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Viaggio al centro della catastrofe-ritratto di Alan A. Altieri


di Roberto Nistri


Non vincerà mai un prestigioso premio letterario, Alan D. Altieri. E, probabilmente, i suoi (quasi sempre) voluminosi romanzi non verranno mai recensiti nella pagina culturale del "Corriere della Sera". Ciò che scrive, si pone in quel limbo noto come letteratura "di genere", in quel metaforico purgatorio in cui da sempre sono relegati i B-writers. Che la critica che ivi lo relega abbia diritto all'autoattribuite aggettivo di "seria", resta tutto da vedere. Quella twilight zone è, nella nostra era assoluta e totalizzante, una vera e propria Zona Morta percorsa dai più estremisti, deliranti, anticommerciali (o iper-commerciali) narratori dell’incubo, del fantastico o, più semplicemente, del deviante, del non convenzionale. Insomma, in quelle praterie cavalcano gli outsider, i fuorilegge, i banditi. Della (delle) categoria fa parte il sunnominato Alan D. Altieri, baffuto ingegnere milanese trapiantato a Los Angeles.

L'universo scaturito dalla sua prolifica (quanto metaforica, visti gli sviluppi computeristici) penna, e qualcosa di anomalo, d’esagerato, di confine; non ha corrispettivi nel panorama asmatico delle nostre patrie lettere. Senza troppe menate e arzigogoli, in una sola magica password: estremo.


A partire dallo stile, iperrealista, crudo, una sorta di scatola nera che racchiude gli hot spots della storia e li ripete ossessivamente in un gioco di autoreverse, fino alle ambientazioni deliranti, tutto sembra convergere, ruotare attorno a questo concetto, a questa idea. Potere estremo, Violenza estrema, Situazioni estreme, Sentimenti estremi riversati in un unico crogiolo, danno vita ad un composto duro come solo l'acciaio balistico sa essere. Poiché quella del nostro è, diciamolo chiaramente, pura letteratura heavy metal. Pochi autori hanno, come lui, la capacità di trasferire in modo così totale (repetita juvant: estremo) nelle proprie storie tutto il voluminoso immaginario barocco di certo rock apocalittico e sopravvivenziale. E non si parla solo di citazioni dirette, che pur abbondano, ma della sferragliante durezza delle sceneggiature, della loro non rassicurante negatività, dell'incedere per immagini accecanti, che ci riportano all'originaria professione (la seconda? La terza?) dell'ing. Altieri, quella di sceneggiatore cinematografico. Di quali pellicole, per altro non ci è dato sapere. Tutta la sua produzione è, insomma, un assordante Marshall che a tutto volume diffonde i riff ossessivi di una chitarra distorta e spaccatimpani: un altro amplificatore, poco distante, diffonde linee di basso diretto sotto la cintura come i colpi di un pugile tanto aggressivo quanto privo di stile e sotto, il beat cupo di un tamburo voodoo che chiama a raccolta legioni di demoni. I cui nomi sono Potere, Olocausto (più o meno Nucleare), Guerra., Disastro, Black Out, Corruzione, Morte.

In questo momento di (sia pur moderato, italianamente) successo della fantascienza cyberpunk, non si può evitare di paragonare (se non inserire) il lavoro di Altieri nel/al genere: come membro della compagnia o, forse meglio, come distorto precursore. I suoi romanzi sono intrisi degli elementi che hanno fatto la fortuna, se non di William Gibson, del Lucius Shepard di Settore Giava (1), a cui è sicuramente più vicino. Si parla di hi-tech, ma soprattutto di un modello di società futura la cui immagine sociale e percettiva è orrendamente degradata, lontanissima dai mondi alieni ma in fondo molto umani che è solita proporci la fantascienza tradizionale. Siamo per intenderci, nell' area del seminale e citatissimo Blade Runner: ma molto, molto più terminale.

