La ragazza che sapeva
di Franco Bellei
Carlo aprì la rivista e la posò sul tavolino; la stese con cura, in modo che le pagine non presentassero più quegli ondulamenti e arricciature che toglievano realismo alle fotografie. Cominciò a sfogliare adagio, umettandosi appena l'indice sul labbro inferiore.
Alle immagini più provocanti, indugiava deglutendo. Un paio di giovani, prosperosi seni scoperti, con solo due rettangolini neri che ne censuravano i capezzoli, avevano il potere di fargli dilatare le pupille, come succede ai gatti quando la luce va spegnendosi.
Giorgio, vedendolo così assorto, allungò il collo incuriosito; sorrise con sufficienza al turbamento dell'amico.
- È meglio che quel giornale te lo porti a casa e ti chiudi nel cesso: - disse. - Così puoi farti una sega in santa pace.
Carlo non reagì, probabilmente non lo aveva neppure udito parlare. Continuava a sfogliare, perso in lussuriose fantasticherie, in sogni, se non proprio impossibili, certo, per l'età sua, ancora irrealizzabili. Giorgio, d'improvviso, piantò un dito sulla pagina, impedendo a Carlo di girarla. Tra tante immagini di ragazze semi nude, il titolo a grossi caratteri di un articolo attirò la sua attenzione. Inclinò il capo per poter vedere meglio.
- Fammi leggere, - disse, - un attimo solo: "Deputato socialista presenta alla Camera proposta di legge sull'introduzione del divorzio in Italia. Il Vaticano minaccia crociate e scomuniche." Che rivista è questa? - Ne sollevò l'angolo: ABC, lesse.
- Il divorzio in Italia? - commentò incredulo, scuotendo la testa. - Roba da fantascienza. Nel duemila, forse.
Carlo, completamente abulico a tutto ciò che non conduceva, per via maestra o per vie traverse, alle donne e al sesso, aveva distolto la sua attenzione dalla carta stampata e guatava con occhi torbidi, ora, qualcosa o qualcuno là, in mezzo alla piazza.
Una ragazza. Carlo credette di ravvisarne la profetica incarnazione dei suoi sogni erotici. Diede di gomito a Giorgio.
Guarda quella, - sussurrò.
Giorgio allungò noncurante le gambe su una sedia vuota.
Girò appena la testa per osservare la ragazza: era biondissima, quasi bianca, come gli albini. Portava un vestitino corto e leggero, generoso nel mostrare le cosce pallide e nervose, senza calze.
- Scommetto che è tedesca, - disse ancora Carlo, con aria saputa.
Incrociò le braccia sul tavolino, e vi appoggiò sopra il mento, olimpicamente indifferente all'immagine di due floride natiche, appena velate da un paio di eteree mutandine, che stazionavano a due dita dalla punta del suo naso.
La ragazza, naso all'insù e macchina fotografica a tracolla, s'aggirava per la piazza un po' spaesata, apparentemente senza meta.
Si mise a scattare fotografie a dei ragazzini che sfrecciavano in bicicletta sotto i portici, e a dei vecchi che, seduti sui gradini delle porte, li rimbrottavano con la voce e li minacciavano, inoffensivi, coi bastoni. I ragazzini se la ridevano e, per mostrare quanto rispettavano le canizie, ripassavano più veloci di prima, urlanti e sbeffeggianti, facendo il pelo con le ruote ai calli di quei poveri vecchi.
Giorgio, prima di bere la sua birra, si rinfrescò premendosi il bicchiere ghiacciato sulle guance e sulla fronte. Da dentro il bar giungeva il tintinnio dell'unico flipper in funzione; il tono esultante di chi vinceva a tressette sovrastava il brontolio rassegnato di chi perdeva. Due piccioni sbattevano ciechi le ali sotto le volte del porticato. Carlo seguiva sempre la ragazza bionda nel suo andirivieni, gli occhi s'erano ridotti a due fessure. Con aria indolente, si tirava i capelli attorno all'attaccatura delle orecchie.
- Dì, ti piace? - chiese.
Giorgio non rispose; perso in chissà quali pensieri, sembrava interessato solo al fondo del suo bicchiere.
- Hai visto che cosce? - incalzò di nuovo Carlo.
- Ma stai zitto, pivello. Non è roba per te
Carlo rizzò le spalle, toccato.
- Solo perché ho tre anni meno di te? Adesso attacco discorso. Ti faccio vedere io.
S'alzo deciso, con quella faccia da ragazzino dove i primi peluzzi spuntavano qua e là, radi e rachitici come fili d'erba in un deserto. Fece tre passi, poi si fermò. Tornò indietro. Si piegò sul tavolino con fare d'intesa.
- Vieni anche tu, dai. In due si riesce meglio. Parlo solo io, te lo prometto.
Giorgio sogghignò: - Hai fifa, eh? Arrangiati.
Carlo divenne serio: - Io non ho fifa. Va bene, faccio da solo. Però, se poi mi chiede di fartela conoscere, vai a farti dare.
- Chi se ne frega.
Carlo partì, indignato per l'abbandono da parte dell'amico. Giorgio lo segui con lo sguardo, divertito e curioso.
Carlo cominciò con prenderla alla larga: le mani affondate nelle tasche, la sigaretta che gli si consumava penzoloni tra le labbra, non gustata, in un sottile filo di fumo, gli occhi strizzati e lacrimosi per il fastidio che il fumo gli procurava, costeggiò il porticato della piazza avvicinandosi alla ragazza in cerchi concentrici sempre più stretti, con una tattica da cinematografo, quando gli indiani, al culmine dell'assedio, stringono la carovana dei pionieri in una morsa fatale. La ragazza si era accorta di lui; continuò per la sua strada, ma ogni tanto lo sbirciava sospettosa. Carlo, giunto a pochi passi dall'obiettivo, non seppe più che fare, e le frasi che si era preparato a dire non gli uscirono di gola. Poi, come folgorato dall' intuizione, sembrò interessarsi moltissimo alla macchina fotografica della ragazza.
Aprì più volte la bocca, scosse la mano manifestando la sua ammirazione, gesticolò, perché la ragazza dava l'impressione di non capire. Carlo, rosso in viso, si mise a mimare con le dita lo scatto della macchina fotografica, ad additare, alternativamente, sé stesso e la ragazza. Lei, ad occhioni spalancati, lo fissava attonita. Poi, con un'alzata di spalle, s'allontanò, lasciandolo allocchito e gesticolante.
Rassegnato, Carlo tornò sui suoi passi.
- Che coglione, - disse Giorgio. - Ci vuole più sicurezza. La dovevi guardare bene in faccia, e non scappare sempre via con gli occhi.
- Avrei voluto vedere te, quella non capisce una parola d'italiano. E poi è più vecchia di quello che credevo; ha le tette un po' flosce, due occhi che t'imbarazzano. Da lontano sembrava meglio.
