Ricercare
di Marco Radice
Ancora una volta ...
Thiel spense il riflettore, spense il laser, spense gli schermi, fermò le cineprese e il tavolo rotante, raffreddò il forno, ordinò al suo cervello di non pensare; compì ancora un gesto, ed a quel comando le pareti divennero trasparenti, restituendo lo studio all'antica e naturale illuminazione del sole.
La notte era passata una notte Beethoviana, trascorsa in trepida ricerca, fatta di ansie e di elevati pensieri, travolgente ed intensa nel nascere di artistiche intuizioni, nel loro crescere e morire, fino alla finale, completa disperazione.
Chi ha detto che la gioia accompagna ogni creazione?
Solo una disperata ricerca alla cieca, invece, il buio vagare di chi spera di inciampare in una pietra focaia. Questo è "L’ARTISTA".
E lui era un artista, e famoso anche: Thiel Argust, il pittore.
Altri al suo posto si sarebbero beati; solo avessero avuto l’intelligenza di accontentarsi. Avrebbero goduto della posizione acquisita, come da una roccia il rocciatore, quando non può andar oltre. Lui, era con gli 'altri' prima, uguale a loro, ugualmente destinato, almeno in apparenza, all’eterno anonimato. E invece trovò … trovò e realizzò la sua idea, espresse e creò; e fu fatto artista.
Fu un giorno di gloria, il giorno dell'idea, realizzò tutto in fretta, furiosamente, nel timore di non giungere in tempo, di essere preceduto - aspettava da anni quell'idea, eppure, appena afferrata, sembrava già vecchia, instabile: pronta a corrompersi e ad ammuffire nel breve volgere di un istante - ma realizzò bene e con classe, ed arrivò primo. O meglio, in realtà arrivò ultimo, ultimo perché quella era l'ultima, l'ultima idea originale che avesse avuto un uomo nell’universo.
Fu come una droga, e il suo cervello cominciò ad urlare, a chiedere a gran voce: ancora, ancora una volta. E così, alla grande tragedia della mente umana, che millenni di. arte avevano spremuto di ogni concetto, di ogni oscura passione, del più timido sentimento, si aggiunse il dramma di Thiel Argust, ultimo, incontentabile, infaticabile ricercatore di idee.
Stava camminando in tondo, seguendo le pareti dello studio; se ne accorse, ma continuò a farlo, solo, alzò gli occhi dal pavimento, distese lo sguardo sulla città. Limpidi profili di case, le ardite vette dei palazzi … Romantici! che ad ispirare bastava l'elevata vista da un torrione. Altri tempi, altre idee. Oggi, un panorama, non bastava più. Si fermò, si girò verso i suoi complicati strumenti. Giacevano spenti, inutili; inutili quanto lui senza un'idea necessarie complicazioni per un’arte che non poteva più essere semplice.
Eppure, un'idea semplice si stava facendo strada nella sua mente, un'impressione di tenue immobilismo, di statici riflessi. Poteva essere, poteva proprio essere.
Presto, presto, non c'era un minuto de perdere, ora che l'idea era formata - il solito senso d’incertezza, di estrema aleatorietà.
Thiel si precipitò al videotelefono, compose il fatidico numero: SEI (Sezione Elettronica Informazioni) 473891. Un istante, poi il segnale di via libera, Lo schermo, rimase oscuro: comunicazione con una macchina. Thiel espresse la sua idea in termini semplici e concisi. Gli rispose il solito nastro magnetico: - Attenda, prego.
Thiel, passata la foga dei primi istanti, scemata in lui la furia creatrice, sedette tranquillo ad aspettare. La razionalità tornava lentamente ad avere il sopravvento: non poteva essere … non potevano esserci speranze. Era il SEI che lo negava e, Lui, non poteva sbagliare.
Più o meno come Alfred (realtà, leggenda?), il mitico vecchietto memorizzatore di ogni arte, al quale, come ad un augure, proponevano le loro idee i poeti di un tempo.
