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Racconto di Natale


di Marco Abate


Lo Spazzacamino indietreggiò, asciugandosi la fronte, e il Piano lo ringraziò con un dolce accordo in La maggiore. Si guardarono contenti, soddisfatti; il Piano, lustrato e rilucidato, con le sue musiche salvate dai tarli, ancora memore della buia cantina in cui aveva dimorato fino a poco prima; lo Spazzacamino, stanco ma rilassato, che osservava contento il suo nuovo compagno, dandogli ogni tanto qualche tocco affettuoso sui tasti, ai quali il Piano rispondeva con perfetta armonia.

Lo Spazzacamino si voltò, dando un'ultima gentile spolveratina al coperchio, e si diresse verso la cucina, dove il Bambino e la Bambina stavano aiutando Lui a preparare la cena. Lo videro, e capirono che aveva finito; lo Spazzacamino allora fece un gesto, un invito a seguirlo, e tornò in soggiorno, con loro.

Il Piano li accolse con un maestoso Sol minore, concluso da un accenno veloce ad un Re maggiore. Lo Spazzacamino gli si accostò e, con un gesto di orgoglio e divertita affettazione, disse:

«Signori, ecco a voi il Piano».

Il Bambino si avvicinò e suonò alcune note, a caso. Il Piano rispose con un dissonante La bemolle 9/5 diminuito, facendolo allontanare, un poco spaventato. «Cos'ha detto?».

«Ha detto che vuole essere suonato solo da virtuosi di clavicembalo», rispose ridendo lo Spazzacamino. «Ma noi non ne conosciamo!».

«Non è vero: uno è lui stesso».

I Bambini guardarono riverenti lo strumento, che ora ridacchiava con alcuni trilli negli alti. «E noi, non possiamo suonare?», chiese Lui, un po' preoccupato.

«Ma no!» Lo Spazzacamino rideva, nel suo modo gentile. «Solo bisogna chiederglielo. Basterà iniziare con questo accordo», e si chinò ad eseguire un semplice Mi settima, scostandosi un attimo per mostrarlo a Lui ed ai Bambini, «e poi si potrà suonare, ma gentilmente, quello che si desidera».

«Posso suonare anch'io?». Era Lei, che li aveva raggiunti in soggiorno. Sorridendo, lo Spazzacamino le offrì il sedile, e il Piano accennò qualche nota di saluto.

Suonarono per un po', e poi andarono a mangiare.

Era la Vigilia di Natale.


La sera, dopo cena, davanti al camino, mentre un fuoco scoppiettante chiacchierava amabilmente con alcuni tronchi di legno, si riunivano, e Lui chiedeva allo Spazzacamino:

«Senti, perché non ci racconti una fiaba? Una delle tue, di quelle che ci hai raccontato quella sera in montagna, davanti al camino, o anche altre, non importa: le tue fiabe sono sempre belle».

Lo Spazzacamino assentiva, accomodante, e aggiungeva: «D'accordo, ma ve la racconterò con l'aiuto del Piano», il quale sottolineava queste parole con accenti imperiosi.

«C'erano una volta un bambino ed una bambina (lo Spazzacamino lanciò uno sguardo affettuoso) che vivevano da soli in una casa. I loro genitori erano andati, e avevano lasciato soltanto lo Specchio. Quella casa era molto grande, con ampi saloni collegati da lunghe scale a chiocciola, corridoi infiniti illuminati da torce che mai si spegnevano, e un piccolo sgabuzzino, in cui veniva conservata una soffitta.

«I bambini si divertivano, ad andare a giocare alla soffitta nello sgabuzzino; frugavano nelle enormi scatole bianche di marmo, e trovavano sedie a dondolo, che usavano come scivoli, cappelli di tela cerata, che lanciavano per aria, bicchieri Napoléon, che usavano per catturare i moscerini. Trovavano vestiti da clown e sai da frate; trovavano un contrabbasso ed un gong. Trovavano ossa di piccione e creste di gallo; trovavano copie della Vulgata e l'originale greco dell'Iliade.