- Inventale tutte, ora.
- Non invento niente, io. Be', è tardi; me ne vado a casa. ci vediamo stasera? Andiamo a ballare?
- Non so. Semmai ci troviamo qui.
- Va bene. Io passo alla solita ora. Ciao.
Carlo s'allontanò; si volse a tratti per osservare la ragazza bionda che gironzolava ancora all'altro capo della piazza, poi fece spallucce e accelerò il passo.
Giorgio si accese una sigaretta; un'altra domenica era quasi finita, tranquilla, noiosa come tutte le altre. In paese non succedeva mai nulla; ricordava ancora con emozione quando, l'anno prima, in quella stessa piazza, aveva dato spettacolo il Cantagiro. Era stato un grosso avvenimento, di cui s'era parlato per giorni interi.
Il sole era calato dietro i comignoli delle case, in quel tratto di piazza, ormai, s'era allungata l'ombra.
Giorgio, dalla sua comoda posizione, s'alzò a fatica; pigro, si stiracchiò come un gatto al sole. Si diresse verso casa. Centrò con la cicca una pozza d'acqua tra l'acciottolato; il piccione che beveva saltello, sbatté le ali, ma non volò via.
Sotto i portici, notò di nuovo la ragazza bionda intenta ad osservare le vetrine dei negozi. Giorgio rallentò fin quasi a fermarsi.
La ragazza, come avesse intuito la sua presenza, si bloccò davanti ad un negozio di scarpe; per vedere meglio quasi spiaccicò il naso contro il vetro. Giorgio le si avvicinò; riflessi nel vetro, vide un paio d'occhi grandi e luminosi seguire i suoi movimenti con interesse. Sentì il cuore accelerare i battiti, e un brividino percorrergli il pene dalla radice alla punta.
La ragazza, con mossa innocente, appoggiò il peso del corpo sulla gamba destra, accentuando in tal modo la rotondità della natica corrispondente; poi, lentamente, spostò il peso sull'altra gamba, allettando l'occhio vigile di Giorgio a posarsi sull'altro fianco.
Con fare esasperante, la ragazza ripeté alcune volte quel movimento. L'ipnotizzato Giorgio ebbe la certezza di un voluto, provocante sculettamento al rallentatore. La ragazza si voltò: teneva il capo leggermente reclinato sulla spalla, i capelli lunghi e lisci le nascondevano parte del viso. Aveva seni un po' pendenti ma pieni che, ad ogni movimento del busto, pareva volessero stracciare, sgusciar fuori dal sottile abitino. Squadrò Giorgio con~ occhi penetranti e lucidi, come avesse la febbre. Le labbra s'allargarono in un gran sorriso.
- Che bel ragazzo, - disse infine.
Giorgio rimase allibito e lusingato per quel complimento rivoltogli con così audace sfrontatezza; ma poi gli venne in mente che quella ragazza poteva anche essere una puttanella in cerca di clienti: il mezzo sorriso, beato e un po' ebete, che gli stirava gli angoli della bocca, si spense di colpo.
Scosse la testa: teatralmente si ficcò le mani nelle tasche e le rivoltò fuori tenendole per le punte.
- Se cerchi soldi sei capitata male, bellezza.
La ragazza ebbe un gesto di stizza, si batté la mane su una coscia.
- Che cretino! - sbottò. - Bastano due parole dette in un certo modo, e per voi siamo tutte puttane. Io non voglio soldi, lo vuoi capire? Cerco solo un po' di compagnia.
- Un mio amico, poco fa, aveva cercato di attaccare discorso con te ...
- Chi? Quel ragazzino? Oddio, com'era buffo. Pensava che fossi straniera, e l'ho lasciato credere. Mi sono divertita un mondo.
- Ma perché ...
Se permetti sono ancora abbastanza giovane per offrire la mia compagnia a chi mi piace. Era caruccio, ma troppo acerbo per essere interessante. Tu, invece ... ti trovo già uomo.
Giorgio non era alle prime armi, ma si sentì emozionato come le prime volte che rincorreva le ragazzine per i viali dei giardini, o nelle festicciole tra amici quando, ballando, trovava l'ardire di esplorare con mani tremanti certe natiche che, in fondo, non aspettavano altro. Ma era la prima volta che gli capitava di essere letteralmente abbordato da una donna; e tutto ciò, anche se sentiva l'orgoglio del maschio montargli dentro, lo rendeva ancora sospettoso nell'afferrare al volo l'occasione che gli si presentava.
La ragazza fece un passo verso di lui; lo fissò dritto negli occhi, impudente; lo sconcerto di Giorgio l'aveva resa più aggressiva.
- Allora? - incalzo.
Giorgio, frastornato, si guardava la punta delle scarpe dondolandosi sui talloni.
Alzò gli occhi: - Allora cosa? - disse stupidamente.
La ragazza sbuffò: - Fai un po' troppo il prezioso per i miei gusti. Ciao.
Gli voltò le spalle e, a passetti rapidi e stizziti, si diresse di nuovo sotto il porticato.
- Ma guarda che matta. – borbottò Giorgio. – Ehi, aspetta. Aspettami!
La rincorse, la raggiunse; le si affiancò.
- Sei un bel tipo, - le disse ansimando. - Non mi dai neppure il tempo di raccapezzarmi.
Lei girò la testa di scatto, quasi lo aggredì: Ne ho poco di tempo da perdere, io!
- Calma, calma. Non te la prendere. Che cosa vuoi dire?
La ragazza abbassò gli occhi: - Niente, niente, - mormorò. La rabbia sbollì, improvvisamente come era venuta. Gli sorrise appena, per scusarsi, ma era come guardasse al di là di un vetro un orizzonte lontano; Giorgio non esisteva più.
Poi, una subitanea, cupa tristezza le velò gli occhi, come succede quando una parola, di per sé insignificante, è sufficiente a far sorgere nella mente un infausto presentimento.
- C'è qualcosa che non va? - chiese Giorgio.
Lei scosse la testa, come volesse scacciare una mosca fastidiosa.
- Nulla. È già passato, mormorò.
- Come ti chiami?
- Erica.
- Io, Giorgio.
Si strinsero la mano, e in quell'istante passò un prete: indossava i paramenti a lutto; probabilmente veniva da una casa dove aveva impartito un'estrema unzione. Tenendosi la tonaca con ambo le mani, s'affrettava verso la chiesa, per non tardare all'ultima messa.
- Svelto, svelto, - borbottava all'indirizzo del chierichetto che gli trottava dietro svogliatamente. In una mano, il ragazzino teneva degli spiccioli che voleva contare, e nell'altra un lembo della veste per camminare più lesto. Portava scarpette da tennis e aveva le gambe impolverate e piene di lividi. Senza dubbio aveva dovuto interrompere una partita di pallone per seguire il parroco, e così assistere, forse per la prima volta, alla morte di qualcuno.