Un istante … poi, svelta e pronta, venne la risposta:
- Nuovo. Non nuovo.
Un'inoppugnabile sentenza.
Ma Alfred, se pure era esistito, era morto da tempo. Al suo posto regnava una macchina, un immenso catalogo elettronico facile e rapido da consultare, e capace di rispondere a qualsiasi domanda, anche alla domanda ultima, quella fatale: - Esiste ancora una possibile idea originale? - E la macchina, senza esitare, esaminava tutte le possibilità, differenziava i copyright, valutava le diversità, provava tutte le permutazioni possibili, fino a giungere ad un’unica, immutabile quanto fatale risposta: - No. Ogni possibilità è esaurita.
Lo schermo s’illuminò improvvisamente, i caratteri luminescenti cominciarono a saltellare lungo le righe: "Elen Luxlan, 'Vista sulla Città attraverso i bagliori', 9/8/23246, premi Hulm e Saize per lo stesso anno …
Thiel finì di leggere, lo aveva immaginato - come molte altre volte, d'altra parte - ma non riusciva a non provare una certa delusione; riavere una buona idea poi, era ancora più disarmante.
Spense il videotelefono con rabbia. Ecco, se cercava un buon motivo per piantare tutto e andarsene l'aveva trovato; non doveva far altro che approfittarne.
Infilò deciso la via della porta, mentre lo studio piombava nell'oscurità, la serratura scattò dietro di lui con un suono secco e deciso.
Faceva uno strano effetto camminare per i viali; dava un senso di avventura, di riscoperta … e di solitudine.
La città sembrava deserta, vuota. E non era facile immaginare che oltre quei muri, tutti i muri che lo circondavano, vivevano di azioni normali ed intense milioni di persone.
Eppure era così. Lui lo sapeva. Ma nonostante quella conoscenza, l'impressione totale, feroce e fantastica, era quella di vivere in un altro mondo. E forse, quello, era realmente un altro mondo: il mondo dei pedoni nel millennio del teletrasporto.
Thiel sospirò, disperdendo i suoi pensieri; in fondo, e con loro anche la realtà della sua passeggiata, non erano che una citazione da Helwood, inimitabile ed indimenticabile creatore di personaggi solitari.
Quante volte aveva letto: "La triste odissea di un uomo rimasto chiuso fuori di casa"? Sei, cinque? Molto più modestamente soltanto tre volte. Thiel ripensò con sincero piacere a quelle sue passate e preferite letture.
Quando si ama un autore - ma lo si deve amare veramente - non gli si rimprovera certo di aver consumato delle idee prima di te. Anzi, forse era meglio rituffarsi nell'illusione del viaggio, dell’avventura; approfittare di quel momento di pausa per vivere ciò che un tempo era stata genuina invenzione fantastica, e vagare per i viali, per le strette vie del centro, oscuri o luminosi meandri tra gli svettanti palazzi.
Ma un suono, agile e cristallino, venne a distrarlo. Sembrava impossibile … eppure era un tocco noto ed antico, uno strumento del passato … ma era vero, era proprio un clavicembalo. E la musica. veniva da una piazza poco lontana, oltre uno stretto cunicolo fra le case. Thiel si mosse rapidamente, sbucò nella piazza …
Un uomo, il suo strumento. Le mani agili e sottili correvano sulla tastiera, eseguivano un minuetto di Haendel.
Continuavano a ripetere lo stesso brano, ogni volta operando qualche sottile variazione, qualche infinitesima modifica nella melodia; nel tempo, negli effetti sonori del tocco.
Era una ricerca lenta e tranquilla, priva di slanci come di esitazioni, dava un senso di calma, e di compimento senza conclusione.
- Non riuscirete mai ad ottenere una differenziazione di copyright, in questo modo. - disse Thiel.
- Lo so, e non me ne importa. - rispose l’uomo. Un uomo non più giovane, ma neppure anziano. Aveva lo sguardo brillante e i capelli radi.
Thiel considerò la sua condizione maniacale. Ormai ragionava quasi esclusivamente in termini di coefficienti di plagio e diritti d'autore.
