Pellegrinaggio
di Marco Bonon
I primi raggi della falce rossiccia della Terra si riverberavano aspri sui fianchi argentei della Stazione.
Alfred Jenkins osservò i titanici bracci rotanti incupirsi, per poi tornare a immergersi nel nero cupo e ostile dello spazio. Alle sue spalle, nella verdognola penombra ozonizzata del ponte di comando, il Calcolatore ronzava ritmicamente, con le cadenze prevedibili e semiumane di un respiro. Un respiro di macchina.
Era la Stazione orbitale 22, e un tempo Jenkins ne era stato il coordinatore, il comandante, l'anima stessa; ora erano rimasti in due, ma il Calcolatore sembrava non essersene accorto. Dal giorno della guerra totale aveva continuato coscienziosamente il suo lavoro, come se nulla fosse.
Jenkins guardò verso la falce nascente del mondo morto, che ingrandiva a misura che la Stazione avanzava lungo la sua orbita. Le tinte rosse, brune o arancio dominavano incontrastate, punteggiate qua e là da punti neri: città carbonizzate dalla furia della guerra.
I mari e gli oceani erano spariti; i loro elementi si erano combinati in nuovi modi sotto il calore solare delle atomiche.
E adesso la Terra pareva Marte.
Anche i crateri aperti dalle bombe parevano stranamente simili a quelli marziani. E il sole batteva con furia su quel mondo carbonizzato e ferrigno, non più difeso dalla coltre delle nubi. Il pulviscolo radioattivo aveva da tempo cessato di vagare sul globo, mancandogli il supporto di una pur minima percentuale di vapori.
Così, giorno dopo giorno, Jenkins aveva visto il pulviscolo depositarsi, le ultime gigantesche spaccature assumere la forma definitiva; ora tutto era immobile sulla crosta del pianeta.
Dall'alto della sua orbita, Jenkins poteva vedere a occhio nudo cose che mai uomo al mondo aveva visto prima di lui. I fondi marini, privati del loro elemento, mostravano la loro struttura semplice e titanica.
Le spaccature longitudinali, le buche, i picchi - uniti alle esili tele di ragno dei grandi fiumi e ai chiaroscuri delle terre emerse - acquistavano, sotto il tocco del sole, fisionomie imprecisabili, che non mancavano mai di richiamare a Jenkins l'idea di un volto rugoso: il vecchio volto rugoso della Terra.
Alla mente di Jenkins si affacciò l'immagine di un altro volto rugoso. L'ometto dell'Ufficio Amministrativo, di cui non ricordava neppure il nome, perso fra le scartoffie e le lucide cromature, che gli aveva parlato l’ultimo giorno. La gente passava rapidamente, le voci s’incrociavano; e laggiù, in fondo al nastro trasportatore, la folla di tecnici e scienziati si ammassava attorno alla porta del traghetto. La scena di sempre: come gli si era stampata nella memoria?
- Altro carico ~ aveva ammiccato l'ometto. - Quanti ne ha già portai alla Stazione?
- Nessuno - aveva riso Jenkins - io salgo alcune ore prima di loro. Devo sempre essere il primo. E poi stavolta sostituisco Hawe, che sarà impaziente di prendere terra. È là sopra da un mese, ormai.
- Vi piace star lassù, comandante?
- C’è meno poesia di quanto si creda, - aveva risposto, - lo spettacolo è sempre bello. Tutto sommato direi che non mi pesa.
Non aveva più visto quell’uomo.
Non aveva più visto nessuno, del resto, eccetto Howe.
Aveva preso da lui le nuove coordinate, lo aveva salutato, lo aveva visto staccarsi dolcemente da uno dei tubi di lancio della Stazione, librarsi un attimo in non-gravità prima di puntare decisamente verso la Terra, enorme palla verde-azzurra sotto di loro.
Poi erano rimasti in due: l'uomo e la macchina. Solo la seconda era ancora efficiente. Jenkins sentiva di essersi sfaldato, eppure presagiva con orrore di non avere ancora compreso appieno il significato della tragedia.
Essere l’ultimo; l'intelletto c'era arrivato facilmente, ma i sensi si rifiutavano di accettarlo.
Una Terra morta sotto i piedi, duemila chilometri più giù; il respiro monotono di una macchina al fianco.
