Viaggio di Ivon Bar di Ottawa
di Valentina Mezzoprete
Ivon Bar non riaprì gli occhi; non si ricordò di averli mai aperti, di aver sbattuto le palpebre. All'improvviso aveva visto, e il suo senso visivo (di occhi non si poteva più parlare) aveva messo a fuoco come un obiettivo gli oggetti che lo circondavano.
Era una piccola stanza asettica e rettangolare dalle pareti tinte di un bianco grigiastro, molto illuminata (la luce doveva provenire da sinistra), e perfettamente vuota. Nulla di inconsueto, si sarebbe detto. Una delle tante aule desolate in uno dei tanti uffici della defunta zona commerciale di Ottawa. Nulla di inconsueto, se non fosse stato per gli spiacevoli presentimenti che da infiniti minuti lo aggredivano, trasformandosi sempre di più in una certezza senza speranza.
Mise lentamente a fuoco la porta scura appena dischiusa che spiccava sulla parete bianco grigiastra; ora i suoi ricordi si erano ricomposti del tutto, e non aveva più dubbi, lo avevano trascinato nel loro Palazzo.
Poche ore prima, Ivon Bar aveva raggiunto Fair-2, il quartiere della stazione, e come ogni mattina si era diretto a passo rapido verso il centro della piazza, fermandosi sotto l'unico lampione che lo fissava col suo grande occhio luminoso attraverso l'umidità stagnante dell'aria. Sotto la sua luce aveva acceso una sigaretta, e con la prima nervosa tirata aveva piantato lo sguardo sul Palazzo dalla triste facciata grigia e dalle grandi finestre a vetro, dietro le quali si snodavano i corridoi dove solo qualche figura indistinta di uomo si trovava a passare, ogni tanto, quasi per caso. Eppure, qualcuno aveva giurato di aver visto il suo amico Ratus Nor dietro una di quelle finestre, in quel corridoio deserto, dove le luci non si accendevano neanche di notte. Sembrava quasi un altro, tuttavia era indiscutibilmente lui, gli avevano detto.
Ratus Nor era marito di sua sorella, e fin da poco aveva abitato a Lapsi-4, il secondo quartiere di Ottawa; ma una mattina era uscito dal portone di casa, e da quel momento nessuno lo aveva più visto. Avevano atteso la sera, lui e sua sorella, e alla fine si erano rassegnati all'evidenza: gli Abitatori del Palazzo lo avevano prelevato, e loro due non avrebbero potuto fare nulla, ormai.
Fece un'altra tirata, e il fumo gli assalì gli occhi. Ratus Nor non era che l'ultimo di una incredibile lunga serie di sparizioni improvvise che da un tempo interminabile si verificavano a Ottawa e nelle altre 5.300.000 Riserve sparse sul pianeta. Ottawa era la trecentomillesima Riserva, secondo l'ordine stabilito dagli Abitatori del Palazzo; ma non si sapeva il perché di tale classificazione, né cosa significasse esattamente il termine Riserva. Anche la natura e l’origine degli Abitatori erano un mistero insondabile.
Coloro che li avevano visti arrivare sulla Terra erano polvere, desso, e avevano lasciato in eredità soltanto delle dicerie approssimate e incomprensibili. In realtà nessuno avrebbe potuto giurare sul loro aspetto, poiché nessuno lo conosceva. La sola cosa di cui tutti erano certi era che quei crudeli torturatori erano venuti da lontano, da oltre il nostro sistema solare, e che da allora non avevano interrotto i contatti con la terra d'origine; almeno una volta ogni quaranta giorni, infatti, il cielo di Ottawa era attraversato da congegni volanti sconosciuti che balenavano fuori dall'atmosfera terrestre. E Ivon Bar, che dalla scomparsa di Ratus Nor era agitato da una rabbiosa curiosità di sapere, aveva notato che gli spostamenti extratmosferici degli Abitatori seguivano con regolare puntualità una nuova ondata di prelevamenti. Strano che nessuno se ne sia accorto prima, aveva pensato. Ma questo, pur essendo un indizio importante, non bastava a spiegare quello che accadeva dopo il ritorno degli Abitatori dallo spazio, e che era ancora più sconcertante: alcuni dei prelevati venivano liberati dal Palazzo, ma perfino i loro fratelli non li riconoscevano e negavano di averli mai conosciuti. Quasi sempre erano ridotti in uno stato fisico pietoso, a volte feriti, spesso provvisti di parti del corpo artificiali, e non ricordavano nulla del tempo trascorso nell'antico stabile grigio; però ricordavano perfettamente, anche troppo perfettamente, la loro identità, e continuavano a ripeterla a gente che il più delle volte, terrorizzata e amareggiata, chiudeva loro la porta in faccia.
