Il prezzo del doppio
di Lorenzo Iacobellis
(1)
Fischiettando sommessamente, Luigi Plantamura attaccò la prima rampa di scale. Da alcuni anni, infatti, evitava di servirsi dell'ascensore. Con esattezza, da quando aveva incominciato a notare sempre più frequenti segni di adiposità e conseguente calo di elasticità fisica nel suo doppio.
Da allora, preoccupatissimo per questi primi segni di decadimento, si era freneticamente dedicato ad attività fisiche e sportive. Aveva elaborato un lungo elenco di prestazioni fisiche a cui sottoporsi quotidianamente e così il salire e scendere le scale a piedi era entrato a far parte stabilmente delle sue abitudini.
Mentre saliva udì, all'altezza circa del settimo piano, che qualcuno chiudeva la porta e faceva scattare la serratura.
Sarà Claudio Bordenache, penso. È l'unico che abbia dei motivi per uscire di casa ad ora così tarda. Si meravigliò, però, di non udire il risucchio dell'ascensore, come si attendeva, bensì, dopo qualche secondo di silenzio, un rumore di passi, grevi e lenti, che scendevano le scale.
Plantamura restò così perplesso che quasi si fermò.
Da anni, infatti, non gli accadeva di incontrare anima viva nelle sue solitarie ascese e discese delle rampe condominiali.
In realtà era talmente perplesso che provò un attimo di paura. Di sera tarda, quasi verso mezzanotte, chi oltre a lui poteva aggirarsi per le scale?
Si bloccò, percorso da timori. Ladri, giovani malintenzionati?
I passi grevi e lenti si avvicinavano.
Per un attimo Luigi Plantamura fu tentato di ridiscendere precipitosamente e di uscire all'aperto. Con rabbia si impose di dominare questo impulso di paura infantile, meravigliandosi al tempo stesso di scoprirsi così fragile.
Esitanti e lenti i passi risuonavano nella tromba delle scale. Plantamura riprese a salire.
All'altezza del quinto piano si fermò sul pianerottolo e attese. Con distaccata curiosità si accorse di essere al tempo stesso impaurito e attratto da quell'incontro inconsueto.
I passi erano vicinissimi. Altri cinque o sei scalini e la persona, chiunque fosse, sarebbe comparsa dalla rampa.
Non avrei mai sospettato, pensò Plantamura, che oltre a me si aggirasse qualcun altro per questi posti deserti. In realtà, pur senza essersi mai soffermato a rifletterci, si accorgeva in quel momento di essersi abituato a considerare quasi come suo dominio privato ed esclusivo certi spazi del palazzo.
Incapace di attendere oltre, si mosse e andò a sbirciare.
L'uomo gli si parò dinanzi e si bloccò, anch'egli evidentemente stupito per quell'inatteso incontro. Anzi tanto visibilmente sorpreso da sembrare urtato e seccato. Evidentemente non aveva per nulla udito i passi di Plantamura che saliva.
Segni di imbarazzo e di contrarietà balenarono sui grassi e disfatti lineamenti del suo volto.
Decadimento e degradazione fisica, pensò Luigi Plantamura. Quell'individuo emanava in maniera vistosa, quasi tangibile, un'impressione di sfascio fisico irrimediabile, definitivo.
L'uomo lo fissò elusivamente per qualche istante, visibilmente combattuto tra l'impulso di salutarlo e fermarsi a scambiare qualche parola, e quello di proseguire facendo finta di niente e ignorarlo. Qualche attimo e l'esitazione fu superata. L'uomo lo salutò.
- Buonasera, signor Plantamura. - disse con voce cavernosa.
Luigi esitò un attimo prima di rispondere al saluto.
Chi è mai quest'uomo, penso? Come mai conosce il mio nome? Preso da un'inspiegabile angoscia, frugò freneticamente fra i suoi ricordi. Volti di amici e di conoscenti, gente che non vedeva anche da anni, balenarono nella sua mente. Chissà perché gli parve cosa di enorme importanza ricordare chi fosse quell'uomo e soprattutto, in quel momento, non fargli capire che non riusciva a rammentarsi di lui.
Un sorriso amaro si disegnò sulle grosse labbra cascanti dell'uomo.
- Non si ricorda di me, vero, signor Plantamura? Ma non deve preoccuparsi per questo. Non sono poi così importante. - La sua voce profonda rimbombò, quasi sinistramente, nella tromba delle scale.
- Sono solo il doppio del suo dirimpettaio. - aggiunse dopo qualche secondo, inframezzando le parole con un respiro affannoso ed opprimente. - Sono il doppio di Claudio Bordenache.
Luigi provò sollievo e al tempo stesso una sottile forma di orrore. Sollievo perché quell'amnesia temporanea non significava un deterioramento della sua memoria, orrore perché quella cosa davanti a lui aveva affermato di essere il doppio di Claudio Bordenache.
- Possibile? - esalò incredulo.
- Certo. - rispose l'uomo, di nuovo con una smorfia di amarezza sulle labbra. - Non mi ha riconosciuto, vero?
-No – ammise Plantamura, - Del resto saranno più di dieci anni che non ti vedo.
- È vero. Lei non mi vede da moltissimo tempo. Infatti Bordenache non mi permette più di uscire. Solo di notte, quando non c'è più nessuno in giro, mi è concesso fare una passeggiata. Sa, la sua immagine di uomo pubblico potrebbe risentirne!
- Ah, ecco! Bene e dimmi un po', come sta il signor Bordenache? - chiese Plantamura a cui quell'incontro e quella situazione apparivano di attimo in attimo sempre più imbarazzanti.
- Oh, lui sta benissimo, se è per questo! - disse la creatura, con una nota di odio feroce nella voce.
- Beh, ti saluto allora. - tagliò corto Plantamura che, all'improvviso, non vedeva l'ora di porre fine a quell'incontro.
- Già, la saluto anch’io, signor Plantamura. - disse, di nuovo apatico, il doppio di Bordenache.