Davanti ai suoi occhi socchiusi passò l'immagine dei bagliori rossicci che si stendevano come tentacoli prima sul verde e sul bruno delle terre illuminate, poi sul nero cupo della metà del pianeta avvolta dalla notte.
Gli arabeschi di morte si intrecciavano davanti a lui, incapace di afferrarne il senso, come se un'indifferenza sorda fosse scesa a schiacciarlo.
Era stato uno spettacolo terribile. Poi gli oceani in ebollizione, poi le nubi. Poi la cortina di polvere. Poi, come quando cala il sipario, la scena principale. Dovunque arrivasse lo sguardo solo deserti calcinati, terreno livellato dalle pressioni o butterato dai crateri delle esplosioni.
Le città ridotte a scheletri di acciaio, masse informi; i letti dei fiumi come nere, inutili ragnatele.
Dovunque toni rossi e arancio, tinte bruciate. E ogni sei ore circa, dall'alto dell'orbita, Jenkins vedeva la Terra sorgere e tramontare, mentre la sua enorme falce lo sovrastava, assumendo tinte sanguigne.
I nastri memorizzati cessarono di scorrere davanti a lui, e il monoscopio assunse un colore nero
cupo. Jenkins si passò una mano sugli occhi, cercando di scacciare le immagini verdi e azzurre del nastro.
Perché l'aveva voluto rivedere? A che serviva?
Generi di conforto destinati a tecnici e scienziati che salivano alla Stazione per le loro ricerche, o anche solamente per andare a vedere il mondo da un altro angolo.
E adesso quei nastri erano tutto ciò che gli rimaneva della Terra. Gli faceva male, ma li vedeva sempre, ogni giorno.
Le immagini mostravano fiumi e foreste, nuvole e mare … e uomini. Quando li vedeva lo riassaliva il suo unico pensiero importante. Ma non poteva essere rimasto solo.
Aveva lanciato appelli, i primi giorni, a Terra, alle altre Stazioni orbitali, alla Colonia lunare.
Solo quelli della Colonia avevano risposto. Avrebbero potuto ripartire, ma i loro veicoli non potevano attraccare alla Stazione, erano costruiti per scendere sulla Terra. Erano stati coraggiosi; Jenkins pensava spesso che erano stati molto più umani di quelli che stavano sulla Terra. Non avevano staccato le comunicazioni. Due settimane, poi il silenzio.
Jenkins sapeva quanto fosse fondamentale il rifornimento per una Colonia, che non disponeva degli impianti sofisticati di riciclaggio delle Stazioni; e sapeva che ora dovevano essere tutti morti. Lo sapeva lucidamente, con sicurezza.
Anche le altre Stazioni orbitanti avevano taciuto. Ora era veramente solo; lui e la macchina.
Jenkins aveva appena finito di ingoiare l'insipido pasto quando l'interfono aveva ronzato. Si era alzato di soprassalto, in tumulto. Da quanto tempo l'interfono taceva?
Si accostò alla tastiera e batté il "RICEVUTO" a beneficio del Calcolatore. "SETTORE 3" ticchettò rapidamente in risposta la telescrivente, collegata coi centri meccanici del Calcolatore. Poi subito dopo: "MASSA METALLICA DI CONSIDEREVOLI PROPORZIONI A UN VENTESIMO CIRCA DI ORBITA DI DISTANZA. SI MUOVE PIÙ VELOCEMENTE DI NOI SU UN’ORBITA INTERSECANTE" La tastiera rimase un attimo immobile, mentre il Calcolatore valutava probabilità a velocità prodigiosa, poi riprese: "PUÒ TRATTARSI DELLA STAZIONE ORBITALE 20. SI AVVICINA A NOI ALLA VELOCITÀ DI 200 METRI AL SECONDO, SPOSTANDOSI SU UN'ORBITA PIÙ ALTA CON UN'ACCELERAZIONE COSTANTE."
Jenkins rimase interdetto. Che fosse davvero la Stazione 20? Perché non gli avevano risposto allora? Il segnale era continuo e si ripeteva da mesi, ormai. E inoltre la numero 20 era in accelerazione. Perché?
Rimase a sorvegliare gli schermi, finché l’immagine non fu abbastanza grande da essere riconoscibile: era la Stazione 20.
