C'è del buono nell'ubiquità
di Enzo G. Baldoni
Mentre Oreste, seduto al tavolo della colazione, assorbiva energia per un'altra giornata fitta di impegni, Ernestina la tata fedele dai capelli d'argento, andava su e giù per la casa, canticchiando il Kaiserwaltz.
Quando lui si alzò per uscire, lo accompagnò fino alla porta:
- Mi raccomando, Oreste, cerca di non bisticciare ancora, alla Mondadori: sono tanto dei bravi ragazzi!
- Va bene, tata - sorrise lui - ma ormai ho accumulato abbastanza esperienza per sapere quel che devo e che non devo fare. no? O no? -
- Mah ... lo sai, per me resti sempre la mia creatura, Oreste, e mi preoccupo. Quando bisticci ti vengono degli sbalzi di pressione. Lo sai che il tuo organismo è delicato ... -
- Ma no, tata, non ti devi preoccupare. Cacchio ... -
- Oreste, niente parolacce. Lo sai che non le sopporto. -
- Scusami, tata, hai ragione. Ma e l'ambiente che frequento ... -
- Certo linguaggio non ha scusanti. Fra l'altro, a proposito, cos'è quell'indecenza che hai scritto nel capitolo cinque del romanzo? "Madore"! Humpf! -
- Ma tata, è funzionale alla narrazione! -
- Si può fare della buona letteratura senza cadere nella pornografia! -
- Ma no. tata, che pornografia! Sei tu che sei rimasta fissa alla tua educazione. austro-ungarica! -
- Se ci fosse ancora l'Imperatore le cose andrebbero molto meglio, Oreste! -
Cacchio, pensò lui. Va bene che è più di una madre, per me. ma certe volte mi fa proprio incazzare.
Alle nove Oreste era già a Segrate, riunito intorno a un tavolo con Gian Franco. Nicola e Maria Lina.
Mara prendeva appunti.
- Buone notizie, ragazzi - disse il direttore, mostrando soddisfatto un ordine di servizio - La direzione generale ha dato l'approvazione per la nuova collana hard-boiled. Non ci resta che trovarle un nome.
Proposte? -
Mezz'ora dopo, Oreste telefonò a casa:
- Ciao, tata. Chiamato nessuno? -
- Nessuno, Oreste. -
- Bene. A proposito, abbiamo scelto "Maschera Nera". -
- Benissimo, Oreste. -
- Hai sempre delle buone idee, tata. -
- Lo so, Oreste, lo so. -
Alle dieci, Oreste aprì le bozze del romanzo di un giovane, promettente scrittore che Mondadori aveva deciso di pubblicare. Si tuffò nelle pagine, sottolineò qua e là, rilesse alcuni brani. Pensò a un inizio per la prefazione. Infilo il foglio bianco nel rullo della macchina e cominciò a picchiare sui tasti. Prese in giro con affetto, chiosò con acutezza, sottolineò con humor. Rilesse. Ponzò, tamburellò, accartocciò. Infilò un nuovo foglio. Torno a riscrivere. Bestemmiò contro il nastro quasi illeggibile. Cancellò con una lunga riga di "x" la frase iniziale e ricominciò da capo.
Alle undici, Oreste rilesse "Caro Campionato".
Sospirò sulle sorti incerte del suo Milan, rise ricordando una battuta dell'altro milanista Nascimbeni alla partita del giorno prima, si incazzò con un paio di righe spostate dovute alla solita composizione elettronica. Poi chiuse il Corriere e tornò alla macchina da scrivere. Cominciò a fare, per L'Europeo, un pezzo sull'ultimo Fellini, che aveva rivisto al Capitol domenica pomeriggio.
Alle dodici andò a pranzo con Migiarra della Mondadori. Parlavano del più e del meno poi, davanti ad un filetto sanguinolento, Migiarra gli espose alcune brillanti idee sui futuri sviluppi del Giallo Mondadori. Propose, illustrò, perorò. Del Buono contropropose, rintuzzò, temporeggiò. E, mentalmente, cestinò.
All'una andò a pranzo con Bruno Tassan Din, direttore generale della Rizzoli. Parlarono del più e del meno, poi davanti a un filetto sanguinolento, Tassan gli espose alcune brillanti idee sul futuro della Milano Libri. Propose, illustrò, perorò. Del Buono contropropose, temporeggiò, rintuzzò. E, mentalmente, cestinò.
Alle due, entrò come un fulmine nella redazione di Linus.
Ugo, che se ne stava buono in un angolo a disegnare, si fece piccino piccino. Nicoletta continuò tranquillamente a tradurre Lauzier. Stefania e Cettina scapparono in un'altra stanza. Adriana cominciò a far andare furiosamente la calcolatrice. Fulvia drizzò il mento in uno sguardo di sfida e fece lampeggiare gli occhi.
Fu uno scontro memorabile. Purtroppo, le frasi che vennero scambiate in quell'occasione dovranno restare sepolte tra le lande oscure del segreto editoriale.
