Metamorfosi in si minore
di Fulvio Brigo
Il treno sfrecciava nella vallata resa incandescente dal sole di quel pomeriggio di luglio. Mi asciugai la fronte e sorrisi al bambino che, seduto di fronte a me nel soffocante scompartimento, sorseggiava avidamente la sua aranciata.
Giunsi al paese in orario. Era l'una, e il sole continuava instancabilmente a seguirmi. Salii sul pullman e dopo mezz'ora di tormento su tortuose stradine di montagna giunsi a destinazione. Il locale dove avrei passato la stagione estiva si ergeva sopra un rialzo roccioso. Sembrava un tempio, ma non lo era. Dentro non si svolgevano riti religiosi; tutt'altro.
Era un night club. Uno di quegli strani locali dove piccole orchestre o, appunto, pianisti, soffocavano l'ambiente di musica, e dove le entraineuses, ragazze che avevano il compito di far bere i clienti, aspettavano ansiose di svolgere il loro numero artistico: strip-tease o roba del genere. Dopo tutti questi anni di lavoro mi ero abituato con fatica a questo genere di spettacoli e l'unica sensazione che riuscivo a provare era un profondo disgusto. Io sono un pianista di cinquant'anni con tutti i pregi e i difetti che comporta una simile età nel mio lavoro; esperienza e stanchezza. Stanchezza mentale e fisica.
Le mani ormai mi tradiscono sempre più spesso e anche la memoria mi gioca brutti scherzi. Ma la gente che frequenta i night clubs non ha mai avuto esigenze musicali di altissimo livello. Perciò era più che sufficiente. Erano anni che non cambiavo locale, Ho sempre vissuto e suonato nella mia città. Ma la crisi ha costretto il proprietario del locale dove lavoravo a chiudere, e il mio impresario è riuscito a trovarmi, a stagione già cominciata, soltanto questa specie di cattedrale appollaiata su una roccia. Naturalmente ho accettato.
Bisogna pur vivere.
Era martedì. A detta del proprietario, col quale scambiai poche svogliate parole, la serata sarebbe stata pessima.
Appoggiai le partiture sul pianoforte, di fianco vi deposi il bicchiere di whisky, ma lo feci maldestramente e una nuova macchia si aggiunse alle precedenti sull'Adagio in sol minore di Albinoni. Luci di vario colore, essenzialmente rosse, rattristavano la sala. Le poltrone di velluto blu notte mi ascoltavano immobili e vuote. Solo alla mia destra c'erano tre ragazze che aspettavano con impazienza e indifferenza insieme, che entrasse qualche cliente. Nella sala c'erano piccole rientranze buie, gole profonde di esseri mostruosi, che presto avrebbero ingoiato qualcuna delle ragazze insieme a qualche ignoto cliente.
L'unica cosa attraente in quello scenario squallido era la grande vetrata che si ergeva al mio fianco. Attraverso essa riuscivo a scorgere la luna, i pini, le rose che ornavano il giardino e un grande cielo stellato.
Mi sentii felice. Era poco, ma bastava.
Blue moon emerse dal grande pianoforte a coda. L'imponente coperchio nero perlaceo, sollevato da un'asta di ottone, rifletteva il chiarore della luna e delle stelle. Due stupendi cieli che avrei sicuramente ammirato a lungo.
Il Danubio blu di Strauss scorreva sui tasti d'avorio ingialliti, ma nessuna delle presenti ne rimase bagnata. Nemmeno una goccia sfiorò i loro cuori. Nulla scompose gli strati di cipria e di trucco. Ma cosa importava? Ero ugualmente pagato per suonare, e c'era pur sempre la luna ad ascoltarmi.
E io ascoltavo lei. Verso mezzanotte il caldo fece sentire sempre più la sua presenza. Il sudore rivestiva la mia pelle e le dita scivolavano con più facilità su tasti indesiderati.
Il cameriere mise in funzione la grossa ventola posta sulla vetrata, un po' più in alto della mia testa. Le pale ruotarono acquistando velocità e producendo un fastidioso rumore di fondo. Ma il locale fu subito rinfrescato e il profumo della vegetazione addolcì la mia musica. Mozart con la sua Marcia alla turca portò un soffio di allegria al mio cuore.