Istintivamente Giorgio ritrasse la mane da quella di Erica, e voltò le spalle. Il parroco, passando, posò sulla coppia uno sguardo distratto e frettoloso, poi svoltò al primo angolo seguito a ruota dal chierichetto che, irriverente, tentava di pestargli la coda della veste. Appena spariti, Giorgio tirò un impercettibile sospiro di sollievo.
- Non ti ha riconosciuto - disse Erica.
- Chi? - fece lui, tonto.
- Ma chi! Il prete, no? È quello che ti dovrà sposare.
- E tu che ne sai?
Erica fece spallucce: - È semplice: non porti la fede, e non hai neppure il segno sul dito, come certi uomini sposati che, lontano dagli occhi della moglie, se la tolgono.
Di chiese, in questo paesetto, ce ne deve essere una sola; di conseguenza quello è l’unico parroco. E poi tu hai fatto di tutto per nasconderti.
- Non ti sfugge niente.
- È vero; da un po' di tempo ho occhi e orecchie per tutto. È come se i miei sensi si fossero acuiti improvvisamente. Vado in estasi per certe cretinate, adesso ... Una bella giornata di sole, un buon pranzo; i gelati, poi, non li ho mai gustati così tanto ...
- Ti dà fastidio sapere ...
- ... che ti sposi? E perché? Sei un po' presuntuosetto, eh? Anzi, sono felice per te. La casa, i figli, il lavoro: è tutta qui la vita. Ed è tanto, credimi. Comunque, io il prete non lo vorrò.
- Ti vuoi sposare civilmente?
- No, non intendo quello. Quando morirò, voglio dire.
- Non cominciare con questi discorsi. Alla tua età, andiamo ...
- La morte arriva sempre prima di quando ce l'auguriamo. Non si è mai pronti, neppure nei momenti peggiori. Questo te l'assicuro. Basta; non voglio più pensare a queste cose, - lo prese sottobraccio: - Stasera, mio promesso sposo, ti desidero tutto per me. Solo per stasera. Non ti voglio rubare a nessuna.
Erica accelerò il passo, sempre più in fretta, trascinandosi dietro il frastornato Giorgio.
- Andiamo! Ho voglia di correre. Su, dai. Prendimi, se ci riesci.
Scappò dalle sue mani, certa che lui l'avrebbe rincorsa.
Fu un inseguimento pazzo tra le vecchie case del paese; i gridolini eccitati di Erica echeggiavano nel tranquillo silenzio delle stradicciole, seguiti dall'ansimare di Giorgio, dalle sue frasi smozzicate.
Giorgio, passando a perdifiato davanti ai bar e alle porte delle case, incrociò facce conosciute; qualcuno lo additò, qualcun altro lo minacciò scherzosamente con la mano.
Pensò che tutto il paese, l'indomani, avrebbe saputo di quella sua mattata. Anche Silvana, la sua ragazza. A quel pensiero rallentò fin quasi a fermarsi, indeciso se proseguire o meno. Ma quelle natiche in corsa là davanti, a cui l'abito sottile s'appiccicava come una seconda pelle, lo invogliarono a riprendere l'inseguimento. Era un'occasione da non perdere, e non voleva pensare a quello che sarebbe successo dopo. Finalmente la prese, o Erica si lasciò prendere, e, per l'inerzia della corsa, quasi la trascinò in terra.
Erica rideva forte, con una punta di forzatura nel timbro della voce. Giorgio, osservando quel grosso seno tutto in affanno, fu felice di non essersi fermato.
- Uffa! Che corsa, - ansimò Erica. - M'e venuta fame.
Non si erano accorti che ormai erano fuori del paese. Sui lati della strada c'era solo qualche casetta isolata; i lampioni s'erano fatti più radi. Qualche gatto scivolava piatto lungo i muriccioli, e se ne avvedevano quando era già passato.
- C'è il luna park, là in fondo, - disse Giorgio. - Mangeremo qualche panino, se ti va.
- Certo, non faccio storie.
Oltrepassarono l'ultimo lampione, e l'ultima casa. Laggiù, da un largo spiazzo erboso, giungeva smorzata una musichetta allegra. Nel cielo ormai scuro si spandevano i riflessi di luci multicolori, in un instancabile accendersi e spegnersi.
- Il luna park! - disse Erica in tono ironico. - Stasera faremo follie.
- È il meglio che si può trovare, qui, - disse Giorgio, come per scusarsi.
A me va bene tutto, te l'ho detto. Ora, mi piace tutto.
Giorgio le cinse la vita, con naturalezza e possesso, come se lei gli appartenesse da tempo.
- Sei una ragazza strana, - disse. - Passi da un umore all'altro come un giorno di marzo passa dalla pioggia al sole.
- E tu parli come un poeta ...
- Non mi prendere in giro. Non ho una grande istruzione.
- Dico sul serio. Ti trovo bello e intelligente.
Erica gli allacciò la vita con entrambe le mani; si fece più piccola tra le sue braccia, come per cercare protezione.
- T'invidio, - disse. - Tu possiedi almeno la speranza in un domani.
- Ecco che hai di nuovo cambiato umore. Si può sapere cosa ti rode?
Giorgio le sollevò il mento con due dita; gli occhi di lei ora sfuggivano il suo sguardo. Tutta la sua contagiosa gaiezza si era dissolta come nebbia al sole.
- Raccontami di te, - disse Giorgio. - Conosco tuo nome. Dove vivi? Come vivi? Perché sei venuta in questo buco di paese?
Erica gli nascose la faccia nell'incavo della spalla; Giorgio sentì sotto le mani che la sua carne era morbida e arrendevole, ma intuì che il suo animo era oppresso da un fardello troppo pesante da portare, e che prima o poi qualcosa, dentro di lei, avrebbe ceduto. Si rese conto che in quell'attimo avrebbe potuto trascinarla sul prato e godersela, e finalmente sfogare quella voglia che da troppo tempo gli rendeva irrequieto il pene dentro la patta. Ma sarebbe stata una magra conquista; Erica era lontana mille chilometri da quella predisposizione d'animo. Giorgio avrebbe fatto suo un corpo inerte, senza la minima capacità di partecipazione, peggio che andare con una puttana.
- Non vengo da molto lontano, - disse Erica. - Ma non voglio dirti da dove. Devo fare alcune cose, prima. Scusa, di solito non mi comporto così. So essere forte.
Due luci ondeggianti ingrandirono nel buio: erano due ragazze in bicicletta. Pedalando svelte, si guardavano alle spalle e ridevano. Altri tre ragazzi passarono di volata nella stessa direzione. Gridavano porcherie e si facevano coraggio l'un con l'altro. Poi altre due donne all'inseguimento, di mezz'età, coi larghi sederi che traboccavano dai seggiolini. Ansimanti sui pedali, non parlavano per risparmiare fiato. Solo a tratti, lanciandosi l'un l'altra sguardi apprensivi, gridavano due nomi di donna. Echeggiarono a lungo nel buio quei nomi.