Ora temeva di aver offeso il musicista, di averlo urtato con la sua intrusione. Invece fu proprio l’uomo a riprendere il dialogo per primo, senza smettere di suonare:
- Ti domandi perché lo faccio? - chiese.
Thiel esitò, non voleva dire altre sciocchezze.
- Francamente sì, - finì per rispondere in tono poco convinto.
L'uomo si voltò, lo fissò, poi abbozzò un sorriso:
- A ben guardare mi pare di conoscerla. Non sei per caso Thiel Argust, il pittore?
Gli occhi brillanti scomparvero, erano già tornati ad osservare la tastiera, a controllare il minuzioso lavoro delle dita.
Thiel rispose con semplicità: - Sì, sono io.
- Oh bene. - disse il pianista. - Tra conoscitori dell'arte ci si potrà certamente capire. Vedi ... - e mentre le sue mani esaurivano il loro compito, il tono della sua voce, il suo atteggiamento, ancor più che il significato stesso delle parole, lasciavano già presagire un ritorno al loro primo argomento di discussione - … Vedi, io non cerco la novità, o l’idea originale. Non m'importa di registrare un'opera con il mio nome, non più almeno. Tutto quello che voglio è perfezionare ciò che già esiste, di studiare ogni forma estraibile dalle creazioni del passato. E non lasciarti ingannare da questa parola: "nuova". Usandola intendo dire che ogni lavoro può essere creato e ricreato, praticamente riscoperto ad ogni esecuzione. Basta conservarne lo spirito, l'idea che lo anima, e basta, anzi occorre, che col suo primo autore si cerchi un contatto, una comunione di intenti … Finora lo si combatteva, tentando di sancire, con l'idea originale, la propria superiorità a discapito della sua memoria.
- Ma così! - intervenne Thiel in tono appassionato - Così si perde tutta la gioia della creazione! E …
- … e l'ansia dell'attesa non sarà più premiata dal raggiungimento di un nuovo traguardo. Lo so. Ho provato anch’io questa gioia, e parecchio tempo prima di te. Anch'io ho perso molto tempo vivendo nel rimpianto di quell'esperienza, e per molto tempo ho cercato di ricrearla, con slancio e passione, sfruttando, giorno dopo giorno, tutta la mia volontà. Ma c'è un limite anche all'incoscienza, superato quel limite sono tornato a ragionare, a considerare l'inutilità del mio sforzo e, in fondo, a comprenderne la stupidità.
Thiel ebbe un moto di disappunto. Il pianista comprese subito che avrebbe dovuto dare una spiegazione a quelle sue ultime parole, e una spiegazione convincente.
- Caro amico, - disse, precedendo un eventuale commento di Thiel. - l'ansia dell’attesa, la gioia dell'invenzione, le ha create l'uomo, e l'uomo le potrà distruggere … o cambiare,
Non c’è motivo perché l’arte debba essere originale, come non c’è motivo perché le note siano sette o perché sia armonico un determinato suono, sono tutte convenzioni che ci siamo creati col tempo, e che il tempo e la tradizione ci hanno spinto a credere verità. Sono nate per soddisfare i nostri sensi, d’accordo, ma non sempre sono stati i nostri sensi a plasmarle. E questo è grave.
Prova a pensare ai mercanti d'arte. Quante volte si è rinunciato a creare un capolavoro perché le esigenze del mercato richiedevano diversamente? Quante volte un autore ha temperato le sue intenzioni nel timore che i mercanti-padroni rifiutassero di diffondere la sua opera? Troppe volte, certamente. E forse fu proprio da queste condizioni di mercificazione che nacque l’ossessione dell’idea originale, dall’esigenza di dare in pasto ad un folto pubblico nuove e sempre nuove emozioni.