Uno di questi rinnegati gli aveva passato la notizia sul suo amico Ratus Nor, e adesso, da ventitre giorni, lui raggiungeva il lampione alle cinque di ogni mattina, e da lì spiava il Palazzo e le sue immense vetrate opache per due ore buone, con la speranza di rivedere quella faccia. Tremò, e diede la tirata decisiva; l’umidità ricadeva in basso sotto forma di microscopiche goccioline che imperlavano i suoi capelli e l'enorme bavero scuro che gli toccava i lobi delle orecchie. Scagliò lontano il mozzicone ancora ardente, e la sua attenzione fu risvegliata all'improvviso da qualcosa di insolito; rialzò gli occhi sul Palazzo, e vide qualcuno che somigliava ad un uomo attraversare rapido il corridoio sparendo e riapparendo ad ogni vetrata; lo segui con lo sguardo, immaginando di ascoltare i passi, finché scomparve dopo l'ultima finestra e stavolta definitivamente. Dopo sei giorni di inutile attesa aveva rivisto una presenza a prima vista umana, ma non era Ratus Nor.
Strinse il bavero intorno alla bocca, e si scostò dal piede del lampione, staccando gli occhi dalla facciata del Palazzo: aveva avuto l'impressione, non proprio ancora netta, che quel presunto uomo che aveva poco prima percorso il corridoio sapesse che lui era lì ad osservarlo. Un'idea davvero balorda, si disse, allontanandosi lentamente dal lampione con la faccia semicoperta, tanto più che il tizio non si era neanche girato a guardarlo.
Affrettò il passo, e raggiunse il marciapiede lungo il muro della stazione. Quell'impressione non lo aveva del tutto abbandonato, ma si sentì risollevato quando un uomo con il suo stesso passo frettoloso spuntò da dietro un angolo lontano, e prese a camminare sul marciapiede in direzione opposta alla sua. Non avrebbero osato prelevarlo davanti a un testimone, a meno che non avessero già deciso di prelevarli entrambi. Avevano sempre fatto in modo che gli estranei non assistessero ai prelevamenti, forse per non rivelare il loro autentico aspetto. Ma, ora che ci pensava, ricordò che nessuno conosceva le modalità del prelevamento, nemmeno i rinnegati, che sembravano averle dimenticate completamente. Si diceva, sebbene non fosse notizia certa, che gli Abitatori le cambiassero spesso, probabilmente per evitare sorprese spiacevoli da parte dei prescelti.
Ora correva quasi, e il marciapiede gli scivolava dietro. Il cielo aveva cominciato a sbiancare, e la figura dell'uomo col lungo cappotto e il passo frettoloso, in mezzo all'umido grigiore, era sempre più vicina e distinta. L'uomo teneva la testa chinata e le mani affondate nelle tasche fino ai polsi, e doveva avere una gran fretta. È uno di quelli che lavorano nella zona degli uffici, pensò lvon, è l'ora dell'entrata, per loro. Presto ne sarebbero venuti degli altri, una muta folla ingoffata in cappotti di lana scura e la faccia a terra, e allora sarebbe stato al sicuro. Ma doveva far presto, presto ...