Come vorrei essere una di quelle ragazze, - disse Erica.
Tu sei più carina.
Non m'importa: vorrei essere un'altra, e non me stessa. Qualsiasi cosa: un cavallo, un cane, un uomo, una vecchia ciabatta ...
Giorgio abbozzò un inchino: - Grazie, a nome degli uomini, per l'accostamento ai due nobili animali e alla vecchia ciabatta.
Le luci del luna park erano più vivide e vicine. Ora si udiva un vociare indistinto di gente spensierata.
Giorgio tornò alla carica: - Confidati. Di me ti puoi fidare.
Erica smise di calciare avanti sempre quel sasso: s'immobilizzò in mezzo alla strada.
- Vuoi proprio? Non mi darai della pazza, dopo?
- Si che lo voglio. E non ti darò della pazza.
- Vieni, - disse lei, e lo condusse sull'erba.
Si sedettero: Erica gli intrecciò forte le dita tra le sue.
- È stato un incubo terribile, assurdo - cominciò. - Eppure, più passa il tempo, più sono convinta che il sogno che sto per raccontarti l'ho veramente vissuto, reale come siamo reali noi due in questo momento. Un mese e tre giorni fa, una mattina come tutte le altre: ero appena sgusciata fuori dal letto e mi stavo vestendo alla svelta per non arrivare tardi al lavoro. Facevo la dattilografa presso lo studio di un avvocato. Ricordo che mi era appena infilata la gonna, quando la stanza, o la testa, non so bene, cominciò a girare, a girare, a girare sempre più forte. Non riuscivo a stare in equilibrio, il vomito mi saliva alla bocca. Stavo male da morire. La luce del giorno, nella stanza, s'era abbassata come se una nuvola improvvisa avesse coperto il sole.
I mobili e gli oggetti erano macchie confuse che mi danzavano intorno. Finii in terra, e vomitai. Ricordo ancora che mi preoccupai di non sporcarmi gli abiti; avrei dovuto ricambiarmi e perdere altro tempo. L'avvocato, sulla puntualità, non transigeva. Poi, improvvisamente com'era cominciato, tutto finì. La stanza rallentò la sua rotazione, come una giostra al termine del suo giro; mobili ed oggetti riassunsero i famigliari contorni; la luce ritornò.
Avevo la testa di piombo, e l'odore del cibo vomitato mi dava altri conati. Chiamai mia madre, ma non rispose. Mi resi conto che la voce s'era ridotta a un filo. Mio padre, a quell'ora, doveva essere già uscito. Allora uscii dalla stanza; non trovai nessuno in cucina. Mi accorsi che le imposte delle finestre erano state completamente abbassate; solo qualche rigo di luce filtrava tra le listelle. C'era un odore strano, e sentivo ronzare un ventilatore. Non faceva così caldo da dover già usare il ventilatore. Chiamai ancora; ancora nessuno mi rispose. Non sentivo neppure quei piccoli, faccendieri rumori che denotano sempre la presenza di qualcuno. Non riuscivo a rendermi conto di quel silenzio.
Avevo le gambe molli, barcollavo come un’ubriaca. Mi trascinai sulla soglia della camera dei miei genitori; ora sentivo ronzare più forte il ventilatore, e quell'odore si era fatto più intenso. Aprii la porta: la finestra era chiusa anche lì, e non passava un filo di sole. L'aria agitata dal ventilatore m'investì il viso. Le tendine bianche, mosse da quella lieve brezza, parevano l'unica cosa viva, là dentro.
Il letto era in ordine, ma agli angoli vidi quattro grossi e alti ceri le cui lampadine irraggiavano una pallida luce funerea. Al centro della testata del letto, un solo cuscino dalla federa bianchissima; c'era ancora l'impronta di una testa. Dal soffitto, pendeva un drappo nero bordato d'oro, che scendeva fino a lambire il capo del letto.
Mi sentii mancare di nuovo: quel sottile, disgustoso odore di cadavere, che il ventilatore e il deodorante non erano riusciti a mascherare, mi riempiva ora le narici. Per quanto assurdo, non potevo che pensare ad una disgrazia a mio padre, o a mia madre. Il cuore mi martellava impazzito in petto. Come poteva essere successo? La sera prima me n'ero andata a letto tranquilla, lasciandoli sani come sempre. E tutti quegli addobbi? Quella macabra messinscena? Tutto preparato senza che io sapessi nulla, senza che me ne accorgessi neppure.
Mi resi conto che stavo gridando, implorando, piagnucolando il nome di mia madre. Come in trance, alzai la tapparella della finestra: fuori, nella strada, capannelli di persone in lutto si stavano sciogliendo in un brusio sommesso di voci, per salire ognuno sulla propria macchina. Vidi tante facce conosciute: amiche, parenti che si incontrano solo ai matrimoni o ai funerali; Paolo, il mio ragazzo, sosteneva il braccio di mia madre, ingobbita, distrutta dal dolore. Provai un enorme sollievo; non era morta lei. Il sollievo fu di breve durata; il pensiero corse a mio padre. Feci appena in tempo a scorgere qualcuno che sospingeva dentro un carro funebre una cassa di legno chiaro intarsiato. C'erano fiori bianchi e rosa dappertutto; corone di garofani e gladioli in una lunga fila contro il muro della casa. Anche i fiori cominciarono ad essere caricati sul carro e sulle macchine.
Vidi uscire dall'androne di casa, sostenuto sottobraccio da un mio zio, mio padre. Era di spalle, ma l'andatura, la figura, la pelata erano le sue. Mi misi a piangere, per la paura e il conforto insieme. I miei due vecchi erano vivi, ma la morte di chi li aveva gettati nella disperazione? Volevo uscire: avevo bisogno di chiedere, far domande, confortare ed essere confortata. Girai su me stessa, e gli occhi mi caddero sui ricordi mortuari. Erano dentro una scatola bianca, aperta sul comò. Ne afferrai uno: la mane gli trasmise il suo tremito. Era fresco di stampa, con l'immagine in rilievo di un Cristo sofferente. Lo aprii: c'era incollata la mia fotografia, quella che mi era fatta quando avevo preso la patente. Rimasi a guardare la foto per un tempo infinito; lessi e rilessi il necrologio, senza che il mio cervello riuscisse ad afferrare il senso di quelle frasi. Spirata ... lunghe sofferenze ... i genitori piangono ...
Una girandola di frasi assurde e terribili che mi acceleravano sempre più il pulsare del sangue alle tempie. Mi sentii di nuovo mancare, e persi conoscenza.
