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di Renato Pestriniero


Erano in sette, tre ragazzi e quattro ragazze, vestiti nel solito modo che ormai da anni è diventato una divisa. Ventidue, ventitre anni al massimo. Furono anche abbastanza gentili.

- Chi c'è con te? - chiese una delle ragazze.

- Nessuno - risposi.

Due dei ragazzi si mossero ed entrarono in casa. Gli altri guardavano intorno. Uno di loro aveva una radiocuffia e batteva ritmicamente la mano sulla coscia, seguendo un suo ritmo esclusivo.

- Abbiamo deciso di farlo qui - disse la ragazza - Non ti daremo molto disturbo.

Stavo di fronte a lei, le mani in tasca, consapevole che prima o poi doveva succedere. Poteva capitare di peggio, avrebbero potuto uccidermi subito.

Era l'ora in cui di solito andavo con la mia sdraio a sedere in giardino, quei pochi metri quadrati ormai invasi da una flora spontanea e selvaggia, quando il sole è già da un pezzo sceso dietro l'orizzonte.

- Come ti chiami? - chiesi.

- Ragazza - mi rispose.

Gli altri tornarono. - Vuota - disse uno dei due.

- Adesso sta a sentire - disse la ragazza - Tu puoi startene chiuso in casa o anche uscire, come vuoi, ma non devi interferire, chiaro? Ognuno ha il diritto di farlo come e dove vuole, e a noi questo posto piace.

Quindi abbiamo deciso di fermarci qui.

- Lo stesso può valere per me - azzardai - Anch'io avevo deciso di fermarmi qui; oltretutto è la mia casa.

Vicino a me era rimasta solo la ragazza, gli altri si erano sparpagliati fra gli arbusti e dietro la siepe grande.

- Non vale più - alzò il pollice verso il cielo ormai buio – C’è quella adesso.

Annuii - Già. Prendetevi il giardino allora, preferisco stare in casa, almeno fino a quando avrete finito.

- Quanti anni hai? - Ma subito mi pentii di aver fatto quella domanda. La ragazza rise e raggiunse i suoi compagni.

Adesso lei non c'è più. È stata la seconda ad andarsene. Il primo fu il ragazzo con la radiocuffia. Se ne andò continuando a battersi la coscia. Quando la mano non si mosse più lo trasportarono dietro la siepe grande e pensavo che lo seppellissero, ma più tardi si alzò un grande fuoco e allora capii perché, quando erano arrivati, si portavano dietro tutte quelle taniche di benzina.

In questi giorni non mi hanno dato fastidio; sono entrati in casa solo una volta, hanno gironzolato in silenzio e hanno scoperto i dischi. A Valeria piaceva la musica leggera, a me quella classica. Portarono fuori tutto e collegarono il giradischi con una prolunga. Avevano alzato una specie di tenda per ripararsi in caso di pioggia. Per il resto se ne stavano sempre in giardino. Dormivano, mangiavano cibi in scatola. Mangiare però li vedevo raramente.

Si bucavano, fumavano, facevano i loro bisogni con la più grande naturalezza, senza alcun cenno di posa; non avevano pubblico, io era stato subito dimenticato.

Si accoppiavano in rapporti omo o eterosessuali di coppia e di gruppo. Alla sera, ognuno si sdraiava dove preferiva e si addormentavano guardando quella cosa nel cielo.

Alla mattina del sesto giorno mi sembrò che un altro ragazzo stesse per andarsene. Era immobile da troppo tempo nella stessa posizione, e infatti quella sera stessa lo bruciarono dietro la siepe grande.

Adesso non c’è più nessuno. Erano rimasti in due, un ragazzo e una ragazza. Una mattina non li vidi. Uscii e feci il giro del giardino evitando accuratamente di spingermi oltre la siepe grande.

Avevano lasciato anche la tenda con il resto del cibo in scatola.

E così ho ripreso la mia usanza. Ho ripulito un po' e adesso, quando è buio, porto fuori la sdraio e sto a guardare questo cielo incredibile, privo di stelle anche quando è sereno, un'assurdità iniziata da poco più di un anno, o da qualche migliaio di secoli, dipende da come la si considera.

Qualche volta mi sveglio all'alba, certe volte durante la notte, ma non rientro. In quelle stanze ci sono troppi particolari che gonfiano i ricordi.

È stato molto duro trascorrere in casa le notti in cui quei ragazzi si sono fermati, rubandomi il poco tempo che rimane. Ma d'altra parte non potevo permettere che fossero loro ad abitare quelle stanze.


- Hanno arrestato Paolo - mi disse Valeria quel giorno, e io non volevo credere.

- L'hanno detto alla TV - continuò lei - Hanno fatto vedere anche la foto.