I suoi passi, lenti e pesanti, si persero per le scale. Plantamura restò immobile per qualche secondo. - Dunque, pensava, quella creatura grassa e gonfia, sicuramente affetta da chissà quali malattie fisiche e psichiche, è il doppio del famoso, aitante e bellissimo Claudio Bordenache, l'uomo di maggior spicco dell'intera città?
L'abile politico, il finanziere dl successo, il padrone di banche ed industrie, il brillante conversatore corteggiato dalle donne più belle e intelligenti mostrava, in quell'attimo, il nascosto rovescio della medaglia.
Un rovescio della medaglia davvero orribile!
Un moto di gretta, maligna soddisfazione attraversò il suo animo. Allora è vero, tutto si paga, pensò Luigi Piantamura.
Riprese a salire le scale, verso il suo solitario appartamento al settimo piano.
(2)
Una cospicua eredità permetteva a Luigi Plantamura di vivere di rendita. Un appartamento arredato quasi con raffinatezza, una rendita mensile sufficientemente elevata, un'automobile di grossa cilindrata. Da quando, all'età di diciotto anni, Plantamura era entrato legalmente in possesso dei suoi beni, aveva deciso di pianificare accuratamente la sua vita. Dal punto di vista dei beni materiali si era orientato a mantenere i consumi sempre leggermente al disotto delle sue disponibilità economiche, senza però farsi mai mancare nulla e concedendosi anzi di tanto in tanto qualche intermezzo di lusso. Non mancavano nelle sue giornate periodiche visite a ristoranti di un certo livello, con conoscenti di un certo livello.
Anche la sua vita affettiva e sessuale era stata minuziosamente regolata. C'erano sempre due o tre donne, con nessuna delle quali Plantamura impostava rapporti troppo coinvolgenti. Con queste, ora con l'una ora con l'altra, s'incontrava non più di una volta alla settimana per passare una serata fisiologicamente rilassante.
Insomma Luigi Plantamura era, in un certo senso, un uomo fiero di sé stesso. Egli amava giudicarsi una persona ragionevole, attento ad economizzare sia il denaro sia le energie psichiche ed affettive allo scopo di farle durare il più a lungo possibile.
Naturalmente con il suo doppio egli viveva un rapporto che non esitava a definire ottimo.
Quando entrò in casa il doppio stava guardando la televisione. Evidentemente lo stava aspettando.
- La cena è già pronta, Luigi. - gli comunicò con un caldo e amichevole sorriso.
- Grazie, ma ho già cenato. Sono stato con degli amici alla Palla Rotonda.
- Beh, allora, se tu permetti, me ne vado a letto.
- Ma certo. Non era neppure il caso che mi stessi ad aspettare. Ti ho pur detto un mucchio di volte che non devi stare a dipendere dalle mie decisioni anche nelle piccole cose. Non ricordi?
- Beh, se faccio qualcosa per te vuol dire che mi fa piacere - disse il doppio che, sbadigliando e stiracchiandosi, si alzò dalla poltrona, spense la televisione e si diresse verso il bagno.
Plantamura si versò un bicchiere di cognac e si sprofondò in una poltrona.
Guardo compiaciuto il suo doppio che, uscito dal bagno a torso nudo, stava andando a letto. Sapeva con assoluta certezza che quella creatura, dal corpo ancora scattante e vigoroso, nutriva nei suoi confronti affetto e completa dedizione. Cos'altro poteva desiderare di più? Il suo doppio era la prova vivente e visibile che non aveva ancora commesso errori nel vivere la sua vita nel modo migliore possibile! Pensò al doppio di Bordenache. Dio, com'era malridotto! E quell'odio feroce, ma al tempo stesso passivo e rassegnato, che era trapelato dalle sue parole nei confronti di Bordenache!
Sapeva che molti doppi odiavano i loro rispettivi originali. E sapeva anche che dovevano avere solide ragioni, profonde e sconvolgenti, per odiare. Fisiologicamente e psichicamente, infatti, i doppi erano portati ad amare con intensità i loro originali.
Anche in questo, pensò Luigi, nessuno può dire che abbia sbagliato. Il mio doppio mi adora!
Finì di bere il cognac, si alzò dalla poltrona e andò a letto. Ma non riuscì ad addormentarsi. Si sentiva inquieto e per la prima volta nella sua vita gli sembrò anche di essere oscuramente insoddisfatto. Gli parve che sotto la superficie di perfezione con cui continuava a passare le sue giornate si annidasse qualcosa di oscuro, qualcosa che corrodeva l'edificio che, pazientemente e giorno dopo giorno, egli si era dedicato ad erigere.
Immagini e pensieri gli si accavallavano nella mente.
La mia vita, pensò in un lampo, è piatta, spaventosamente piatta e mediocre. Tutti i giorni sono uguali, senza senso. È così anche per Bordenache? Non credo, pensò, non credo.
Con rabbia si affrettò a cacciare nella parte più profonda di sé stesso questo orribile dubbio.
Il mattino seguente s'illuminò di una splendida giornata. Verso le dieci, svegliato dai raggi del sole, Plantamura decise che avrebbe passato la mattinata in piscina. Fece una rapida colazione insieme al suo doppio ed uscì, in calzoncini da bagno.
Il residence in cui viveva era costituito da un complesso di palazzi alti non più di nove piani. Annidato in una folta ed alta vegetazione era dotato di una notevole attrezzatura sportiva: piscina, vari campi da tennis, palestre scoperte e coperte e varie altre cose tra cui un vasto galoppatoio. Gli accadeva spesso, soprattutto con belle giornate, di non uscire per niente dal residence.
Così quando il buon tempo lo permetteva preferiva passare la giornata tra le piscine, il ristorante interno e il campo da tennis. Scese verso la piscina, tra gli alberi, percorrendo un vialetto lastricato di grosse pietre piatte tra i cui interstizi cresceva un'erbetta verdissima.