In altri termini: se avete amato il pornometal Crash (2) di J.G. Ballard quanto avete odiato L'insostenibile leggerezza dell'essere (3); se nel day after d'Inshallah (dove un presuntuoso imitatore di Omero incontra, legge e riscrive la serie Harmony sotto il cielo di Beirut e l'occhio reaganiano) quelle mille pagine vi sono rimaste sullo stomaco come un polpettone avariato, là dove le altrettante di It vi sono andate giù come il più prelibato dei manicaretti; se Terminator è uno dei vostri cult movie mentre i fratelli Taviani vi appallano, ebbene, Altieri è il vostro uomo, i suoi, i vostri libri. O almeno, tocca che proviate a leggerlo.

Colonna sonora, alcune band a caso e adatte alla bisogna: Stooges, Loop, Metallica, Soundgarden. E via, all'interno di questi possibili videogames dell'anno 2005. O l'anno 2005 stesso, un luna park della catastrofe dato in gestione al principe dell'Estremo, al signore dell'Eccesso: prima Casa Degli Orrori (prima Grande Attrazione) Città Oscura (4).

Los Angeles, come sempre, non a caso, ovviamente megalopoli per antonomasia, blob urbanistico per eccellenza, il California dream (in') mutato in incubo devastante che morde sé stesso come uno squalo impazzito. Nelle strade bande di mafiosi e tutori dell'ordine (quale?) si affrontano con armamenti del miglior, cioè peggior conflitto "a bassa intensità" (5). Mitragliatrici leggere (o meno) anticarro. Uzi e Kalashnikov come piovesse, esplosivi al plastico e consimili delizie a difesa di raffinerie di polvere e stupri edilizi, violenze e violazioni generiche e impunita di malvagi e alti papaveri implicati. Che, magari, dovrebbero invece militare dall'altra parte, quella della (pseudo) luce e invece sono, chi più chi meno, marci e intaccati dal tartaro del dollaro e dalla morte somministrata a piene mani. Insomma, dirà lo smaliziato lettore frequentatore d'abituali scenari post-bomba, siamo alle solite. Attenzione, però, perché tutto ciò accade prima della canonica catastrofe. Il cuore meccanico e nerissimo ha già, insospettato, cominciato a battere in una lunga catena d'eventi che porterà all'esplosione finale. Al Caos totale. Della saldatura di tanti anelli fattuali s'occuperà a tempo pieno un Moloch onnipotente e oscuro che farà rimpiangere Azatoth, il dio cieco e idiota che presiede lo spaventoso pantheon lovecraftiano (6). Stiamo parlando, ladies & gentlemen, dell'implacabile Legge di Murphy che così recita: "qualsiasi cosa tu faccia, tutto quello che può andar male, andrà peggio nel peggior momento possibile". La sfiga, insomma, esiste, e ha una precisa spiegazione scientifica. È questa legge, quindi, che sovraintende all'arrivo e all'opera del ciclone Jessie e della sua damigella d'onore, la più spaventosa tempesta elettromagnetica che mai statunitense abbia visto. Parola di Altieri.

Quel che accade nel dopo, il catastrofico sociologo Roberto Vacca lo ha definito "crisi di un grande sistema" (7). Cortocircuito totale, black out a tappeto, un disastro che paralizza l’intera area metropolitana (4.000 miglia quadrate, approssimativamente: un mostro di suo) distruggendo il sistema nervoso: telefoni, elettricità, acqua, servizi. E scatenando linfociti T mutanti delle gang omicide, degli assassini singoli, dei desperados d'ogni forma, colore e inclinazione più l'intera fottuta popolazione che ovviamente s'allinea alla totale deregulation nel totale casino.