Mentre gli onesti mercanti trovarono, in questo scellerato sforzo d’immaginazione, la fonte per arrivare a nuovi e sempre nuovi guadagni. Nata l'ossessione, diventa molto difficile estirparla. Anche quando, e venne presto il momento, ci si rese conto che per accontentare il pubblico bastava ripetere e ripetere le stesse emozioni. Allora furono gli 'impegnati', gli estranei al disprezzato mondo del commercio, a rinvigorire la malattia. Elessero l'originalità a proprio simbolo, fecero, della diversità, l’elemento distintivo della vera arte.
Ed eccoci qui, ora. Il vecchio padrone, il mercante d’arte, si è estinto, così come si estingue il koala privato delle foglie di eucalipto. L'uomo ha dimenticato cosa significhi "Novità", perché tutto ha visto e tutto ha provato. Non esiste più nulla da creare perché le idee sono finite. E noi dovremmo continuare a cercare? E per cosa poi? In nome di quel concetto d'arte creato da chi ci ha sempre sfruttati?
È per questo, per tutto questo che io credo nel perfezionamento. Perché forse, se Haendel pressato dai committenti non lo avesse scarabocchiato in fretta, questo minuetto avrebbe potuto essere migliore; perché forse, tutti noi, se liberati dall’ansia egoistica di immortalare i nostri nomi, potremmo creare delle opere migliori …
Gli occhi brillanti sembravano ancora più brillanti, i capelli radi ancora più radi. - Non pretendo, - disse - che tu approvi le mie parole. Una sola cosa ti chiedo: prova a pensarci.
Thiel si aggirava in una sala di ritrovo, stretto tra la folla, sospinto e sballottato dalle correnti umane che si formavano e vorticavano in quel budello sotterraneo.
Cercava disperatamente un telefono.
Aveva voluto pensare alle parole del musicista, ed era stato un errore fatale. Ora le parole di quell'uomo si agitavano nella sua mente, e come un esercito ben ordinato e disciplinato; davano l’assalto alla rocca delle sue convinzioni.
Vacillava, ed aveva paura di crollare.
Sapeva bene che se avesse ceduto, anche per un solo istante, non avrebbe mai più ritrovato la forza per riprendere la ricerca.
Ecco perché doveva telefonare, perché doveva, a tutti i costi, chiamare il SEI. Aveva bisogno di una terapia d’urto.
Era certo che la secca risposta del calcolatore gli avrebbe infuso nuovo orgoglio e nuove forze. Il suo era un animo ribelle, e nulla più della negazione delle sue speranze l’avrebbe spinto ad alimentarle.
Finalmente raggiunse un telefono pubblico. Si tuffò nel guscio protettivo, che gli si chiuse attorno.
Thiel compose il numero, attese il segnale e formulò la domanda: - Esiste ancora un'idea originale? Esistono idee potenziali registrabili come nuove?
La solita pausa, poi, unica e spietata, la solita risposta:
- No, non esistono potenziali idee originali. Ogni possibilità è esaurita.
Il museo narrava le storie di antiche invenzioni.
Per ogni macchina c'era una fedele riproduzione, un video-filmato che ne illustrava il funzionamento, cenni storici e disegni originali.
Tutto era perfetto, predisposto per una corretta didattica, studiato accuratamente per stimolare, in ogni giovane visitatore, lo spirito di emulazione nei confronti dei geni, degli ingegneri, o anche solo degli abili artigiani, che avevano concepito e realizzato quelle prodigiose invenzioni.
Questo era il museo.
E per questo non serviva più.
Che senso aveva stimolare ad imprese irrealizzabili?
Chi mai poteva desiderare di trascorrere tra quei rimpianti dell'antica vitalità, le lunghe ore lasciate libere da un lavoro che non cambia e che non cambierà?
Ecco, giusto un uomo era logico trovare nelle immense, vuote e dimenticate sale del museo: Thiel Argust, il pittore.
E Thiel era lì, tra una perfetta e mastodontica riproduzione del primo smaterializzatore e l'immagine olografica del volto di Norman Byhart, l'inventore della dectografia.
Camminava lentamente, e distrattamente osservava i disegni e gli schermi, e le macchine che questi illustravano. Era tranquillo, o almeno lo sembrava.
