzo alla moglie, come era norma d’educazione. E se la donna che l’accompagnava era un’altra, tanto peggio.

Superai la strada, raggiunsi il marciapiede e guardai nella spiaggia. Non si vedeva niente, neanche il mare, ed esitai; la spiaggia era profonda.

Andai. avanti finché non notai, per prima, la macchia bianca del vestito femminile. Proseguii ancora e quando li vidi entrambi mi fermai. Lei era seduta sui talloni, sull'ultima striscia di sabbia, immobile a guardare nell’acque scura, con le mani tra le ginocchia, silenziosa. Di Verde si trovava alla sua sinistra, diversi metri più indietro, ed anche lui osservava il mare senza muoversi né parlare, le mani nascoste nelle tasche del giaccone.

Non sapevo cosa fare; era diventata una strana notte, e nessuno dei due si era accorto di me. Rimasi fermo chiedendomi che cosa poteva averli spinti a venire laggiù e tratteneva me dall’andar via. Forse il suono ovattato e regolare delle onde sulla riva, che sempre più riempiva la notte e i pensieri. Il mare che avanzava e arretrava con un ritmo simile al pulsare di un profondo, sicuro, malioso respiro …

La donna mosse il capo e si sporse in avanti, come se avesse scorto qualcosa, nel mare, e mi voltai, cercando di sentirmi meno stordito.

Di Verde non parlò, mentre lei si alzava lentamente senza curarsi di spazzare via la sabbia dalla gonna, ma sembrò irrigidirsi di più.

Era una notte strana, davvero, e il buio, le due figure dal comportamento indecifrabile, il mare: e l'aria densa e pastosa mi stavano stregando.

I loro sguardi erano rivolti verso lo stesso punto, ed arrischiai di fare un altro passo avanti, per vedere meglio.

C'era qualcosa, nell'acqua, che si muoveva, e mi bloccai dov'ero.

Una sagoma informe stava uscendo dal mare, come da un’enorme pozza densa e fangosa. Avanzava appena, curva, nell’acqua ormai bassissima, barcollando ed esitando, quasi dovesse strappare ogni passo alla presa del fondo.

Alla fine fu vicinissima alla donna, che era rimasta ad aspettare, e si fermò.

La luce della luna scivolò sopra un corpo lucido e nero, troppo curvo in avanti, gocciolante di lunghi rivoli d'acqua che scendevano fine a terra dai fianchi e dalle braccia troppo magre, come se la pelle stessa li trasudasse.

La donna alzò la mano destra, aperta, verso di Lui, e quello sollevò la testa, calva, e la guardò.

Mi si agghiacciò la schiena, quando vidi i due globi, di un bianco innaturale, accendersi nel volto privo di lineamenti. Erano intrisi di un odio così tangibile ed inumano che arretra d'istinto. Nell'aria stagnava un odore dolciastro e sgradevole.

Camminai all’indietro senza riuscire a staccare lo sguardo da ciò che vedevo, finché non fui abbastanza lontano da trovare il coraggio di voltarmi e fuggire via.

Raggiunsi la villa correndo, col terrore animale che quegli occhi mi succhiassero la vita e l'anima. Salii le scale quasi singhiozzando, per la disperazione di essere raggiunto; entrai nel mio appartamento e sprangai la porta, col sangue che mi batteva nella testa così forte da impedirmi di pensare.

So solo che aspettai delle ore, nel buio, in attesa di qualcosa; finché il sonno fu più forte e mi addormentai.


Mi risvegliai di soprassalto al suono del campanello della porta.

Rimasi seduto, serrando ad ogni trillo i braccioli della poltrona. Poi la camera si riempì di silenzio. Trattenni il fiato e tesi le orecchie, cercando di captare qualche rumore; ma non sentii nulla, nemmeno quando mi accostai alla porta.

Dovevo andarmene, naturalmente; al più presto e senza esitazioni. Dalla finestra della camera da letto sbirciai nel cortile, deserto. Il sole era alto, e scoprii che il mio orologio si era fermato.

Andai nel bagno a svuotarmi. La mia testa era ancora frastornata. Tirai fuori La valigia, ma subito ci ripensai. Sarei tornato con qualcuno, per prendere tutta la mia roba; ora importava solo che andassi via il più presto possibile. Afferrai la chiave della macchina e aprii la porta d’ingrasso.

Appoggiato al parapetto del corridoio, Di Verde mi stava aspettando.

- Buongiorno, signor Valestri. Vorrei parlarle, per favore. Prima che lai vada via - I suoi occhi erano sorprendentemente attenti, ma non ostili. Il tono dalla voce cortese e deciso.