La grande raggiera, dalle estremità riunite in sfere collegate, l'intrico dei passaggi dall'una all'altra sezione, tutto ruotava nella sua direzione, con un’apparenza di vicinanza dovuta all'ingrandimento degli schermi.
Jenkins vedeva dal basso la Stazione in avvicinamento: doveva già essere più in alto di lui.
Chiese al Calcolatore se fosse possibile comunicare, ma la risposta fu quella che si aspettava. I canali con la richiesta di collegamento erano attivi, ma la Stazione 20 non rispondeva. C'era un blocco sul segnale d’arrivo. E solo un uomo, sottolineava il Calcolatore, può tenere un blocco sulle comunicazioni, confermandolo sistematicamente ogni giorno. In caso contrario il Calcolatore della 20 avrebbe risposto.
- Non è possibile - Jenkins parlava più per sé che per rispondere al Calcolatore. Annaspò mentalmente alla ricerca di un'alternativa plausibile, ma senza trovarne.
Qualcuno doveva essere vivo, sulla 20, e non voleva parlare.
Possibile che non sentisse il bisogno di vedere un essere umano? L'immagine del monoscopio, senza che lui se ne fosse accorto, mostrava ora, al massimo ingrandimento, particolari minuti della Stazione in avvicinamento, ma non un solo segno di vita. Jenkins accorciò la portata dell'ingrandimento, e la Stazione tornò a dimensioni reali.
Era molto più vicina, ormai, e gli ottocento metri di diametro si distinguevano anche a occhio nudo.
Staccò il monoscopio e batté sulla tastiera l’ordine di mettere in trasparenza il Cilindro di Comando, situato nel mozzo dalla Stazione.
Tutt'intorno a lui le pareti persero la loro tinta opaca, e gli parve di trovarsi fuori, nello spazio.
Sul velluto nero punteggiato di luci, avanzava dalla parte opposta al rosso pianeta che gli ruotava sotto i piedi la lucida raggiera della Stazione 20, fredda e straniera.
La Stazione, negli ultimi minuti di avvicinamento, su un'orbita leggermente più alta, dava l’impressione di una volontà di fuga; le cromature della titanica costruzione lanciavano bagliori iridescenti, ruotando rapidamente attorno al baricentro.
Guardò in direzione del mozzo: là doveva sedere il comandante, l'uomo che aveva deciso di non vedere più nessuno, schiacciato forse dal rimorso, forse dal dolore.
Se ne andava così, in una corsa pazza verso l'alto, sempre più su, sempre più lontano dalla crosta del mondo morto.
La Stazione 20, nel punto di massima prossimità, passò a pochi chilometri da Jenkins, furiosamente lanciata in uno spirito di autodistruzione. La macchina seguiva l’uomo, una volta di più.
Un comandante impazzito, si chiese Jenkins, o più saggio di lui?
Dormì male, tormentato dalla visione della Stazione spaziale lanciata in una folle corsa.
L'aveva persa di vista una mezz’ora dopo, quando erano entrati nel cono d'ombra della Terra. Come se fosse stata inghiottita, la titanica costruzione aveva perso, coi bagliori vividi delle sue parti metalliche, la consistenza medesima.
Ormai doveva essere molto lontana. Se i propulsori funzionavano al massimo regime, la Stazione, consumando tutto il propellente, si sarebbe allontanata tanto dalla Terra da perdersi per sempre negli abissi dello spazio.
Forse, pensò Jenkins, era l'unica soluzione.
Ma per andare dove? Non esisteva una seconda Terra dove scendere. Jenkins avvertì per la prima volta la terribile sensazione dei prigionieri senza speranza; e l'abulia che era subentrata in lui con la fine del resto del mondo cedette per un attimo al dolore dell'autocommiserazione.
Un prigioniero di lusso: la macchina più evoluta mai realizzata al proprio servizio; un mondo intero sotto i piedi. Ma sempre un prigioniero.
Certo, avrebbe potuto vivere ancora qualche anno, alla Stazione. I centri di rigenerazione dell'aria e dell'acqua funzionavano bene, l'energia era più che sufficiente per un uomo solo, e le riserve di cibo gli avrebbero consentito un periodo di autonomia ragionevolmente lungo.