Non quadrava. Paolo era uno studioso, non s'era mai interessato di politica o di finanza o … - E perché?

- Sembra abbia aggredito qualcuno.

Solo l'indomani riuscii a parlare con Mita, sua moglie, ma nemmeno da lei ebbi una versione chiara di quanto era successo.

Così decisi di vedere di persona.

Paolo faceva parte di quella categoria di personaggi che, seguendo certe loro correnti di pensiero, enunciano teorie sconcertanti che però, nel tempo, si dimostrano esatte. Quei tipi mi hanno sempre affascinato, e fu per questa particolarità, dimostrata già negli anni della nostra formazione comune, che non interruppi completamente i contatti.

Adesso vengono chiamati opinion-makers, maitre-à-penser; quand'eravamo ragazzi Paolo lo chiamavano visionario.

Negli ultimi tempi si era indirizzato verso le tematiche socio-filosofiche e, attraverso articoli e rubriche, si scagliava contro l'uso errato dei mass-media, le persuasioni occulte, la violenza subliminale sulle masse.

Conoscendolo, vedevo il suo infiltrarsi in quelle problematiche come un tentativo di sintesi globale che francamente mi sfuggiva. La funzione sociologica dell'uomo, l'influenza del progresso-scientifico sul comportamento, il divario sempre maggiore fra tecnologia e preparazione psicologica di massa, le consideravo tessere di un mosaico la cui finalità non intuivo, e che francamente era fuori dei miei interessi.

Quando mi confermò di aver preso a pugni un pubblicitario, raccontandomi com'era andata e perché, parlò di simbolo.

Rimasi perplesso. - Dopotutto ti chiedeva solo di usare la tua persona per reclamizzare una camicia - osservai - A quelli non gliene frega niente delle tue teorie, a loro interessa solo vendere la "camicia-per-l'uomo-che-conta" e basta.

Mi aveva spiegato in dettaglio tutta la faccenda, dopo che il "processo" si era risolto in un riconoscimento di colpa da parte sua e in una stretta di mano con la parte lesa.

- Se avessi ceduto la mia immagine ad uno show - continuava a ripetere - avrei contribuito alla simulazione di una realtà inesistente che ci soffoca e che da anni sto combattendo.

La sua reazione era un po' sopra le righe, e intuivo che dietro c'era qualcos'altro. Me lo disse da Albrecht quella sera, quando finalmente riuscimmo ad avere un po' di tempo per noi, davanti a una bottiglia di Jack Daniel's. Ricordo che Paolo mi fece questa domanda:

- Qual'è il primo contatto con il mondo esterno in una tua giornata standard?

- Beh, la radio, credo - risposi.

Sogghignò e annuì – Notizie, pubblicità … ancora prima di uscire hai a che fare con la manipolazione sistematica dei fatti. Quanto credi ci sia in percentuale di verità vera nelle notizie che registri nel tuo cervello e sulle quali condizioni il tuo comportamento? Nell'autobus che ti porta all'ufficio, fra persone che siedono sempre allo stesso posto, leggono lo stesso giornale e fanno gli stessi gesti, vengono abortiti discorsi, parole che si riflettono in un gioco di specchi, argomenti programmati sul tempo del percorso perché poi, con un ciao e buon lavoro, ognuno si porta dentro le proprie idee nettamente contrastanti con quelle altrui. Situazioni di non-realtà, dove dimostri una certezza che, almeno per te, non esiste. Sviluppa questa situazione nell'arco della giornata e ti accorgi che non hai fatto partecipe nessuno della tua realtà, e tu non sei stato fatto partecipe di quella altrui; tutto fittizio, apparente.

Adesso sorrido a quelle parole. C'era chiarezza nella sua mente, sapeva già come sarebbe andata a finire.

Parlava delle continue progettazioni da parte dei persuasori occulti dove, sia il progetto che la realizzazione, erano solo simulacri di realtà. Diceva che quel continuo intrecciarsi di simulazioni aveva sommerso tutti, anche quelli nelle "stanze dei bottoni".

- Ecco perché, colpendo il pubblicitario, ho colpito un simbolo del nostro destino. - Quella frase mi era sembrata, allora, estremamente enfatica.

Un romantico, pensai anche, un grande uomo che non si accorgeva di essere lui al di fuori della realtà.

Perché la realtà che lui chiamava vera era proprio quella della "camicia-per-l'uomo-che-conta", un'astrazione, entrata nel meccanismo della vita quotidiana e che faceva ormai parte di noi, come i discorsi dei politici, gli avvistamenti nel cielo, le grazie ricevute e le offerte speciali.

Tuttavia, malgrado Paolo vivesse su un livello un tantino diverso da quello "normale", doveva esserci qualcosa di ben altro spessore dietro quel semplice sfogo.