Presso l'acqua azzurra della piscina, sdraiati a prendere il sole, c'erano non più di una decina di persone.
C'era Attali, un commerciante grasso e rumoroso, che si ostinava a fare una ventina di vasche al giorno, nella speranza di evitare l'infarto. Il suo doppio, infatti, era morto in un incidente stradale circa due anni prima. C'era Danisi, un trentenne maniaco della perfetta forma fisica che gli serviva, diceva lui spesso e con aria di mistero, per poter svolgere con successo il suo lavoro: lavoro che si guardava sempre dallo specificare con precisione. Plantamura lo riteneva un individuo ambiguo, ma forse si trattava solo di un innocuo mitomane.
C'erano altre persone che non conosceva se non di vista e con cui al massimo aveva scambiato qualche frase di circostanza negli ultimi tempi.
Infine la sua attenzione fu attirata da un uomo alto e prestante che gli volgeva le spalle e aveva il viso rivolto verso la piscina. Sulle prime Luigi non lo riconobbe. Poi l'uomo si girò lentamente di profilo, mentre si stropicciava le mani sui calzoncini con fare neghittoso, come se stesse riflettendo su qualche fatto di estrema importanza.
Era Claudio Bordenache!
Strano, pensò Plantamura. Come mai si trova qui? Possibile che sia riuscito a trovare un po' di tempo da trascorrere lontano dai suoi impegni?
Si scelse una sedia a sdraio e incominciò a cospargersi il corpo con una leggera lozione per evitare le scottature del sole che, nonostante fossero ancora le dieci e mezza, già bruciava.
Contemplò con un'ombra di disgusto il suo magro corpo di settantenne: sebbene fosse nel complesso ben conservato, ebbe l'impressione che i muscoli e la pelle stessero perdendo il loro tono e la loro elasticità e che si stessero rinsecchendo sulle ossa. Fu turbato dalla carica morbosa di quella considerazione. Raramente infatti gli era accaduto di trovarsi sgradevole.
Capì subito che era il confronto con Bordenache a suscitargli siffatti pensieri, provocando un sentimento di irritazione che egli stesso trovò eccessivo. Nervosamente continuò a cospargersi di olio solare, pizzicandosi bruscamente i muscoli con le dita.
D'improvviso poi si sorprese ad osservare, con una curiosità quale mai gli era capitata, la cicatrice che aveva sul tallone. Lì, subito dopo la sua nascita, era stato innestato chirurgicamente uno dei Cordoni della Crescita che terminavano in un Embrione di Bioplasma; attraverso il cordone era passato il nutrimento che aveva alimentato lo sviluppo dell'embrione del suo doppio.
Tre mesi dopo, quando il doppio era giunto a completa formazione, le forbici di un chirurgo avevano tagliato il cordone ed era rimasta la cicatrice. Spiccava bianca sulla pelle abbronzata.
Lo scricchiolio dei vimini di una sedia a sdraio, proprio accanto a lui, attirò la sua attenzione. Alzò gli occhi e il suo sguardo si incrociò con quello di Bordenache.
Plantamura s'accorse dell'esitazione di Bordenache.
Sembrava seccato. Era evidente che non lo aveva riconosciuto da lontano, oppure che era così immerso nei suoi pensieri che non s'era guardato neppure attorno. Era altrettanto evidente che Bordenache avrebbe desiderato starsene da solo.
Luigi si sentì urtato a tal punto dall'atteggiamento di Bordenache che fece finta di non notare il fatto che egli fosse contrariato. In fin dei conti erano stati amici per tanto tempo che davvero lo infastidiva, e profondamente, che egli mostrasse di non gradire la sua compagnia. Compagnia che, peraltro, non era stato lui a sollecitare.
- Oh, Claudio, come stai? - lo salutò calorosamente.
- Da quanto tempo non ti facevi vivo da queste parti. Certo, un uomo pieno di impegni come te non può avere tempo …
- Non dire sciocchezze! - lo interruppe bruscamente Bordenache che, visibilmente rassegnato a subire la sua presenza, si era adagiato sulla sedia a sdraio.
Plantamura ne fu stupito. Non era da Bordenache trattare la gente, e specialmente gli amici, in quel modo così volgare. E c'era anche nel suo tono di voce, notò Luigi, qualcosa di strano, come una stanchezza ed un’angoscia che egli mai avrebbe supposto potessero apparire in un uomo così intensa com'era Bordenache.
La segreta invidia, l'immotivato rancore nei confronti di quell'uomo, sentimenti che pure mai egli avrebbe ammesso coscientemente, si risvegliarono in lui. Fu come se avesse scoperto una piccola falla nell'apparente perfezione e forza di Bordenache, una ferita superficiale ma dolorosa nel suo corpo. Provò irresistibile l'impulso di allargare quella ferita, di distruggere e far crollare quell'uomo così sicuro, così pieno di sé stesso. Fu stupito di provare simili sentimenti, ma l'impulso che lo sommergeva era incoercibile.
- C'è qualcosa che non va, Claudio? - lo apostrofò, dissimulando un coinvolgimento emotivo che assolutamente non provava. - Se posso fare qualcosa per te …
Bordenache aprì gli occhi e si sollevò sulla sdraio.
- Chi? - chiese. - Tu, fare qualcosa per me?
C'era un disprezzo totale nella sua voce. Mai, in così poche parole, Plantamura aveva potuto percepire la poca stima che qualcun altro poteva avere nei suoi confronti. Un disprezzo così puro e potente da farlo sentire un verme, fin nelle parti più intime di sé stesso, suscitando al tempo stesso un impulso selvaggio di colpirlo, di fargli male in qualche modo e subito.
- Beh, - sibilò Plantamura - sai come accade. Mi è capitato di imbattermi nel tuo doppio, ieri notte. Ho avuto l'impressione che stesse male, molto male. Dovresti curarlo un pochino di più, non trovi?