Mi ripresi che ero stesa sul pavimento, in un bagno di sudore, vicino al mio letto sfatto. Il viso angustiato di mia madre mi sovrastava. Nel vedermi aprire gli occhi si rasserenò. Non ascoltai le sue preoccupate domande; mi alzai sorreggendomi a lei, girai barcollante per la casa, cercando le tracce di quell'incubo ancora vivido nella mia mente. Ma non trovai nulla: né ceri, né addobbi, né parenti in lutto, né avvertii odor di cadavere. A mani giunte, mia madre mi seguiva come un'ombra nel mio frenetico correre da una stanza all'altra. Nulla di insolito; tutto era normale, come da sempre conoscevo.
C'era tanta luce nella camera da letto dei miei genitori; la finestra spalancata, i rumori della strada, il letto sfatto come lo sono tutti i letti al mattino, abiti sparsi qua e là in un rassicurante disordine. E sul comò un libro, un bicchiere col succo d'arancia di mio padre, qualche spicciolo, ma null'altro.
Fu solo allora che prestai attenzione a mia madre; me l'abbracciai stretta stretta, e quella orribile tensione si sciolse, sfogandosi in lacrime liberatrici.
Le raccontai del mio terribile sogno, mentre lei mi accarezzava la nuca come quand'ero bambina. Man mano che proseguivo nel raccontare, mi sentivo liberata da quel senso d'angoscia che mi opprimeva.
Il contatto rassicurante con mia madre, quel suo sguardo muto traboccante affetto, che in altre occasioni mi aveva dato solo fastidio, avevano ora il benefico potere di rendere il mio incubo più vago e impreciso, sfuocandone quella minuziosità dei particolari che me lo avevano reso così angosciosamente vero.
Quel giorno non andai al lavoro: cercai di distrarmi leggendo, ascoltando musica, giocando a carte con mia madre. La sera, uscii col mio ragazzo, e gli chiesi subito di fare l'amore. Paolo rimase sorpreso: sapeva quanto mi piaceva tenerlo sulle spine e farmi desiderare, ma non se lo fece ripetere due volte. Con la sua macchinetta, mi portò nel luogo segreto dei nostri incontri: una stradina di periferia senza lampioni, nascosta tra palazzi in costruzione. Avevo una voglia pazza di sentirmi dentro il suo turgido pene per soffocare definitivamente, nell'ubriachezza dell'orgasmo, gli ultimi, ossessivi ricordi del mio incubo. Paolo non aveva ancora spento il motore che già le mie mani impazienti gli sbottonavano i calzoni. Era allibito, frastornato dalla mia insolita iniziativa, ma si guardò bene dal farmi domande; allargò le gambe e guidò la mia mano alla ricerca dei bottoni.
Mi rendevo conto che mi stavo comportando da sfacciata e che, dopo, me ne sarei vergognata. Ma ora non m'importava: lo volevo e basta. Subito. Faticai un poco, ma riuscii ad intrufolare un dito sotto il pene che s'induriva: lo sfila piano, timorosa di fargli male, finalmente libero dalla prigionia degli indumenti. La testa, piena e vermiglia, puntava in alto come un grosso fungo carnoso alla ricerca del sole. Le mie dita corsero lievi lungo l'asta; lo sentivo pulsare sotto i polpastrelli come un cuore, a intervalli sempre più brevi contrarsi e gonfiarsi per lo spasmo. Ero affascinata da quello che il tocco delle mie mani aveva creato; era meraviglioso sentirsi viva; era meraviglioso vedere un uomo godere sotto le mie mani. Il respiro gli divenne sempre più pesante; fu costretto a cercare aria con la bocca: appena la socchiuse, la mia lingua la penetro, esplorandone la cavita alla ricerca della sua.
Ma ogni volta, quando mi rilassavo per riposare le mani e la bocca, e lasciavo che la tensione sessuale calasse, mi ritornava in mente quel cartoncino con la mia fotografia, e la piccola croce nera che sormontava il mio nome. Allora, con tutte le mie forze, riprendevo ad accanirmi sul corpo molle e illanguidito di Paolo. Guidai il suo membro sull'umida fessura del mio sesso, poi le mie mani gli unghiarono le natiche e lo attirai di colpo dentro di me, come volessi annullarmi, fondermi in lui. Volevo perdere, con l'esaltazione dei sensi, anche la coscienza di me stessa. Pregai che Paolo resistesse a lungo; che non si abbandonasse all'orgasmo che sembrava invaderlo ogni volta che, tesa alla ricerca del massimo godimento, assumevo una nuova posizione. Fu veramente bravo; tanto bravo che dimenticai tutto, finalmente e soltanto attenta al fluire e rifluire dentro di me delle onde di calore che l'agitarsi delle sue anche mi procurava.
Rimanemmo avvinti per lungo tempo, sfiniti ed appagati.
Sulla strada del ritorno non parlammo molto. Non gli dissi perché mi era abbandonata a lui in quel modo, dopo tanto tempo che ci conoscevamo. Avrei solo offeso stupidamente il suo orgoglio. Non volevo che svanissero tutta la tenerezza e la riconoscenza che vedevo nei suoi occhi. Mi sentivo stanchissima, spossata in ogni muscolo del corpo, ma avevo la testa libera da ogni pensiero. Eravamo entrambi felici: avevamo ambedue ottenuto quel che volevamo.
Quando rientrai in casa c'era un completo silenzio; tesi l'orecchio sulla soglia della camera dei miei genitori; udii il respiro un po' affannoso di mio padre, il rivoltarsi di un corpo tra le lenzuola. Me ne andai a letto, serena. In camera, accesi solo l'abat-jour; avevo le braccia pesanti e intorpidite, gli occhi mi si chiudevano. Mi tolsi la camicia umida di sudore; pensai a Paolo, al suo corpo nudo e sudato, al sapore della sua pelle. Ero felice. I seni mi dolevano un poco; con le dita mi sfiorai i capezzoli, dove la sua bocca mi aveva tante volte succhiata. Ed era ancora felice.
Mi sfilai la gonna, la rivoltai per riporla stesa sulla sedia. Con un lieve fruscio, dalle pieghe della stoffa, qualcosa scivolò in terra, vicino al mio piede.
Tic: fece l'oggetto, come il lieve rumore di un foglio di carta che cade di taglio. In quell'angolo della stanza c'era quasi buio, e non mi resi subito conto di cosa fosse caduto.