Dopo l'incontro con il musicista, dopo la telefonata al SEI, Thiel aveva bisogno di distrazione, di un'attività qualsiasi che lo costringesse a perdere un po' del suo tempo e a non pensare al lavoro. Da questo punto di vista, il museo era un'ottima soluzione. Tranquillo, piacevolmente evasivo ed evocativo, dava anche l'impressione di non sprecare completamente il tempo del visitatore. E questa era una buona cosa.
Thiel era un profondo conoscitore del museo, ogni volta però, l'immensità della costruzione, gli offriva qualche sorpresa. E proprio quella volta gli offrì la novità più inaspettata.
Tra due macchine antichissime, tanto vecchie che solo a stento se ne poteva intuire l'utilizzo, mascherato da una vecchia e logora tenda, si apriva uno sconosciuto corridoio.
Era un buco stretto, e buio, quasi un antro che, scendendo scompariva nelle viscere dell'ala più vecchia del museo.
Non ci fu una scelta, perché non ci fu indecisione. Istintivamente Thiel discese i pochi gradini che lo separavano dal corridoio. E penetrò in quella nera bocca spalancata, dalle pareti ruvide e irregolari. Mosse i suoi passi nel buio, ma senza timore, senza provare orrore per la sua momentanea cecità, perché quella oscura cavità sembrava promettere nuova luce … come una porta su un universo estraneo, con una nuova idea nella mente.
Dopo pochi metri, infatti, lo stretto budello si allargò, mentre l'illuminazione diventava sufficiente anche se giallastra ed opaca.
Erano vecchie lampade ad incandescenza, le fonti di luce.
Vecchie e tremule lampade che proiettavano il loro modesto chiarore su favolosi strumenti d'altri tempi; la prima capsula stellare, ancora screziata e luccicante, come appena uscita da un vortice di materia solare … il bianco gabbiano di Daniel, dalle lunghe e fragili ali … un libro, corroso ma aperto e pronto ad offrire, attraverso le poche parole ancora leggibili, gli ultimi echi delle avventure di Tom Sawyer …un torchio, una macchina da stampa, coperto da uno spesso strato di polvere grigiastra e da una nera, secca crosta sottile, resti di quello che, un tempo, era stato untuoso inchiostro tipografico.
Ecco! cosa rendeva favolose quelle macchine! Mancava loro l'ingenuo candore della copia, la fredda perfezione che solo una riproduzione può avere. Erano imperfetti, invece, stinti e sporchi, quegli oggetti, e forse incompleti. Ma erano veri.
Avevano l'unica, irripetibile caratteristica di essere gli originali.
E il corridoio continuava, presentando ai curiosi e stupiti occhi di Thiel altri, genuini trofei del passato.
Così camminando e fantasticando, ragionando su quegli oggetti che nemmeno le più remote leggende conosciute io aiutavano a comprendere, Thiel giunse alla fine del corridoio, ad un ultimo muro posto a sbarrargli la strada.
E lì, sul muro, sopra i primi modelli di calcolatori elettronici, spiccava un fregio circolare, e sul fregio un'iscrizione con queste parole:
"Mai macchina sarà tanto perfetta quanto l’uomo che la costruì."
Era un antico monito, lasciato dai primi cibernetici, per disilludere chiunque riponesse eccessiva fiducia nelle possibilità della nascente elettronica. E come monito, fece il suo dovere, perché Thiel ne fu profondamente colpito.
Era strano. Ma quella frase lo rendeva inquieto. Sentiva … come se gli rivelasse un inganno. Un inganno di cui era stato vittima per molto tempo, e che per molto tempo aveva deformato la sua vita, sviandola da certi impegni e privandola di qualcosa. Già, ma cosa? E che inganno?
Restò immobile per qualche minuto, analizzando la frase e le proprie impressioni, ripercorrendo, attraverso i ricordi i diversi momenti della sua vita.
Poi, la nebbia nella sua mente cominciò a diradarsi.