Vedevo che non voleva parlarne, ma il peso di tanti anni trascorsi assieme ebbe il sopravvento e finalmente la barriera cadde.

- Pensa alla storia - disse.

- Quale storia?

- Ma tutta la storia, perdio! Tutta, da quando la scimmia si trasformò in ominide fino ai giorni nostri.

Cosa vedi? - fortunatamente era una domanda retorica, perché continuò. - Miliardi e miliardi di esseri umani, una massa gigantesca di esseri che ribolliscono dalla nascita alla morte attraverso guerre e orrori di ogni genere, dolori, epidemie orrende. Una sequenza infinita di episodi allucinanti e abominevoli in cui l'uomo si trasforma da scimmia antropomorfa in ciò che è ora. Ma in effetti cos'è cambiato oltre all'aspetto fisico? Ben poco, se guardiamo la verità, quella vera intendo, quella che sta dietro la ragion di stato politica, religiosa, economica, artistica … e semplicemente dietro le relazioni fra singoli quando i freni inibitori cedono

Nel nostro codice genetico non sono apparse una morale e un'etica universali, e ancora oggi un essere umano viene condannato perché i suoi principi morali ed etici contrastano con altri principi.

- Ed ecco, - continuò - che di tanto in tanto, in questo marasma, emerge qualcuno che non sembra appartenere alla razza umana tanto le sue intuizioni sono al di fuori degli standard. Prendiamo un Leonardo: che aggancio può avere? Perché ha potuto usare in quel modo il suo cervello, uguale a miliardi di altri cervelli?

Cominciavo a sentirmi stordito, non tanto per le parole di Paolo, quanto per il timore di avere intuito qual era il suo punto d'arrivo. Possibile che anche lui condividesse la Teoria dell'Intervento Esterno? Qualcosa evidentemente tradì il mio sconcerto, perché s'interruppe e mi guardò sorridendo, quasi avesse letto nella mia mente.

- Un momento, non fraintendermi, nessun intervento esterno, almeno nel senso che normalmente si intende.

E quelle ultime parole mi buttarono addosso un'incertezza ancora maggiore.

- Vedi - accarezzava con l'indice il bordo del bicchiere - sono arrivato ad una teoria, ma perché sia accettata dev'essere provata. Troppo difficile accettarla astrattamente. E sono convinto che il momento della prova non è molto lontano. - Vuotò il bicchiere.


Disteso sulla sedia a sdraio, ho il cielo proprio di fronte; ma il cielo normale, quello che abbiamo visto sempre, gonfio di stelle, è stato spinto lontano; di quello ne vedo solo una fascia, ad oriente. Tutto il resto è solo nero.

C'è la scia di fuoco di un aereo in fiamme. Cadrà troppo lontano perché il boato dell'esplosione arrivi fin qui. È una soluzione scelta da molti. Io la trovo piuttosto squallida, ma ognuno ha il diritto di fare la sua scelta finale, ora che la grande mano ha rimescolato le carte.

La scia è scomparsa, nascosta dagli alberi d'alto fusto. Attendo. C'è un bagliore rossastro che comincia a pulsare dove il jet è precipitato.

L'inizio per me fu proprio la notizia riguardante un jet, un trafiletto che parlava di una scia di condensazione che da tre giorni rimaneva costante, sopra una località dall'altra parte del mondo. C'era un'altra particolarità che la distingueva dalle normali scie di condensazione: era nera e compatta. Veniva descritta come un graffio che deturpava il cielo, scatenando la fantasia dei giornalisti.

Ma una definizione s'impose subito, e da quel momento si cominciò a parlare di "fessura nel cielo". È importante la scelta delle parole. L'avvenimento fece notizia e, col passare del tempo, si aggiunsero sempre maggiori particolari, nessuno dai quali aveva il minimo fondamento scientifico.

Poi scoppio una sorta di nevrosi quando un giornale della sera annuncio che la "fessura" si stava allargando.


Quando Paolo fece cenno al cameriere di lasciare la bottiglia, mi convinsi che l'indomani mattina non sarei ripartito. Tra l'altro, le mie reazioni cominciavano a lavorare su un registro diverso.

Stava guardandomi in attesa di qualcosa. - Beh? - fece, - non hai una tua idea personale?

Dovevo rispondere a una domanda, ma quale? Qual'era stata la sua ultima … Un momento, cercai di ricordare le sue ultime parole fingendo d'immedesimarmi nel problema (e in un lampo mi accorsi che stavo modificando la realtà di quel momento), aveva menzionato Leonardo, la sua mente … si, c'ero … chi poteva avergli fornito la capacità eccetera...