Ma anche questa volta gli strati di trucco non diedero vita ai pagliacci che se n'erano serviti. E rimasero inespressivi ad attendere con noia qualche cliente.
Distolsi lo sguardo dalle bambole inanimate e osservai i tasti. Fu a quel punto che venni travolto da una sensazione d’orrore. Su di essi si erano formate piccole macchie rossastre e ne compresi immediatamente la causa. Piccoli insetti, penetrati attraverso il condizionatore, si erano posati sulla tastiera. Molti di essi, meno veloci delle mie dita, erano rimasti schiacciati dalla “marcia”. Ne fui disgustato. Avrei sicuramente smesso di suonare se non fosse stata la prima serata, e se le mie condizioni economiche me lo avessero permesso.
Avrei voluto andarmene via da lì l'indomani stesso. Ma mi imposi di continuare.
La Romanza in fa maggiore di Beethoven, col suo lento respiro, mi permise di evitare quel massacro. Ma a metà dell'esecuzione furono aspirate dalla notte anche falene di diverse dimensioni. Alcune si posarono fino a coprire completamente il tasto. Altri errori si aggiunsero ai precedenti.
Neppure Beethoven riusciva a calmarmi. Ho sempre vissuto in città e gli insetti mi procurano un inspiegabile senso di disagio, un misto di fascino e di repulsione.
Ma la serata mi avrebbe riservato altre emozioni. L'Elisa di Beethoven era ora lì, davanti a me, e l'amavo non meno di quanto l'avesse amata lui. Ma il suo dolce viso svanì a metà partitura e apparve al suo posto una grossa falena troncata a metà.
Le pale del condizionatore l'avevano risucchiata, fatta ruotare vertiginosamente, e vomitata infine sulla tastiera. Era lì, morente. Forse già morta, ma le sue ali frantumate vibravano intensamente alternandosi a brevi periodi di completa immobilità. Ribrezzo, disgusto e pietà si fusero insieme. Non ebbi il coraggio di toccarla con le mani. Soffiai, e compì il suo ultimo volo fino alla moquette, Ma già una nuova farfalla si era posata sulla tastiera, e anch'essa orrendamente mutilata.
Quadri da una esposizione di Mussorgski mi trascinarono via da quello scenario troppo macabro per la mia sensibilità di pianista. Gershwin mi aiutò a rilassarmi quasi del tutto e a superare quel terribile momento di panico.
Bevvi una sorsata di whisky e vidi, riflessa nell'alcool, una figura distorta comparire alle mie spalle. Qualcuno stava entrando, finalmente. Pensai al primo cliente della serata, ma mi sbagliavo. Era una ragazza giovanissima. Non poteva avere più di sedici, diciassette anni. Capelli lunghi, biondi, incorniciavano un viso infantile nel quale mi colpirono soprattutto gli occhi, certamente azzurri perché troppo luminosi. Non riuscivo ancora a distinguerla bene, ma quando si sedette vicino alle altre la luce, che la metteva in risalto alla stessa stregua delle carni esposte nelle macellerie, la rese inaspettatamente splendente, tanto che ne rimasi stupefatto.
Il suo viso era dolcissimo; nessun velo di trucco offuscava la purezza dei suoi lineamenti. Sembrava una bambina che si fosse messa gli abiti della madre per sembrare adulta. Non riuscivo a staccare lo sguardo da lei. Le dita scivolavano da sole sulla tastiera, come guidate da un invisibile folletto.
Seppi di essermi innamorato, per la prima volta nella mia vita. Stupidamente, ingenuamente, romanticamente. In tanti anni di lavoro non mi era mai accaduta una cosa simile. Ma la bellezza di quella visione mi sembrò giustificare i miei sentimenti, dei quali, in un altro momento, avrei certamente riso.