E trovarono lo Specchio. E quando trovarono lo Specchio, i loro genitori andarono, e li lasciarono soli, con lo Specchio e il tavolo rosa. (Il Piano, che finora si era limitato ad alcuni arpeggi di accompagnamento, inserì un primo tema, il Tema dello Specchio: una breve successione di note apparentemente slegate fra loro ma che sottintendevano un ordine più profondo).

«I bambini guardarono dentro lo Specchio, incuriositi, ma non vi trovarono la soffitta riflessa.

Questo, in fondo, era spiegabile; i loro genitori, quand'erano andati, l'avevano portata con loro.

Ma neppure le facce dei bambini erano riflesse, e questo era strano: era guardare in un prato dove, fra pettirossi e giovani daini, erano stesi un ragazzo ed una ragazza, vestiti d'aria.

Era bello, e il bambino e la bambina, in modo diverso, con compagni diversi, si riconobbero, e rimasero a guardare. (Lo Spazzacamino s'interruppe ed il Piano raccontò, gentilmente, con amore, la scena nel prato. Era bello, ascoltarlo, e immaginare).

«Poi, mentre i bambini posavano lo Specchio, suonarono alla porta. Riconosciuto il motivo, i bambini corsero ad aprire: erano il loro amico Piano, accompagnato da un suo compagno di vecchia data, lo Spazzacamino (due brevi inchini simultanei). I bambini condussero i due amici nel salone degli ospiti, dove fecero una piccola festa, ballando intorno al tavolo rosa, che i genitori avevano lasciato proprio per quell'evenienza; poi, andarono nello sgabuzzino a vedere lo Specchio.

«I genitori avevano lasciato ai bambini, oltre allo Specchio ed al tavolo rosa, la capacità di comprendere, e di amare, il linguaggio del Piano; così lo capirono quando spiegò che cos'era lo Specchio. (Il Tema dello Specchio si dispiegò in tutta la sua grandezza, ma solo per un attimo. Non era ancora completo, gli mancava ancora qualcosa). Capirono che lo Specchio era una parte del loro essere, e che mostrava, specchiava, rifletteva il loro futuro: mostrava, specchiava, rifletteva i momenti della loro vita, l'amore e la paura; avrebbero visto, saputo se, o quando, amare e se, o quando, salvare; quando, o se, aspettare e quando, o se, agire. Ma il dove e il come, lo Specchio non lo diceva, non poteva dirlo.

«(Un attimo di silenzio, in cui vennero condensati anni di vita). I bambini non erano più bambini, ormai; molto tempo era passato da quando i loro genitori erano andati. Il Piano e lo Spazzacamino erano ancora loro amici, anche se ne avevano pure altri. Lo Specchio e il tavolo rosa c'erano ancora, ma la casa era diversa, più piccola, con un aspetto più banale. Ma l'apparenza ingannava: i bambini-non-più-bambini sapevano che gioie e segreti conteneva: non avrebbero sicuramente lasciato la loro vecchia casa per un'altra qualsiasi; certo, quella nuova era più piccola, ma, a vederla bene ... avevano ritrovato i bicchieri Napoléon, e li usavano per contenere i loro piccoli gioielli, fatti di niente, ed erano le migliori bacheche possibili; usando solo carta s'erano costruiti uno zoo tutto per loro e per i loro amici, e il Piano non avrebbe certo permesso a musica scadente di varcare la soglia di quella casa. Lo Specchio era appeso davanti all'entrata, fonte di meraviglia prima e di interesse e di pura acqua sorgiva poi; il tavolo rosa riposava in una sala tranquilla sotto casa dove, un giorno, Lui, il bambino-non-più-bambino, si stava godendo da solo un buon bicchiere di una sua bibita speciale, servita solo nella sala tranquilla sotto casa, quando la Ragazza si sedette al suo tavolo, il tavolo rosa, e lo guardò fisso negli occhi.