Ivon superò l'uomo frettoloso in quel momento, e altrettanto fece l'uomo ignorandolo. Ma si fermò subito, come colpito, e si toccò la spalla destra dove aveva sentito un'acuta fitta gelata; poi si voltò, e guardò l'uomo frettoloso che gli si era fermato accanto, in attesa che perdesse i sensi. E proprio questo accadde, e Ivon Bar vide buio.
Ivon Bar riaprì il proprio senso visivo, e inquadrò tristemente la stessa tetra porta che sembrava più dischiusa di prima.
Qualcuno poteva essere entrato nella stanza, e lui non se ne era accorto, sospeso com'era in quella specie di sonno.
Osservò l'intelaiatura della porta e il suo angolo di apertura; dovevano averlo messo in un punto alquanto insolito, poiché era convinto di guardare la stanza dall'alto, più o meno vicino all'angolo con il soffitto, e l'angolazione della porta era l'unico particolare che glielo dimostrasse, dal momento che non c'erano altri oggetti. Forse è proprio a questo scopo che la tengono vuota, fece tra sé, intendono farmi perdere l'orientamento nello spazio. Ma non ci riusciranno. So bene dove sono. Se solo potessi muovermi ...
Non poteva. Non solo aveva perduto il senso del tatto, ma non riusciva neanche più a toccarsi. Si sentiva come se non avesse avuto corpo, o meglio come se lo avesse mutato da poco, e non ci si fosse ancora abituato. Era assurdo, lo sapeva. Pensò che almeno avrebbe potuto parlare; non aveva più emesso suoni dall'istante del prelevamento, anzi aveva schiacciato una contro l'altra quelle labbra che non sentiva più, con la paura indescrivibile di lasciarsi sfuggire un suono o una parola che non avrebbe sentito. In quel caso sarebbe davvero impazzito.
Però ora la situazione era peggiorata, non poteva nemmeno più distinguere se le labbra fossero chiuse o leggermente aperte, ed era abbattuto da dubbi spaventosi. Prese il coraggio a quattro mani e gridò aiuto con quanto fiato conteneva il suo corpo annichilito.
Un ronzio elettrico da circuito integrato andato in corto fu il terribile risultato del tentativo; sembravano parole, ma erano irriconoscibili, per lui. Prese a gridare più forte, mentre il ronzio diventava un vero e proprio scoppiettio, e l'immagine della stanza prendeva a vibrare sfocandosi e sdoppiandosi in decine di immagini uguali. Poi ci fu l'urto, e la stanza volò rapidamente in alto, o meglio, fu Ivon Bar a precipitare dallo sconosciuto loculo vicino al soffitto fino al pavimento. Ci fu un colpo sordo, e per un attimo la stanza si mescolò; poi, dopo l'ultima vibrazione, la calma.
Ivon Bar cercò di rifocalizzare l'immagine, e vide che tutto era a posto, o quasi. Durante la caduta e poi nello scontro col pavimento la sua posizione era evidentemente cambiata, poiché adesso inquadrava la parte superiore della stanza, il soffitto e le pareti laterali; il suo senso visivo doveva essere puntato verso l'alto, dunque. Sdraiato, allora, era sdraiato a terra.
Guardò attentamente lo scaffale color amianto sulla sommità della parete da cui era precipitato, e i contenitori di materiale rosso allineati su di esso. Erano grandi quanto un pugno, e puntavano contro la parete opposta dei minuscoli obiettivi circolari; dal fondo dello scaffale, dove non riusciva a vedere nulla, proveniva un ronzio intermittente, come se una mosca fosse stata chiusa dentro una di quelle scatole. Vide che sopra ciascun obiettivo era stato applicato un sigillo di metallo che portava incisi alcuni caratteri, e con supremo sbigottimento il suo senso visivo riuscì ad ingrandire quel particolare e a renderglielo vicinissimo. 4~09-093, lesse mentalmente. Aveva già conosciuto successioni di numeri come quella al Centro Anagrafico di Ottawa, in cui aveva lavorato diversi anni fa: era il sistema numerico utilizzato per indicare le date di nascita e di morte.