- Considerami un ascoltatore e nient'altro, - rimediai, non sapendo cos'altro dire. - Io non posso contribuire alle tue teorie. Siamo in due campi troppo diversi per …

- Noi. - disse Paolo.

- Beh, mi sembra evidente che lavoriamo in due campi con ben pochi punti di contatto …

- Mi riferivo alla domanda di prima. Siamo noi che gliel'abbiamo data.

- Noi? Per la questione di … Leonardo? Voglio dire, la possibilità di essere …

- Esattamente. Siamo stati noi come miriadi di esseri umani. Lui non fu che la distillazione di miliardi di pensieri umani, semplici, complessi, bestiali, sublimi, pazzi e quant'altro ci possa essere. Tutti coloro che vissero prima di lui contribuirono in modo infinitesimale ad aggiungere o togliere o modificare qualcosa, e alla fine apparve un essere che era una gestalt immane e la sua opera non poteva che essere qualcosa di "inumano" secondo il comune metro di valutazione.

L'idea non era male, naturalmente come speculazione puramente teorica.

- Se guardiamo bene, - continuò - non sono poi in molti ad aver intuito qualcosa di veramente nuovo, senza agganci con lavori già enunciati da altri. Intendo la scintilla, quel qualcosa che fa pensare diversamente, o una facoltà di sintesi tale da servire come ulteriore base per proseguire nell'instaurazione dell'uomo vero.

Fu in quel momento che, per la prima volta, ebbi l'impressione che un sipario si stesse aprendo, e la cognizione di essere da Albrecht cominciò a sfumare. Ormai c'era solo la voce di Paolo.

- Io vedo l'uomo, nel senso di opera completa, come un edificio formata da blocchi, ognuno dei quali è il contributo che i grandi nomi portano per la sua realizzazione. E ogni blocco è il risultato dei miliardi di molecole che lo compongono, ognuna delle quali contribuisce, con il proprio equilibrio cinetico, a mantenerne la forma. Quelle molecole siamo noi, nati, vissuti, scomparsi cedendo una piccolissima parte alla formazione dei vari blocchi. Che si chiamano Leonardo, Freud, Socrate, Marconi, Newton, Marx.

- Oppure Einstein, - mi sentii dire.

- Quello è il penultimo blocco per completare la struttura. Riuscire a concepire l'universo su basi del tutto nuove e sintetizzarlo, è qualcosa che intimorisce. È stato lui a darmi la chiave per la teoria sulla formazione dell'uomo vero.

C'era arrivato gradualmente. Ma era chiaro che quell'immagine così sconvolgente non rappresentava che un gradino della sua teoria; sarebbe andato più in là. Ma dove? Com'era possibile andare oltre quella concezione?

E c'era un'altra cosa che non avevo ancora inquadrato: il nesso fra le sue teorie sull'uomo e lo scollamento sempre più macroscopico fra realtà vera e realtà simulata.

Era intanto arrivata l'ora in cui, nei locali pubblici, invitano ad uscire con sfumature diverse, dall'abbassare le luci ad una ad una, al toglierti la sedia da sotto a seconda della classe del locale. Albrecht era un locale discreto; ci dissero semplicemente che stavano per chiudere.

Usciti incontrammo altre persone che ci impedirono di continuare il discorso. L'indomani Paolo aveva i suoi impegni e io i miei. Come succede, ci lasciammo con la promessa di rivederci al più presto.

Come ho detto, l'importante è la scelta delle parole, qualcosa che faccia presa sulla gente. E la gente si fermerà in genere sul colore della notizia senza chiedersi quanto può esserci di vero. La solita storia della verità simulata che mandava in bestia Paolo.

Ne fu contagiata anche Mita, perché quando le telefonai per rivederci, dopo una quindicina di giorni, mi disse che Paolo era partito per un ciclo di conferenze e, con un tono che mi sembrò apprensivo, mi chiese che cosa ne pensavo delle notizie che circolavano.

Al momento non capii a che notizie si riferiva e, alla mia domanda, disse che intendeva parlare della "fessura"; la chiamò proprio così. Non riuscii a trattenere la mia sorpresa. Mita non era ragazza da dar credito alle notizie sensazionali. Ma quando venni a sapere che un paio di conferenze di Paolo vertevano proprio su quell'argomento, il mio punto di vista subì una brusca sterzata. In effetti ne aveva parlato anche la TV ma, con sufficienza, avevo sempre dirottato su altri programmi che ritenevo di maggior interesse. Ora Paolo, in qualche parte del mondo, parlava proprio di quello. E, improvvisamente collegai vari frammenti di notizie registrate a livello subliminale … disordini … movimenti pseudo-religiosi che, nel marasma mondiale, avevano un aggancio comune con quella "fessura".