In questo baccanale del saccheggio e dello stupro, in questo nero carnevale di Rio dell'orrore e dell'omicidio, Altieri innesta e allestisce i più noti carri allegorici dell'incubo metropolitano. Resuscita l'archetipo delle leggende urbane intasando strade e fogne di coccodrilli albini. Scatena le bande giovanili (e non solo) più o> meno pilotate dall'alto, organizza un assalto all'ultima ridotta, non a caso un supermercato, dei così detti normali, schiera squadre di survivalisti pronti a mettere in pratica annate d'articoli letti sull'ultrareazionario "Soldier Of Fortune". In questa palude apocalittica s'aggira, facendo il proprio lavoro (incredibile a dirsi!) l'Eroe, il protagonista: Solomon Earl Newton, sbirro, nero, reduce dal Vietnam. Uomo di prima linea e di metodi ultraspicci, assai poco garantisti e non poco ambiguo, pronto a cercare tra disastri e macerie il bandolo di una matassa che dalle streets of fire della megalopoli lo porterà sempre più in alto, fin quasi a toccare il cuore di una tenebra di quel Potere che è il centro, il bersaglio delle mitragliate dell'autore. Un dado, il Potere, dalle molteplici facce: CIA, CID (polizia militare), DIA (servizio segreto dell'Esercito), FBI e siglando e corrompendo sempre più in basso dove un nocciolo duro in cui Corpi Speciali, Polizie Segrete, Dipartimenti Riservati e mille gangli politico-mafiosi mutano d'aspetto ma non d'orrida sostanza come ne La Cosa di Carpenter. Insomma, vista la capacità mutante/mimetica, tutt'altro che paradossalmente queste escrescenze cancerose del sistema, questi vermi assoluti, saranno all'un tempo colpevoli e punitori, criminali e poliziotti speculari, a costruire un ambiguo, infinito gioco del sospetto, una Casa Degli Specchi che sono il libro stesso.


Seconda attrazione: Alla Fine Della Notte (8)

Sicuramente il più riuscito dei prodotti altieriani, quantomeno dal punto di vista dell'intreccio, coinvolgente fino al parossismo nella sua velocità mozzafiato.

Un video-clip crudo, sulfureo, metallico, ancora una volta montato con stile cinematografico: una videocamera che esplora il mondo buio dei servizi segreti, una spy story violenta e cupa, così intricata da rendere il riassunto della trama un’impresa più ardua della scalata invernale del Cerro Torre. Improbabile protagonista, Wolf, da cognome nordico ed evocativo, ex stipendiato dei secret services svedesi. E una catena di vendette che dal caldo torrido di Beirut approda, nel finale, nelle gelide, tempestose notti artiche. L'ambientazione meteorologica è una rotella tutt'altro che trascurabile nel meccanismo narrativo, apparentemente elementare e in realtà assai complesso. I weather reports sembrano stilati da un Grimaldi strafatto d'acido ( ... ooops, pardon, miss Russo Jervolino), e sono evidentemente estremizzati (ed estremisti) come tutti gli altri elementi: uno scenario comunque adeguato alla lotta senza esclusioni di colpi che vede opposti agenti "buoni" (che non lo sono affatto) e "cattivi" per antonomasia (uno per tutti il super killer del KGB pre-caduta-del-Muro-di-Berlino, Ivan Ratofl) con cui, come con Gambadilegno, alla fine non è difficile simpatizzare. Altieri, pur rispettando formalmente la convenzione che assegna all'eroe il ruolo catalizzatore catartico dei bisogni del lettore, in sostanza e nemmeno troppo sotterraneamente, finisce con lo stravolgerla. Eroi sì, i suoi, ma sempre figli di emerita puttana, non meglio dei nemici per quanto autoammantati di nobili principi: e la loro (di molti) lotta contro il Potere, la lotta del singolo, si rivela apparente, fagocitata da una visione (realtà) totalmente nichilista che rinuncia alla fin fine a ogni distinguo, più o meno ipocrita, che rifiuta ogni possibilità alternativa e si limita a prendere atto della totale negatività mortale di una certa way of life, tecnologica ed autoritaria.


Altro baraccone, altra attrazione: L'Occhio Sotterraneo (9)

E siamo all'information overload, sovraccarico d'informazioni, in questo volume che conclude un'ideale trilogia. Nelle sue cinquecento pagine i temi della saga vengono ricapitolati, meglio, campionati: indi rimessi in circolo e magmatizzati ad alta densità.