Alle tre telefonò a casa:
- Ciao, tata. Chiamato nessuno? -
- Si, uno della segreteria di Andreotti. Voleva sapere se gli facevi la prefazione al nuovo libro. -
- Uhm. Che gli hai risposto? –
- Che sei a New York, che non si sa quando tornerai e che, in ogni caso, di prefazioni tu ne fai ad ogni morte di papa. -
- Bravissima, tata. -
Alle quattro gli telefonarono da Parigi, invitandolo alla presentazione di un nuovo fumetto da Dargaud. Chiamò la tata, si fece mandare una valigetta con un taxi, poi saltò su una macchina della Rizzoli e si fece accompagnare di gran carriera a Linate.
Alle cinque, declinò cortesemente l'ennesima offerta di andare a dirigere Il Mago.
Alle sette sedeva nella hall circolare del Diana, aspettando la splendida modella svedese con cui doveva uscire a cena.
Alle otto versava un calice di Pinot grigio d'Attimis alla formosa attricetta brasiliana che sperava di avere un servizio su Playboy.
Alle dieci passò da Marco, Supermarket dell'informazione, in Galleria Passarella e fece il solito pieno di giornali, riviste, libri e fumetti.
Alle undici rientrò in casa. Si tolse la giacca. Si versò da bere. Si stravaccò in poltrona, leggiucchiando e sgranocchiando cioccolatini. Poi con un gesto di fastidio, si tolse la cravatta e la buttò lontano. Si alzò, andò a guardare fuori dalla finestra, poi tornò indietro ed andò ad aprire l’armadio a sei ante.
A mezzanotte chiuse il giallo che aveva appena finito di leggere. Spense la lampada da tavolo. Andò in cucina, si versò un mezzo bicchiere d'acqua e ci buttò dentro un'Alka Seltzer. Stette a guardare la pastiglia bianca che friggeva finché non fu sciolta del tutto. Ingollò e andò ad aprire l'armadio a sei ante.
All’una depose sul comodino il secondo giallo.
Andò alla finestra, l‘aprì, uscì sul balcone. Respirò l’aria umida, contemplò l’acciottolato deserto della strada sotto di lui. Quant’è cambiata, Milano, la notte, sospirò. Rientrò, chiuse con cura la finestra, attraversò il salotto ed andò ad aprire l’armadio a sei ante.
Alle due finì di scrivere il terzo capitolo del suo nuovo romanzo. Schiacciò il mozzicone di Merit nel portacenere ormai strabordante di cicche. Devo smettere di fumare, pensò, sapendo benissimo che non sarebbe mai riuscito. Cercò una mela nel frigo. Non la trovò, così andò ad aprire l'armadio a sei ante.
Alle tre cominciò a leggere il manoscritto del giovane, promettente scrittore che gli era stato presentato da Paolo Volponi: un naif marchigiano, pieno dei tetri umori di quella terra schiva e silenziosa. Andò avanti per una cinquantina di cartelle, poi si stufò. Fischiettando "If I fell", andò ad aprire l'armadio a sei ante.
Alle quattro passeggiava nervosamente su e giù per il soggiorno deserto. Nella notte urlò un'autoambulanza. Diede un calcio al mucchio di giornali che giacevano abbandonati sulla moquette. Scelse un libro a caso dallo scaffale: era intitolato "Un'ombra dietro il cuore". Pezzo raro, pensò con ironia. Si diresse verso l'armadio a sei ante.
Alle cinque la fida Ernestina, la tata dai capelli d'argento, si svegliò. Accese la luce del comodino, bevve un bicchier d'acqua Sangemini, aprì "Integrated circuitry in cybernetics", di Whyndam e Fisher, lesse qualche capitolo. Verso le cinque e mezzo si alzò, fece un po' di toeletta, raccolse i capelli in una crocchia civettuola. Andò in soggiorno, vuoto i portacenere pieni di mozziconi e i cestini pieni di fogli appallottolati.
Verso le sei, quando tutto fu di nuovo in ordine, si tolse il grembiule, si diede una ravviatina ai capelli e andò ad aprire l’armadio.
Spalancò tutte e sei le ante.
Immobili, irrigiditi in posizione eretta, i sei Oreste la fissavano coi loro sguardi vacui. Lei li accarezzò con affetto, spazzolò una manica, controllò un bottone che minacciava di staccarsi. Ristette un attimo ad ammirare il capolavoro della sua vita, le sei creature che la riempivano d'orgoglio, i perni dell'industria culturale italiana.
Batté le mani:
- Forza, ragazzi! È ora di colazione! -
I sei Oreste tornarono alla vita. Sorrisero e uscirono uno ad uno, chiacchierando, dall'armadio. La tata tirò per la manica della giacca quello che stava scrivendo il romanzo:
- Fermo. Tu oggi rimani a digiuno. Debbo dare una regolatina al circuito coprolalico. -
Gli altri cinque, chiacchierando animatamente, si diressero al tavolo della colazione:
- Un attimo, ragazzi! -esclamò la tata, felice - ma siete sempre affamati! Vi servo subito! –
Li fece sedere, inserì i cinque cavetti di ricarica alla presa che ognuno di essi nascondeva sotto l'ascella, inserì la spina del cavo grande nella presa della corrente industriale e i cinque androidi cominciarono ad assorbire energie per un'altra giornata fitta di impegni.
da "La bottega del fantastico" n. 4, novembre ’81
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