Ma il sigillo non conteneva soltanto questo. Athor 312, proseguiva, e poi una serie di linee intraducibili. Sotto, un nome: Rufus Otari, e un'altra data, 5-11-093 Ungal Mira.
Brancolava nel buio più completo; lesse rapidamente gli altri due sigilli visibili da quel punto d'osservazione, e notò che la loro struttura era identica a quella del primo. Si trattava di informazioni codificate, non c'era dubbio, ma il codice non era conosciuto.
Inquadrò in successione gli altri contenitori, o almeno le parti di loro che poteva scorgere, fermandosi a lungo su un piccolo spazio vuoto che rompeva la regolarità della serie. Dov'è finito il contenitore mancante?, si sorprese a pensare, e con un disperato clic chiuse il senso visivo.
Fino ad allora non si era chiesto il perché di certe curiose capacità che aveva acquisito, come quella di ingrandire le immagini e di "staccare" la propria vista, diceva giusto così, come fosse un interruttore elettrico. Chi glielo aveva insegnato?
E quando?
Stava desiderando con tutta l'anima uno specchio o qualsiasi altro oggetto riflettente per potersi rassicurare sulla propria immagine, quando la porta si spalancò all'improvviso, e qualcuno esitò per qualche istante sulla soglia; poi entrò, facendo due passi, e Ivon Bar si sentì sollevare in alto. Riaprì il senso visivo, allarmato, ed emise una scarica elettrica che avrebbe voluto essere un grido. Risalì la parete, lentamente, e raggiunse lo scaffale, dopodiché la mano energica che comprimeva il suo senso visivo lo fece ruotare, fu questa l'impressione, e lo lasciò diventando sempre più piccola man mano che si allontanava per raggiugere il possessore.
Pareva un uomo, sulla quarantina, vestito di chiaro dalla testa ai piedi, con una lunga camicia allacciata alla spalla; era il ritratto della mitezza, a prima vista, ma Ivon Bar, dall'incidente di quella mattina, era arrivato a diffidare anche del più modesto impiegato in cappotto di lana scura.
Chi sei, chi sei? gridò, scoppiettando paurosamente; temeva che nessuno avrebbe compreso il suo ronzio, ma l'omone si calò intorno alle orecchie un sottile tubo metallico, e rivolse la faccia in alto; la sua testa appariva più grande dei suoi larghi piedi.
- Cosa vuoi, Ivon Bar? - chiese; la voce così scarsa di inflessioni sembrava uscire da un altro uomo, tanto contrastava con quell'aspetto da cane randagio.
- Voglio vedere cosa sono diventato, rispose Ivon, voglio parlare con mio cognato Ratus Nor, so che è qui.
L'omone lo guardò incuriosito: - Probabile. Sulla prima richiesta potrai essere accontentato tra qualche tempo. Non dare nota, per il resto. La tua permanenza nel Palazzo sarà breve.
Sì voltò e imboccò la direzione della porta, senza togliersi il tubicino metallico dall'orecchio; Ivon Bar, allora, ne approfittò per sorprenderlo con un nuovo grido.
Sei un terrestre, tu?, - disse, e lo fece bloccare con la mano sulla maniglia della porta; al di là di essa fece in tempo a notare una stanza illuminata artificialmente.
- Tu cosa ne dici? - ribatté l'omone in bianco, seccato.
- Non dico niente, io, ma se oltrepassi la porta, mi metterò a urlare fino a far tremare tutto il Palazzo, e dovrai venire un'altra volta a raccogliere tutte queste stupide scatole; cambiami posizione, e non parlerò più.
Ansimava, e il ronzio si sentiva appena. L'omone scosse la testa come avesse previsto quella reazione già da un millennio, e si riavvicinò allo scaffale.
- Sfogati pure adesso, tra un po' di giorni non riuscirai più ad articolare le parole - fece, e alzò l'enorme mano rampante.