Incipit, una battaglia teutonica fra studenti e polizia per impedire la costruzione di una centrale nucleare: ma sotto (sopra sopra) sta il risorgere in Europa di un nuovo Partito Nazionale Tedesco (molto simile al precedente ... ) e proprio dalle nostre parti ritorna il vecchio combattente, esperto in arti marziali e dirty tricks, ninja di ritorno dalle Filippine: Kurth Dehn. Contesto ulteriore: Golfo Persico in ebollizione (fiction, come no) e gli Usa decidono di ripristinare il diritto internazionale, alias i loro interessi a suon di portaerei e hi-tech bellica.

Normale amministrazione, non fosse per la presenza di un bau bau cosmico, nientemeno che un buco nero nella zona della Sigma Draconis, che produrrà una tempesta elettromagnetica capace di mandare in tilt lo scalcinato flipper delle comunicazioni mondiali. Non basta?, bene. Mettiamoci un'epidemia di peste bubbonica che dilaga nel Vecchio Continente, un vetusto Imam che decide di punire gli infedeli con una versione nucleare del vecchio martello di Allah e chi più ne ha (lui, Altieri), più ne immetta. Insomma, egli, Altieri, schiaccia al massimo l'acceleratore e sfida il lettore a una gara su macchine truccate fino all'orlo del baratro. Impossibile resistere a una sfida che fa tanto Gioventù Bruciata (o Guerre Stellari, capitolo I).


Altro giro, altra corsa: Corridore Nella Pioggia (10)

Capitolo tutto sommato minore nel proliferare del Nostro: perché breve e perché abbastanza fuori tema.

Sempre sbirri, ma niente Los Angeles bensì un New Mexico flagellato dalla siccità, indiani Hopi più-che-mistici, il consueto tutore dell'ordine e citazioni a raffica, specie da Chinatown del buon Polanski. Un discreto, consueto gioco di specchi fra cinema, e fiction, pervade il lavoro del Sergio (pardon, Alan). Potrebbe, o lettore ignaro, essere propedeutico agli altri romanzoni.


E alè, alè, alè: Città di Ombre (11)

Come impone la miglior tradizione del serial, movie o meno, ecco il poderoso, ponderoso, granitico sequel di Città Oscura, che inizia esattamente là dove terminava (è il caso di dirlo) il primo. In quella dannata Los Angeles convalescente dopo il Gran Collasso che l'ha colpita e segnata sotto ogni aspetto. Sulle sue freeways, i banzai runners in cerca di un biglietto gratis per entrare nel Valhalla della Velocità e della Morte: e gli agenti intercettori (vedi Mad Max). Una banda (vagamente accennata fra le righe del romanzo precedente), i Brigadiers, è on the road e colpisce duro: rapine miliardarie, sfoggio di geometrica potenza militare supportata da un sorprendente hardware che comprende nientemeno che un elicottero Apache da combattimento controcarro.

Caratteristica di Alfieri è, qui e altrove, una descrizione maniacale delle armi in campo nonché dei risultati, devastanti, di balistica terminale che provocano.

Un'orgia splatter, d'accordo, ma solo apparentemente fine a sé stessa: in realtà funzionale e una disamina gelida, scevra d'ogni romanticismo (sia pur bellico) degli effetti concreti del potere applicato in corpore, come dire, vili. Il romanzo chiarisce aspetti rimasti oscuri nel precedente Città Oscura e, sia pur con qualche incertezza, riesce a ricrearne la tensione narrativa: i suoi frequenti flashback, ma la stessa struttura, scavano in quel dannato maelstrom senza uscita né ritorno della cattiva coscienza americana. Il Vietnam. Dalle cui ombre emerge il gruppo "Eclisse", archetipo di tutte le unità speciali che sotto l'egida più o meno segreta di governi più o meno democratici hanno disseminato morte e distruzione in contrade vicine e lontane. Ancora una volta, comunque, nel rispetto della classicità delle strutture narrative, toccherà a un outsider (Wolf, ancora) l'incarico di dirimere, di porre termine con estremo pregiudizio all'intera vicenda. Naturale che ci riuscirà: naturale che si renda poi conto della totale inutilità dei suoi sforzi incapaci di estirpare il male dalla Società perché il male è la Società, il Sistema. Comunque marcio in quanto tale.


