Nessuno mi crede
di Rosaura Pettinelli
Fratello caro … no, non ti spazientire, non rimproverarmi ancora perché non so stilare i miei rapporti con lo stile burocratico che desideri tanto. Sono una creatura gentile, sai, e ogni volta vivo intensamente le missioni che mi affidi.
Accidenti, che dire di questa?
Ho ancora la testa che mi gira. Per la prima volta, davanti allo specchio ho messo in dubbio la grazia fisica che credevo avere. Ho persino dubitato della mia esistenza, e tanti lo hanno fatto prima di me.
Ma sai dove mi hai mandato? Non credevo che esistesse un posto dove l'irrazionalità si respira nell'aria stessa. Ma forse, tutto è relativo, tanto che non capisco più chi ha ragione e chi ha torto.
No, non ti spazientire. Dovrò pure introdurre con quattro righe il rapporto che invio al mio Fratello Superiore. Bene … Il viaggio si svolse con la solita efficienza. Spostai il punto di atterraggio; mi sembrò inopportuno atterrare in una metropoli, e poi non c'era spazio sufficiente. Prima di scendere mi diedi uno sguardo allo specchio e sistemai per bene il bottone rosso sopra gli occhi, sicuro che il grado che mostrava mi avrebbe conferito tutta l'importanza e la grazia necessarie.
L'aria mi giunse tersa e fredda attraverso i filtri nasali. La sera era chiara e le case in cui vivevano gli abitanti del pianeta erano lì disseminate tra gli alberi, con tutte le loro luci accese, e non ammucchiate l'una sull'altra come in altre zone. La prima cosa che mi colpì fu un'apparente asimmetria nella distribuzione che intuii avere una qualche sua precisa ragione. Avevo un tremendo desiderio di un primo incontro con uno di loro, nella speranza di un suo benevolo interessamento e di qualche consiglio prezioso.
L'eccitazione per il nuovo evento mi faceva tintinnare le fibrille nervose alla sommità delle antenne, e ogni parte di me era pronta a captare nuove sensazioni di quel mondo alieno: la terra umida che rendeva elastico il mio passo, le foglie che mi solleticavano mentre mi avviavo verso una delle loro case, non la più vicina, ma come la logica e la procedura consigliavano, la più tranquilla e piena di promesse.
Nulla, che non fosse stato possibile apprendere dalle nostre precedenti osservazioni, mi era sconosciuto di loro. Così non ebbi esitazioni nel suonare il campanello, né nel sostenere lo sguardo della creatura che aprì e che mi fissò direttamente negli occhi.
- Caspita! - esclamò, poi mi girò intorno osservandomi ogni centimetro di pelle con attenzione. - Questo non me lo aspettavo.
La ragazza (capii subito a quale sesso appartenesse, ben poca cosa in verità rispetto agli otto dei nostri cicli vitali) pareva più soddisfatta che sorpresa. Ma quando approfondii meglio il problema, mi ricordai di quel particolare periodo dell'anno che essi chiamavano Carnevale, e, compresi che credeva di parlare con qualcun altro.
Non fu facile farle capire chi ero (il modificatore del suono mi dava un certo fastidio in gola) e ancora meno farglielo credere (arrivò al punto di ficcarmi un dito in bocca e di tirarmi un'antenna) ma, man mano che la verità raggiungeva i suoi centri nervosi, nella stessa misura si andava sbiancando. Fui certo che avesse capito quando si lasciò cadere su una poltrona.
- Davvero non mi pare possibile, credevo che lei … che tu fossi un mio amico. - scosse la testa - Mi aveva promesso una maschera sensazionale e quando ho visto … cos’ uguale poi a quei libri: i minuscoli occhi da pulce, le antenne, la piccola statura e infine quel colorito da pomodoro acerbo ... oh, no, forse ti ho offeso … non so …
Circa un'ora dopo era completamente calma e lentamente aveva elaborato un suo piano. La lucidità dei suoi pensieri mi sorprese come l’entusiasmo con cui accettava ora il nuovo concetto che le avevo portato, dopo il primo sbigottimento.
Uscimmo dalla villetta. Ann Margaret mi precedeva di poco e ogni tanto si girava a guardarmi, riflettendo. I suoi occhi giganteschi luccicavano al buio e arrossiva ogni volta che incontravano i miei. Dopo che fummo saliti in auto, impiegammo circa dieci minuti per raggiungere quella che era la nostra destinazione.