Dovevo rivedere Paolo, ma purtroppo sarebbe stato di ritorno, fra conferenze ed altro, non prima di sei mesi.

Era la fine di settembre e programmai con Valeria, per la primavera successiva, qualche giorno di vacanza assieme a lui e Mita.

Intanto la "fessura", come ormai veniva comunemente definita, sembrava si stesse effettivamente allargando, e l’intera faccenda veniva arricchita di particolari sempre più sensazionali, e si impadroniva prepotentemente dello spazio sinora riservato ai vari UFO che da tempo mostravano la corda.

Non sapevo che pensare. C'era uno sfasamento che mi imbarazzava: la "fessura" e la personalità di Paolo non legavano. Cercai di venire in possesso dei testi delle sue conferenze, ma le difficoltà furono di gran lunga maggiori di quanto immaginassi. Bisognava entrare in un campo che non era il mio, e non ne conoscevo le regole.

Per cui mi limitai a seguire le notizie ufficiali che, in contrasto con le altre fonti, sembravano subire un processo di rarefazione.

Nel frattempo, anche in questo caso, l'opinione pubblica si era divisa in due fazioni, con una differenza però: mentre chi propugnava l'esistenza degli UFO produceva prove che lasciavano generalmente largo margine al dubbio, i fautori della "fessura" si riferivano al materiale disponibile che era di tutto rispetto e che lasciava imbarazzati persino gli scienziati per la mancanza di spiegazioni plausibili. In pratica veniva confermata la validità del materiale ma non si riusciva a definire la natura del fenomeno.

Dalle rilevazioni che strumenti sempre più sofisticati continuavano a dare, risultò che la striscia apparsa a suo tempo stava allargandosi lentissimamente, una situazione che demoliva ogni deduzione logica, soprattutto quando fu stabilito che quella presenza non reagiva ad alcuna sollecitazione.

Fu avanzata l'idea che si trattasse di un fenomeno talmente lontano nello spazio che gli strumenti a nostra disposizione non potevano analizzare. Ma questo contrastava con l'evidenza di una perfetta osservazione ottica. D'altra parte anche stelle a distanze immense si vedono perfettamente ad occhio nudo. Il sillogismo portava il fenomeno su dimensioni galattiche. Rimase pertanto di dominio pubblico la definizione di "fessura" data all'inizio con disinvoltura giornalistica e che, a livello di pura speculazione teorica, era l'unica a non subire confutazioni. In tempi di orizzonti degli eventi, punti singolari e antimateria, si ritenne che una fessura nel cielo non fosse poi molto più incredibile. Da alcune persone degne di fede e vicine agli ambienti scientifici, ebbi la conferma che gli strumenti davano risultati incomprensibili, e che nessuna delle leggi universali su cui basiamo la nostra esistenza sembrava essere di sostegno.

Adesso c'erano molte più persone che usavano parte del loro tempo a guardare il cielo. Comunque qui da noi esso risultava ancora del tutto compatto.

Quando Paolo mi telefonò era il 16 gennaio, ed erano le due e un quarto del mattino. Per lui andava bene perché si trovava in una parte del mondo il cui fuso orario gli forniva un'ora decisamente più ragionevole. Mi disse solo che sarebbe arrivato al Marco Polo il 18 con il volo delle 17.42 da Francoforte. La sua voce era tesa e con una sfumatura di … a quel momento non seppi come definirla. Ora mi rendo conto di ciò che deve aver provato, ed ha tutta la mia ammirazione.


Poco fa ci sono state delle grida, qualche colpo d'arma da fuoco e rumore di gente in fuga. Poi i suoni si sono perduti in lontananza.

Prima abitavo a Venezia, con Valeria, ma quando le cose precipitarono abitare nella città divenne impossibile, e cominciai a pensare di trasferirmi in questo rustico, un casolare sperduto tra i campi, dove usavamo venire per trascorrere i periodi di riposo. Ma Valeria era molto legata a Venezia e non intendeva abbandonarla definitivamente.

- Se il mondo sta impazzendo, - disse - un posto vale l'altro.

Un giorno, rientrando, trovammo l'appartamento devastato. Allora decisi di venire qui anche contro la sua volontà, unicamente per darle maggiore sicurezza, intuendo cosa sarebbero diventate le zone urbane. Ma è evidente che anche anni di vita in comune non sono sufficienti per conoscersi. Sbagliai, perché da quel momento Valeria non si riprese più. Cominciò a morire dentro.

Alla faccenda della "fessura" non sembrava dare molta importanza: l'inquadrava in quel deterioramento progressivo che la tecnologia aggiungeva alla fatica di vivere.