Bordenache impallidì, anche al di sotto della pelle abbronzata. Si alzò, e senza degnarlo di un saluto si allontanò.
Plantamura lo guardò allontanarsi. Provava un sentimento di feroce esultanza. Lo aveva colpito, in qualche modo era riuscito a scalfire la sua arroganza, la sua presunzione.
Si sentiva eccitato. Provò un bisogno immediato di fare un bagno, di svolgere un'attività fisica che gli impedisse di stare a riflettere su quanto era accaduto.
Soprattutto voleva evitare di prendere consapevolezza di quanto era stato meschino, di quanto forse Bordenache avesse ragione a considerarlo poco più che niente.
Si tuffò nella piscina e nuotò per un buon quarto d'ora. Si tirò fuori e stette tutto gocciolante sul bordo della vasca, con il respiro affannoso.
Vicino a lui emerse dall'acqua il giovane Danisi. Anch’egli si issò sull'orlo della piscina, restando con i piedi in acqua.
- Ho visto che hai avuto una discussione piuttosto aspra con Bordenache. Lo hai messo addirittura in fuga. - disse all'improvviso Danisi.
- Beh, non direi di averlo messo in fuga - precisò Plantamura. - Direi piuttosto che mi ha piantato in asso. Insomma si è comportato in una maniera davvero scortese.
- Ah, ecco - ridacchiò Danisi. - In realtà in questo periodo è piuttosto nervoso, il grand'uomo! – Ridacchiò di nuovo, con evidente soddisfazione.
- Davvero? E perché mai? - chiese Luigi, di nuovo in preda a una curiosità morbosa. In altre occasioni non avrebbe certo dato corda ad un tipo come Danisi, ma il fatto che egli sapesse qualcosa di Bordenache rendeva immediatamente più interessanti i suoi pettegolezzi.
- Come? - si stupì Danisi. - Non sai che si trova nei guai?
Luigi accennò di no.
- Politica! - esclamo lapidario Danisi. - Lo sai, no, che Bordenache ricopre la carica di sottosegretario al Ministero degli Interni nell'attuale governo, vero?
Plantamura non lo sapeva. Sapeva che Bordenache era un uomo di rilievo nel governo, ma ignorava quale carica ricoprisse con precisione. Del resto la politica non era mai rientrata nei suoi interessi. Negli ultimi cinquant'anni, anzi, la politica era divenuta affare di poche centinaia di individui che avevano preso su di sé tutte le preoccupazioni e tutto il potere inerenti l'attività di governo. Lo sapevano tutti che la politica era un'attività estremamente logorante. Occuparsene era cosa poco saggia per la propria salute!
- Ebbene, - spiegò Danisi, - negli ultimi mesi l'opposizione ha intrapreso una campagna di informazione volta a far cadere il Ministro degli Interni. Siccome però quest'ultimo non può essere attaccato direttamente per l'indiscutibile prestigio di cui gode, è considerato insomma un intoccabile, l'opposizione si è scagliata contro il suo più importante collaboratore, cioè Bordenache. Da un paio di settimane il nostro amico è al centro di una serie di violentissimi attacchi su tutti i mezzi d'informazione. Pensa che domani sera, in una seduta pubblica del Parlamento che sarà trasmessa addirittura in diretta per televisione, il portavoce dell'opposizione ha preannunciato clamorose rivelazioni su Bordenache. Puoi capire dunque come Bordenache sia irritabile in questi giorni.
Danisi ridacchiò di nuovo. Sembrava incredibilmente soddisfatto.
- Pare che la cosa ti procuri un immenso piacere. - gli fece notare Plantamura.
- Certo. Non penserai mica che Bordenache sia antipatico solo a te! - Luigi fu sgradevolmente colpito da quest'ultima osservazione.
Era dunque così evidente la sua antipatia per Bordenache?
(3)
Dalla vetrata del soggiorno che dava sulla zona interna del residence, Plantamura guardava la pioggia che cadeva sottile e monotona sugli alberi, sui campi da tennis e sul galoppatoio, e picchiettava la superficie immobile dell'acqua grigia della piscina.
L'atmosfera opprimente di quella strana giornata di maggio aveva il potere di gettarlo in uno stato di profonda depressione. Non aveva nessuna voglia di uscire di casa. Comunicò al doppio la sua intenzione, dicendogli anche di preparare qualcosa da mangiare per l'ora di pranzo.
Prese un libro e raggiunse la poltrona accanto al muro, di fronte alla vetrata che dava sul verde del parco.
Incominciò a leggere distrattamente, ma ben presto smise, disturbato da qualcosa che sulle prime non riuscì ad individuare.
Rumori soffocati.
Provenivano dall'altra parte del muro, alle sue spalle. Di colpo, e quasi con stupore, ricordò che il suo appartamento, per tutta la lunghezza, aveva le pareti in comune con quello di Bordenache.
Fu invaso da una morbosa eccitazione, da un'ansia frenetica di sapere. Chi provocava quei rumori indecifrabili? Bordenache? Poco prima, mentre stava alla finestra a guardare la pioggia che cadeva, lo aveva visto uscire. Elegante come al solito aveva raggiunto un'auto del ministero che era lì ad attenderlo, ed era andato via. Allora doveva trattarsi senz'altro del suo doppio! infatti Bordenache non era sposato, ne aveva l'abitudine di portarsi donne in casa quelle rare volte che passava la notte nel suo appartamento.
Piantamura tendeva l'orecchio. Passi barcollanti per la stanza, un grugnito soffocato di dolore, il rumore di oggetti di vetro che cadevano a terra e si frantumavano in mille pezzi. Poi un tonfo cupo, come di un corpo che cadesse a peso morto,
Era accaduto qualcosa al doppio di Bordenache?
Luigi non sapeva che fare. Telefonare a Bordenache, al Ministero, e avvisarlo che forse il suo doppio non stava bene?
Scartò subito questa idea. Non gli andava di essere maltrattato di nuovo da quell'individuo. Del resto poteva darsi che si sbagliasse, poteva darsi che avesse interpretato in modo errato il significato di quel tonfo.