- Il professore è un uomo alla mano. - Mi disse mentre si apprestava a bussare alla porta. Intanto che attendeva che qualcuno venisse ad aprire si girò un'ultima volta verso di me mentre un brivido le faceva tremare tutto il corpo.
La porta si spalancò e un rettangolo di luce mi sfiorò senza toccarmi. Un uomo un po' attempato lanciò in aria uno sbuffo di fumo profumato e aguzzò gli occhi nel fissare la ragazza.
- Voi, signorina Beagle? Avete qualche problema?
- Si, professore, anche se sembrerà incredibile. Vede …
Capii che la ragazza non sapeva come dirglielo. Allora mi spostai fino ad essere completamente illuminato. L’uomo sussultò, allora anche Ann Margaret si girò a fissarmi.
- Che fa il suo amico conciato così? - chiese l'uomo, ma avvertii un lieve fremito nella sua voce.
- Ci crede se le dico che non è terrestre?
Scosse la testa. – È uno scherzo di Carnevale?
- No, assolutamente. Neanche a me è parso vero, finché non ho potuto guardarlo meglio. Se lo esaminasse anche lei si accorgerebbe di avere fra le mani un caso davvero interessante.
- No, no, signorina Beagle, non ho tempo per queste sciocchezze. Una gran bella mascherata, molto indovinata quella grossa pancia verde.
E ci chiuse la porta in faccia.
La ragazza rimase per un istante sconcertata, poi con decisione allungò la mano e suonò ancora. Dalle finestre vedemmo spegnere la luce e tutto intorno piombò il buio e il silenzio.
- Forse … forse sarà meglio tornare a case e aspettare il giorno. – disse.
Assentii. - Domani combineremo di più. - Ma un’ombra di perplessità avvinghiò strettamente tutto il mio essere. Ricordai l’immagine leggiadra che avevo visto di me allo specchio, prima di scendere mi chiesi come quell'uomo aveva potuto dire "grossa pancia verde".
L'indomani mattina mi svegliai presto per assistere al sorgere del sole. Su ogni nuovo pianeta è un’esperienza che, benché simile alle altre, mi ha sempre donato qualcosa di nuovo.
Ma è inutile che lo narri proprio a te che tanto prima di me lo hai provato.
La ragazza si alzò dopo un paio d'ore ma fu velocemente pronta ad uscire. Mi guardò come se volesse assicurarsi si essere sveglia. - È meglio che tu non venga, - mi disse - non so che reazione potrebbe avere la gente per strada, a vederti. Questo mio amico è un ufologo, magari un po' strano, ma si professa tale. Forse potrà darci una mano. Ti racconterò quando torno.
Ora, Ann Margaret mi trattava con più famigliarità, ma non mi sfuggiva di tanto in tanto qualche occhiata incuriosita lanciata di nascosto.
Come mi raccontò, il suo amico ufologo (non è necessario che ti spieghi il significato di queste parole) aveva un concetto ben strano di quello che dovesse essere un visitatore da un altro mondo e ce lo mostrò in pieno.
Quando la ragazza (credo davvero di poterla chiamare "la mia amica") gli disse a bruciapelo che poco lontano dalla sua villetta era atterrato un disco volante i lui si sedette e si protese ad ascoltarla, pieno di interesse.
Ho notato che i loro occhi giganteschi, oltre che per vedere e forse proprio perché tali, riescono ad esprimere efficacemente molte delle loro emozioni, esattamente come per noi le antenne. Per i nostri occhi sarebbe sicuramente una cosa impossibile ed è proprio per questo che essi attiravano il mio interesse e anche una curiosità un po' insistente. Ebbene, la mia arnica mi raccontò che quelli dell'ufologo cominciarono a brillare pieni di eccitazione.
- Bussò alla mia porta - gli disse lei, sempre cauta - perché la mia era la casa più tranquilla.
- E com'è? - chiese lui sobbalzando sulla sedia.
A questo punto credo che lei impallidisse; conosceva bene il suo amico. Percorse un paio di volte la stanza e poi lo fissò probabilmente con gli stessi occhi da cerbiatto smarrito con cui guardava me mentre raccontava.
Ha una struttura umanoide, - rispose, - occhi piccolissimi, due antenne che tintinnano e cha qualche volta innescano fra loro un arco voltaico. Quando cammina sembra che danzi.
Ha un animo gentile e … e una grossa pancia verde.