Per fare cosa? Si rese conto di aver sempre eluso la domanda, che ormai si affacciava con sempre maggiore frequenza e brutalità alla finestra del suo cervello.
Era pazzo il comandante della Stazione 20, che voleva andarsene, non rivedere più nessuno, né il mondo morto e dilaniato sotto di lui, né risentire una voce umana?
Non era più pazzo lui, a restarsene perennemente in orbita attorno a una palla bruciata, in compagnia di una macchina? A vigilare su cosa? Che senso aveva questo suo atteggiamento?
Jenkins si sentiva sballottato, incapace di dare una risposta ma anche di prorogare ancora i termini: sentiva oscuramente di dover prendere una decisione: ora.
L'azzurro cianico si diffondeva intorno a lui, man mano che i passi, silenziosi e leggeri per la minore gravità, lo portavano lungo il corridoio 6, posto a circa metà del raggio; ad equidistanza dal mozzo e dalla corona della Stazione nel cui interno, per effetto della forza centrifuga, si muovevano una volta gli scienziati e i tecnici ad una gravità normale.
I sensibili interruttori si accendevano al suo passaggio, mentre dietro di lui se ne spegnevano altrettanti, e Jenkins si sentiva accompagnato e quasi intrappolato in quella bolla luminosa, unica testimonianza di vita umana nella Stazione.
In fondo c'erano i locali dell'Emergenza. Mai nessuno ne aveva avuto bisogno; erano apparecchiature delicate e molto sofisticate, e riempivano gli ampi scaffali di un immenso salone, che saliva nell'ombra fine alla non gravità del mozzo.
Jenkins si sentiva perso, straniero, in quell'immensità, e stentò a trovare quello che cercava.
A balzi scomposti si spostò da uno scaffale all'altro estraendo tute antiradiazioni, segnalatori di raggi, altri strumenti minori ma di importanza vitale. Poi chiuse per l’ultima volta l'entrata dell'immenso locale.
Tornò al Cilindro di comando, e guardò fuori. La Terra era sorta per l’ennesima volta, scandendo col suo ciclo regolare le ore inutili della Stazione 22.
La guardò e pensò che non li avrebbe mai più vista da quella angolazione. Sarebbe stata l'ultima volta? Rabbrividì, nel porsi la domanda. Da laggiù, dove fra poco sarebbe sceso, avrebbe visto la Stazione sbucare come un punto luminoso nel cielo non più nero velluto? Cosa sarebbe stato della Stazione dopo che lui se ne fosse andato? Avrebbe girato per sempre attorno al pianeta? Era impossibile prevedere il ragionamento del cervello di bordo: come si comporta una macchina in casi estremi?
Scacciò i pensieri con rabbia; fosse qual che doveva essere. Ora doveva solo trovare la forza di finire ciò che aveva cominciato.
Si avvicinò con esitazione alla tastiera del Calcolatore, e iniziò col battere una richiesta di verifica delle apparecchiature di sbarco, che si rivelarono in perfetto ordine.
"INSTALLARE VIVERI E GENERATORI SU UNA SCIALUPPA E PREPARARE UNO SCHEMA DI SBARCO" batté poi rapidamente. La risposta del Calcolatore, così gli parve, si fece attendere più del previsto, e lo "SCONSIGLIABILE" che apparve sul monitor non lo stupì più di tanto. "È UN ORDINE" batté rabbiosamente, ormai deciso ad andare fino in fondo.
La spiegazione del Calcolatore era molto semplice: non potendo reimmettere i rifiuti nel ciclo i viveri si sarebbero esauriti molto rapidamente. Uno sbarco era inoltre impossibile a causa dell'alta radiazione che ancora circolava e che avrebbe continuato a circolare per molti anni ancora, sul pianeta.
Ma nessuna macchina può rifiutarsi di obbedire ad un ordine, specie se confermato. Anche una macchina evoluta può solo limitarsi a sottolineare i pericoli, le eventualità, le probabilità; può fare calcoli estremamente complessi, ma non prendere un'iniziativa in contrasto con gli ordini.
Sul monitor passarono appunto, in una sequela di numeri e di lettere, tutti i motivi che sconsigliavano di sbarcare.
I veicoli utilizzati per lo sbarco e per portare a terra i viveri non si sarebbero potuti riutilizzare perché carichi di radioattività al rientro. La vita di Jenkins, nella migliore delle ipotesi, non avrebbe potuto superare, a prescindere dalla possibilità di contaminazione radioattiva, i due anni.