Si sentì spostare, e il senso visivo finì per inquadrare l'unica finestra della stanza, il cortile e la seconda ala del Palazzo con i suoi sterminati corridoi. Una vetrata dietro un'altra vetrata. Si udì Un clic sommesso, dopo una lunga pausa di silenzio, e l'omone si avviò per la seconda volta verso la porta, augurandogli qualcosa che non capì.
Per sua fortuna ritornò cosciente solo dopo molte ore, qualche istante prima di scorgere Ratus Nor.
Era mattina, ma non sapeva quale; forse aveva dormito per un giorno intero con l'intenzione profondamente nascosta di non svegliarsi più. Le sue sensazioni corporee erano diventate ancora più labili, e strinse a vuoto le labbra per quattro volte prima di essere sicuro di averle chiuse. Ricordò le parole allusive dell'uomo dalla grossa testa, e di nuovo si chiese cosa fosse diventato; la risposta era accanto a lui, ma la considerava ancora troppo tremenda per essere accettata.
Azionò il senso visivo e tornò ad inquadrare la squallida finestra che dava sul cortile interno del Palazzo, tutto ghisa e cemento armato. Fuori si diceva che proprio da lì partissero i congegni volanti degli Abitatori. Riusciva a cogliere anche l'orlo dello scaffale, ma non c'era nulla sopra, almeno non da quella parte; i contenitori si sarebbero dovuti trovare alle sue spalle, dove non poteva guardare.
Fu allora che lo vide, e ronzando per l'eccitazione ingrandì il particolare che si muoveva nel suo campo visivo assai ristretto; gridò, appena riconobbe gli occhi liquidi e il mento quasi inesistente di Ratus Nor, che stava attraversando il corridoio nell'ala opposta del Palazzo. Ebbe a disposizione due secondi per osservarlo, ma furono più che sufficienti per capire che qualcosa non andava. E non era il suo aspetto fisico, integro e normale come il giorno in cui era sparito, quanto l'insieme dei movimenti del corpo, esageratamente accurati, e quell'espressione decisa dei suoi occhi che Ivon, in sette anni, non aveva mai visto. Le vertebre del collo erano rigide, e in quei due secondi non piegò neanche un po' la testa in avanti, come invece era solito fare quando camminava.
Troppo poco tempo, rimpianse Ivon, mentre Ratus Nor usciva dal campo visivo; qualche secondo in più, e sarebbe riuscito a scoprire se quell'uomo era o non era il marito di sua sorella.
Eppure quell'atteggiamento altero e sicuro, da capo ... Gli venne da paragonare quel contrasto all'aria da cane smarrito del tizio in bianco che l'aveva raccolto dal pavimento, e si rese conto che il paragone era azzeccato. Che cosa accadeva tra quelle mura, allora?
Ormai era un espediente collaudato, e perciò non poteva dire con assoluta certezza che avrebbe funzionato un'altra volta; ma tentò. Cacciò un grido acuto, facendo friggere i circuiti locutori, e l'immagine del cortile tremò e si sdoppiò. Quasi subito tanti piccoli clic risposero al suo ronzio frastornante, e altrettante grida elettriche gli arrivarono addosso dall'altro lato dello scaffale. Era allucinante. Seguirono colpi, scariche, tonfi, in un crescendo continuo, finché Ivon Bar si ritrovò a gridare per la paura. Quando poi la porta si aprì di colpo, lasciando entrare un numero imprecisato di uomini, provò addirittura uno stupido sollievo; durò poco, però, poiché uno di quelli che erano entrati, dopo aver scambiato con gli altri alcune parole in uno stentato dialetto di Ottawa, allungò una mano contro il suo senso visivo e, clic! Un'unghia fece il resto. Le spirali dei suoi polpastrelli furono l'ultima immagine che poté vedere, per quel lungo giorno.
Si era convinto che l'avrebbero punito lasciandolo per sempre in quell'oscurità cosciente, ma poi udì i passi quasi ritmici avvicinarsi riducendo l'eco che li accompagnava.
Sapeva di non essere più nella stanza dei contenitori rossi perché là dentro non aveva mai udito l'eco, e perché si era reso conto quando lo avevano sollevato e trasportato fuori.