Il nostro trasferimento avvenne comunque dopo che ricevetti la telefonata da Paolo. A volte penso a come mi sarei comportato al suo posto, ma eravamo così diversi che il confronto diventa ozioso.

Quando mi telefonò a quell'ora impossibile non ebbi comunque esitazioni, e annullai tutti gli impegni presi per il pomeriggio di quel giorno.

All'aeroporto Marco Polo lo trovai stanco, dimagrito, ma con occhi brillanti che al primo momento interpretai come segno d'entusiasmo. Solo in un secondo tempo mi accorsi che erano gli occhi di un uomo sull'orlo di un esaurimento nervoso, e spaventato.

Non ci furono scuse da parte sua per la telefonata, né interessamento per lo scompiglio nei miei impegni.

Paolo aveva solo una valigetta con sé, e questo confermava la sua intenzione di non fermarsi più di un paio di giorni. Prendemmo un motoscafo privato e ci inoltrammo nel buio della laguna, verso le luci che delineavano la città. La prima cosa che chiese fu se rammentavo dove si trovava San Francesco della Vigna, un luogo che ormai era appena una traccia nella sua memoria.

- Certamente. - dissi, e cominciai a ricordargli il significato di quel nome, legato alla leggenda dell'angelo che salutò il ritorno di San Marco da Aquileia.

- C'è anche una magnifica chiesa del Sansovino … - ma mi fermai. Paolo non sembrava affatto interessato a quanto stavo dicendo. Accese una sigaretta e stette a fissare il tappetino rosso sul fondo della cabina. Provai un senso di fastidio.

- È troppo chiederti se sei venuto dall'altra parte del mondo solo per vedere una chiesa del XIII° secolo?

Mi guardò con un'espressione di genuino stupore, ma la sua discesa nel mondo dei comuni mortali fu a quel punto repentina, e si scusò. Poi disse: - Abbiamo avuto uno scambio di idee una sera. Mi sembra da …

- Albrecht - precisai.

- Ecco, si, da Albrecht. Parlavo di certe conclusioni a cui era arrivato su quello che ho chiamo l'uomo vero ma, se ricordo bene, non ci fu possibile continuare. - Aggrottò la fronte, come per raccogliere i pensieri.

- Il discorso, - osservai, - era iniziato dalla tua reazione ad un'intervista, nell'ambito delle realtà simulate in cui viviamo, e continuo a non vedere alcun nesso. Tra l'altro, ritornare su quell'argomento qui e ora …

- Allarga il piano di simulazione della realtà, - mi interruppe come se non avessi detto nulla. - Fa un parallelo tra i tentativi di raggiungere l'optimum in uno show pubblicitario e l'avvicendarsi della razza umana per arrivare all'uomo vero. Ti rendi conto che si tratta della stessa meccanica? Allarga ancora questo concetto e ti accorgerai che anche l'uomo vero non sarà che una simulazione.

C'era una sorta di angoscia nel modo in cui portava avanti il discorso. Ma l'argomento, sinceramente, aveva perduto per me buona parte del suo fascino. Altri avvenimenti più concreti erano successi da quel primo incontro, e non vedevo l'ora di discuterne.

- Esempi classici - continuò imperterrito Paolo - li abbiamo nel cantante o nella ragazza che versa dal contenitore il prodotto liofilizzato negli shorts pubblicitari TV. Sono sequenze gestuali con livelli d'esecuzione non riscontrabili nella realtà perché, nei tre minuti della canzone o nei dieci secondi del prodotto liofilizzato, sono condensati giorni interi di registrazioni. - Schiacciò la sigaretta nel portacenere. - Quella canzone e quel prodotto sono sequenze perfette, e sono il parallelo dell'uomo vero, quello che scaturirà dalle infinite prove imperfette di miliardi di esseri umani. Freud e Einstein, per fare due nomi, già loro prodotti di un'immane selezione, contribuiranno a formare l'equivalente del cantante e del prodotto liofilizzato. Ma attenzione, io parlo di uomo "vero" allineandolo a un prodotto che è una realtà simulata e questa sarebbe una contraddizione in termini. Dobbiamo intendere "vero" con metro umano, cioè la summa dei nomi che hanno dato nei vari campi dello scibile la conoscenza e la consapevolezza. In questa nostra sfera di "umanità", nel senso di limiti umani, siamo quasi arrivati alla completezza. Non resta che l'ultimo nome e la divulgazione della sua opera.

Parlava con una sicurezza che mi avvinceva, malgrado l'estraneità che ormai provavo per tali argomenti.

- E qual è questo nome? - chiesi, più per convenienza che per curiosità.

- Samuel J. Maitan.