Jenkins strinse le labbra, ma ora era tardi per i ripensamenti. Doveva scendere, ora o mai più.
Che prospettiva aveva? Un brancolare ottuso su un mondo morto, ingombrato dal peso della tuta, con la certezza di non poter più risalire. E quale contropartita? Un inutile carosello attorno ad una palla bruciata, nell'immobilità dell'orbita; una sterile coda di una ancor più sterile vita.
Quanto a ciò che della vita gli interessava l'aveva perso anche lui, come tutti gli altri, il giorno della guerra.
Consultò i tassi di radiazioni, i diagrammi e le tabelle che il Calcolatore gli sfornava a semplice richiesta, ma naturalmente non trovò nulla di incoraggiante.
Anche le occhiate sempre più rare che lanciava al pianeta sotto di lui testimoniavano della sua riluttanza. Ma qualcosa di altrettanto ineluttabile lo obbligava a decidersi. Sospirò profondamente e parlò, più con sé stesso che col Calcolatore.
- Prepara lo schema, - disse, - sbarco.
Chiuso nella tuta verde-cupo, inscatolato e trattenuto dalle cinghie nello stretto abitacolo del veicolo di fuoriuscita, Jenkins aspettava pazientemente che il Cervello compisse tutte le operazioni di routine prima dello sbarco. Operazioni ormai quasi del tutto inutili, come il sondaggio radar che una volta avrebbe segnalato l’arrivo di altri veicoli.
Ora il cielo, di un nero profondo, era completamente deserto. Nessuno sarebbe più salito alla Stazione 22.
L'ultimo. Un pensiero orribile che tornava a tratti.
La Stazione sarebbe rimasta lassù inerte, con un robot-meraviglia a guidarla in un'orbita sempre uguale.
Il sogno di certo tecnicismo di un tempo: la macchina che guidava la macchina. Ciclo chiuso.
Anche lui stava per essere preso del ciclo chiuso, dall’ingranaggio della Stazione. Era toccato a lui rompere il giro vizioso. E ora scendeva, stava per scendere.
Sotto, la Terra, immensa li avvolgeva nel suo cono d'ombra.
Sarebbe sceso dalla parte illuminata, con una semi orbita dolce e progressiva.
L'auricolare ronzò ritmicamente, i segnali sui pannelli si accesero, la manovra automatica andò alla fine. Sentì la spinta pneumatica immetterlo sullo scivolo d'uscita. La spinta aumentò lievemente, e sfruttando la rotazione e la forza centrifuga stessa della Stazione, il veicolo si trovò all'esterno.
Vista da fuori, la raggiera, a così breve distanza, era ancora più impressionante. Come aveva potuto, un uomo solo, comandare un simile gigante? Ebbe all'improvviso la sensazione di aver colto nel segno poco prima; forse era davvero la macchina a guidare la macchina. Ora il Cervello lo lasciava andare, come parte inutile all’esistenza della Stazione.
Strano, non sentiva rimpianti.
Volse lo sguardo dall'immensa raggiera che rimpiccioliva sui retroschermi, e guardò giù; il suo pianeta lo aspettava.
Doveva essere la sua America. I contorni erano quasi indefiniti, ma la presenza dei punti neri indicava le grandi città carbonizzate; e gli sembrava di aver identificato la costa orientale. Un solo colore, dall'alto di centinaia di chilometri, lo spaventoso rosso-bruno, gli si parava davanti, mentre il veicolo scendeva docile verso terra.
Le pianure erano livellate, gli strati superficiali calcinati e vetrificati dal calore delle esplosioni. L'esile navicella scendeva quasi con esitazione nell'atmosfera impregnata di radiazioni mortali.
Due anni, aveva due anni per trovare tutto ciò che cercava, per vedere tutto ciò che voleva.
Il leggero sobbalzo contro il suolo di silice lo riportò alla realtà. Il terreno, piatto e di color giallo-arancio, mostrava screpolature irregolari, che si notavano appena, però, sotto la luce livellatrice del sole allo Zenith.