Penultima curva: L'Uomo Esterno (12)

Anomalo, nella sua narrativa editoriale, tant'è che il nostro si firma con il suo vero nome. Un killer professionista sbarca in una Milano glaciale e sanguinaria per compiere la sua terminale missione di morte per conto del solito boss. Tradito e abbandonato dai suoi compagni a incarico eseguito, troverà come scomodo alleato un commissario di polizia (italiano) probabile amatore de Gli Intoccabili. E sparatorie saranno, e hard core killing, i due combatteranno, ennesima coppia d'inseparabili, contro il loro passato e il loro presente, rifiutandosi di accettare il ruolo di pedine sacrificabili al momento opportuno. Ne è stato tratto un obbrobrioso sceneggiato televisivo ...


Et en fin, settima botta: Scarecrow. Lo Spaventapasseri (13)

L'ultima delirante fatica dell’ingegnere è una corpulenta raccolta di racconti, virtuale abbecedario dell'Altieri-pensiero. Ce n’è per tutti e di tutto. In Phoenix ritorna il bombardiere maledetto, di cui ogni pilota di guerra parla nelle notti d'inverno, quando il maltempo non consente di volare. Ne Il Ponte, il deus ex machina della storia è una divinità in carne (?) ed ossa (??) che, nella selva amazzonica, vede molto poco di buon occhio la costruzione del ponte in questione. Nella title-track, Scarecrow, uno scenario in puro stile gotico americano, fa da sfondo ad una torrida storia di sesso, follia e morte che rimanda al profondo sud bigotto e razzista di W. Goyen. In Caldo di un altro sole, l'ossessione cosmico-metereologica torna a far capolino e, prima del King de Il gioco di Gerald, qualcosa che ha a che fare con il sole, giocherà strani scherzi agli umani.

La corsa finisce dritti sparati nella metropoli iperviolenta che farebbe vincere Altieri in qualsiasi ballottaggio per la carica di Primo Cittadino. I due racconti finali (Die, yuppie scum. Crepa yuppie fetente! e Certificato Omega) sguazzano felici fra la vegetazione marcescente della canonica palude urbana, nella versione odierna o in quella futuribile e cyber, dove la tecnologia è entrata in simbiosi col misticismo e piogge più corrosive dell'acido solforico contaminano senza sosta i campi di battaglia delle ghetto-gang.


Fiato. Siamo arrivati alla fine di questa cavalcata da Ragnarok, all'uscita da quel Luna Park Catastrofe che è la produzione alteriana. Rimpianti per soldi spesi? No di certo. Anzi, vinti dal fascino aggressivo e apocalittico dei suoi scenari, la voglia di rivisitarli è altissima. Un po' di pazienza: lui di sicuro è al lavoro e la fantasia non gli manca di certo.



NOTE

(1) Edizioni del Giallo.

(2) Rizzoli Ed.

(3) Kundera M., Adelphi Ed.

(4) Oscar Mondadori Ed.

(5) Vedi il notevole omonimo libro di Lucia Annunziata, Feltrinelli Ed.

(6) Opere Complete, SugarCo Ed.

(7) Il Medioevo Prossimo Venturo, Mondadori Ed.

(8) Dall'Oglio Ed.

(9) Dall'Oglio Ed.

(10) Dall'Oglio Ed.

(11) Dall'Oglio Ed.

(12) Mondadori Ed.

(13) Oscar Mondadori Ed.

(14) Sperling & Kupfer Ed.


da "Il paradiso degli orchi" n. 7, settembre/ottobre ‘94






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