Cercò a lungo Thiel, per confermare i suoi sospetti. Domandò ad ingegneri e cibernetici. Lesse libri e riviste. Chiese un parere agli esperti del SEI. Ma i libri ignoravano il suo problema, e gli uomini, dopo averlo ascoltato, scuotevano il capo dubbiosi. - Può darsi che sia vero, - rispondevano – ma noi non abbiamo mai sentito parlare di una simile legge, né sappiamo come si possa provarla.
Cercò a lungo ... e alla fine un vecchio tecnico seppe dargli una risposta, L’uomo scavò tra i sedimenti dei suoi più remoti ricordi, trovò i resti di antiche letture, ricordò l'esistenza di un antico passato quando non tutto era realizzabile e la parola "impossibile" possedeva ancora un significato.
E allora rispose che sì, poteva essere, anzi certamente era così. Doveva essere così. Il calcolatore del SEI, per quanto perfetto, per quanto progredito fosse, non poteva essere migliore degli uomini che lo avevano costruito e programmato.
Ed anche se il calcolatore rappresentava la vetta raggiunta e raggiungibile dall'elettronica, il culmine di una raffinata tecnologia, non poteva toccare il cielo dell'intelligenza umana ... poteva solo sfiorarlo. E la differenza, la minima differenza che poteva, che doveva intercorrere tra i due era perlomeno di un'idea ...
Ancora una volta … tentare ancora una volta.
Thiel ordinò al suo cervello di pensare. Accese il forno, caricò le cineprese e avviò il tavolo rotante, accese gli schermi, accese il laser e il riflettore …
Tutto come una volta, identico a come si era ripetuto per centinaia di notti … e invece no, era tutto diverso, in realtà.
Mancava una cosa, ed era quel senso di peso che aveva sempre accompagnato la sua attività, quella cupa e incessante oppressione che frenava ogni pensiero. Thiel la ricordava come una febbre, una calda febbre tropicale che saliva fin nel cervello … e lì si accumulava, premeva, svolgeva la sua venefica azione. Allora le idee evaporavano e sfuggivano nell'aria, disperdendosi.
Era la disperazione, il fantasma di una volontà sorretta solo dalla testardaggine, o forse, più semplicemente, era la certezza di non poter realizzare le proprie speranze.
Ed ora non c'era più.
Sembrava un sogno, un sogno tranquillo e arioso.
Thiel stava sul terrazzo, respirava la brezza tesa e pungente della sera. Aveva spalancato le pareti dello studio. Non sentiva più il bisogno di isolarsi ora, di stendere un velo opaco e impenetrabile tra sé e la città che lo circondava. Voleva aprirsi al mondo, forse lo aveva già fatto, ed ora sentiva che da quel mondo qualcosa veniva a lui, entrava in lui e lo sorreggeva … lo ispirava.
L'idea si stava formando in lui. La sentiva concreta, quasi tangibile. Non la conosceva ancora, ma sapeva che sarebbe venuta. E quelle sensazioni portavano con sé un desiderio di abbandono, di semplice accettazione ... anche se parte del suo animo si ribellava, e chiedeva un ritorno a quella razionalità che fino ad allora l'aveva sempre aiutato.
E l'idea esplose, viva, nella sua mente.
Thiel cominciò a lavorare come un forsennato, mentre l'anima e il cuore gli si riempivano di emozione, di gioia. Gioia per il grande evento realizzato, per l'opera finalmente compiuta.
Non avrebbe avuto bisogno di telefonare al SEI lui sapeva, era certo dell'originalità di quell'opera, conteneva sentimenti che un calcolatore non avrebbe mai potuto provare …
- O freunde, nicht diese töne!
Sondern labt uns angenehmere anstimmen
und freudenvollere!
Canticchiò Thiel ammirando la sua opera appena conclusa.
Poi? Poi nulla, soltanto un'ombra. Scendeva deprimente su di lui, e sul mondo. Era lo spettro oscuro e cupo dell'inutilità.
da "The Time Machine" n. 4/‘80
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