I passi si fermarono, vicinissimi, e lui avvertì una leggera pressione in una parte del corpo. Ancora il clic! e inquadrò una faccia rotonda vestita di bianco che lo fissava con un mezzo sorriso.
- Bentornato tra noi, Ivon Bar - disse con una voce controllata; Ivon si accorse che il sorriso era autentico, quasi cortese, e ne rimase sbalordito.
- Fatemi parlare con Ratus Nor, gridò, è inutile mentirmi, l’ho visto … - Il grido finì in un singhiozzo soffocato; questa volta non aveva potuto capire l'accozzaglia di dittonghi uscita dalla bocca che non sentiva più.
Tentò di urlare, quello gli riusciva, ma la faccia rotonda glielo impedì iniziando a parlare: - Risparmia le tue energie nervose, ne hai già sprecate troppe, e le conseguenze le vedi.
È arrivato il tuo turno di sapere, ma non godrai a lungo la gioia della conoscenza; una volta fuori, avrai dimenticato tutto.
Chinò la testa, e girando sui tacchi se ne andò, lasciandolo solo a pensare e tremare.
Nel mondo di fuori era notte, e le vetrate del corridoio filtravano il nero inchiostro del cielo; soltanto una di quelle in fondo faceva intravedere la luce verdastra e soffusa del lampione. Lo avevano preparato proprio bene; una qualche fonte di luce artificiale debolissima sul soffitto emanava un fiotto di luce dello stesso colore verdastro, che tingeva le pareti in maniera irreale. Adesso che l'uomo se ne era andato, poteva guardare la vetrata frontale, ed ebbe piena conferma degli atroci dubbi su ciò che gli avevano fatto. Il riflesso evanescente sul vetro scuro non era lui, Ivon Bar di Ottawa, ma una piccola scatola smeraldo che lo osservava con la sua lente brillante come un occhio.
Era vero? Era vero quello che vedeva, oppure era un'altra tortura inumana per una colpa commessa che non conosceva? Non è possibile, blaterò, ma non erano più parole quelle che pronunciava.
Staccò il senso visivo, e calò nel buio; ora che era giunto il momento, aveva terrore di sapere, o di scoprire che la promessa della faccia rotonda era solo un'altra illusione per tormentarlo.
Non fu così, invece.
La mattina dopo, prima che avesse messo in funzione il senso visivo, qualcuno dalle mani particolarmente ferme lo prelevò e se lo portò dietro, oscurandogli l'obiettivo con il pollice. Fece circa quattrocentosettantotto passi attraverso i grigi meandri del Palazzo, fino a fargli perdere l'orientamento, e si introdusse in una stanza. Finalmente il pollice si spostò, e Ivon Bar cercò di focalizzare la stanza: ·era diventato avido di immagini, da quando si trovava in quella folle condizione.
La stanza era occupata per metà da un'imponente struttura di metallo, con un quadro comandi inclinato, a un'altezza di almeno quattro metri; e un uomo dai capelli canuti e cortissimi, seduto su una specie di torre, era curvato sopra il quadro comandi come su un antico strumento a tastiera, con le dita che lo sfioravano. Intorno c'erano vecchie scrivanie tarlate in disuso e una finestra dalle persiane di plastica che urtavano sul bordo del davanzale, ma non poté osservarle per molto; la luce di perla rasentava il pavimento e sbatteva contro la base dell'enorme macchina.
- Sono arrivato, Lumir Glis 20-11-071 - disse l'uomo che lo aveva portato a spasso. - Io sono Anoel Vis 4-07-089, e quello che conduco con me è Ivon Bar, destinato al Procedimento Reincarnazione.