Come a dare una conferma ai suoi dubbi, infatti, udì altri rumori. Gli sembrò, continuando nella sequenza di immagini che i suoni evocavano nella sua mente, che il doppio si stesse alzando, pur se con notevoli difficoltà. Caddero altri oggetti, finché i rumori, attutendosi via via, si persero in lontananza.
Plantamura immaginò che il doppio avesse raggiunto una stanza posta all'altra estremità dell'appartamento, forse una stanza da letto. No, pensò, sono certo che sta davvero male.
Doveva fare qualcosa, aiutarlo in qualche modo.
E soprattutto, intuì in un attimo di completa ed ignobile chiarezza, doveva vederlo. Doveva vederlo mentre soffriva!
Con un gesto improvviso depose il libro che, senza accorgersene, stringeva ancora quasi spasmodicamente tra le mani, e chiamò il suo doppio.
La creatura lo raggiunse immediatamente.
- Che c’è, Luigi? - chiese.
- Chi è il miglior medico di doppi, in città?
- Ma io sto benissimo, Luigi, - si affannò a rispondere il doppio, assumendo un tono lamentoso. - Non mi sembra proprio il caso, sai. Non devi preoccuparti per la tua salute!
- Non è per te, stupido! - scattò irritato Piantamura che era divorato da un’ansia orrenda di non riuscire a vedere il doppio di Bordanache.
- Ah, quand’è così! Per quel che ne so io, è il dottor Cini.
- Chiamalo e fallo venire in fretta. Si tratta di un caso urgente! - Mentre il doppio andava a telefonare, Luigi indossò rapidamente una giacca e uscì dall'appartamento. Prese l'ascensore e raggiunse la portineria.
Con parole frettolose e smozzicate spiegò la situazione al portiere. Era necessario, disse, che anche lui venisse di sopra, insieme al medico, per aprire la porta dell'appartamento di Bordenache.
Plantamura s'accorse che il portinaio lo guardava con fare dubitoso. Era evidente che trovava incomprensibile e fuori posto il suo eccessivo interesse per il doppio di un altro condomino. Luigi, in preda ad una fredda frenesia, se ne infischiò altamente.
Il medico era un tipo dal colorito roseo e dai movimenti lenti e flemmatici. La sua pacatezza non mancò di colpire Plantamura, proprio perché contrastava in modo stridente con il suo stato d’animo, eccitato e quasi nevrotico.
Era un uomo alto e imponente, ma anche piuttosto giovane. Non doveva superare la quarantina.
Era stato il portiere ad accompagnarlo fino al suo appartamento.
- Allora, di che si tratta? - chiese il medico, con voce calda.
Il portinaio, un individuo robusto e baffuto, indicò con un'occhiata Plantamura, come a dire che lui non voleva entrarci in quella storia. In realtà quell'uomo trovava che tutta la faccenda fosse piuttosto strana, e forse anche illegale. Non voleva, in un secondo momento, essere ritenuto responsabile di intromissione nella vita privata di un suo condomino.
- Ecco, dottore, - intervenne Luigi - credo che sia accaduto qualcosa al doppio del mio vicino, il signor Bordenache. Il mio appartamento e quello del signor Bordanache sono divisi da una parete molto sottile per cui, lei capisce, si sente tutto. Ora, poco fa, mi trovavo nel salotto di casa mia quando, proveniente dall’altra parte del muro, ho udito un tonfo. Come di un corpo che cade.
- Va bene, - disse. - Ha avvisato il signor Bordenache di questo suo timore?
- Beh, non ancora. Del resto non saprei dove rintracciarlo - mentì Luigi.
- Ad ogni modo sarà meglio andare a dare un'occhiata. - si decise il dottore, mettendo fine ad ogni esitazione.
- All0ra, dottore, che faccio? Apro? - il portiere si fece avanti, stringendo nervosamente un mazzo di chiavi in mano.
- Ma sì, certo. È sempre meglio rendersi conto della situazione. - Sulle prime il portinaio non si sentiva per nulla convinto dell'opportunità di entrare in un domicilio privato senza alcuna autorizzazione del proprietario, ma poi, considerando che ogni responsabilità sarebbe ricaduta in ogni caso su Plantamura e sul dottore, pur scuotendo la testa, si decise ad aprire.
Le stanze erano ampie e ammobiliate con sfarzo.
Plantamura si mise subito alla testa del gruppetto, ispezionando ansiosamente ogni stanza. Un'ansia perversa lo divorava.
Trovarono il doppio in una piccola stanza, il corpo dagli arti scomposti abbandonato su un lettino.
Sollecito il dottore si avvicinò e spostò con fermezza Plantamura che, simile ad un avvoltoio, si era precipitato sul doppio.
La creatura respirava ancora. I lineamenti disfatti del volto erano contratti dal dolore, le mani spasmodicamente serrate sul petto.
- Infarto! - commentò seccamente il dottore.
- Morirà? - chiese Luigi con orribile eccitazione.
- Non penso. - rispose il dottore. - È stato solo un primo avviso, credo. Dovrebbe riprendersi nel giro di pochi giorni, - aggiunse, mentre gli faceva un'iniezione.
Pochi minuti dopo che il farmaco era stato iniettato nella vena, il corpo del doppio si decontrasse lentamente, il volto si distese e il respiro si fece regolare. Dormiva.
Plantamura beveva con tutti i suoi sensi l'atmosfera di morte che aleggiava intorno alla grossa e deforme figura del doppio che dormiva. Sentiva che quel sonno, pesante ed oscuro, era solo una tappa, una delle ultime, nella sua irreversibile transizione verso il nulla.
- Bene, - la voce del dottor Cini lo riportò alla realtà. - Ora possiamo anche andare. - Si guardò intorno, evidentemente in cerca del portiere.
- È andato via - intervenne Luigi che aveva intuito il gesto del dottore. - Credo stia cercando di rintracciare il signor Bordenache.