- Verde?!
- Verde.
Ebbene, qui non ho capito molto. Non so se si credono tanto belli da odiare quanto è diverso da loro, o se si reputano brutti da desiderare solo ciò che è più bello. O forse odiano solamente le pance, le antenne e il verde (come se da loro non ce ne fossero).
Ecco, credo che siamo incappati in un tipo molto strano. E Ann Margaret mi ha assicurato che non è l'unico. Per lui, noi alieni dobbiamo essere bellissimi, eterei, pieni di bontà e di grazia (me non ho grazia io?) e dobbiamo essere venuti per salvarli da loro stessi o per avvertirli di qualche guaio futuro, come se noi non avessimo di nostri.
Ma continuando nel racconto di Ann …
L’uomo le sorrise e le mise una mano sulla spalla, amichevolmente. - Accidenti, - esclamò - quasi ci avevo creduto. Ma non farmi più scherzi di questo genere. Se non mi avessi detto che è verde ...
Ann mi disse che ogni ulteriore tentativo di convincerlo almeno a venire qui era stato inutile. Era tornata piena di rabbia verso quello che lei chiamava "La cecità degli uomini" (credo abbia a che vedere con i loro occhi); ma lei continuava a sperarci, magari in un secondo tempo. Dovevi vedere, caro Fratello, come era delusa la mia amica!
- Se tu - mi disse. - cercassi di metterti in contatto con un Capo di Stato, forse avresti più possibilità di riuscire che chiedendo aiuto a me. Come vedi, pare che la gente che conosco sia improvvisamente diventata cieca, sorda e muta. - Intanto gesticolava, quasi le servisse d'aiuto per dare maggior forza alle sue parole. - Noi crediamo e desideriamo una casa solo fintantoché è abbastanza lontana da non darci fastidio. Siamo così chiusi nel nostro guscio che non ne usciremmo per nessun motivo, neanche se finalmente ci si presenta la certezza che non siamo soli nell'universo. Essere soli ... che sciocchezza!
Le misi amichevolmente una mano sulla spalla e con mia sorpresa lei non sussultò come al contrario mi aspettavo. Che senso di adattamento mi mostrò allora, con quale facilita di fronte all'evidenza della mia presenza mi aveva accettato! Mi chiesi allora quale molla avrebbe fatto scattare un tac nella testa dei suoi fratelli affinché mi credessero reale. Rivolse i suoi occhioni colorati verso di me.
- Forse - risposi – sono solo capitato nel momento sbagliato e col colore sbagliato.
- È inconcepibile che sia così.
- Forse non tanto. Sai, penso che non riuscirei ad avvicinarmi ad uno dei vostri capi abbastanza da potergli parlare.
Non per nulla vi abbiamo osservato a lungo, - (Anche se non abbastanza, aggiungo io, Fratello) - prima di scendere. Se non mi fermassero le guardie del corpo, lo farebbe sicuramente la burocrazia.
- Ti porterò in città, allora - esclamò Ann Margaret di slancio, mentre la repentina decisione le imporporava il viso. - Sì, davvero, lo farò. Forse non ci guarderanno troppo. Troveremo qualche uomo importante che ci aiuti.
- Ne sono certo - mormorai con grazia.
Lei guardò il misuratore di tempo che aveva al polso.
- È quasi ora di mangiare. - constatò - A proposito … di che ti nutri?
- Oh, non ti preoccupare, - risposi - ho le mie pillole. - Era troppo lungo spiegar1e che del cibo più grosso avrebbe trovato un impiccio nel traduttore che portavo in gola.
Lei andò in cucina, tirò fuori un po' di cose dagli armadi e dopo averle manipolate cominciò a mangiarne alcune. Tra di esse riconobbi dei prodotti della loro vegetazione così come si trovavano in natura, altri invece sarebbero stati irriconoscibili se non me ne fossi informato prima. Intanto i muscoli del suo viso si muovevano in una maniera davvero strana.
Quando finì di nutrirsi, uscimmo.
Era la terza volta che mettevo piede sul suolo nudo del pianeta e la prima volta che uscivo di giorno. La cosa mi faceva un certo effetto.
Il sole era piuttosto alto, anche se non eccessivamente caldo, data la stagione. L'aria era piena di rumori lontani: qualche macchina che passava; i passeri che saltavano tra i rami con un chiassoso cinguettare, atterravano sul vialetto beccando qua e là e riscomparivano in alto con urli di gioia; alcuni bambini che gridavano lontano; un cane che abbaiava da solo, non so dove.