Frederyk Chopin le parlò, le sussurrò ciò che il mio cuore sentiva. E lei era lì, stupenda, e mi ascoltava. Ricambiò il mio sguardo e sorrise. Il mio stato d'animo cambiò subito. Ora non m'importava più nulla delle grosse falene orrendamente mutilate. Tutto era svanito. Rimase nella mia mente soltanto lei e la musica attraverso la quale le parlavo. E lei udiva, comprendeva. Ne ero certo. Subito pensai che il suo visa doveva essere senza dubbio lo specchio della sua anima. Lei non era come le altre. Forse era la figlia del proprietario e, pensai con orgoglio, era lì per giudicare la mia arte. Oh, l'avrebbe apprezzata, e come. Ma se anche fosse stata una di loro, un'entraineuse, no, al massimo avrebbe fatto ballare i clienti, bevendo qualche bicchiere con loro … niente di più, ne ero certo. Ma quali crudeli circostanze della sua giovane vita potevano averla costretta a un simile lavoro? Liszt le rubò un altro sorriso e diede più luce alla luce dei suoi caldi occhi.
Poi un'idea mi rattristò. Mi ricordai di avere cinquant'anni: ero ormai quasi del tutto calvo, portavo occhiali dalle grosse lenti cerchiate, e il mio stomaco fuoriusciva dalla giacca nera semiaperta quasi quanto la luna emergeva dalla notte. Lei non avrebbe potuto ricambiare il mio amore soltanto vedendomi. Era una cosa da scartare a priori.
Però mi udiva. Si, mi ascoltava con attenzione. Aveva accavallato le gambe e fumava portando con eleganza la sigaretta alle labbra sottili e ben disegnate. La vidi come una farfalla dalle ali stupende. Quelle che di giorno volano sotto il sole attraverso i campi, di fiore in fiore, dove tutti i colori sembrano ricoperti da un fiume di miele che solo il vento sa riversare. Non seppi spiegarmi il perché di questa visione.
Ancora insetti. Ma questa farfalla mi affascinava, mi sconvolgeva, anziché atterrirmi. Ora era davanti a me. Un valzer lento di Chopin la baciò. Quanto amore le stavo donando; e lei non lo respingeva, lo accettava e lo viveva ...
Le maschere di cera al suo fianco si sciolsero inaspettatamente. I loro lineamenti spezzarono l'immobilità che fino allora avevano mantenuto. Gli sguardi si fecero languidi, e i denti emersero dalle labbra cariche di rossetto. Mi resi conto che stava entrando il primo cliente. Basso, circa della mia età, l’andatura inelegante e vestito con pessimo gusto, si avvicinò alla merce. Ma lei rimase immobile, indifferente e seccata. Lui tralasciò le altre e le si avvicinò. Ora aveva le spalle rivolte verso di me. Mi sembrava un grosso ragno viscido che stesse tentando di divorare la mia farfalla. Ma lei avrebbe dischiuso le ali, ne ero certo, e sarebbe fuggita. Ma non si mosse. Forse avrebbe bevuto qualche coppa di champagne, pensai, perché il lavoro glielo imponeva. Ma l'avrebbe fatto con tutto l'orrore che può provare una farfalla che si disseta allo stagno di fronte a un rospo affamato. Il cliente si avvicinò al pianoforte. Vi depose dei soldi e mi fece una richiesta. Al chiaro di luna, Beethoven. Poi scomparve in un séparé, seguito dal direttore di sala. Dopo qualche minuto, questi ne uscì raggiante, e lo vidi riporre nella tasca della giacca una grossa banconota. Sapevo cosa significava, ma non mi importava. Una delle tre maschere avrebbe recitato la sua parte per un pugno di soldi.
Ma mi sbagliavo nuovamente. Non erano loro, ma bensì lei, lei, la mia farfalla, che voleva. La mia piccola farfalla appena nata, appena uscita dal suo bozzolo … e già si dirigeva verso la grotta, verso il suo crudele destino. Avrei voluto gridarle di non andare, avvertirla del pericolo. Lei si diresse lentamente ma inesorabilmente verso la ragnatela. E il mostro la ingoiò.
Scomparve nella buia gola senza avere il tempo di aprire le sue ali. Ma forse non voleva aprirle. Forse mi ero ingannato, fin dall'inizio.