L'uomo canuto si voltò appena, e tese una mano in avanti; Ivon si sentì afferrare, e passò accanto al suo profilo acuminato, simile a quello di una montagna. Una mano rugosa premette un pulsante, e la macchina si aprì lentamente, rivelando un grosso schermo che emanava una residua luminescenza radioattiva. Ivon vide le due mostruose parti dell'apparato scorrere lontano l'una dall'altra, mentre la torre si allontanava con il quadro comandi, e lui insieme alla torre. Poi si vide calare nelle viscere della macchina, in uno spazio rettangolare davanti al grosso schermo, e lì le mani lo abbandonarono; subito le due parti ripresero a muoversi, e lui sentì caldo e freddo nello stesso tempo.
- Non parlare, Ivon Bar, e non gridare; o la macchina disinserirà tutti i tuoi sensi. - La voce tuona dall'alto, attraverso la linea di congiunzione delle due parti metalliche, che ben presto si chiuse con uno scatto, lasciandolo al buio. Lo schermo si accese immediatamente dopo lo scatto, e lo investì di luce violetta; gli fece venire in mente la caricatura di un vecchio cinematografo, in cui era l'unico e tragico spettatore. Poi, mentre pensava al mondo di fuori che l'attendeva, lo schermo si animò.
"7-10-093". La successione di cifre si disegnò da sola sullo schermo. Era anche questa una data, forse quella del suo prelevamento; non poteva più stabilire quanti giorni fossero trascorsi.
"Athor 515 (=) Ivon Bar 12-10-093 - Tanorg Ena". Non conosceva nessuna donna con quest'ultimo nome; del resto non capiva come potesse entrarci una donna terrestre in tutto questo.
Le scritte in codice scomparvero all'improvviso, e Ivon Bar stupefatto, vide lo schermo diventare nero, un nero costellato da remoti fremiti luminosi. Era davvero al cinematografo, allora.
- Questa è la Banca dei Dati Storici e Culturali riguardanti la specie chiamata dai terrestri col nome di Abitatori.
La macchina aveva parlato; si sarebbe detta una voce registrata, non artificiale, con l'identica mancanza di inflessione e eccessiva cura del tono che aveva già avuto modo di notare negli uomini del Palazzo.
- Siamo dovuti fuggire dal planetoide indicato come Argo nelle carte spaziali della Confederazione, in seguito ad un disastro ecologico.
Ma cosa dice questo, pensò Ivon, la Confederazione?
- Abbiamo portato con noi le tecnologie più avanzate del nostro pianeta, e ci siamo messi in viaggio verso i confini della Confederazione, nella fascia dei pianeti selvaggi e ribelli per cercare un nuovo posto dove stabilirci, e per aggiungere un'altra gloriosa conquista a quelle già compiute. E così la metà di noi ha raggiunto e superato le sette città che segnano i confini della Confederazione.
Adesso lo schermo dava altre immagini di sogno, ma Ivon Bar non aveva altro che orecchie per quella voce.
- Le sette città erano straripanti di truppe volontarie di ogni razza della zona selvaggia, pronte a difenderla dal nostro attacco. Ma avevamo un grande vantaggio su di loro, non ci avevano mai veduti; e perciò abbiamo pensato di avvalerci del nostro segreto, il risultato più prezioso del nostro progresso tecnologico: il procedimento che ci permette di separare il corpo dai centri della coscienza e dei sensi.
Rimase letteralmente folgorato; provò a scuotere la testa, ma ormai, a quanto pareva, non possedeva più neanche quella.
- Abbiamo assunto quaranta spoglie diverse, dall'origine, e le prime sono custodite su Argo. In quell'occasione abbiamo acquistato i corpi di un branco di coloni terrestri sbandati, e abbiamo superato senza difficolta lo sbarramento delle sette città di confine; le razze selvagge, infatti, hanno dimestichezza coi fuoriusciti terrestri, soprattutto con le guide.
Ma di cosa stava parlando? E dove stava la Terra, in quella miscellanea di pianeti alieni a cui aveva fatto cenno?
- C'era un piccolo pianeta abbandonato in un sistema solare vicino ad A-Fenice, luogo ideale per installare alcune delle nostre basi. Ma altri cinque pianetucoli ci circondavano, e non potevamo permettere che ci assalissero per primi. Ci avrebbero ostacolato i contatti con la Confederazione, e allora decidemmo di sferrare il nostro primo attacco contro Arion 2, il pianeta dei mimetizzati, e poi contro il pianeta fuggente Gomeisa, guidato si dice da un pazzo terrestre.