In qualche chiazza dove non c'erano alberi, una nebbiolina sottile, troppo dura a sciogliersi al sole, velava le cose.
Tutti i profumi che mi arrivavano al naso avevano uno strano tono umido che li caratterizzava.
Ann Margaret aveva tirato su il collo del suo indumento, non che io non sentissi il freschetto, ma, diciamolo Fratello, a casa nostra non fa molto caldo.
Salimmo in auto e ci incanalammo lungo una strada. Andavamo veloci, anche se la guida era tranquilla. Facevo una certa fatica a seguire il paesaggio che ci sfilava ai lati; dopo un viaggio lungo nello spazio è più che comprensibile, lì sembra tutto immoto, quando ti è possibile vederlo dagli schermi.
Lei si girava ogni tanto a sorridermi, per tranquillizzarmi, o per tranquillizzarsi.
Al primo incrocio a cui ci dovemmo fermare guardai con interesse negli altri abitacoli, e a quelli che li occupavano guardavano con curiosità nel mio. Abbozzai un sorriso e mi sembrò utile fingermi un po' umano. Poi ci pensai su: non avevo forse il coraggio della mia posizione? Ma probabilmente era solo l'imbarazzo di trovarsi in un paese straniero.
Quasi non me ne accorsi, quando entrammo in città, un agglomerato un po' più disordinato dei nostri. Le case si fecero gradualmente più alte e più fitte, finché tutto divenne caotico. La ragazza si destreggiò egregiamente nelle strade fra i veicoli finché non si fermò accanto ad un palazzo sulla cui sommità giganteggiava una scritta.
- È uno dei nostri organi di stampa. - disse.
Attraversammo la strada e ci avviammo all'ingresso.
Data l’ora non incrociammo molta gente, ma i pochi si girarono a guardarci e chiacchierarono fra loro. In cuor mio ringraziai un po' codardamente che fosse carnevale.
Ann Margaret parlò con un uomo, - A chi possiamo rivolgerci per una faccenda interessante?
Quello ci squadrò. - stanza 208, - disse - ci deve essere qualcuno.
Salimmo con l'ascensore. La mia amica mi fece segno di attendere fuori da una porta a vetri, che lasciò accostata per permettermi di udire.
Vidi che gesticolava con un uomo, spiegandogli cosa era successo. Notai che non descrisse il mio aspetto e man mano che lei parlava il giornalista sembrava più interessato.
- Intendete dire che quell’essere è a vostra disposizione?
- Esattamente.
- E come possiamo assicurarci che sia vero, che non sia uno scherzo?
- Potete esaminarlo.
- Ci cedereste i vostri diritti? Permettereste ai nostri esperti di studiarlo a fondo?
- Ehi, non è un animale. Potete chiederlo direttamente a lui se è d'accordo.
L'uomo arricciò il naso, poi guardò casualmente verso la porta.
In quel momento decisi d’entrare.
- Accidenti! - esclamò il giornalista puntando un dito nella mia direzione. - Sarebbe quello là?
- È proprio lui.
- Ascoltate, ragazza. Io non ho tempo per scherzare, no davvero. Quindi consideriamo il caso chiuso. Potevate almeno scegliere un altro costume; così nessuno potrà mai credervi. sorrise - Sembra appena uscito da un libro di fantascienza, verde com'è.
- Non è finto, anche se vi può sembrare tale. Osservatelo bene.
- Andate, non ho tempo.
Questa volta credo che Ann Margaret si fosse arrabbiata sul serio. Diventò tutta rossa in viso e puntò un dito minacciosamente verso l’uomo.
- State a sentire. - disse - Prima di tutto il fatto che possa somigliare a qualche alieno dei libri di fantascienza non invalida la cosa, anzi il contrario. Secondo, vorrei sapere che razza di giornalista siete, se non capite quando avete un colpo grosso sotto mano. Terzo, mi piacerebbe vedere cosa avete al posto del cervello.
In quel momento rimasi sconcertato. Non sono abituato, sai, a veder litigare la gente così, anche se come osservatore la cosa mi interessava. A noi, si accumula al massimo un po' di elettricità statica sulla punta delle antenne, ma nei nostri diverbi ci comportiamo sempre con molta grazia.