Conoscevo un po' le sue teorie, per quanto possibile data la loro complessità e vastità. Una frase mi aveva particolarmente colpito, detta in riferimento alla sua opera: "Come Einstein aveva reso concreto l'incredibile nella concezione dell'Universo, così’ in quell'Universo S.J. Maitan avrebbe reso concreto lo spostamento della materia". In altre parole avrebbe schiuso la porta alle stelle, da Proxima Centauri a quelle che formano i più lontani universi-isola, la cui irraggiungibilità da parte dell'uomo è stata da sempre considerata certa come la morte.

- I suoi studi sono quasi ultimati - continuò Paolo - e i suoi appunti sono diventati la preda più ambita.

La realizzazione pratica delle sue teorie significa proiettarsi fisicamente in qualsiasi punto dell'universo. C'è una progressione meravigliosa e terribile in tutto questo, dall'uomo nella sua conformazione di scimmia antropomorfa su su fino all'uomo che ha sondato tutti i campi dello scibile, attraverso i quali si è impossessato della conoscenza. Metti insieme queste conoscenze e otterrai l'uomo vero. E poiché questo suo patrimonio di conoscenza non può rimanere limitato al nostro pianeta, il passo successivo, quello definitivo, sarò il contatto fisico con quanto ora è in grado di comprendere, cercare altre forme di intelligenza e annullare finalmente il divario fra conoscenza e realizzazione pratica. Adesso S.J. Maitan, con le sue teorie tecno-filosofiche, può darci questa possibilità. E la realizzazione dell'uomo vero si avrà nel momento in cui S.J. Maitan completerà la sua opera.

Nella mia mente qualcosa premette un pulsante e accese una luce. Vidi tanti frammenti comporsi in qualcosa di unico, come il film di un'esplosione proiettato all'incontrario. Paolo mi guardava e sembrava attendere.

- E dopo? - chiesi infine.

Sorrise, allargò le braccia. Non poteva non avere un'idea, e io volevo conoscerla. Prese un'altra sigaretta e l'accese.

- Quel posto, San Francesco della Vigna, possiamo darci un'occhiata questa sera stessa?

- È lì che si trova Maitan? - chiesi a mia volta.

Annuì. - Sono riuscito a scoprirlo dopo aver girato mezzo mondo. Dobbiamo prendere i suoi appunti prima che siano completati. - E dicendo questo mi piantò addosso due occhi che richiedevano una presa di posizione immediata.

- Come sarebbe "prendere"?

- Hai capito benissimo. È necessario che i suoi studi non vengano completati.

Eravamo in città. Il motoscafo scivolava lungo i canali fiancheggiati dalle rive buie e deserte. Mi premeva chiarire subito un paio di punti.

- Tu parli al plurale, - dissi- contando incondizionatamente sul mio appoggio; su questo credo che la mia opinione abbia un certo peso. In secondo luogo, quanto mi hai detto segue indubbiamente una certa logica ed è spaventoso, tanto spaventoso da far dubitare della sua validità. Non puoi pretendere che ti segua, perché non riesco ad accettare questa tua idea se non in astratto, come elegante speculazione filosofica. Mi spiace ma non puoi coinvolgermi materialmente in un'impresa del genere. Se hai bisogno di aiuto, devi cercarlo nel tuo ambiente, da chi ha dentro di sé la convinzione di essere nel giusto.

Paolo mi fissava e faceva brevi cenni affermativi, come per convalidare quanto stavo dicendo.

Per andare all'albergo chiese se era possibile passare per le Fondamenta della Misericordia. Non rivedeva quel luogo dai tempi delle nostre passeggiate fino a notte inoltrata e, d'estate, fino ai primi chiarori dell'alba, quando discutevamo i problemi più diversi e avevano preso forma quelle idee sulla vita che, in ambienti diversi, sarebbero state le basi per la nostra posizione nei confronti della società. Nella prospettiva del tempo, la Fondamenta della Misericordia era diventato un luogo leggendario. Non so, forse era solo un sospetto, o forse aveva di proposito giocato sottilmente sul fascino di quel luogo. Comunque fosse devo dice che, alla fine, mi sentii stimolato per il fatto che Paolo, non il compagno della Misericordia, ma il maitre-à-penser conosciuto in tutto il mondo, avesse scelto me per compiere un'impresa che era definitiva sotto ogni aspetto. Lo accompagnai all'albergo unicamente per portare la valigetta, e subito ci avviammo verso San Francesco della Vigna.


Una distesa di nubi ha coperto anche quelle poche stelle rimaste al bordo orientale. Minaccia di piovere ma credo che rimarrò ugualmente qui fuori, sotto la tenda che hanno lasciato quei ragazzi.