Feci per raccoglierlo; mi piegai a metà, appoggiandomi al bracciolo della sedia: sotto il palmo della mano sentii qualcosa di viscido e ancora umido. Con disgusto, cercai di pulirmi, mentre l'odore di vomito, seppure lieve, mi penetrava nelle narici. Una poltiglia giallastra mi rendeva le mani appiccicose. Mi guardai la mano, e poi guardai in quel punto del pavimento, terrorizzata da quello che i miei occhi andavano distinguendo nella penombra. Ora vedevo chiaramente un cartoncino bianco bordato di nero su cui lentamente, come una fotografia dentro il bagno di sviluppo s'inscurisce e l'immagine acquista contorni precisi, i lineamenti di un Cristo sofferente sempre più si delineavano nel piccolo riquadro. Tutto mi ritornò alla memoria: la stanza che girava vorticosamente, il vomito, la scena del mio funerale, il ricordo mortuario.
Erica tacque, incapace di proseguire. Nel buio, Giorgio ne sentiva il respiro lungo e pesante, e le sue mani, nonostante il caldo, erano fredde e sudate. Le luci del lunapark continuavano a brillare sotto la cappa di stelle, e la musica instancabile, si diffondeva nell'aria immobile e afosa.
Giorgio era turbato, più che dal contenuto di quell'assurdo racconto, dal tono sincero e angosciato di Erica.
Ora, dopo averla ascoltata, era convinto che fosse veramente un po' matta. Senza dubbio soffriva d'un forte esaurimento nervoso, ma aveva promesso che non le avrebbe detto nulla che potesse farla credere tale ai suoi occhi. Imbarazzato, non trovò di meglio che cingerle le spalle con muta, rassicurante comprensione.
- Non devi pensarci più, - le sussurrò infine. - ora andiamo a divertirci.
Erica non si mosse, rimase con le gambe incrociate e le caviglie strette tra le mani, ipnotizzata dal volo di una lucciola da un filo d'erba all'altro.
- Lo sapevo che non mi avresti creduta, - disse, - ma, lo giuro, non è stato un incubo. Non so come, ma ho viaggiato nel futuro, nel mio futuro. Ne ho la prova. Ma non so cosa ho fatto di male per meritarmelo. È da quando me ne sono resa conto che me lo chiedo.
Giorgio le premette la bocca tra i capelli: - No; hai sognato tutto. Nessuno può conoscere il proprio futuro. Ed è molto meglio che sia così.
Erica scosse la testa, con furia: - Ma io lo conosco! - gridò.
Giorgio la sentì rovistare dentro la borsa: un tintinnio di chiavi, un frusciare di carta.
- Ecco! - disse lei, mestamente trionfante, e gli mise qualcosa sotto il naso.
Nel buio, Giorgio riconobbe al tatto un cartoncino piegato in due parti; sentì rifluirgli il calore dal viso. Con mano incerta, accese un fiammifero: sotto il tremolio della fiammella comparì a testa di un Cristo che, oppresso dalla corona di spine, sudava sangue.
Giorgio aprì il cartoncino: fece appena in tempo a riconoscere il volto di Erica in quella foto, che il fiammifero si spense scottandogli le dita. Passarono lunghi istanti prima che riuscisse ad accenderne un altro: era proprio la foto di Erica, col viso più giovanile, i capelli più corti, e appena un filo di sorriso. Lesse il necrologio: "Il 14 settembre 1965, dopo lunghe sofferenze sopportate con grande forza d'animo, è spirata l'adorata Erica. I genitori, il fidanzato Paolo, i parenti tutti ne piangono inconsolabili l'immatura e crudele scomparsa.
Anche quel fiammifero si spense.
Il 14 settembre ... - alitò Giorgio.
- Mancano due mesi e quattordici giorni, - disse Erica.
- Oggi è il 2 luglio, anzi ... - guardò l'orologio, il tre.
- Non può essere che uno stupido scherzo .... – balbettò Giorgio.
Erica gli strappò il ricordino dalle mani: - Di chi? E perché? Chi può avere interesse a terrorizzarmi fino a cercare il suicidio? Non conosco nessuno che mi odi a tal punto. E non sono un'ereditiera i cui soldi possano far gola a qualche infido amico. Non possiedo nulla. Si, dev'essere uno scherzo, ma uno di quegli scherzi crudeli che il destino riserva, a volte, alla gente comune come me, o come te. Come un vaso di fiori che una casalinga appoggia male sul davanzale della finestra, e cade giù, sulla tua testa, rendendoti un minorato mentale per tutta la vita. Come far cilecca la prima notte di nozze, umiliandoti agli occhi delusi della sposa, e magari farti credere che le corna che ti farà, in futuro, saranno a causa di quell'infelice giorno. Se ne sentono tante oggigiorno: basta leggere i giornali. Ma per me, lo scherzo, è stato grosso; mi è stata negata persino la possibilità di sperare. In tal giorno chiudo baracca, e tutto finisce. Ricordo ancora benissimo quando mi sentii venir meno, là, nella stanza trasformata in camera mortuaria. L'odor di cadavere, il letto di morte: sono svenuta, e dev'essermi scivolato di mano questo ricordino, che si è infilato tra le pieghe della gonna. Ed è rimasto lì, accompagnandomi come un macabro messaggio nel mio viaggio di ritorno nel tempo.
- Ma in che modo dovrà succedere? - s'accorse di dire Giorgio.
- A me è stato dato di conoscere il giorno, non il modo. Almeno quello mi è stato risparmiato. Ma il tempo passa veloce, e la certezza del quando più l'incertezza del come mi fanno impazzire.
Giorgio scattò in piedi, esasperato, vibrante.
- Basta! - urlò. Non voglio più ascoltare, né cercare di capire tutto questo casino. Andiamo: ho fame.
L'afferrò per un braccio e la sollevò di peso. Se la trascinò dietro come un pupazzo; sulla strada, verso la luce e l'allegria.
C'era animazione, ormai. Un viavai continuo di gente vociante, crocchi di giovani sparsi ovunque. Il prato era disseminato di buche e avvallamenti dove l'acqua stagnava. Le baracche dei tirasegni erano tutte disposte in una lunga fila; le ragazze se ne stavano annoiate dietro il loro bancone, col fucile tra le mani. A volte sfoderavano un sorriso, invogliando i passanti a tirare qualche colpo. Se la ragazza non era brutta, qualcuno si fermava sempre. Davanti ad uno dei tirasegni la gente si accalcava; il fucile lavorava senza sosta.
- Là c'è la ragazza più carina, - disse Giorgio. - Dopo ci fermiamo.
Portò Erica sul calcinculo: lei seduta davanti, e lui acquattato sul seggiolino subito dietro. La ruota cominciò a girare, sempre più veloce; la terra girava vorticosamente, e i curiosi intorno non avevano più faccia. Giorgio si teneva abbarbicato alle catene del seggiolino di Erica, sentiva turbinarsi intorno al viso i suoi lunghi capelli. Si raggomitolò puntando i piedi sul seggiolino, le ginocchia che gli sfioravano il mento. Con tutta la forza stese improvvisamente le gambe, ed Erica volò in alto su tutti, gridando dallo spavento.