«Chi sei?», gli chiese la Ragazza appena si fu accomodata. (Il Piano smise di arpeggiare, limitandosi ad alcuni accordi smorzati, con un effetto piacevolmente contrastante).

Lui le rispose, e lei smise di guardarlo; Lui la fissò, e le chiese: «Perché sei qui?».

«Sono inseguita». «Veramente?».

«No. Non ancora». «Chi sei?».

La Ragazza glielo disse, e Lui smise di fissarla.

Poi, lei iniziò a parlare, e gli raccontò tutto: Lui la ascoltò, e le raccontò tutto.

«Lui era gentile, e lei lo sapeva; lei anche lo era, e Lui lo sapeva. Avevano entrambi la faccia di quelli che abitano in case magiche; Lui aveva lo Specchio, e il tavolo rosa, e i bicchieri Napoléon; lei aveva un prato verde con un cielo blu, e alcuni pettirossi, e dei giovani daini.

I due si piacquero subito, e lasciarono la sala tranquilla sotto casa. (Il Piano alimentò il déjà-vu con discrezione, con passione).

Intanto, o anche prima, o poi, nella sala tranquilla sotto casa, Lei, la bambina-non-più-bambina, si stava godendo un buon bicchiere di una sua bibita speciale, da sola, quando il Ragazzo si sedette al suo tavolo, il tavolo rosa, e la guardò fisso negli occhi. «Chi sei?», le chiese. (Il Piano si lanciò in una improvvisazione sincopata sul tema déjà-vu. Poi, dopo un continuo crescendo ritmato portato fino al limite, oltre ogni limite, l'estatico concludere sfumando. Infine, nella calma successiva, si iniziò ad intravedere un nuovo tema, duro, spigoloso, scabro, quasi il complementare del Tema dello Specchio).

«Intanto, o anche prima, o poi, Medusa era all'esterno della sala tranquilla sotto casa, e non guardava; riservava il suo sguardo per un altro momento. I suoi capelli sibilavano intorno al suo viso; gli sguardi, loro, non li risparmiavano, ed erano sguardi malvagi. E peggiori ne lanciarono, contorcendosi freneticamente, quando Lui, e Lei, e la Ragazza, e il Ragazzo, uscirono dalla sala tranquilla sotto casa, senza vederli; notarono Medusa, la testa, ma i capelli sibilanti scivolarono oltre i loro occhi.

«Medusa è, ma non esiste, solo questo, da sempre; dalla creazione fino alla distruzione questo era il suo destino, la sua maledizione. E la sua vendetta, il suo fine, era mostrare la sua disgrazia, e vedere gli altri.

Medusa è da sempre, e comparve spesso nei miti, in più forme e con più caratteristiche, ma tutte sbagliate in un particolare: Medusa non è un uomo, ma non è neppure una donna. È, e basta. Davanti alla sala tranquilla sotto casa, i suoi capelli sibilavano, si contorcevano mentre, a poco a poco, un'idea si formava nella sua mente, prendeva forma e maturava. Medusa si allontanò.

«(Di nuovo un attimo di silenzio, ma più breve, solo alcuni mesi). Oramai è diverso tempo che Lui e la Ragazza, Lei e il Ragazzo vivono insieme; è una convivenza felice, ha i daini e i bicchieri Napoléon, ha i prati e la sala tranquilla sotto casa; niente sembra poter turbare la loro quiete.

«Poi, un giorno, Lui dice che deve andare.

Lei lo prega di restare, ma Lui risponde che deve andare. Il Ragazzo lo implora di restare, ma Lui risponde che è giunto il momento. Lei gli dice che si sbaglia, che il momento non è giunto, ma Lui risponde che deve andare. Il ragazzo gli assicura che è troppo presto, che è stato sviato, ma Lui risponde che è giunto il momento. La Ragazza gli chiede se lo può accompagnare, Lui la guarda e acconsente. Poi, vanno. (Il Tema di Medusa è un sottofondo ossessivo, costante; qualcos'altro inizia ad affacciarsi fra i bassi).