Anche l'uomo si arrabbiò e le disse che era matta; allora la mia amica gli voltò le spalle e si diresse a grandi passi verso la porta. Mi prese per mano. Dopo poco eravamo già in strada.
Salimmo in auto e facemmo un lungo giro per la città prima che lei si decidesse a parlare. Attesi pazientemente, comprendendo quanto dovesse essere triste per lei l’aver provato un’ennesima delusione, e lo era anche per me.
- Non è possibile che siano tutti così. - mormorò.
- Non ti devi preoccupare, amica mia. - risposi. Mi chiesi che effetto doveva farle andare in giro con uno alla cui esistenza nessuno credeva: era stato sempre additato come una maschera, mai come un essere vero, che sente e pensa.
Anche a me dava un certo fastidio, ma spesso la curiosità verso il comportamento di questa gente era più forte. Confesso, però, che avevo smesso ormai da molto di considerare la ragazza come un membro di una strana razza che dovevo studiare e poi contattare, ma piuttosto ora come un’amica che parla tanto con la bocca ma anche, sai, con gli occhi.
- Mi dispiace, - disse - avrei dovuto pensare a qualcosa d’altro.
- No. Voi guardate molto alle apparenze, ma noi non credevamo fossero tanto importanti. Credo sia stato un errore.
Intanto che continuavamo a percorrere le strade della metropoli, approfittai per riprendere qualche immagine ravvicinata con l'apparecchio da polso.
- Forse - continuò Ann Margaret - avresti dovuto fare un atterraggio grandioso, con luci e colori, in qualche grande città. Una di quelle cose di cui parlano i giornali, senza che gli si dica di farlo.
Che dovevo risponderle, Fratello? Mi avete detto di non raccontare troppo i fatti nostri, ma lei, la mia cara arnica, mi era davanti con quegli occhioni colorati pieni di dispiacere e di curiosità. E io come potavo resistere?
Così le dissi: - Cosa ti fa pensare che possiamo andarcene in giro con astronavi che assomigliano più ad alberi di Natale o a cascate di stelle che ad altro? Abbiamo affrontato nella storia i mille problemi che voi affronterete. Ogni nave è costruita per la massima comodità nel minimo spazio, per il massimo rendimento col minimo consumo. Anche se siamo un po' più evoluti abbiamo sempre un mondo da mandare avanti. Cara amica, dovunque vai, la vita ha gli stessi problemi; forse sarà diversa l'atmosfera, forse l'aspetto e il colore della pelle, ma il resto …
Scosse la testa mentre con una mano si tirava un ricciolo scuro. Continuammo a parlare, ma forse è più giusto dire che continuai a parlare.
Tornammo di sera tardi e mi ritirai nella nave a mettere in ordine le immagini registrate. Ormai avevo capito che avevamo bisogno di informazioni più profonde e che la questione andava riesaminata completamente.
Così, passai l'intero giorno successivo a documentarmi. Assistetti a numerosi programmi televisivi, mentre Ann mi spiegava i loro più reconditi significati. Diedi anche un'occhiata alla sua biblioteca. Verso sera le dissi che sarei partito.
- Così presto? Non so neanche se hai un nome.
- Gord. Abbiamo bisogno di un altro po' di studio. Ci avete stupefatti.
- Lo posso immaginare. Ma ... cosa vuol dire? Che siamo intrattabili o che ritornerete?
- Non crederai che ci scoraggiamo per così poco! Torneremo presto, ed una volta per tutte. Spero che nel frattempo abbiate cominciato a ragionare meglio.
Vorrei accompagnarti …
- È meglio di no. Farò prima una passeggiata nella campagna, poi quando tutti dormiranno partirò.
Ci salutammo, mentre le mie antenne tintinnavano un po'.
Le lasciai come ricordo il mio bottone rosso: quando il giorno dopo si sarebbe svegliata, sarebbe stata sicura di non aver sognato tutto.
Quando uscii, il piacevole freddo notturno mi avvolse tutto.
E ora sto qua.
Lo so, pare impossibile. Anche tu lo penserei quando avrai letto questo rapporto. E tutto per una pancia verde.
Ora, sotto
questa macchina medica la mia carne si rigenera, me la ferita che ho per ciò che è accaduto laggiù è profonda. Più profonda che se fossero state le lame taglienti Kno.
Impossibile ...
Essere travolto da uno dei loro autisti pazzi, perché, pur vedendomi, non mi ha creduto.
da "The Time Machine" n. 4/‘80
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