L'astro era più cupo di come lo ricordava, e non gli pareva più lo stesso. L'indicatore di radiazioni mostrava una percentuale mortale: impossibile togliersi la tuta. Dopo tutte le precauzioni di routine scese, e si preparò alla sua prima giornata sulla Terra.
La tempesta magnetica era una delle più violente che quell'angolo di terra avesse mai visto. Jenkins non era tuttavia in grado di valutarne l'esatta portata. Era la prima volta che vi si trovava in mezzo; di lassù una tempesta non era che un puntolino roteante, visibile soltanto coi massimi ingrandimenti.
Ora invece incombeva, spaventosamente grande.
L’esperienza fatta nei pochi giorni trascorsi dallo sbarco gli consigliò di non volare via; sapeva che il vento avrebbe potuto rovesciarlo come un fuscello.
Inserì l'ancoraggio, e si accinse a sperare, mentre i solidi appigli di acciaio uncinavano profondamente il terreno.
Si guardò attorno; niente che potesse crollargli addosso, se non i detriti che venivano dal cielo.
L'enorme massa cupa aveva coperto la luce rossastra del sole. Filtrati dal groviglio di pulviscolo e particelle metalliche sospese, i raggi solari avevano un che di spettrale.
Il minimo sommovimento della massa ondeggiante scompigliava le figurazioni astratte che Jenkins cercava di ricostruire attraverso il pulviscolo. La tempesta infuriò, indifferente al guscio durissimo che ospitava l’ultimo essere vivente del pianeta. Grattacieli di polvere assunsero e persero forma e consistenza nel giro di pochi attimi, mentre le loro forme confuse agivano da catalizzatori sulla mente stanca di Jenkins. Ancorato, protetto. e imprigionato insieme nel suo solido guscio protettivo, la vide crescere, spegnersi, passare; la vide assumere forme e dimensioni inaspettate; con l’atteggiamento di ritrosia e timore dello spettatore non invitato.
Era l'ultimo atto della storia della Terra. O forse il primo di una nuova sequenza; la vita era finita, non la materia. Un essere vivente stonava in quello spettacolo, lo sentiva oscuramente.
La Terra non era più per lui, e lui non apparteneva più a una Terra come questa. Doveva andarsene. O trovare un altro essere umano.
Trovò la città tre giorni dopo. Sotto la luce obliqua del tramonto, gli scheletri d’acciaio alzavano le loro barriere in un confuso intrico aereo.
Cercò di ritrovare nelle forme scheletriche qualcosa di famigliare, di conosciuto.
Una linea di piloni correva ancora, assurdamente allineata nello sfacelo tutto attorno: una linea sopraelevata, probabilmente. Cavi volanti: all’uomo piaceva volare.
Linee diritte e svettanti: all'uomo piaceva guardare in alto.
Mentre il veicolo compiva una prima ricognizione a bassa quota, la città sfilava sul video di Jenkins in un'assurda sequela di macerie e rottami.
Si intuiva vagamente che doveva essere stata una grande città. Nell'orgoglio dei pochi edifici ancora semi ritti del centro urbano, nell'andamento elegante di quelle che ancora si intuivano come grandi vie di traffico, c’era qualcosa che parlava di una nobiltà decaduta.
Milioni di esistenze si intuivano, come necessario complemento al vasto disegno della città.
E ora solo macerie. Non avrebbe voluto scendere, ma l'assurda speranza di trovare ancora qualcuno gli fece compiere automaticamente i gesti necessari alla discesa.
L'aviomezzo compì una rapida discesa, andandosi a posare, leggermente inclinato, su quello che doveva essere stato un parco, o uno stadio, o comunque un'area relativamente libera.
C'era un certo, spazio attorno, interpretando il significato di spazio un po' elasticamente. Impacciato dalla tuta, Jenkins uscì sul finissimo strato di polvere e calcinacci. Scricchiolando sotto i suoi piedi, i resti bruciati sprofondavano leggermente, dando a Jenkins un'impressione di insicurezza.
Il segnalatore di radiazioni segnava indici altissimi: la città era stata colpita, non c’era dubbio; ma alcuni edifici erano ancora parzialmente in piedi.
Le bombe dirompenti dovevano essere state poche, molte di più quelle radioattive: l'ultima crudeltà umana.
Pensò ai milioni di uomini che avevano partecipato a quella grandiosa costruzione, e ai pochi attimi necessari a distruggere tutto.