Mi aveva preso di sorpresa e non seppi cosa ribattere. Assenti stupidamente, lasciandolo entrare. Superò la porta ancora aperta ed aspettò che entrassi anch’io; allora si diresse in salotto e alzò per metà la serranda della finestra, cosicché il sole entrò con forza nella stanza. Poi, mentre sbattevo le palpebre, si sedette di fronte a me.

- Si segga, signor Valestri. Quello che devo dirle è cosa lunga. E riguarda ciò che ha visto ieri notte.

Trasalii. Mi aveva colto di nuovo alla sprovvista, e lo fissai confuso. Lui sostenne il mio sguardo senza scomporsi.

- Si segga, prego - ripeté - Ora le spiegherò ogni cosa, di modo che lei possa comprendere appieno quello che ha veduto. Solo, le chiedo di avere pazienza, e di seguirmi con attenzione, evitando di interrompermi finché non avrò finito di narrarle tutti i fatti. Si tratta di una storia lunga e complessa, che ebbe inizio più di dieci anni fa - Mi sedetti docilmente.

- Allora - disse Di Verde - Mia moglie ed io eravamo due studiosi delle civiltà precolombiane, e ci trovavamo in Messico per compiere delle osservazioni su alcuni gruppi etnici stanziati sulla costa del Golfo del Messico, discendenti diretti delle antiche popolazioni indigene … totonachi in particolare, che pure se profondamente ispanizzate conservano ancora parte del patrimonio culturale originario - Sorrise debolmente. - Ma lasciamo da parte i particolari 'tecnici', quel che conta veramente è che durante la nostra permanenza in un minuscolo villaggio di pescatori, dove eravamo riusciti a stabilire un certo rapporto di cordialità con gli abitanti, venimmo a conoscenza di una leggenda sconosciuta ed inquietante, che si riferiva ad avvenimenti verificatesi al tempo della venuta degli spagnoli in Messico e del loro scontro con le civiltà indigene. A quei tempi, mentre Cortés s’incaricò va della conquista militare del territorio, le più varie organizzazioni religiose si contendevano il compito di convertire al cristianesimo gli indios, con i gesuiti al primo posto. Di conseguenza numerosi missionari, spesso, se non sempre, dei veri fanatici religiosi, si sparsero per il territorio in cerca di anime da salvare; e secondo il racconto dei pescatori un giorno uno di questi arrivò al loro villaggio, che allora era ben più grande e popolato. Il missionario era solo, o al massimo accompagnato da un unico fedele; ma Cortés aveva già sconfitto e sottomesso sanguinosamente gli aztechi, e gli indigeni che sapevano bene tutto questo, non molestarono il nuovo venuto per timore di scatenare l’ira dei soldati spagnoli. Così egli poté circolare liberamente per il villaggio, e persino costruire nei suoi pressi una piccola chiesa dove celebrare la messa. Per qualche tempo i rapporti tra gli indios ed il prete rimasero buoni, tanto che egli probabilmente riuscì anche a fare qualche nuovo proselito. Ma le cose cambiarono quando non si contentò più dei risultati ottenuti e cercò d’intromettersi di forza nelle pratiche religiose del villaggio, cercando d'impedire, una notte, lo svolgimento di una cerimonia rituale di natura molto particolare … Non so se lei abbia una qualche conoscenza delle civiltà dell’America centrale ... - continuò Di Verde dopo un istante di pausa.

Scossi il capo in segno di diniego. - La religiosità degli indios, il loro modo di vivere e sentire la realtà e la divinità è estremamente differente, e in questo caso incompatibile con la struttura mentale e lo spirito di un europeo; per di più rappresentante della chiesa. Quasi tutte le popolazioni dell'America centrale non disdegnavano di onorare gli dei con sacrifici umani o mutilazioni volontarie; con pratiche, in ogni caso, sanguinose. Allo stesso modo, in una ricorrenza stabilita dai sacerdoti, anche nel villaggio dove era giunto il missionario una giovane donna veniva offerta in sacrificio alla più importante delle divinità adorate dagli abitanti. Ma la particolarità della cerimonia, la sua caratteristica unica e irripetibile, era che la divinità invocata si presentava materialmente al rito stesso, non sotto forma d’oggetto, uomo o animale sacro o sacerdote, ma esattamente nel suo proprio terrificante aspetto divino … Ossia il dio stesso compariva davanti agli indigeni per prendere possesso di persona dell’offerta prestabilita … E dato che l'offerta consisteva in una donna, al dio era riservato il piacere di … accoppiarsi con essa e poi tornare nel grande mare da cui era venuto. Dopo, la donna sarebbe stata uccisa dai sacerdoti in una nuova cerimonia, ed una ricca stagione di pesca avrebbe favorito il villaggio.