- In tal caso sarà meglio attendere. Vorrei scambiare quattro parole con il signore in questione.
- Se nell'attesa vuole accomodarsi nel mio salotto, sarò lieto di offrirle qualcosa da bere - lo invitò premuroso Plantamura.
- Se ci tiene! - il dottore, con la sua borsa in mano, lo seguì.
Quando fu seduto su una poltrona, con un bicchiere di brandy in mano, Luigi giudicò che il dottore fosse nella condizione ideale per parlare.
- Allora, dottore, mi dica, quanto tempo pensa che potrà sopravvivere quel povero doppio?
- Bah, non saprei. Un anno, due anni, forse più, forse meno. Non è una cosa che si possa stabilire con precisione. Certo non dipende da lui, ma dal signor Bordeneche. Ad ogni modo - aggiunse bruscamente il medico, - non mi sembra che sia un affare che debba interessare lei, non le pare?
Preso alla sprovvista dal freddo ed esplicito rimprovero del dottor Cini, Plantamura incominciò a balbettare delle spiegazioni che alle sue stesse orecchie risuonavano sciocche e miserabili.
Per fortuna, proprio in quel momento, s'udì lo squillo del campanello della porta d'ingresso. Il portiere era ritornato in compagnia di Bordenache, gelido ed impenetrabile come al solito.
- Ti ringrazio per il fastidio che hai voluto prenderti, - disse Bordenache, rivolto a Plantamura. Poi, rivolgendosi al dottore: -La prego, dottore, vuole essere così gentile da seguirmi? Ho bisogno di parlarle.
- Questo è anche il mio desiderio, in realtà. - rispose il dottor Cini, alzandosi e deponendo il bicchiere. Ringraziò Luigi dell’ospitalità offertagli e seguì Bordenache.
(4)
Era sera.
Plantamura guardava il suo doppio che si muoveva affaccendato a sbrigare i quotidiani lavori domestici.
Questa creatura, pensava, è nata dal mio corpo. Il suo cervello e la sua carne sono una ripetizione esatta del mio cervello e della mia carne. La sua struttura fisica e psichica è legata alla mia da un rapporto di empatia totale; l'unica differenza tra noi due consiste nel fatto che tutta l'angoscia, la sofferenza e il dolore che si sviluppa nella vita passa attraverso di me, senza quasi che io me ne accorga, e vanno a scaricarsi sul suo corpo e sulla sua mente. E così è lui che soffre al posto mio, è lui che porta su di sé i segni del dolore. Costui, pensava ancora Plantamura, è quasi un altro me stesso, un mio gemello inferiore, dotato di attitudini particolari e forse nate da una scienza perversa, ma è pur sempre la creatura più vicina a me che esista al mondo.
Si versò un bicchiere di brandy e lo sorseggiò lentamente.
Ma forse mi sbaglio. Il doppio ha le sembianze di una persona, ma non è certo una persona. Esso rappresenta solo la migliore terapia che l'uomo abbia mai inventato per allontanare da sé il male, per rallentare il cammino inesorabile della morte.
Già, pensò Luigi. come viveva l'umanità prima della creazione dei doppi? Quali erano le esperienze, i ricordi che ciascuno si portava appresso?
A lui, quand'era bambino, i genitori dicevano sempre: - Luigi, cura il tuo doppio!
- Pensa sempre a lui. - lo esortava il medico di famiglia. - Non fare delle cose che potrebbero danneggiarlo!
- Da quanto tempo non dai un'occhiata al tuo doppio? - gli chiedevano gli amici quando lo vedevano giù di corda. - Perché non provi a passare una giornata tutta con lui e a chiedergli come se la passa?
E Luigi Plantamura lo aveva curato il suo doppio, eccome! Nella sua vita, infatti, aveva economizzato non solo sul denaro, che poi era di importanza relativa, quanto sui sentimenti e sulle emozioni che potessero rivelarsi troppo logoranti. Avaramente, e non con parsimonia, aveva usato dei piaceri che potessero comportare un eccessivo dispendio di energia psichica ed affettiva.
Oppresso da un'indecifrabile tristezza, Luigi si chiedeva ora se avesse fatto bene. Si chiedeva cosa significasse la sua morbosa attrazione nei confronti del doppio di Bordenache e del suo destino. Rammentò i giorni della sua infanzia. Rammentò quella volta, quando ancora bambino di pochi anni aveva visto il suo doppio, bambino anch'esso ed inseparabile compagno di giochi, a letto. Era ammalato. Con stupore, s'era accorto che i suoi genitori trascuravano l'altro bambino, che pure era ammalato e sofferente, e invece spiavano lui, che stava bene, con volti colmi di angoscia e paura.
E da allora, addolorato dalla sofferenza del suo doppio e dall'angoscia dei suoi genitori, Luigi si era attenuto sempre più strettamente ai consigli che gli davano gli adulti.
E per tutta l'infanzia e l'adolescenza, decine e decine di altri episodi dello stesso tipo lo avevano indotto a delimitare, restringere, coartare e deformare tutta la sua esperienza di vita. Era una scelta che aveva fatto per il suo doppio!
Perché il doppio, fatto nascere dal cervello e dal corpo di ciascuna persona, era la spia e al tempo stesso la massima difesa contro il dolore. Il doppio proteggeva dal male del corpo e dal male della mente, assorbendolo nel proprio corpo e nella propria mente. Esso rappresentava la migliore garanzia contro la morte prematura e contro la follia, il massimo aiuto che l'uomo, con la sua scienza, fosse mai riuscito a creare per alleviare le enormi ed inutili sofferenze in cui, per tanta parte della sua storia, s'era perso.
Ma la sua era stata una scelta giusta? Ne era valsa la pena?
