Che fine ha fatto Nova Hassen?
di Dedi Baroncelli
Mr. Lee Edgar Rimbaud, Attorney At Law 2133 N. Wilson Drive
Milwaukee, Wisconsin 53211 (U.S.A.)
Ho dimenticato il suo volto. Credo di sapere che ora lo segnano la pazienza dei tramonti e la rassegnazione del carcere, che già lo oscura il lento oro dell'oblio. Anche Lucretius Usher, confuso nell'ombra di Folsom, avrà dimenticato il mio.
Alla storia di Nova Hassan (scomparsa, ricorderà, da un cottage a nord di La Crosse, Wisconsin, nell'autunno del 1955) ciascuno aggiunse l'impostura di un lieve o trasognato particolare: il giudice Panofsky, la petulanza istruttoria di un movente; l'anonimo redattore del Milwaukee Journal, la colorita speranza di un avanzamento burocratico; il capo contabile Levon Hassan, l'ardente malinconia della sventura. A quella storia, che fu un tempo il rudimentale mistero del suo destino, Lucretius Usher avrà lentamente aggiunto la polvere di una vana erudizione. Nova Hassan (la giovane promessa sposa a Lucretius) scomparve misteriosamente dalla villa di campagna degli Usher il diciannove settembre; Lucretius, incredulo e affranto, fu arrestato il ventisei. L'oscura o arbitraria combinazione dei lapsus, dell’"indignazione popolare" (così, se ben ricordo, titolava il Journal) e degli indizi condannò il brillante assistente di letteratura spagnola all'università di Madison. Il corpo della povera signorina Hassan non fu mai ritrovato; Lucretius Usher divenne presto l'esercizio retorico di costituzionalisti indignati o di cacciatori di prove delusi. Si chiederà, avvocato, dove conduca il patetico anacronismo di questa pagina; si chiederà (lo indovino) se anch'io non voglia aggiungere la mia vanitosa parte di menzogna o di verità a quella storia. Ignoro se mi sia lecito farlo; ma ora, coronata dal lento progredire della sorte, credo di sapere che la storia di Lucretius Usher è più di un increscioso caso giudiziario, più di un atroce arbitrio del male; che, in qualche modo, essa si ripete all'infinito dentro di noi, come se continuasse dispersa nei nostri destini, come se ciascuno di noi fosse per qualche istante Lucretius Usher o Nova Hassan. Forse non leggerà, avvocato, ciò che ragionevolmente spera o teme, il tremulo resoconto di un dramma; forse penserà che, nel pallido specchio del mio racconto, il dramma di La Crosse non è più un dramma: è il delirio circolare che interminabilmente io vivo e rivivo.
Forse non saprà se l'odiosa segregazione del professor Usher è il malinconico disegno di un narratore ingegnoso o il pietoso oblio di quel fallimento letterario che chiamiamo fantasia. Ma non voglio seguitare: è tempo che io Le riveli come si svolsero i fatti. Ieri, quando il sole fu alto, mi mossi. Ai lati della macchina, mi affiancarono la musica e il passato; sulle scale di casa mi attesero il mare e il silenzio. Di sopra mi trattennero gli oblò, a contemplare nel ricordo. Impercettibilmente, passò così tutto il pomeriggio. Sul fare della notte un'infinita stanchezza avvolse la tristezza e la felicità. Vidi l'oscurità di un angelo nella curva azzurra del tempo, vidi la folta povertà del deserto che ci cerca. La notte s'infittì. Un cielo infinito velò l'aria e il fuoco. Vidi il giardino degli Usher tramontare con la pioggia, con l'autunno, con il mito. Un'eternità elementare e segreta avvolse il vero e il falso. Esausta, cessai di schiudere gli occhi e lasciai entrare nella villa la luna e l'algebra, la solitudine e gli anni.
da "Un'ambigua utopia" n. 2, anno 4, ‘80
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