- Fu una delle più grandi sconfitte per il nostro popolo e per la Confederazione - la voce reclinò un poco, quasi costernata - Quelli che abitano la fascia dei pianeti selvaggi sono feroci e bestiali con i popoli dell'esterno, e le cavalcature giganti di Arion 2 corrono a grandi balzi e spruzzano getti di acido corrosivo fino a 20 tar di altezza, colpendo spesso i nostri congegni volanti e facendoli esplodere.
- Ma il conflitto è durato centinaia di anni terrestri, e dura tuttora. Le perdite sono incalcolabili, da entrambe le parti, però non vogliamo arrivare a distruggere il sistema solare. Tutto quello che ci serve sono corpi, corpi nuovi e sani.
Ora le parole si stavano facendo sempre più interessanti, per Ivon Bar.
- Su Sheratan venimmo a sapere dell'esistenza della Terra, consultando le mappe stellari; faceva al caso nostro, era uno dei quattro pianeti marginali rimasti estranei alla Confederazione, priva di qualsiasi forma di cultura e di civiltà, e sovrappopolata all'inverosimile. Eleggendola a riserva, avrebbe se non altro partecipato alla nostra gloria, e contribuito a una giusta causa.
- Il procedimento di divisione corporea ha sempre dato ottimi frutti; le nuove spoglie terrestri sono inviate su una delle nostre basi belliche, e li vengono sostituite ai corpi inservibili dei combattenti feriti, con il medesimo procedimento. Non volendo però privare i terrestri delle loro spoglie, abbiamo pensato di trapiantare i loro centri di coscienza, conservati in contenitori di tipo / … nei corpi dei feriti opportunamente curati e revisionati nelle nostre basi sul pianeta. Queste operazioni vengono svolte solitamente una volta ogni mese terrestre.
- Ma anche altre sono le utilizzazioni della divisione corporea. Nelle ultime centinaia d'anni, grazie al genio del grande tecnico Lumir Glis, centri di coscienza sono stati trapiantati in embrioni umani, e siamo così stati in grado di riportare a una nuova vita alcuni soggetti del pianeta. Finora il primato assoluto spetta a Norris Morton, della novecentottantacinquemillesima Riserva, reincarnato ben tre volte.
- Tra di noi, tecnici e scienziati si sottopongono al procedimento prima che termini il ciclo biologico; in questo modo la nostra casta riesce ad assicurarsi una forma di immortalità, che i terrestri hanno subito riconosciuto, creando una curiosa religione che ci vede come signori supremi dell'universo, e che tuttora è oggetto di studio interessato da parte nostra.
- Comunque sia abbiamo deciso di occuparci della sua diffusione per il benessere degli abitanti di questo pianeta. Il presidente Otomir Rob 21-01-085 della trecentomillesima Riserva di Ottawa, già illuminato scienziato su Argo, farà in modo che ciò avvenga rapidamente.
Un tic come di una foglia secca sbattuta contro un vetro, e lo schermo si spense, conservando lo sfolgorio elettrico. Questo è l'inferno, pensò Ivon Bar, tutto ciò accadeva ad anni luce di distanza sopra le loro teste, e su quel fradicio e consunto pianeta nessuno se ne era ancora reso conto, poiché nulla in apparenza era cambiato, neanche le insulse attività che compivano ogni giorno. Staccò il senso visivo, e decise che non avrebbe più veduto; del resto, il giorno della sua nascita doveva essere vicino, e quelli erano gli ultimi momenti in cui poteva ricordare con chiarezza. Voleva trascorrerli al buio.
Due giorni dopo, alla Casa delle Madri di Quebec, la giovane Tanorg Ena partorì un maschio, e lo chiamo Ivon. Le era sembrato un nome poco comune.
da "The Time Machine" n. 3/‘83
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