Nella mente di Plantamura si sprigionò un'immensa, cupa visione. Come se le mura fossero trasparenti e le distanze non esistessero, vide l'interno degli appartamenti del residence in cui viveva, e poi della città e poi del mondo intero. Vide la gente, annidata nelle stanze delle case, dedita a spiare gli spasmi e la follia di simulacri che avevano lo stesso volto e lo stesso corpo di coloro che li guardavano con occhi pieni di orrore.
Tutto ciò è pauroso, pensava Luigi. È vero, non ho mai conosciuto, neppure per un attimo in tutta la mia vita, la sofferenza fisica, né mai mi ha sfiorato l’ombra della follia. Ma questo, pensava ancora, ha significato per me essere felice?
Perché, si chiese con rabbia, quando vedo Bordenache provo un'immensa, divorante invidia?
Perché sento che lui non ha perso le cose che invece, forse, io ho perduto decidendo di vivere la mia vita così come l'ho vissuta?
Con rabbia si scosse dallo stato di torpore in cui era caduto.
- Accendi il televisore! - disse bruscamente, rivolto al suo doppio. - Tra poco dovrebbe esserci un'edizione del notiziario.
Il doppio lo guardò stupito per l'asprezza del suo tono di voce, ma non disse nulla ed eseguì quanto gli era stato detto.
Immagini baluginarono sul grande schermo che occupava un'intera parete del salotto.
(5)
Lo schermo si illuminò su una scena tumultuosa.
Distinti signori, seduti su file di poltroncine rosse in un vasto emiciclo, gridavano e si agitavano scompostamente. L'inquadratura dall'alto mostrava una massa di nere teste oscillanti.
Per un attimo Luigi non riuscì a capire di cosa si trattasse. Poi, di colpo, ricordò quanto gli aveva detto Danisi a proposito di certe rivelazioni clamorose su Bordenache che ci sarebbero state in Parlamento da parte dell'opposizione.
Solo allora intuì perché aveva ordinato al doppio di accendere il televisore. Raramente, infatti, gli accadeva di seguire trasmissioni televisive. Feroce era emerso in lui il desiderio di poter assistere ad un evento che avrebbe messo certamente in difficoltà Bordenache e avrebbe frantumato la sua odiosa sicurezza di sé.
Proprio in quel momento la telecamera girò sull'emiciclo in subbuglio ed inquadrò il volto di Bordenache.
Con gran disappunto di Plantamura, Bordenache esibì la sua solita impassibilità, come se tutto ciò che stava accadendo intorno a lui non lo riguardasse eccessivamente.
Ci fu uno stacco e sullo schermo comparve un volto massiccio, dai tratti grifagni ed aggressivi.
La scritta in sovrimpressione diceva: "On. Gerardo Giuranno, segretario generale del Partito d'Opposizione".
Lentamente le urla scemarono. Ritornò la calma.
- Vedo - riprese a parlare con pesante ironia l'onorevole Giuranno - che l'onorevole Bordenache gode di grandi simpatie tra i suoi colleghi di partito. Infatti tante e così rumorose proteste nei miei confronti non potrebbero spiegarsi altrimenti. Peccato però che io non sia ancora giunto al nocciolo della questione. Ciò che ho detto sinora, in realtà, è marginale rispetto a quanto dovrò rivelane tra poco a carico dell'onesto Bordenache.
Plantamura fu invaso da un fremito di eccitata attesa. - Ebbene, onorevoli colleghi, - continuò il segretario del partito d'opposizione - certamente tutti sarete concordi con me nel sostenere che la società che abbiamo edificato nell'ultimo secolo è quanto di meglio si sia mai visto sulla superficie del pianeta. Tutti, o quasi tutti, i mali superflui che l'uomo era costretto a subire in passato, sono stati eliminati. Ma alcuni mali, forse, sono inestirpabili!
Tra questi c'è il protervo desiderio del cambiamento ad ogni costo, la presunzione di vedere più lontano degli altri e di sentirsi quindi autorizzati a minare le fondamenta stesse della nostra società! Ormai comincio a credere che esisteranno sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, uomini che si faranno sostenitori di questi mali. Uomini come l'onesto Bordenache!
Ogni volta che l'onorevole Giuranno pronunciava le parole "onesto Bordenache", la telecamera si affrettava ad inquadrare impietosamente lo stesso Bordenache. Il quale però, con gran disappunto di Plantamura, non appariva per nulla turbato, né mostrava il minimo segno di disagio o di nervosismo.
- Inoltre - stava dicendo Giuranno - se mi capiterà di parlare di qualche aspetto non marginale della vita privata del nostro onorevole collega, lo farò perché costretto da necessità superiore. Io penso che ciascuno sia libero di dire o di fare ciò che desidera. Ma in un uomo pubblico, questo non vorrete contestarlo, è necessario un massimo di coerenza tra la vita pubblica e quella privata. Ed ora veniamo al dunque!
Ci fu una pausa, un silenzio che a Plantamura parve interminabilmente lungo.
- Ebbene, onorevoli, - riprese Giuranno, dopo avere inspirato profondamente, - i doppi, lo sappiamo tutti, costituiscono la base portante su cui poggia l'attuale benessere diffuso nella nostra società. Ma cosa sono i doppi? Sono forse individui autosufficienti, persone a pieno titolo? Evidentemente no! La loro nascita artificiale, la strutturazione della loro psiche e della loro affettività, la stessa biochimica del sistema nervoso dice che non sono uomini, ma solo organismi viventi al servizio dell'uomo.
Tutto ciò è noto, indiscutibile, universalmente accettato da tutti. Da tutti tranne che dall'onorevole, onesto Bordenache! Il quale, ed anche questo è noto, è un uomo ricchissimo e quindi in grado di spendere molto. Ebbene, il coerente onesto Bordenache, autorevole esponente del governo in carica, i suoi soldi li spende finanziando generosamente il Marfet!
Le ultime parole, pronunciate con particolare enfasi, caddero in un silenzio terribile.
Un silenzio assolutamente inspiegabile per Luigi. Cosa mai significherà quella sigla misteriosa, si chiedeva aspirando profonde boccate di fumo da una sigaretta.