Volteggiò nell'aria per lunghi istanti, le braccia agitanti come volesse aggrapparsi al cielo e non scendere più. Ma troppo presto tornò giù, e le sue mani abbandonarono la ricerca di quell’invisibile appiglio che appariva irraggiungibile. Giorgio si riattaccò a lei, le catene si avvitarono; si trovarono faccia a faccia nell'aria sferzante che portava via le parole.
- Mi piaci tanto, - disse Giorgio.
Erica scosse la testa, e si segnò le orecchie.
- Mi piaci! - urlò allora lui. - vuoi fare l'amore con me?
Lei gli prese la testa nelle mani e lo baciò. Quando scesero, Erica barcollava e si teneva la fronte con le mani. Però rideva; pareva più serena. Mangiarono panini e bevvero birra. Poi si misero a tirare palline in quei vasetti di vetro, tentando di far centro e vincere così un pesce rosso.
Per tirare, Erica si protendeva più che poteva; la sottana s'alzava mostrando le cosce e sempre qualcuno, dietro, si fermava a sbirciare.
- Ho fatto centro! - gridò Erica improvvisamente, felice.
Segnò col dito la pallina che galleggiava dentro il vaso. Il padrone, un po' male in arnese e cicca spenta tra le labbra, scosse la testa scontento.
Con una retina pescò in una vasca che era tutta un colore guizzante. Fece sgusciare in un sacchetto di plastica un pescetto piccolo piccolo, scialbo di tinta. Erica lo regalò a un bambino che s'era fermato a guardarli incuriosito.
Giorgio fremeva, impaziente. Sentiva ch'era venuto il momento di appartarsi con Erica. Ma indugiava ancora: Erica sembrava felice in mezzo al frastuono della gente e della musica. Temeva che lei, di nuovo sola, sarebbe ricaduta nel suo stato depressivo. Ma le luci cominciavano a spegnersi, le giostre a fermarsi. Anche gli ultimi ritardatari, ora, s’avviavano verso casa.
- Dove dormirai stanotte? - chiese Giorgio.
- Con te.
Anche se scontata, quella risposta così decisa gli procurò una contrazione di sensualità al ventre.
Lo so. Ma dopo, intendevo dire.
- Non ci ho ancora pensato. Non me ne preoccupo molto.
T'accompagnerò all'albergo del paese.
- Mi sta bene.
- Se non fossi conosciuto, potremmo andarci insieme, subito.
- Ti stai preoccupando per cose che non hanno importanza.
- Ne hanno, invece.
- Hai ragione. Io, ormai, vedo le cose in modo completamente diverso. Non m'interessa veramente più nulla di quello che la gente può pensare di me, o di quello che faccio. E questo vuol dire essere sola.
Indolenti, con sincronia di passo, camminavano allacciati verso un posto isolato conosciuto da Giorgio. Più si avvicinavano, e più Giorgio, impercettibilmente, s'affrettava.
- Non aver fretta, - disse Erica. - Non ti pianto sul più bello. Mi piace l'aria della notte.
- Domattina devo andare al lavoro.
- Hai un tatto da elefante. Neppure un briciolo di romanticismo.
- Scusami.
Erica scrollò le spalle: - Non importa. Io, domani, non ho nulla da fare. E neanche dopodomani ...
- Quando tornerai a casa?
- Non ci torno più. Dopo quel giorno che ho saputo ... ho preso i soldi che avevo messo da parte per sposarmi, una valigetta, e me ne sono andata, senza dir nulla. Sarebbe stato troppo penoso spiegare. E i miei genitori non mi avrebbero creduta, ne capita. Faccio la zingara: oggi qui, domani chissà. Mi staranno cercando, ed io voglio andarmene sempre più lontano. Desidero essere lasciata in pace; non mi va più di vedere facce conosciute. vivo alla giornata, come gli animali: aspetto. Ho imparato che i piccoli, minuti piaceri della vita sono tanto importanti; i più importanti. Ecco il grande sbaglio di chi è giovane: non essere cosciente di esserlo. Basterebbe che tu ti rendessi conto, alla tua età, e non da vecchio, alla grande fortuna di avere la salute: ti sentiresti veramente il padrone del mondo. Io ho imparato, a diciannove anni, tutto questo, ma il prezzo che pago è troppo alto. Ho perso tutti i pudori, che pure riconosco indispensabili in una famiglia, in una società. Ma non voglio più avere legami con nessuno; e allora le convinzioni e i pudori non servono. Incontro un uomo che mi piace: mi offro come una puttana, ci vado a letto, poi me ne torno per la mia strada.
Come è successo con te! Scusami se ti sentirai offeso, ma è così. Molti di questi uomini, dopo l'amore, hanno continuato a trattarmi come una puttana, come un oggetto, ma non mi sono mai sentita umiliata. Vuota dentro, insensibile, questo sì; priva di ogni emozione. Poi ripenso agli attimi passati, quando ho preso e dato piacere, e mi sento scaldare il cuore; mi bastano per tirare avanti fino al giorno dopo. Se non facessi così, sarei già impazzita.
- Conosco un buon dottore ... - cominciò Giorgio.
Erica gli strinse il braccio: - Ti ringrazio, ma non ti ci mettere anche tu. Di medici ne ho visti anche troppi, e ho speso tanti soldi per niente. Ora come ora, sono sana come un pesce.
Già da un po' di tempo avevano lasciato la strada e imboccato un viottolo che appena si vedeva tra i cespugli. La luna, alta e piena sopra la cima degli alberi, faceva luce ai loro passi.
Il sentiero si allargò in uno spiazzo erboso al cui limite, seminascosto dai rami degli alberi, c'era un capanno fatto d'assi di legno. Giorgio aprì facilmente la porticina; entrarono, le fessure tra un asse e l'altro lasciavano filtrare dentro il chiarore della luna. C'erano vanghe e zappe riposte negli angoli; in terra, un bel mucchio di fieno secco.
- Ci sei già venuto con la tua ragazza, vero? - disse Erica.
- Sì.
Si trovarono l'una di fronte all'altro, le braccia penzoloni. Erica lo fissò dritto negli occhi: - Mi darai della puttana, dopo?
- No, che dici?
- Ma hai pensato che lo fossi, prima, quando ci siamo conosciuti.
- Si, è vero. Ma non lo credo più.
- Adesso credi che sono solo un po' mat …
Giorgio la zittì prendendole la bocca, seguendo con la lingua il contorno delle sue labbra.
- Ti amo, - le disse con poca convinzione, nel tentativo di fugare l'estraneità reciproca che li impacciava. Erica fu presto nuda sotto le sue mani; aveva natiche fredde e seni tiepidi, bianchi come il latte.
