Incontro
di Virginio Marafante
Avvolta nel buio, attendeva in silenzio oltre la porta.
La disgregazione fluiva dal corridoio, penetrava nella mia stanza gonfiando l'aria di pulsazioni opprimenti.
La presenza al di là della soglia si mosse, occupando il riquadro appena illuminato della vetrata. Intuii il movimento quando le zigrinature del mosaico di vetro mandarono brevi sprazzi di luce.
Lo spazio attorno a me divenne carico di energia magnetica, mentre i fili dell'ignoto tessevano la loro rete, impedendomi qualsiasi deviazione.
Sapevo che l’incontro non poteva essere rimandato. Ero prigioniero di eventi predeterminati, ai quali non sarei mai potuto sfuggire.
Dentro di me percepivo una risolutezza, una conoscenza della verità che pungolava e si sommava a quella forza estranea, nel trascinarmi verso la porta.
Mi dibattei tra le ombre dei muri, cercando di frantumare i movimenti delle gambe, ma gli ordini venivano rifiutati.
La paura crebbe, mentre le energie, all'interno e all'esterno della mente, annullavano ogni mio tentativo di opposizione.
Man mano che mi avvicinavo all'ultima barriera, le emanazioni si facevano soffocanti. Al di là della porta, la presenza rinnovava la sua forza, si contrapponeva alla mia oppressione interiore, lottava furibonda per spezzare gli ultimi barlumi di resistenza.
Non più padrone della coscienza, spinsi il battente e vidi davanti a me, sordidamente immobile con le braccia aperte, il mio corpo materiale.
da "The Time Machine" n. 1/’81, febbraio
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