Terminai Al chiaro di luna. L'avevo eseguito senza luce, senza speranza, senza amore. Anche la luna era ora nascosta da un'enorme nube nera. Altre musiche accompagnarono la danza macabra, il lugubre banchetto del ragno, e io, io, ero il musicista. Deposi con rabbia lo spartito sugli altri, spiaccicando un'altra falena. Il nome stampato di Beethoven si macchiò di sangue.
Rimasi immobile, come folgorato. Percepivo strane vibrazioni. Assaporai per la prima volta l’odore della morte.
Eppure sentivo nascere dentro di me la convinzione che, nonostante tutto, il putrido banchetto del ragno non aveva avuto modo di iniziare. Sentivo sempre più la presenza della morte. Ero sicuramente preda ad un'allucinazione; la grotta esalava vapori nauseabondi e dall'interno giungevano grida soffocate. Immaginai la piccola farfalla schiudere le ali e tenderle fino allo spasimo delle sue forze per trasformarle in taglienti lame trasparenti. Sentii la sua paura divenire rabbia, e la sua rabbia in odio.; e vidi le sue ali fendere l’aria e recidere i densi fili della ragnatela che la teneva imprigionata.
Sentii il terrore impadronirsi del ragno, e poi vidi i suoi osceni frammenti sparsi ovunque ...
L'immagine svanì ed io, scosso da un tremito incontrollabile, mi sorpresi a scrutare disperatamente verso il buio del séparé. Ma non ne vidi emergere un filo di speranza. Le dita avevano ripreso a suonare, e la ragione, trafitta dalla musica, mi convinse dell'inconsistenza di quel sogno.
Ma le vibrazioni ripresero, più forti, nella mia mente. Un'esplosione, un lampo accecante di fantasmagorici colori mi balenò davanti agli occhi, mentre le mie mani seguitavano a percuotere la tastiera del pianoforte, traendone miracolosamente gli accordi più armoniosi, la mia mente sembrava viaggiare attraverso spazi e tempi sconosciuti. Quando il buio sembrava ormai essersi impadronito dei colori, un debole riflesso richiamò la mia attenzione. Da un'altezza che mi parve vertiginosa scorsi un piccolo lago ghiacciato assorbire il tenue alternarsi dei luccichii riflessi delle tre lune azzurre che si rincorrevano lentamente al di sopra di un cielo rosato. In lontananza strane figure alate volteggiavano nell'aria.
Mozart mi riportò alla realtà. Le note di Eine Kleine Nachtmusik accompagnarono il dissolversi delle immagini.
Dopo quella strana visione lo squallore del locale mi parve più tangibile. Ripensa a quell'uomo, anzi a quel viscido ragno che aveva tessuto la sua ragnatela colando bava e denaro e imprigionando la mia farfalla, la mia dolce principessa Eliaf.
Eliaf? Chissà quali reconditi pensieri mi avevano portato a chiamarla con quel nome con tanta naturalezza. Era come se avessi sempre saputo che lei fosse realmente, inevitabilmente, una principessa e il suo nome non poteva essere altro che Eliaf.
Ero sconvolto, impaurito di fronte agli strani pensieri che sgorgavano inarrestabili dalla mia mente. Sentivo il sudore colare e ghiacciarsi su tutto il corpo.
Gocce di sangue mi uscirono dal naso, dalle orecchie, dalla bocca e caddero sulla tastiera fondendosi con quello delle falene. Non smisi di suonare. L'orrore che assaliva la mia mente sgorgò immediatamente fuori dalle mie dita attraverso le variazioni di Paganini. Le note nascevano spontaneamente e parevano riportarmi indietro, indietro nel tempo ... Un tempo lontanissimo, un luogo forse mai esistito, eppure conosciuto. ne ero certo. Ascoltai la musica creata dal soffice vento che accarezzava i mille rami della possente quercia di ghiaccio che dominava con la sua statura il lago. Lo stesso lago di prima ...
Sui rami di cristallo poggiavano le piccole figurette alate.
Non riuscivo a metterle a fuoco. Ma sul ramo più alto, l'unico ornato di fiori gialli, riconobbi finalmente le due figure che abbracciavano con lo sguardo quel meraviglioso regno di fiaba. Una era Eliaf, l'altra ... L'altra ero io.