- Hai freddo, - disse Giorgio, e le strofinò le natiche col palmo delle mani. Erica lo ringraziò con lo sguardo, per quella piccola premura. Poi fu lei a spogliarlo; e lo fece sveltamente, senza impaccio. Nudi, si rimirarono per qualche istante, poi s'allacciarono nell'abbraccio, mentre la pelle dell'uno dava tepore a quella dell'altra. Il fieno pungeva, ma ben presto il calore che s'impadronì dei loro corpi li rese insensibili. D'improvviso, Erica diventò una furia: s'impadronì di quell'ormai turgido membro e, come una forsennata, se lo passò tra seni e cosce, lo coprì di minutissimi baci, e cominciò a parlargli, come se la personalità di Giorgio, tutta la sua essenza, si fossero concentrate in quella parte del corpo.
- Sei bello, così vivo e palpitante. Chissà, forse è l'ultima volta che ti godo, e non sai quanto me ne dispiace.
Sei l'ultima cosa che rimpiango, ormai. Ti ho parlato tante volte, e sai bene quanta fatica ho fatto per dimenticare tutto il resto, ma credo di esserci riuscita. Amavo Paolo, ed ora non ne ricordo che il cazzo, tanto uguale a te, ma quanto diverso. Era forse un po' meno prepotente di te, che te ne stai tutto dritto e grosso e orgoglioso, ma quante belle venuzze aveva, che tu non hai. E poi bisogna vedere se il tuo padrone saprà usarti come sapeva fare Paolo. Amavo tutto di Paolo, tutto, e sono riuscita a scordarmi quasi tutto di lui.
C'è solo quel cazzo, che mi tormenta le notti; ma siamo bestie, e l'istinto della sessualità è tanto forte. Mentre io sono debole. Tu, a chiunque appartieni, lenisci i miei rimpianti, mi rendi la vita ancora sopportabile. Non ho ancora potuto fare a meno di te, e dubito che ci riuscirò. Compiango tutte le donne: quelle frigide che non possono apprezzarti, e quelle calde che non sanno centellinarti, e ti strapazzano troppo, come il manico di un pennello. Sono pazza; senti che discorsi faccio? Solo io conosco il tuo giusto valore, perché so quando tutto finirà. Io conosco il giusto valore di tutte le cose. No, non piegare il capino. Sto forse parlando troppo? Aspetta, aspetta: eccomi. Come ti odio. Ti odio e ti adoro ...
In un istante Erica gli fu sopra e, con un ansito roco, lo fagocitò tutto, come volesse tenerlo dentro di sé per sempre. Giorgio non fu che un compiacente burattino tra le mani di Erica, ma non se ne lamentò.
Giorgio si svegliò: vide Erica già quasi vestita: aveva i cerchi sotto gli occhi, la paglia tra i capelli sconvolti.
Giorgio rabbrividì; cominciò anch'egli a vestirsi in fretta.
Era quasi giorno: il canto strozzato di un gallo ruppe il silenzio. Erica si riaccostò a Giorgio; gli passò le dita tra i capelli e gli sorrise, grata.
- Sono stata un po' esaltata, vero? Faccio sempre così, non so trattenermi. Tu sei stato bravo, e gentile.
- Che hai lì? - disse Giorgio.
Erica aprì il pugno: c'erano una siringa e una fiala.
- Mi faccio un'iniezione, prima di andare via, - disse.
- È un medicinale? - insisté Giorgio.
Erica non rispose subito, poi disse: - È droga. Mi libera per un po' di tempo da tante angosce. Me l'ha fatta provare per la prima volta un ragazzo arabo che ho conosciuto.
- Ma ti rovina, quella roba lì, - disse stupidamente Giorgio.
Erica sorrise, fece spallucce: - Tanto, ormai ... Mi vuoi aiutare?
Tirò fuori dalla borsa un grosso elastico: - Ecco, legamelo intorni al braccio: qui.
Giorgio esitava: - Non voglio grane, - disse.
- Non ne avrai. Appena fatto, ci salutiamo e ognuno per la sua strada. Non ci vedremo più, te l'assicuro. Te ne prego; è il favore che chiedo per la notte d'amore che ti ho dato.
- Va bene.
Giorgio le legò strettamente l'elastico intorno al muscolo; le vene divennero più grosse e scure. Erica scelse la più grossa: vi passò sopra il dito, più volte. Non c'erano segni di altre iniezioni su quel braccio. Ma Giorgio non lo notò. Erica era impacciata con la siringa; il sudore delle mani la rendeva viscida e sgusciante.
Esitò a lungo prima di infilarsi l'ago in vena. Alla fine diede un colpo secco, e l'ago s'immerse sotto pelle fino alla base. Erica aveva il viso contratto, smunto, i lineamenti marcati, come avesse compiuto un enorme sforzo fisico.
- Iniettamelo tu, - mormorò. Sento che non ce la faccio più.
Giorgio fece pressione col pollice sullo stantuffo; lentamente, il liquido penetrò in vena fino a che la siringa non fu vuota.
Giorgio sfilò l'ago: uscì una goccia di sangue. Erica piegò il braccio e s'abbandono indietro, sulla paglia. Le sue labbra erano diventate due linee sottili, uniformi.
- È fatta, - mormorò. - Ce l'ho fatta. - Ma non c'era trionfo nella sua voce. Giorgio ricominciò a vestirsi: s'infilò la camicia, s'allacciò le scarpe. Lunghi secondi passarono. Erica era sempre immobile; i suoi occhi, ora, non seguivano più i movimenti di Giorgio, li aveva chiusi, come vinta dal sonno.
- Ora devo andare, - disse Giorgio. - Anche se tu dici di no, spero che ci rivedremo.
Si chinò su di lei, la baciò tra gli occhi: la senti gelida, e l’acidità del sudore sulle labbra. Respirava pesantemente, aveva cambiato colore; un file di bava sgorgò dall'angolo della bocca come una minuscola sorgente, colando sulla guancia e sul collo. Giorgio sentì il panico attanagliarlo: la chiamò, la scosse, imploro che rispondesse. Poi, quando pareva aver perso la speranza, Erica si contorse e parlò: - Aiutami. Chiama gente. Quel maledetto porco ... che mi ha dato la fiala … Un attimo, aveva detto, e zacchete:
ti trovi in paradiso … Ma sono ancora qui. Chiama un dottore: si soffre troppo, a morire ...
Giorgio scappò fuori, urlando soccorso.
I medici lottarono a lungo per salvare Erica. Sembrò, una volta, che riuscissero a strapparla dal coma, ma fu una breve speranza. Giorgio, ammansito nei suoi bollori dalla fidanzata, non tentò neppure di rivederla. La ricordò per qualche tempo come una ragazza piacevole, ma un po' toccata.
Poi, preso dalla vita, la dimenticò. Così non seppe che lei aveva visto giusto: infatti morì il 14 settembre.
da "The Time Machine" n. 2/’82, settembre
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