- Il Marfet - riprese Giuranno - e questo lo dirò per quei telespettatori che non lo sapessero ancora, è un partito clandestino, formato quasi esclusivamente da doppi, che si propone il raggiungimento di una dignità giuridica e sociale pari a quella degli uomini. E Bordenache mette il suo denaro a disposizione di questo partito e di quanto esso vuole conseguire, scardinando l'intera nostra società.
Pazzo, pensava Luigi Plantamura. Pazzo e pericoloso!
- Le prove documentate di quanto da me affermato, - incalzava intanto l’onorevole Giuranno, - sono state depositate già da stamattina presso la Presidenza dell'Assemblea.
La telecamera inquadrava volti tesi e stupefatti.
- Ma non è tutto! - sogghignò Giuranno. - Ebbene, colleghi, l'onorevole Bordenache sostiene la pari dignità dell'uomo e del suo doppio. Proprio lui! Eppure guardate come ha ridotto il suo doppio! -
Di colpo sullo schermo comparve una gigantografia che ritraeva, nei minimi impietosi particolari, un vecchio gonfio e deforme dal volto devastato dalla sofferenza.
Con un tuffo al cuore Plantamura lo riconobbe.
Era proprio il doppio di Bordenache.
La telecamera inquadrò di nuovo Bordenache.
Era in piedi, teso e pallidissimo. Stava evidentemente male. Si portò una mano al petto, convulsamente, e cadde a sedere.
Nello stesso istante, proveniente dall'altra parte della parete alle sue spalle, Luigi udì un grido strozzato.
Sembrava una richiesta d'aiuto.
- Hai sentito? - disse il suo doppio allarmato. - Un urlo dall'appartamento vicino.
- No - mentì brusco Plantamura. - Non ho udito nulla.
Luigi Plantamura si sentì un verme.
Un verme felice!
Quella notte non chiuse occhio. Invaso da un piacere perverso tendeva l'orecchio ai rumori provenienti dall'appartamento di Bordenache. udì i passi di due o tre uomini. Dovevano essere gli addetti al trasporto del cadavere. Li vide nella sua mente, mentre avvolgevano in un contenitore di plastica quel corpo immerso ormai nella fissità della morte.
Immaginò di vedere Bordenache, distrutto dalla paura e dall'angoscia, mentre quegli uomini portavano via la creatura che era stata il tappeto che aveva senza pietà calpestato per tutta la vita, senza mai prendersi cura di lui, fino a distruggerlo.
Udì i passi degli uomini che scendevano per le scale.
Si avvicinò alla finestra e dopo pochi minuti vide emergere dal portone del condominio il piccolo corteo.
Avanti andavano due uomini che trasportavano in spalla un informe fardello. Dietro seguiva accasciato, o almeno così parve a Plantamura, lo stesso Bordenache.
L'involto fu scaricato nel retro di un furgoncino.
Ci furono gesti e parole incomprensibili tra i due uomini e Bordenache, un saluto formale con la mano. Il camioncino partì.
Bordenache si avviò ritornando verso il portone e scomparve alla vista, inghiottito dal palazzo.
Di colpo lo stato d'eccitazione interiore che aveva agitato l'anima di Luigi Plantamura si quietò.
Si senti soddisfatto, appagato.
Gli parve, finalmente, che la vita gli avesse fatto giustizia. Lui, che si era sforzato sempre di vivere secondo le regole che gli erano state inculcate fin dall’infanzia, poteva godere adesso il premio di una vita ancora lunga e in buona salute.
L'altro, Claudio Bordenache, che aveva usato il suo doppio come un povero strumento di scarico per realizzare i suoi desideri, aveva dinanzi adesso la sua giusta pena e, privo del doppio, una rapida vecchiaia invasa dal dolore e dalla follia.
(6)
Nelle settimane e nei mesi che seguirono la vita si accanì sul corpo e sulla mente di Claudio Bordenache.
Il suo corpo, un tempo diritto, asciutto e aitante, si gonfiò si deformò e si curvò rapidamente. Il suo volto, forte e liscio, si infittì di rughe profonde sotto i bianchi e radi capelli.
La sua mente, un tempo possente ed equilibrata, conobbe paure ed angosce, assenze dalla realtà, balbettanti viaggi nella follia.
Eppure Luigi Plantamura, sempre più annidato nel suo appartamento e nel bozzolo della sua vita senza senso, vedeva con ira che Bordenache continuava a vivere come prima, con passione e con pienezza.
Pur privo della sua barriera contro la morte, infatti, Bordenache non rinunciò ad alcuna delle sue attività, ad alcuno dei suoi piaceri, bruciando velocemente l'ultimo tempo che gli restava. Sempre ammirato, sempre amato, sempre teso verso qualcosa. E quando, nel volgere veloce di un anno, si spezzò, nessuno ebbe a ridire una sola parola di condanna o di biasimo su come era vissuto.
Invece, continuando ad errare per le stanze del suo appartamento, apparentemente integro nel corpo e nella mente, Luigi Plantamura guatava con odio il suo doppio.
Quella creatura era stata la sua barriera contro il male, ma anche la sua barriera contro la vita.
Solo adesso, infatti, capiva come il male e il bene, il piacere e il dolore, la gioia e la sofferenza fossero così inestricabilmente fusi in ogni momento della vita che non era possibile scindere l'uno dall'altro.
Se non a caro prezzo.
Chi ha troppa paura del mare profondo ed insondabile, resterà sempre sulla riva, seduto sulla sabbia ad intristire e ad annoiarsi, trovando ogni cosa piatta e priva di senso. Eppure guarderà sempre, con invidia inconfessata, coloro che nell'acqua nuotano e giocano leggeri, facendosi talvolta travolgere dalle onde.
Luigi Plantamura si aggirava per le stanze e guardava con odio il suo doppio.
da "The Time Machine" n. 3/’81, ottobre
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