Adesso ognuno può reagire nel modo più diretto, personale e disinibito. Le reazioni a questo stato di cose si estendono in una gamma vastissima, dal suicidio di massa all'esasperazione religiosa fra le braccia delle migliaia di sette sorte ovunque. C'è chi si dà a una sfrenata attività sessuale, finalmente libero da qualsiasi pastoia; chi ha subito il crollo di ogni inibizione di carattere sociale e si dedica al saccheggio sistematico e alla distruzione di cose e di esseri viventi.

La mia è stata una scelta meno spettacolare. Quel giorno in cui trovai Valeria abbandonata a un lungo definitivo sonno liberatore, staccai telefono, radio e TV e cominciai semplicemente ad attendere. Trovo aiuto in tutti quei libri a cui non avevo mai avuto il tempo di dedicarmi. Qualche volta ascolto delle ottime registrazioni che, in questo silenzio, mi rivelano aspetti sconosciuti. Ma è pericoloso, non tutti i gruppi che vagano sono come quei ragazzi.

E alla sera, appena è buio, vengo qui in giardino, a guardare il cielo.


S.J. Maitan abitava da alcuni mesi in una casa accanto alla chiesa. Era arrivato a Venezia in incognito per completare, nel silenzio della laguna, quella filosofia che, semplicemente come schiudere una porta, ci avrebbe portato su Aldebaran o sulla 61 Cygni o su qualsiasi altra stella. Allora l'ultimo blocco sarebbe stato posto sulla cima dell'edificio e il compito per il quale ci troviamo collocati in questa porzione spazio-temporale sarebbe stato raggiunto.

Paolo aveva l'indirizzo e trovammo facilmente la casa, incastrata nel caotico affascinante sovrapporsi di piani e volumi che caratterizza quell'incredibile città. Penetrare all'interno fu molto più difficile, anche perché un'azione del genere non era del tutto conforme ai nostri standard di vita, e il timore di essere scoperti ci faceva ricorrere a cautele eccessive, con il risultato che il tempo scivolava veloce verso il mattino.

Maitan doveva aver nascosto i suoi appunti molto bene perché chi era penetrato per impossessarsene aveva faticato un bel po' prima di trovarli. Paolo scagliò a terra un fascio di carte di nessuna importanza.

- Lo sapevo! - gridò. - Lo sapevo che sarebbe stato troppo tardi!

- Ci sentirà - osservai, e subito mi resi conto di avere detto una castroneria. Maitan non era più in quella casa. Qualcuno l'aveva costretto a seguirlo, con le sue carte preziose. Uscimmo in modo naturale, senza badare al rumore che i nostri passi provocavano. Accompagnai Paolo all'albergo ma, prima di lasciarci, non potei fare a meno di porgli la domanda che mi urgeva.

- Noi accendiamo la TV e assistiamo allo spettacolo dl simulazione, - dissi. - Fra poco saremo noi a rappresentare lo spettacolo-simulazione dell'uomo vero, ma … chi saranno gli spettatori?

Non rispose. Mi strinse il braccio dandomi appuntamento per l'indomani. All'appuntamento Paolo non venne e telefonai all'albergo. Mi dissero che era ripartito.

Telefonai a Mita quella sera stessa e i giorni successivi, ma Paolo era irreperibile.


Da quell'ultimo incontro sono trascorsi mesi. Nel frattempo la "fessura" sì è trasformata in uno squarcio nero che sfregia la volta celeste, una crepa che ha fatto impazzire uomini e macchine. Il mondo intero si è ormai reso conto di vivere la vigilia di un fatto decisivo per la sua esistenza, e ognuno reagisce a questa consapevolezza a seconda della sua personalità e filosofia.

L'aspetto che più colpisce è la spaventosa estraneità di questo fenomeno. Già da tempo lo squarcio si è prolungato anche nel nostro cielo, ed è un'immane spaccatura che ci sovrasta e annichilisce. Quell'unico indifferente colpo di spugna che ha cancellato milioni di stelle da un orizzonte all'altro, ha fatto rinascere sopiti terrori ancestrali. Il ciclo si sta compiendo; l’ultima tessera per completare quel mosaico che Paolo aveva intuito sta per essere sistemata. In qualche parte del mondo, S.J. Maitan avrà portato a termine la sua teoria filosofica destinata ad aprirci la strada per le stelle completando così, inconsapevolmente, il compito assegnatoci.

Come genere umano abbiamo concluso, La nostra presenza oltre certi limiti spazio-temporali non essendo evidentemente prevista.

Questa spaccatura che sta aprendo i cieli non è che un sipario che si schiude lentamente su una platea incomprensibile per dare inizio alla rappresentazione di quell'uomo vero che in effetti sarà una verità simulata, il risultato di milioni di anni di prove.

Nient'altro che uno show in playback.


da "The Time Machine" n. 3/’81, ottobre






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