Ancora una volta tutto svanì, così come era apparso. Le maschere di cera mi guardavano spaventate. Pensai che fosse per il sangue che continuava a colarmi dal volto inzuppandomi la camicia, le mani e parte della tastiera; e soprattutto per il fatto che continuavo imperterrito a suonare come mosso da un'inarrestabile forza interiore. Ma era ben altro.
Io, come loro, era stupito, frastornato da quelle visioni, dal sangue. Ma sapevo che niente sarebbe riuscito a fermarmi; la mia volontà era annullata dal misterioso impulso che mi spingeva a suonare. E ad ogni nota, nota dopo nota, il dolore dentro di me si faceva sempre più insopportabile.
Ad un tratto le maschere di cera si alzarono colme di terrore, gli occhi sbarrati, ma non riuscirono ad allontanarsi. paralizzate dall'orrore.
Il mio corpo si dilatò squarciando l'epidermide in più punti.
Al di sotto della pelle accartocciata si intravvedeva una seconda pelle, violacea, ricoperta da lunghi peli argentati.
Vidi le dita delle mani cambiare colore e fondersi con i tasti come cera calda, e subito dopo vidi i miei occhi scaraventati sulla tastiera, orribilmente rotolanti. Li vedevo con nuovi occhi, lucenti al punto da irradiare di luce tutto ciò che guardavo. Soffrivo terribilmente eppure ero allo stesso tempo immensamente felice. Era come se avessi atteso inconsciamente questo momento per tutta la vita. Mi piegai gemente su me stesso e un dolore lancinante alla spalla mi spinse ad urlare. Ma le labbra si erano ormai fuse e l'urlo si disperse nella mia mente frastornata. Dallo squarcio sulla spalla emerse, diventando sempre più grande, una sottile ala trasparente solcata da un intrico di venuzze, che si ripiegò poi su sé stessa in stato di riposo. Non riuscivo a comprendere ciò che mi stava accadendo, ma non avevo più dubbi circa il mio aspetto fisico, dopo aver visto volteggiare gli elfi intorno alla grande quercia. Strofinai disperatamente le antenne che erano emerse dalla fronte e lanciai un richiamo alla mia sfortunata compagna, alla giovane e nobile Eliaf. Mi udì e uscì dalla buia grotta con le ali spiegate in tutta la loro folgorante bellezza. Intravidi con i miei prodigiosi occhi le ossa del disgustoso ragno biancheggiare nell'oscurità del suo orrendo anfratto. Eliaf la dolce Eliaf aveva avuto la meglio.
Quale misterioso processo avevano propiziato, incontrandosi, le nostre menti? In quale mondo, in quale tempo, i nostri corpi si erano avvinti, i nostri pensieri si erano fusi?
Avremmo avuto tutto il tempo per scoprirlo; ora dovevamo fuggire da quell'orribile luogo. Ci lanciammo l'uno incontro all'altra tra le grida dei presenti. Una volta vicini ci unimmo e l'abbracciai, incurante dell'orrenda protuberanza a forma di braccio umano che nella metamorfosi, ancora incompleta, mi era rimasta attaccata.
Puntammo il nostro sguardo luminoso sulle tre ragazze e mentre loro, disidratandosi, si accasciavano al suolo come sacchi vuoti, noi ci sentimmo imbevuti di nuova forza vitale.
Disperatamente facemmo vibrare all'unisono le nostre ali e ci gettammo contro la vetrata, infrangendola. Come un'unica enorme farfalla con una nera ala perlacea, e con l'altra dorata, volammo verso la luna, felici di aver superato la più grande prova della nostra vita.
Sotto di noi scorreva la campagna, inghiottita dalle tenebre. Ci stringemmo, affranti. Una nube coprì la luna e nel fitto buio di quella notte una striscia dorata solcò il cielo, mentre un sottile soffio di vento spargeva sulla campagna addormentata alcuni pensieri di Beethoven che furono subito sciolti dalla più dolce rugiada; e con essi, per sempre, il nostro dolore.
da "La bottega del fantastico" n. 3, febbraio ’81
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