A questo punto l'espressione del mio viso dovette tradirmi, perché Di Verde sorrise stancamente e commentò: - Sì, certo. Comprendo bene che si tratta di un racconto incredibile. Eppure, secondo la leggenda il missionario venne ucciso proprio da quell’essere impossibile … quando una notte anche lui assistette con gli abitanti del villaggio al rito, che si svolgeva in un grande spiazzo al centro del villaggio. La vista del dio del mare dovette sembrare ai suoi occhi un parto dell’inferno. Fu questo, certo, a farlo uscire dalla folla per cercare di affrontarlo. Ma la fede non bastò a salvarlo, anche se prima di essere ucciso riuscì a fuggire fino alla sua chiesa. Lì, il dio lo raggiunse e poi lo trascinò con sé nel mare … Nessuno degli indios si macchiò del suo sangue, ma i sacerdoti ne acclamarono la giusta morte. Cosicché, quando pochissimo tempo dopo una tremenda epidemia seminò la morte tra gli abitanti e uccise per primi i sacerdoti stessi, molti pensarono che il dio adorato dal missionario fosse adirato per la sua morte e che avesse voluto punirli. Nessuno osò più avvicinarsi alla piccola chiesa, da allora, né parlare della vecchia religione. Io e mia moglie fummo colpiti dal racconto, e quando venimmo a sapere che la vecchia chiesa, seppure quasi distrutta, esisteva ancora, decidemmo di andare ad esplorarla.

Riuscimmo a convincere la moglie di un pescatore ad indicarci il luogo delle rovine e un pomeriggio partimmo alla loro ricerca. Trovammo la vecchia chiesa, quel che ne rimaneva, con minore. fatica del previsto. Dentro, ogni casa era consumata dal tempo e ricoperta di polvere, ma riconoscibile. Miseri panchetti erano disposti di fronte ad una tavola rovesciata, che aveva fatto da altare; due finestrelle ricavate sulle pareti lasciavano entrare un poco di luce spettrale. Niente, però, che facesse pensare a tragedie e sacrifici. Frugammo dappertutto, e sotto alla grossa tavola trovammo con sorpresa una specie di flauto d'argilla, miracolosamente intatto e decorato da piccoli fregi. Mia moglie, che conosceva la musica e sapeva suonare il pianoforte e la chitarra, volle tentare qualche accordo. Ridemmo insieme dei suoi tentativi, e restammo in quella casupola finché il sole non fu tramontato e non ci andò più di far ritorno al villaggio. Era notte, quando mia moglie riprese a suonare quello strumento; ed io l'ascoltavo sdraiato in terra accanto a lei. Il suono del flauto aveva un timbro così particolare che anche se mia moglie stentava a ricavarne una melodia ben precisa, l'effetto che ne risultava divenne a poco a poco affascinante. Mi sentivo felice, signor Valestri; tra vecchie rovine ad ascoltare la musica incerta di una donna che amavo molto. Ma tutto ebbe fine bruscamente quando avvertii la netta sensazione che non fossimo più soli, e mi voltai verso quella che era stata la soglia della chiesa …

Lì, immobile, una forma mostruosa ci fissò con due enormi occhi bianchi, che riempirono di un odio spietato l'universo intero … - feci l'atto di parlare, ma Di Verde mi bloccò con un gesto della mano - Aspetti, signor Valestri. So quello che vorrebbe dire, ma aspetti che abbia terminato di raccontare.

L'essere che vidi quella notte era molto più spaventoso di ciò che lei ha già veduto ... e quando avanzò verso di noi potei rendermene conto molto bene.

Cerchi d'immaginare qualcosa grande come un orso, od un gorilla, ma dalla pelle lucida e nera come quella di una foca o di un altro animale marino, ed il volto dominato per intero da gelidi occhi bianchi, più brillanti di quelli di un gatto, e saturi di una volontà di violenza addirittura palpabile …

Quando avanzò, vidi anche una minuscola bocca priva di labbra, boccheggiante, fitta di dentini appuntiti e ricurvi. Fu solo il terrore di vedermelo addosso che mi dette la forza di alzarmi e cercare di ripararmi con le braccia. Mi sentii scaraventare via da un colpo tremendo e svenni. Quando mi ripresi quell’incubo era svanito, e mi ricordai con terrore di mia moglie. L*aria puzzava di alghe marcite ad altri odori acri …

Mi tirai in piedi a fatica, e la vidi riversa in terra, con i vestiti strappati e gli occhi sbarrati. Non era morta, ma il dio l'aveva usate come le donne di cui parlava la leggenda dei pescatori …

La riporti al villaggio, e delle donne si presero cura di lei. Io non detti alcuna spiegazione. Cercai, invece, la pistola aggiunta al bagaglio per eccesso di prudenza, e la notte successiva tornai alla chiesa … Mia moglie non si era ancora ripresa.

Ritrovai il flauto e lo suonai. In qualche modo sentivo che era stato quello ad attirare il vecchio dio, e che il missionario, la notte in cui morì, prima di essere ucciso doveva averlo strappato in qualche modo ai sacerdoti indios e poi nascosto sotto l’altare della chiesa.