Immaginò la radioattività serpeggiare per quelle vie, come una piovra che insinua i suoi tentacoli. Una macchina di morte che filtra in ogni angolo, fino a coprire ogni cosa.
Quel giorno alla Stazione 22: un fiore rosso si era sparso sulle due metà del globo, finché tutto era stato soffocato dal fallout.
Non si udivano le esplosioni, da lassù; e tutto era ancora più terribile. Perché era toccato a lui?
Ebbe voglia di scomparire, di non più vedere.
Doveva andarsene? Qualcosa, dentro, gli diceva di no.
Le notti erano cambiate sulla Terra. Jenkins se n’era accorto nei due mesi passati sulla Terra: ora gli elementi radioattivi in decadimento emettevano una debole, spettrale luminescenza.
Chiuso nell'abitacolo del suo veicolo, sotto la luce morta della Luna a tre quarti, Jenkins, abituando gli occhi, poteva vedere abbastanza bene all'esterno.
Negli scheletri inceneriti e precari del grattacielo che aveva di fronte, non si accendevano più le luci di un tempo; ma le loro sagome, dalle forme nette e nere, si stagliavano ugualmente contro il cielo di un blu luminescente.
La luminosità diffusa dava contorno alle cose, le rivelava; in parte le alterava rendendole diverse da prima.
La città aveva cambiato scopo, come se i suoi componenti fossero passati attraverso una metamorfosi.
Le strutture, private del loro fine, assumevano assurde figurazioni nella mente sempre più stanca di Jenkins; come se anch'esse fossero, al pari di lui, alla ricerca di sé stesse.
Avevano perso la loro funzione.
E anche lui l'aveva parsa; cos’è un uomo senza niente da fare, da sperare, da dividere?
Quella laggiù pareva una fontana; lo era stata una volta.
Una scala mobile, una piazza. Quel che restava era ancor più assurdo di quel che era stato distrutto. Come lui, incongruenza sbandata di un destino che non sapeva capire.
"Che sono venuto a fare?"
Nel buio dell'abitacolo, Jenkins si sfilò la pesante tuta protettiva; poi aprì il tettuccio, e scese.
Il muro, ridotto alla massima inconsistenza, si frantuma, cadendo con fragore.
L'ultimo uomo al mondo si passò une mano sulle labbra inaridite, evitando le macerie debolmente, senza fermarsi.
La sua mente confusa avvertiva, senza disperazione, la presenza imminente della fine.
Tranquillamente, come se fosse da tempo abituato all'idea, l'uomo continuò a camminare, con calma, traballando sul fondo sconnesso. Nelle vie della città calcinata dalle radiazioni, tra gli scheletri delle alte costruzioni, l'uomo assorbiva avidamente le ultime briciole di sensazioni.
Laggiù, oltre le lunghe file di grattacieli, un veicolo docile e perfetto attendeva inutilmente il suo ritorno.
La sua mente si era perduta, segnata dalle radiazioni mortali e dai giorni di solitudine; incapace di compiere un viaggio tanto lungo. Il veicolo era più lontano che agli antipodi; impossibile e indesiderabile da raggiungere.
Non doveva andarsene, si ripeteva. Ma non connetteva con precisione; già i nervi risentivano delle letali radiazioni, e gli pareva di essere venuto per un pellegrinaggio.
Per vedere o rivedere qualcosa. Non poteva andarsene ora, non voleva.
I nastri trasportatori inceppati lo ostacolavano, le scale cosparse di detriti gli impedivano una facile salita, i cavi e le tubazioni che uscivano dal terreno gli legavano le caviglie, ma continuò, con passo malfermo, fino a quello che era stato il centro della città. C'erano detriti e polvere, ma il marmo, sotto, era miracolosamente intatto. Si sedette stancamente, ed ebbe l'illusoria sensazione di essere finalmente arrivato.
Era tornato indietro, aveva rotto col mostro che aveva guidato e che altri uomini avevano creato.
Sensazioni confuse. Forse si trattava solo di febbre, ma era ugualmente contento; gli sarebbe spiaciuto andarsene in un altro modo.
Si guardò, strappò con gesto di disapprovazione i fregi militari della divisa leggera.
Poi si coricò e sorrise.
da "The Time Machine" n. 4/‘80
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