«Il viaggio era lungo e difficile. Lucide caverne si stendevano sotto i loro passi, mentre numerosi geyser annebbiavano la lucida superficie dello Specchio, per quanto Lei e il Ragazzo la pulissero.

Era tutto inutile; neppure i bicchieri Napoléon venivano riflessi; tra gli sbuffi di fumo si intravedevano soltanto alte montagne, sulle quali Lui e la Ragazza si arrampicavano, sfidando il gelo e la neve. Dopo la montagna, gli abissi, nuotando nell'acqua che sembra volersi rovesciare sopra Lei e il Ragazzo, che guardano immobili lo Specchio, mentre lontani ricordi bussano timidi alla porta della stanza, dove ormai si riparavano Lui e la Ragazza, sotto l'abisso, cercando riposo.

Lui e la Ragazza si stendono su un grande letto, nella stanza, ed i capelli iniziano a sibilare, a contorcersi verso lo Specchio, dove Lei e il Ragazzo guardano la scena ormai limpida, chiara e spaventosa, dove Medusa entra e cammina verso il letto, come una maledizione, mentre i capelli sibilano e si contorcono verso lo Specchio, dove Lei e il Ragazzo si ricordano lontane parole, parole di musica, e guardano la stanza, dove Medusa avanza verso il letto (mentre il suo Tema ed il Tema dello Specchio escono dai propri limiti, si uniscono e si fondono in un'unica spaventosa immagine), mentre i capelli sibilano e si contorcono verso lo Specchio. dove Lei e il Ragazzo hanno ricordato e si lanciano verso la stanza della Medusa urla, urla di guardare a Lui ed alla Ragazza che sono quasi immersi nei capelli che sibilano e si contorcono verso lo Specchio dove Lei e il Ragazzo entrano nella stanza con lo Specchio lanciandolo verso Medusa che urla di guardare e si vede e i capelli sibilano e si contorcono verso lo Specchio dove si vedono e cadono immobili, come nei miti, immobili, come nelle leggende, immobili, senza sibilare e contorcersi verso lo Specchio, immobili, di pietra.

Di pietra. Di pietra.


«(La quiete. Il Piano lascia cadere alcune note, ma sono gocce sparse in un torrente di echi. Lo Spazzacamino tace, si guarda intorno, si prepara a concludere.)

«Non c'è più molto altro da dire. Lei e il Ragazzo raccolsero Lui e la Ragazza e li riportarono lentamente dagli abissi, dalle montagne, dalle caverne, fino ad adagiarli accanto ai bicchieri Napoléon, dove restarono fino al loro risveglio, stanchi ma sollevati.

«Medusa? Medusa rimase nella stanza, con ai suoi piedi lo Specchio infranto, e vi rimase per l'eternità, avendo finalmente raggiunto la pace.»

La fiaba è conclusa, le ultime parole aleggiano ancora nell'aria; nessuno rompe il silenzio mentre la pendola batte i dodici colpi: è mezzanotte, è Natale; fuori nevica, dentro nel camino il fuoco sta per spegnersi.

Improvvisamente, la porta si apre, sbattendo violentemente: entrano il vento, la neve, il gelo e il buio.

La pendola termina di suonare i dodici colpi.

È ufficialmente Natale.

Dal buio della porta entra fluttuando un foglio di carta scarabocchiato, annerito in un angolo. Lo Spazzacamino si china a raccoglierlo, con precauzione, e lo legge.

«Per stavolta vada così. Ormai è troppo tardi per entrare: è già Natale. E poi la fiaba era bella, un peccato interromperla. Sarà per l'anno prossimo. Satana.

La porta si chiude da sola, e il fuoco lancia un'ultima fiammata.


da "Un'ambigua utopia" n. 2, anno 4, ‘80






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