Ero pazzo di dolore, signor Valestri. Amavo mia moglie più di qualsiasi altra cosa al mondo, e riuscivo solo a pensare a vendicarmi …

Di quella notte ricordo ancora solamente di essermi ritrovato con la pistola in mano che batteva a vuoto. In terra, una macchia enorme di sangue o d'altro si allargava sempre più sotto il corpo mostruoso del dio del mare. Quando capii di avergli scaricato contro tutto il caricatore, gettai via la pistola e cercai qualcosa per colpirlo ancora. Restai là fino all’alba, ad accanirmi contro il cadavere e a vegliarlo. Quando mi ripresi detti fuoco alla chiesa. L’ultima prova di una leggenda …

I giorni successivi non hanno importanza, e mia moglie si risvegliò dopo un lungo periodo d’incoscienza non ricordando nulla. Io non dissi niente. A nessuno.

Tornammo in Italia, in questa casa e fui sorpreso quando mia moglie si dichiarò contraria alla proposta di vendere la villa, perché pensavo che la vicinanza del mare l'avrebbe turbata. Ma fui molto più sorpreso, quando giorni dopo mi disse di avere la certezza di essere incinta: troppe cose impossibili erano già avvenute perché non pensassi al peggio. Lei, invece, sembrò riacquistare vita; passai notti terribili, senza osare dir nulla, al pensiero di ciò che poteva accadere.

Di Verde s'interruppe e chiuse gli occhi per qualche istante. Si massaggiò le palpebre e riprese a parlare.

- Chiamammo il bambino Paolo … era un bel nome. Lui e la madre divennero inseparabili. Passavano ore ed ore insieme, tanto che col passare del tempo cominciai a sentirmi quasi un estraneo, in loro presenza. Poi, una notte di sette anni fa, quando ormai mancava poco che compisse quattro anni, Paolo scomparve.

La polizia lo cercò ovunque, inutilmente. Mia moglie reagì estraniandosi dal mondo e non parlando più. Temetti che potesse impazzire; per questo, quando una notte mi svegliai e scoprii che anche lei era scomparsa, corsi sulla spiaggia con la paura che volesse annegarsi. Ma la sorpresi sulla riva, ferma ad osservare il mare.

Da quella notte, ogni notte tornò lì. Ed io l'accompagnai, tenendomi sempre un po' in disparte. Finché, una di quelle notti dal mare uscì una sorta di nano barcollante, con gli occhi brucianti e i tratti del viso solo in parte umani - Di Verde mi fissò intensamente; ero sudato e una palpebra mi sbatteva di volontà propria - Quel mostriciattolo uscito dal mare era Paolo, signor Valestri … E sempre Paolo era l'essere che lei ha veduto questa notte.

Col tempo diverrà sempre più grande, e meno umano … Fino a divenire uguale alla mostruosità che uccisi in Messico. Per questo ogni notte porto con me questa pistola - Tirò fuori dalla tasca una grossa rivoltella e la poggiò sul tavolo. La guardai come se fosse un animale strano, incapace di pensare coerentemente; poi Di Verde la riprese e la rimise in tasca, continuando a fissarmi.

Le chiedo di non ripetere a nessuno quel che le ho detto, signor Valestri, e di dimenticare ciò che ha visto. Non torni più in questi luoghi; nessuno subirà le conseguenze di questa storia, tranne me e mia moglie. Per ora Paolo non è un pericolo, e non ho ancora il cuore di far soffrire mia moglie. Ma lo ucciderò, quando sarà il momento. L'ho già fatto, e saprò farlo ancora. Lei vada via e tenga tutto per sé. D'altronde nessuno le crederebbe mai. Per me sarà peggio, mi creda.

- Sì, le credo - riuscii finalmente a dire, con una voce che non mi sembrò la mia.

Di Verde sorrise leggermente e si appoggiò allo schienale della poltrona, la sguardo rivolto ad un punto imprecisato del soffitto. Trascorse qualche secondo di silenzio, in una scena che sembrava identica a quella già svoltasi nella sala al piano terra, la prima volta che entrai nella villa. Fu la stessa voce dell'uomo che mi aveva offerto da bere e che faceva solitari in veranda, a parlare ancora; una voce disattenta di cui ebbi paura.

Allora promette, signor Valestri?' … promette di tenere questo segreto? …

Era tutto assurdo … assurdo … Un incubo da cui liberarsi subito.

Promisi.

- Bene - disse Di Verde - Bene - ripeté. Quindi si alzò.

Restò un momento immobile, prima di andare via, come se volesse aggiungere qualcosa d'altro; ma non parlò.

Da parte mia, passò molto tempo prima che smettessi di fissarmi le mani.


da "The Time Machine" n. 3/‘80






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